Una eterosessuale al Gay Pride

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Sabato 30 giugno 250.000 persone si sono radunate in piazza Duca D’Aosta per partecipare al Gay Pride di Milano. Il corteo ha sfilato e ballato per le strade sino a Porta Venezia, lungo il tratto che Google Maps ha segnato con i colori dell’arcobaleno. Ai momenti di ilarità come il flash mob si sono alternati attimi più seri di protesta in favore dei diritti LGBT, come il toccante discorso del sindaco Sala. Al termine della sfilata i manifestanti hanno mostrato i due lati di una bandiera alternandoli: uno raffigurava la bandiera italiana, l’altro i colori dell’arcobaleno. La parola d’ordine era #civilimanonabbastanza.
Molti pensano che il Gay Pride non sia un ambiente per eterosessuali in quanto la battaglia per i diritti civili riguarda solamente la comunità LGBT, eppure se una persona condivide gli ideali di amore e uguaglianza sociale promossi dalla manifestazione dovrebbe scendere in piazza. La comunità LGBT è discriminata per il semplice fatto di essere una minoranza, se gli etero li sostenessero i suoi membri non avrebbero più nulla da temere, perciò la presenza dei privilegiati eterosessuali al Pride è importantissima, anzi, vitale. In piazza sabato si potevano incontrare molte coppie eterosessuali tenersi per mano, oppure gruppi di amici formati da etero e gay che festeggiavano insieme.
Il Gay Pride è una festa commuovente perché si incontrano centinaia di migliaia di persone che nella vita quotidiana affrontano diverse difficoltà di integrazione a causa del proprio orientamento sessuale, ma in quella data possono ridere, scherzare, urlare, ballare e bere birra spensieratamente. Sarebbe bello che fosse così tutti i giorni, anche se la società sta cambiando e aumentano esponenzialmente gli episodi di confronto e scambio tra omosessuali e non. Per un eterosessuale partecipare al Pride non è altrettanto emozionante, non proverà la stessa gioia di chi fa parte della comunità, ma si sentirà comunque accettato e accolto perché al Gay Pride il suo orientamento sessuale non ha importanza, ciò che conta è amare e rispettare gli altri.
Sfatiamo un mito sul Gay Pride: non è una carnevalata. A Milano le persone in costume erano pochissime e le loro maschere erano molto sobrie e creative. Le drag queen erano delle elegantissime dive, non certo dei volgari fenomeni da baraccone. Portate dunque i vostri figli, perché non c’è nulla che possa turbare le loro giovani menti, infatti alcuni bambini si sono affacciati dai balconi per salutare i manifestanti. La maggior parte delle persone erano gente comune che festeggiava con allegria misurata e civile, per lo più giovani sui vent’anni. Non cera nulla di sovversivo, nulla che potesse turbare l’integrità della famiglia cosiddetta tradizionale, solo persone che volevano divertirsi e rivendicare i loro diritti.
Il Gay Pride è anche una festa di puro divertimento, potete infatti seguire un carro e ballare sulle note di Lady Gaga o Raffaella Carrà, bevendo fiumi di birra e sfoggiando indumenti arcobaleno. Sabato 30 giugno a Milano faceva molto caldo, ma l’arsura non ha fermato la voglia di ballare di ragazzi provenienti da tutta la Lombardia. Non aveva nessuna importanza se il tuo vicino al corteo era etero o gay, ciò che contava era far tremare corso Buenos Aires sotto le urla e sentirsi parte del gruppo.
Se siete eterosessuali poco avvezzi agli ambienti LGBT forse non capirete il significato di tutto ciò che vi circonda, per esempio è difficile capire come mai un uomo sui quarant’anni si fosse travestito da centurione (o da spartano, era un costume poco realistico e non era molto chiaro a quale popolo antico appartenesse), ma non aveva importanza: era un bellissimo e simpaticissimo travestimento, perciò limitatevi ad apprezzare la citazione classica e ad augurargli ogni bene.
Durante il Gay Pride si possono imparare molte cose. Innanzi tutto scoprirete che tutti hanno amici gay, perché gli omosessuali sono dappertutto: a scuola, al lavoro, nelle palestre, nelle associazioni, al supermercato, nel vostro condominio … Non ha senso dunque dire “anche io ho amici gay”, perché i gay sono talmente numerosi che è naturale conoscere almeno uno di loro. Dite invece “io non ho paura di frequentare una persona gay”. Inoltre gli ambienti LGBT sono esattamente come gli ambienti etero, in quanto si balla allo stesso modo, si beve allo stesso modo, si ride allo stesso modo e la gente … anche la gente è la stessa! L’unico modo per distinguere un etero da un omosessuale è vederli limonare in mezzo alla strada, perché non c’è alcuna differenza tra loro. E’ strano affermare delle simili verità perché dovrebbero essere concetti scontati, insegnati ai ragazzini nelle scuole, ma purtroppo non è ancora così.
Prima di concludere, è doveroso precisare che, se l’autrice di questo articolo si è sentita accolta al Gay Pride pur essendo eterosessuale, dovreste partecipare anche voi, qualunque sia il vostro orientamento.

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Le donne e il calcio

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Il calcio, come la pallacanestro, è uno sport bellissimo, non saprei dire se è più bella la competizione o i suoi giocatori. Questo è un vantaggio per noi donne, infatti i maschi non riescono a godersi tutto il pacchetto a meno che non inizino a seguire la pallavolo femminile o la ginnastica ritmica.

Quando avevo dieci anni tornavo a casa da scuola con due miei compagni e uno di loro mi faceva sempre arrossire, anche se non ne capivo bene il motivo, così decisi di invitarlo a casa di mia nonna a giocare a calcio, pensando che l’unica cosa che avessi da offrire ad una persona come lui fosse il pratone su cui mio fratello giocava a pallone con i suoi amici. Non ero molto brava, ma imparai a difendere senza tirare calci negli stinchi.

Avevo undici anni quando Kakà venne comprato dal Milan e il mio cuore iniziò a battere forte anche per lui. Adoravo accorrere davanti al televisore acceso per assistere ad ogni suo goal, in particolare al momento in cui si toglieva la maglietta per festeggiare, mostrando il suo fisico scolpito. Col tempo però iniziai ad apprezzare anche l’adrenalina che trasmettevano le azioni agonistiche ed a pormi tante domande sul gioco. Come mai, se l’attaccante si trova oltre la linea dei difensori quando gli viene passata la palla, il suo goal viene annullato? A cosa servono le linee bianche tracciate sul campo? Qual è il ruolo del tizio in giallo con le bandierine in mano? Come vengono determinati i minuti di recupero? Mio padre mi spiegava pazientemente tutto, ma il mio interesse per il calcio sfiorì prima ancora di nascere.

Non lo coltivai perché avevo undici anni e mi sentivo diversa perché ero una ragazzina ansiosa, con i capelli crespi, ricci e corti, che giocava a pallacanestro anziché a pallavolo, ascoltava musica rock fuori moda, non sapeva truccarsi e amava le materie umanistiche più del Cioè. Pensavo di essere già troppo strana di mio per sfidare la morale comune e iniziare a seguire il calcio.

Quidici anni dopo mi sedetti in un bar a fianco del ragazzo più importante che avessi mai incontrato, il quale si rifiutò di dare le spalle al televisore per seguire le imprese dell’Inter durante la conversazione. Siccome sono una ragazza strana, anziché offendermi decisi di seguire la partita insieme a lui e mi feci rispiegare le regole che avevo dimenticato. Come dice la sigla di Holly e Benji, nel mio cuore batteva un pallone. Ma un pallone rosso e nero.

Un anno dopo ho incontrato ragazze come me, appassionate di calcio, ma irrimediabilmente gobbe. Poco importa, noi donne calcistiche siamo solidali tra noi. Noi donne amanti del calcio esistiamo, siamo tante e appassionate, ma soprattutto non crediamo mai che l’esperienza in ambito sportivo dipenda dall’apparato riproduttivo che ci si ritrova fra le gambe, come fanno certi ragazzi.

Riflessioni di una femminista in incognito

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Mi sono resa conto che leggo libri femministi e che seguo siti web e Youtuber sul tema da almeno un anno, ma nessuno conosce questo mio interesse eccetto il mio fidanzato. Forse mi vergogno di essere femminista, come un tredicenne che nasconde Play Boy sotto il letto sperando che la mamma non lo scopra facendo le pulizie.

L’ambiente circostante non aiuta: sono la sola femminista di mia conoscenza, non frequento nessuno con cui parlare e confrontarmi, inoltre il mio piccolo universo di provincia è ostile a tutto ciò che riguarda il femminismo, anzi, non sa nemmeno cosa sia tale movimento. In Brianza questa parola che sembra una parolaccia implica bruciare reggiseni, non depilarsi, odiare gli uomini e sostenere i diritti LGBT. Ebbene, cari brianzoli, avete ragione solo su quest’ultimo aspetto, perché femminismo significa semplicemente sostenere la parità tra uomo e donna e lottare per abbattere ogni forma di disuguaglianza e gli stereotipi che ci impongono determinati comportamenti. Prendiamo il più classico degli esempi, una donna non è costretta a depilarsi come impone la società ma ha il diritto di essere libera di farsi crescere i peli se lo desidera, oppure di votarsi ad una radicale ceretta integrale, oppure di alternare queste due opzioni in base a ciò che più le conviene nei vari periodi della sua vita. Insomma, femminismo è semplicemente libertà di essere ciò che si desidera, mandando letteralmente al diavolo le imposizioni della nostra società su questo come su molti altri aspetti. Il femminismo si suddivide in varie branchie e io non ho ancora deciso con chi schierarmi (non prendo mai simili decisioni in modo affrettato, preferisco documentarmi accuratamente prima di scegliere) però ormai è evidente che, nel mio piccolo, faccio parte di questo movimento in quanto ne abbraccio l’ideologia.

A parole sembro una sincera sostenitrice del femminismo, ma la realtà è molto diversa: io sono una vigliacca, mi mimetizzo tra la massa evitando di esprimere la mia opinione quando si toccano simili argomenti durante una conversazione o addirittura adotto comportamenti in contraddizione con quello in cui credo, soprattutto per quanto riguarda la scelta delle parole e delle espressioni mentre parlo. Non ho intenzione di trattare in questo articolo il fatto che l’italiano sia una lingua maschilista e che sarebbe doveroso modificarla per renderla più rispettosa del genere femminile e non solo (modificare artificialmente una lingua non è assurdo, lo fece per esempio Pietro Bembo con la Prosa della volgar lingua nel 1525 per quanto riguarda l’italiano), sappiate semplicemente che io purtroppo adotto moltissime espressioni e vocaboli che giudico sessisti.

Confesso inoltre di essere una pigrona perché è faticoso uscire dalla caverna di Platone e assumere un comportamento controcorrente, sembrerebbe che io non abbia nessuna intenzione di prendermi la briga di appoggiare il movimento e dare il mio contributo. Ma cosa significa combattere? Che cosa dovrei fare esattamente? Forse sarebbe meglio continuare a nascondere i libri sotto il letto come s fossero dei giornaletti porno e pensare a laurearmi.

La mia prima lettera d’amore

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Già da tempo avevo in mente di dedicarti due parole ma non sapevo cosa dirti, finalmente ho deciso di prendere in mano il computer e scrivere un post anche per te, amore mio.

Durante l’adolescenza ho segretamente snobbato l’amore. Naturalmente anche io desideravo avere qualcuno accanto, ma tutto ciò che poteva avvicinare un maschio non faceva per me: odiavo le discoteche con la loro stupida musica house assordante, odiavo i tacchi, odiavo indossare vestitini succinti con il gelo dell’inverno e odiavo gli occhi arrossati per il trucco (sono allergica). Per non restare emarginata dal branco mi adeguavo a queste estenuanti pratiche femminili col solo risultato di trascorre sabato sera stressanti, zoppicando malamente sui tacchi, sbuffando in modo molto poco seducente e con il trucco sbavato. Ogni tanto la mia migliore amica rimorchiava una coppia di bei ragazzi e il secondo dei due ci sarebbe anche stato con me, purtroppo lo sfortunato di turno non mi piaceva mai: io e la mia amica abbiamo gusti troppo diversi e i ragazzi che rimorchiava non mi andavano mai bene.

Insomma, i maschi per me erano il male: erano buoni come una gustosa birra ghiacciata, ma se il prezzo del bicchiere era adeguarmi alla massa… mi basta una coca-cola, grazie!

Quando sei arrivato tu ho scoperto che non servono convenzioni per essere donna, tutto viene spontaneo quando si incontra l’uomo giusto. Il trucco è attaccare bottone e i tacchi… chissene frega dei tacchi! E anche del trucco! Non so quale sia il segreto dei nostro rapporto, amore mio, so solo che con te non devo mai recitare per piacerti, eppure ti amo talmente tanto che mi trasformerei nella più abile delle seduttrici per conquistarti. Giuro che per te guarderei tutti i tutorial di trucco di youtube, danzerei sino al mattino su un tacco quindici al ritmo di qualunque aborto di musica da discoteca e trascorrerei ore al freddo con le gambe gelate per entrare in un cazzo di locale. Per fortuna tu non mi chiedi questo (anche perché ora sono troppo vecchia per le discoteche) e di conseguenza ti amo ancora di più.

Io sono una donna e tu mi hai insegnato quanto è bello essere tale, ma non mi fai sentire una donna qualunque, tu mi tratti come se fossi la donna perfetta anche se non lo sono affatto. Certe volte mi guardi con tale adorazione che io mi sento una dea, la più viziata delle principesse che grazie al tuo amore trasformo in una guerriera invincibile che può conquistare tutto ciò che vuole: il tuo amore è una linfa vitale che mi nutre e mi da la forza di sconfiggere qualsiasi difficoltà la vita mi ponga davanti. Quando mi guardi leggo l’amore nei tuoi occhi e sento che non mi serve altro per vivere.

Mai avrei pensato di scrivere una lettera degna di un Harmony come questa, piuttosto che scrivere di argomenti amorosi avrei preferito abbandonare lettere e tornare a studiare economia, ma non posso nascondere i miei sentimenti per sempre. Allora, come in ogni lettera d’amore in stile Harmony che si rispetti, partiamo con la solita sviolinata su quanto sono belli i tuoi occhi e le tue labbra, amore mio, anche se potrebbe suonare banale. “Tanto gentile e tanto onesto pari”, eccetera… E’ dal Duecento che si lodano le fattezze della persona amata e stasera anche io farò altrettanto. So benissimo che sei un uomo qualunque, eppure i tuoi occhi sono così dolci che mi si spezza il cuore quando ti guardo, sono struggenti come una sonata di pianoforte. Tutti gli uomini hanno la barba, ma solo la tua è ruvida e rassicurante come quella di un antico guerriero. Amo le tue mani forti e il tuo petto, su cui mi raggomitolo quando sono stanca; le tue labbra attirano baci e teneri morsichini, sono perfette; . In fondo però amo tutto di te, persino la tua voce stonata quando canti in macchina e la tua voglia sulla schiena. Ciò che più adoro è l’intesa mentale che c’è tra noi, la tua cultura nerd che è così diversa dalle mie amate materie umanistiche, eppure così compatibile con me.

Non so come finirà la nostra storia, se moriremo insieme dopo una serena vecchiaia o se ci separeremo prima (probabilmente in seguito alla tua incapacità di comprendere che non si può andare sotto le coperte vestiti), io faccio il tifo per noi e sono certa che non ci separeremo mai.

Ti amo, Mirko, sei l’uomo della mia vita.

Miao!

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La mia vita sovrappeso

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Due anni fa ero magra, venivo invidiata perché ero una di quelle ragazze che potevano mangiare qualsiasi cosa senza ingrassare di un etto, poi il mio corpo ha iniziato a prendere peso. Non ho perso tono muscolare perché ho sempre praticato sport, ma il mio ventre si è gonfiato, fianchi e sedere si sono ammorbiditi e, soprattutto, la gente ha iniziato a parlare. Come molti di voi avranno sospettato incontrandomi, sono ingrassata di 25 kg, arrivando a pesare da 65 kg  a 92 kg per 1,75 m di altezza, ciò ha comportato che i pettegolezzi si sono scatenati.

In un’epoca in cui l’immagine esteriore è fondamentale non ci si può permettere di essere grassi, così le persone si sentono giustificate a sparlare senza scrupoli alle spalle di chi poi tanto in linea non è, praticando ciò che in inglese è chiamato fat shaming.

I luoghi comuni vogliono che le persone grasse si abbuffino senza contegno, non pratichino sport, siano pigre e  non curino il proprio aspetto fisico. Alcuni obesi rientrano in queste categorie, certo, ma non tutti: i pettegoli si dimenticano sempre che molte persone sono sovrappeso per depressione o altri malesseri psicologici o psichiatrici, assunzione di determinati medicinali, problemi ormonali, malattie (come per esempio  il diabete), squilibri ormonali, costituzione (mi riferisco a quelle persone che, nonostante le diete, sono sempre più cicciottelle della media, senza necessariamente essere sovrappeso). Per ovvi motivi non ho intenzione di dichiarare pubblicamente la ragione per cui sono ingrassata, sono molto infastidita però dal fatto che la gente preferisca etichettare il grasso secondo i pregiudizi più diffusi, anziché tenere presente che le cause dell’obesità possono essere varie.

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La mia vita da cicciottella non è poi così diversa da quella che avevo prima. Gli effetti si vedono soprattutto nell’attivitá fisica perché, praticando uno sport di squadra, fatico a sostenere gli stessi ritmi delle mie compagne: non solo a basket sono sempre stata un po’ una schiappa, adesso devo anche sudare il doppio per correre come le altre.

Essendo una fanciulla mi piacerebbe molto fare shopping con le mie amiche, ma avendo esigenze molto particolari rispetto a loro preferisco andarci da sola. I primi mesi in cui ero sovrappeso trascuravo l’abbigliamento perché disprezzavo il mio corpo, cercavo di non pensare all’estetica per aggirare il problema del grasso. Adesso sto ricominciando ad agghindarmi come fanno tutte le mie coetanee, ma purtroppo le persone grasse devono seguire regole rigide per quanto riguarda l’abbigliamento perché devono “nascondere” i chili di troppo, pena le occhiatacce della gente: niente colori sgargianti, niente righe orizzontali, maniche lunghe per coprire le bracciotte, assolutamente da evitare gli shorts, da dimenticare anche i vestitini aderenti o troppo corti. la faccenda si complica d’estate, quando una persona vorrebbe scoprirsi per difendersi dalla calura estiva ma teme il giudizio della gente. Sono invece apprezzate le scollature, perché è risaputo che assieme alla panza crescono anche le tettone. Con l’aumentare dei chili ho dovuto ricomprare i vestiti due volte, ma a differenza di quanto si possa pensare mi è spiaciuto molto perché molti capi erano nuovi, oppure mi ero affezionata a loro.

I luoghi più temuti dalle ragazze sovrappeso sono le piscine perché impongono loro di esibire tutta l’abbondanza che le caratterizza. Personalmente sono disinteressata all’opinione pubblica perciò mi tuffo in acqua senza farmi troppi problemi, però conosco delle persone che vivono questa esperienza come un trauma, rinunciando ad accompagnare gli amici in piscina oppure evitando di fare il bagno.

Essere invitati ad una festa è un problema perché spesso la gente giudica ad alta voce alta quello che mangi, sia se ti concedi qualche boccone sia se eviti di toccare cibo. Una parte di me vorrebbe sempre invitare tali persone a  farsi una valangata di ca**i propri, ma le parole offendono, umiliano e feriscono nel profondo, non sempre riesco ad essere così forte.

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Attualmente ho perso peso da 92 kg a 86 kg e sto cercando di far scendere ulteriormente l’ago della bilancia. Inizialmente i chili diminuivano rapidamente, ma ora si sono stabilizzati e sto faticando a non mollare. L’aspetto più triste è rinunciare agli inviti a cena con gli amici: siccome non riesco a trattenermi dall’abbuffarmi in compagnia, l’unica soluzione è evitare del tutto di presentarmi a grigliate, pranzi giapponesi, pizzate e altro ancora. Ciò non significa che abbia intenzione di abbandonare l’impresa, presto ritornerò in linea. E’ una promessa.  

Esiste l’antirazzismo cattivo?

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Studiando il manuale Antropologia culturale di Fabio Dei per un’omonimo esame mi sono imbattuta in un capitolo che mi ha  sorpreso. Non sono esperta di diritti umani, ma ho sempre ritenuto l’antirazzismo la più doverosa, spontanea e genuina manifestazione di bontà che l’uomo possa offrire ad un suo simile. Potrete dunque immaginare il mio stupore quando ho letto che esistono forme negative di antirazzismo, che addirittura utilizzano lo stesso linguaggio del loro opposto, il razzismo.

 

Il mio manuale sostiene infatti che l’antirazzismo correrebbe il rischio non solo di usare gli stessi strumenti ideologici e culturali del razzismo, ma anche di riprodurre i medesimi meccanismi che caratterizzano il razzismo stesso, vale a dire:

  • L’essenzializzazione (un meccanismo per cui, per esempio, se molti zingari rubano, allora tutti gli zingari sono ladri, oppure, se molti musulmani violano i diritti delle donne, allora nessun musulmano rispetta i diritti delle donne);
  • la stigmazione, che consiste nell’esclusione simbolica dell’individuo discriminato, cui vengono inoltre attribuiti stereotipi negativi (ciò accade per esempio quando si afferma che i neri puzzano);
  • la barbarizzazione, ossia la considerazione del gruppo etnico come delle persone incivilizzabili e, per l’appunto, barbare.

L’antirazzista applicherebbe insomma queste tre categorie al razzista trasformandolo in un’entità nemica da neutralizzare, se non addirittura nel Male assoluto. In quest’ottica chiaramente l’antirazzismo rappresenterebbe viceversa il Bene assoluto e il mondo verrebbe diviso in bianco e nero, buoni e cattivi.

Analizzando i linguaggi dei media la realtà risulterebbe molto più complessa in quanto i pregiudizi razzisti sarebbero nascosti e spesso verrebbero involontariamente sostenuti anche da coloro che si dichiarano antirazzisti e che credono di vivere in una cultura aperta e tollerante. Gli stessi strumenti che effettuano tali analisi alla ricerca di fenomeni razzisti sotterranei avrebbero tuttavia un limite, vale a dire la tendenza ad individuare del razzismo occulto ovunque.
Spesso inoltre verrebbero realizzati dei discorsi antirazzisti che invece nasconderebbero in sé subdole e profonde intenzioni razziste. Ciò comporterebbe un rischio ben più grave, cioè che i destinatari del messaggio siano incapaci di riconoscere i vari livelli di pregiudizio.

Il manuale continua affermando che la nostra società, come tutte le altre, sarebbe costruita intorno alla distinzione tra “civiltà” e “barbarie”, “normalità” e “anormalità”, “buon gusto” e “cattivo gusto”. Tali categorie non avrebbero nulla di naturale e sarebbero in stretta relazione con la storia dell’Occidente e le sue pratiche di predominio sugli  altri popoli, ma proprio per questo motivo sarebbero inadatte a distinguere  ciò che è razzista da ciò che non lo è.

Sì pensi all’opposizione bianco/nero. Il primo, che identifichiamo nel colore della nostra pelle, rappresenta tutto ciò che è buono e puro mentre il secondo, che associamo ai popoli dalla pelle scura, è il simbolo del mare. Da tutto ciò nascono figure come il terribile uomo nero che spaventa i bambini, l’associazione del nero a tutto ciò che è male e demoniaco, modi di dire come “sono incazzato nero”.

 

La lettura di questo capitolo del manuale ha suscitato in me profonde riflessioni che vorrei condividere con voi. Siccome sono alla costante ricerca della verità non ho alcuna intenzione di proporre le mie opinioni come verità assolute, quindi sono più che disposta a mettermi costantemente in discussione, magari chiacchierando con voi nei commenti qui sotto.

Mi rendo conto che non è possibile sintetizzare la realtà semplicemente suddividendo i razzisti dagli antirazzisti con una linea retta, però ogni civiltà ha la tendenza a creare nel proprio immaginario collettivo dei demoni e degli eroi, pertanto non mi sembrerebbe un male (come sostiene invece il manuale) se la società demonizzasse i razzisti e gli considerasse alla stregua dei ladri, degli assassini o degli stupratori. Purché non ci si dimentichi che i pregiudizi e il razzismo si insinuano in modo molto sottile nella nostra cultura (proprio come ha affermato il manuale), mi sembra più che corretto identificare il nemico e avvertire la popolazione tutta della sua pericolosità. Per lo stesso motivo, l’antirazzismo andrebbe glorificato e chiunque lo promuova dovrebbe diventare un eroe al pari di Robin Hood e di Achille Pelide. Il perché abbiamo bisogno di eroi è molto semplice e può essere sintetizzato da questo aforisma: “Senza eroi, siamo tutti gente ordinaria, e non sappiamo quanto lontano possiamo andare.”
(Bernard Malamud).
Ho utilizzato il condizionale perché secondo me la nostra società tollera il razzismo, naturalmente nascondendosi sotto una maschera di diplomatico perbenismo. Non ho intenzione di esprimere il mio punto di vista sulla nostra società, torniamo al mio manuale di Antropologia culturale.

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Per quanto riguarda la faccenda relativa ai linguaggi dei media, io stessa una volta sono stata vittima della mia stessa cultura occidentale razzista. Nel corso di una partitella di Basket ho giocosamente sfidato le avversarie dicendo: – Vi facciamo nere! -. Peccato che nell’altra squadra era presente una ragazza nera. La mia amica non sì è offesa, tuttavia è stato molto imbarazzante. Naturalmente non ho pronunciato tale frase con il preciso intento di fare dell’umorismo sulla pelle di questa ragazza ma ho utilizzato una “frase fatta” senza riflettere sul suo significato perché stavo giocando a basket ed ero concentrata sulla partita, allo stesso modo in cui quando dico “sono giù di corda” non rifletto sull’etimologia di tale modo di dire (si tratta di un’affascinante origine che potete trovare qui).
Il manuale non tratta un aspetto molto grave, vale a dire il fatto che le persone dunque offendono senza accorgersene, rendendo ancora più subdolo il meccanismo razzista. Si tratta di un problema serio, che forse non si può risolvere nell’arco di una sola generazione, ma per il quale siamo tutti chiamati a lottare evitando in prima persona tutto ciò che appare discriminatorio.

Circa il razzismo sottointeso nei media, personalmente riesco a notare solamente quello relativo alla politica (nel caso di certi politici come Salvini non è nemmeno sottointeso ma è più che evidente, tuttavia non voglio dilungarmi in simili argomenti da salotto), perciò vi prego di segnalarmi nei commenti se avete notato dei messaggi mediatici simili, sarei lieta di discuterne insieme a voi.

Avete assistito ad un fenomeno di razzismo? Quali miglioramenti potremmo apportare alla nostra società per combattere il razzismo? Per qualunque altra curiosità che volete condividere, scrivete sotto: che il dibattito abbia inizio!

 

E’ importante l’opinione di un blogger?

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Alcune compagne di università mi hanno confidato di non apprezzare i miei post perché “sembrano copiati da Wikipedia”, sarebbe infatti totalmente assente il mio punto di vista e il mio lavoro consisterebbe in una mera copiatura di nozioni da altri siti web.

Confesso di aver volutamente evitato di esprimere la mia opinione nei post poiché ho sempre ritenuto che il web si disinteressasse del parere personale di una ragazzina come me, priva delle qualifiche necessarie per giudicare gli argomenti culturali di cui scrivo.
Ho inoltre omesso qualunque altro genere di informazione relativa alle mie esperienze personali (per esempio resoconti di visite in un museo, aneddoti sui miei interessi, descrizioni dei luoghi che frequento abitualmente) per questioni di privacy: è già abbastanza fastidioso rivelare certe verità su Facebook, raccontarle in un blog è di cattivo gusto oltre che pericoloso.
Nonostante ciò, non è affatto vero che non esprimo opinioni personali, infatti un attento lettore del mio blog ricorderà senza difficoltà degli articoli in cui esprimo pareri soggettiviLee Krasner, un’artista incompresa” e “Analisi di ’Agora’, un film di Alejandro Amenàbar”. Se così non fosse, l’atto stesso di scegliere di scrivere di un opera d’arte è un apprezzamento nei suoi confronti  ed è dunque l’espressione di un’opinione personale.

Mi spiace molto sapere che il mio lavoro viene paragonato al copia e incolla di certi siti, perché i miei post sono il prodotto di una selettiva ricerca di informazioni, riorganizzate meticolosamente in saggi brevi inediti e originali rispetto a quelli già presenti in rete. Il tono nozionistico e distaccato non è infine l’eco di Wikipedia o di altri siti, ma vorrebbe essere lo stile di una giornalista che enuncia dei fatti a scopo divulgativo. Tutto ciò che scrivo è farina del mio sacco al cento per cento, senza copiature di alcun genere.

Quando ho espresso queste argomentazioni in università, le mie amiche hanno risposto che lo scopo di un blog è proprio quello di esprimere un’opinione. Ho dovuto così riesaminare la mia attività di blogger… E’ vero che il blog consente a tutti di pubblicare democraticamente la propria opinione in rete, ma in giro circola tanta spazzatura che io mi chiedo quale sia il valore delle mie opinioni. Se io esprimessi quello che penso scriverei un blog spazzatura?
Non sono inoltre di secondaria importanza le esigenze del pubblico. Cosa vuole il popolo di Internet, seguire le avventure di una giovane studentessa di lettere nel mondo dell’arte o apprendere qualcosa di nuovo leggendo dei saggi brevi, confrontarsi con le opinioni di una ragazzina o apprendere informazioni di qualità?
E ancora, è meglio porsi tutte queste domande per assecondare il pubblico, o seguire l’istinto e scrivere come viene, “senza prendersi troppo sul serio”?

Si accettano commenti, cosa ne pensate?