Riflessioni di una femminista in incognito

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Mi sono resa conto che leggo libri femministi e che seguo siti web e Youtuber sul tema da almeno un anno, ma nessuno conosce questo mio interesse eccetto il mio fidanzato. Forse mi vergogno di essere femminista, come un tredicenne che nasconde Play Boy sotto il letto sperando che la mamma non lo scopra facendo le pulizie.

L’ambiente circostante non aiuta: sono la sola femminista di mia conoscenza, non frequento nessuno con cui parlare e confrontarmi, inoltre il mio piccolo universo di provincia è ostile a tutto ciò che riguarda il femminismo, anzi, non sa nemmeno cosa sia tale movimento. In Brianza questa parola che sembra una parolaccia implica bruciare reggiseni, non depilarsi, odiare gli uomini e sostenere i diritti LGBT. Ebbene, cari brianzoli, avete ragione solo su quest’ultimo aspetto, perché femminismo significa semplicemente sostenere la parità tra uomo e donna e lottare per abbattere ogni forma di disuguaglianza e gli stereotipi che ci impongono determinati comportamenti. Prendiamo il più classico degli esempi, una donna non è costretta a depilarsi come impone la società ma ha il diritto di essere libera di farsi crescere i peli se lo desidera, oppure di votarsi ad una radicale ceretta integrale, oppure di alternare queste due opzioni in base a ciò che più le conviene nei vari periodi della sua vita. Insomma, femminismo è semplicemente libertà di essere ciò che si desidera, mandando letteralmente al diavolo le imposizioni della nostra società su questo come su molti altri aspetti. Il femminismo si suddivide in varie branchie e io non ho ancora deciso con chi schierarmi (non prendo mai simili decisioni in modo affrettato, preferisco documentarmi accuratamente prima di scegliere) però ormai è evidente che, nel mio piccolo, faccio parte di questo movimento in quanto ne abbraccio l’ideologia.

A parole sembro una sincera sostenitrice del femminismo, ma la realtà è molto diversa: io sono una vigliacca, mi mimetizzo tra la massa evitando di esprimere la mia opinione quando si toccano simili argomenti durante una conversazione o addirittura adotto comportamenti in contraddizione con quello in cui credo, soprattutto per quanto riguarda la scelta delle parole e delle espressioni mentre parlo. Non ho intenzione di trattare in questo articolo il fatto che l’italiano sia una lingua maschilista e che sarebbe doveroso modificarla per renderla più rispettosa del genere femminile e non solo (modificare artificialmente una lingua non è assurdo, lo fece per esempio Pietro Bembo con la Prosa della volgar lingua nel 1525 per quanto riguarda l’italiano), sappiate semplicemente che io purtroppo adotto moltissime espressioni e vocaboli che giudico sessisti.

Confesso inoltre di essere una pigrona perché è faticoso uscire dalla caverna di Platone e assumere un comportamento controcorrente, sembrerebbe che io non abbia nessuna intenzione di prendermi la briga di appoggiare il movimento e dare il mio contributo. Ma cosa significa combattere? Che cosa dovrei fare esattamente? Forse sarebbe meglio continuare a nascondere i libri sotto il letto come s fossero dei giornaletti porno e pensare a laurearmi.

La mia prima lettera d’amore

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Già da tempo avevo in mente di dedicarti due parole ma non sapevo cosa dirti, finalmente ho deciso di prendere in mano il computer e scrivere un post anche per te, amore mio.

Durante l’adolescenza ho segretamente snobbato l’amore. Naturalmente anche io desideravo avere qualcuno accanto, ma tutto ciò che poteva avvicinare un maschio non faceva per me: odiavo le discoteche con la loro stupida musica house assordante, odiavo i tacchi, odiavo indossare vestitini succinti con il gelo dell’inverno e odiavo gli occhi arrossati per il trucco (sono allergica). Per non restare emarginata dal branco mi adeguavo a queste estenuanti pratiche femminili col solo risultato di trascorre sabato sera stressanti, zoppicando malamente sui tacchi, sbuffando in modo molto poco seducente e con il trucco sbavato. Ogni tanto la mia migliore amica rimorchiava una coppia di bei ragazzi e il secondo dei due ci sarebbe anche stato con me, purtroppo lo sfortunato di turno non mi piaceva mai: io e la mia amica abbiamo gusti troppo diversi e i ragazzi che rimorchiava non mi andavano mai bene.

Insomma, i maschi per me erano il male: erano buoni come una gustosa birra ghiacciata, ma se il prezzo del bicchiere era adeguarmi alla massa… mi basta una coca-cola, grazie!

Quando sei arrivato tu ho scoperto che non servono convenzioni per essere donna, tutto viene spontaneo quando si incontra l’uomo giusto. Il trucco è attaccare bottone e i tacchi… chissene frega dei tacchi! E anche del trucco! Non so quale sia il segreto dei nostro rapporto, amore mio, so solo che con te non devo mai recitare per piacerti, eppure ti amo talmente tanto che mi trasformerei nella più abile delle seduttrici per conquistarti. Giuro che per te guarderei tutti i tutorial di trucco di youtube, danzerei sino al mattino su un tacco quindici al ritmo di qualunque aborto di musica da discoteca e trascorrerei ore al freddo con le gambe gelate per entrare in un cazzo di locale. Per fortuna tu non mi chiedi questo (anche perché ora sono troppo vecchia per le discoteche) e di conseguenza ti amo ancora di più.

Io sono una donna e tu mi hai insegnato quanto è bello essere tale, ma non mi fai sentire una donna qualunque, tu mi tratti come se fossi la donna perfetta anche se non lo sono affatto. Certe volte mi guardi con tale adorazione che io mi sento una dea, la più viziata delle principesse che grazie al tuo amore trasformo in una guerriera invincibile che può conquistare tutto ciò che vuole: il tuo amore è una linfa vitale che mi nutre e mi da la forza di sconfiggere qualsiasi difficoltà la vita mi ponga davanti. Quando mi guardi leggo l’amore nei tuoi occhi e sento che non mi serve altro per vivere.

Mai avrei pensato di scrivere una lettera degna di un Harmony come questa, piuttosto che scrivere di argomenti amorosi avrei preferito abbandonare lettere e tornare a studiare economia, ma non posso nascondere i miei sentimenti per sempre. Allora, come in ogni lettera d’amore in stile Harmony che si rispetti, partiamo con la solita sviolinata su quanto sono belli i tuoi occhi e le tue labbra, amore mio, anche se potrebbe suonare banale. “Tanto gentile e tanto onesto pari”, eccetera… E’ dal Duecento che si lodano le fattezze della persona amata e stasera anche io farò altrettanto. So benissimo che sei un uomo qualunque, eppure i tuoi occhi sono così dolci che mi si spezza il cuore quando ti guardo, sono struggenti come una sonata di pianoforte. Tutti gli uomini hanno la barba, ma solo la tua è ruvida e rassicurante come quella di un antico guerriero. Amo le tue mani forti e il tuo petto, su cui mi raggomitolo quando sono stanca; le tue labbra attirano baci e teneri morsichini, sono perfette; . In fondo però amo tutto di te, persino la tua voce stonata quando canti in macchina e la tua voglia sulla schiena. Ciò che più adoro è l’intesa mentale che c’è tra noi, la tua cultura nerd che è così diversa dalle mie amate materie umanistiche, eppure così compatibile con me.

Non so come finirà la nostra storia, se moriremo insieme dopo una serena vecchiaia o se ci separeremo prima (probabilmente in seguito alla tua incapacità di comprendere che non si può andare sotto le coperte vestiti), io faccio il tifo per noi e sono certa che non ci separeremo mai.

Ti amo, Mirko, sei l’uomo della mia vita.

Miao!

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La mia vita sovrappeso

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Due anni fa ero magra, venivo invidiata perché ero una di quelle ragazze che potevano mangiare qualsiasi cosa senza ingrassare di un etto, poi il mio corpo ha iniziato a prendere peso. Non ho perso tono muscolare perché ho sempre praticato sport, ma il mio ventre si è gonfiato, fianchi e sedere si sono ammorbiditi e, soprattutto, la gente ha iniziato a parlare. Come molti di voi avranno sospettato, sono ingrassata di 25 kg, arrivando a pesare da 65 kg  a 92 kg per 1,75 m di altezza e i pettegolezzi si sono scatenati.

In un’epoca in cui l’immagine esteriore è fondamentale non ci si può permettere di essere grassi, così le persone si sentono giustificate a sparlare senza scrupoli alle spalle di chi poi tanto in linea non è, praticando ciò che in inglese è chiamato fat shaming.

I luoghi comuni vogliono che le persone grasse si abbuffino senza contegno, non pratichino sport, siano pigre e  non curino il proprio aspetto fisico. Alcuni obesi rientrano in queste categorie, certo, ma non tutti: i pettegoli si dimenticano sempre che molte persone sono sovrappeso per depressione o altri malesseri psicologici o psichiatrici, assunzione di determinati medicinali, problemi ormonali, malattie (come per esempio  il diabete), squilibri ormonali, costituzione (mi riferisco a quelle persone che, nonostante le diete, sono sempre più cicciottelle della media, senza necessariamente essere sovrappeso). Per ovvi motivi non ho intenzione di dichiarare pubblicamente la ragione per cui sono ingrassata, sono molto infastidita però dal fatto che la gente preferisca etichettare il grasso secondo i pregiudizi più diffusi, anziché tenere presente che le cause dell’obesità possono essere varie.

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La mia vita da cicciottella non è poi così diversa da quella che avevo prima. Gli effetti si vedono soprattutto nell’attivitá fisica perché, praticando uno sport di squadra, fatico a sostenere gli stessi ritmi delle mie compagne: non solo a basket sono sempre stata un po’ una schiappa, adesso devo anche sudare il doppio per correre come le altre.

Essendo una fanciulla mi piacerebbe molto fare shopping con le mie amiche, ma avendo esigenze molto particolari rispetto a loro preferisco andarci da sola. I primi mesi in cui ero sovrappeso trascuravo l’abbigliamento perché disprezzavo il mio corpo, cercavo di non pensare all’estetica per aggirare il problema del grasso. Adesso sto ricominciando ad agghindarmi come fanno tutte le mie coetanee, ma purtroppo le persone grasse devono seguire regole rigide per quanto riguarda l’abbigliamento perché devono “nascondere” i chili di troppo, pena le occhiatacce della gente: niente colori sgargianti, niente righe orizzontali, maniche lunghe per coprire le bracciotte, assolutamente da evitare gli shorts, da dimenticare anche i vestitini aderenti o troppo corti. la faccenda si complica d’estate, quando una persona vorrebbe scoprirsi per difendersi dalla calura estiva ma teme il giudizio della gente. Sono invece apprezzate le scollature, perché è risaputo che assieme alla panza crescono anche le tettone. Con l’aumentare dei chili ho dovuto ricomprare i vestiti due volte, ma a differenza di quanto si possa pensare mi è spiaciuto molto perché molti capi erano nuovi, oppure mi ero affezionata a loro.

I luoghi più temuti dalle ragazze sovrappeso sono le piscine perché impongono loro di esibire tutta l’abbondanza che le caratterizza. Personalmente sono disinteressata all’opinione pubblica perciò mi tuffo in acqua senza farmi troppi problemi, però conosco delle persone che vivono questa esperienza come un trauma, evitando di accompagnare gli amici in piscina oppure evitando di fare il bagno.

Essere invitati ad una festa è un problema perché spesso la gente giudica ad alta voce alta quello che mangi, sia se ti concedi qualche boccone sia se eviti di toccare cibo. Una parte di me vorrebbe sempre invitare tali persone a  farsi una valangata di ca**i propri, ma le parole offendono, umiliano e feriscono nel profondo, non sempre riesco ad essere così forte.

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Attualmente ho perso peso da 92 kg a 86 kg e sto cercando di far scendere ulteriormente l’ago della bilancia. Inizialmente i chili diminuivano rapidamente, ma ora si sono stabilizzati e sto faticando a non mollare. L’aspetto più triste è rinunciare agli inviti a cena con gli amici: siccome non riesco a trattenermi dall’abbuffarmi in compagnia, l’unica soluzione è evitare del tutto di presentarmi a grigliate, pranzi giapponesi, pizzate e altro ancora. Ciò non significa che abbia intenzione di abbandonare l’impresa, presto ritornerò in linea. E’ una promessa.  

Esiste l’antirazzismo cattivo?

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Studiando il manuale Antropologia culturale di Fabio Dei per un’omonimo esame mi sono imbattuta in un capitolo che mi ha  sorpreso. Non sono esperta di diritti umani, ma ho sempre ritenuto l’antirazzismo la più doverosa, spontanea e genuina manifestazione di bontà che l’uomo possa offrire ad un suo simile. Potrete dunque immaginare il mio stupore quando ho letto che esistono forme negative di antirazzismo, che addirittura utilizzano lo stesso linguaggio del loro opposto, il razzismo.

 

Il mio manuale sostiene infatti che l’antirazzismo correrebbe il rischio non solo di usare gli stessi strumenti ideologici e culturali del razzismo, ma anche di riprodurre i medesimi meccanismi che caratterizzano il razzismo stesso, vale a dire:

  • L’essenzializzazione (un meccanismo per cui, per esempio, se molti zingari rubano, allora tutti gli zingari sono ladri, oppure, se molti musulmani violano i diritti delle donne, allora nessun musulmano rispetta i diritti delle donne);
  • la stigmazione, che consiste nell’esclusione simbolica dell’individuo discriminato, cui vengono inoltre attribuiti stereotipi negativi (ciò accade per esempio quando si afferma che i neri puzzano);
  • la barbarizzazione, ossia la considerazione del gruppo etnico come delle persone incivilizzabili e, per l’appunto, barbare.

L’antirazzista applicherebbe insomma queste tre categorie al razzista trasformandolo in un’entità nemica da neutralizzare, se non addirittura nel Male assoluto. In quest’ottica chiaramente l’antirazzismo rappresenterebbe viceversa il Bene assoluto e il mondo verrebbe diviso in bianco e nero, buoni e cattivi.

Analizzando i linguaggi dei media la realtà risulterebbe molto più complessa in quanto i pregiudizi razzisti sarebbero nascosti e spesso verrebbero involontariamente sostenuti anche da coloro che si dichiarano antirazzisti e che credono di vivere in una cultura aperta e tollerante. Gli stessi strumenti che effettuano tali analisi alla ricerca di fenomeni razzisti sotterranei avrebbero tuttavia un limite, vale a dire la tendenza ad individuare del razzismo occulto ovunque.
Spesso inoltre verrebbero realizzati dei discorsi antirazzisti che invece nasconderebbero in sé subdole e profonde intenzioni razziste. Ciò comporterebbe un rischio ben più grave, cioè che i destinatari del messaggio siano incapaci di riconoscere i vari livelli di pregiudizio.

Il manuale continua affermando che la nostra società, come tutte le altre, sarebbe costruita intorno alla distinzione tra “civiltà” e “barbarie”, “normalità” e “anormalità”, “buon gusto” e “cattivo gusto”. Tali categorie non avrebbero nulla di naturale e sarebbero in stretta relazione con la storia dell’Occidente e le sue pratiche di predominio sugli  altri popoli, ma proprio per questo motivo sarebbero inadatte a distinguere  ciò che è razzista da ciò che non lo è.

Sì pensi all’opposizione bianco/nero. Il primo, che identifichiamo nel colore della nostra pelle, rappresenta tutto ciò che è buono e puro mentre il secondo, che associamo ai popoli dalla pelle scura, è il simbolo del mare. Da tutto ciò nascono figure come il terribile uomo nero che spaventa i bambini, l’associazione del nero a tutto ciò che è male e demoniaco, modi di dire come “sono incazzato nero”.

 

La lettura di questo capitolo del manuale ha suscitato in me profonde riflessioni che vorrei condividere con voi. Siccome sono alla costante ricerca della verità non ho alcuna intenzione di proporre le mie opinioni come verità assolute, quindi sono più che disposta a mettermi costantemente in discussione, magari chiacchierando con voi nei commenti qui sotto.

Mi rendo conto che non è possibile sintetizzare la realtà semplicemente suddividendo i razzisti dagli antirazzisti con una linea retta, però ogni civiltà ha la tendenza a creare nel proprio immaginario collettivo dei demoni e degli eroi, pertanto non mi sembrerebbe un male (come sostiene invece il manuale) se la società demonizzasse i razzisti e gli considerasse alla stregua dei ladri, degli assassini o degli stupratori. Purché non ci si dimentichi che i pregiudizi e il razzismo si insinuano in modo molto sottile nella nostra cultura (proprio come ha affermato il manuale), mi sembra più che corretto identificare il nemico e avvertire la popolazione tutta della sua pericolosità. Per lo stesso motivo, l’antirazzismo andrebbe glorificato e chiunque lo promuova dovrebbe diventare un eroe al pari di Robin Hood e di Achille Pelide. Il perché abbiamo bisogno di eroi è molto semplice e può essere sintetizzato da questo aforisma: “Senza eroi, siamo tutti gente ordinaria, e non sappiamo quanto lontano possiamo andare.”
(Bernard Malamud).
Ho utilizzato il condizionale perché secondo me la nostra società tollera il razzismo, naturalmente nascondendosi sotto una maschera di diplomatico perbenismo. Non ho intenzione di esprimere il mio punto di vista sulla nostra società, torniamo al mio manuale di Antropologia culturale.

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Per quanto riguarda la faccenda relativa ai linguaggi dei media, io stessa una volta sono stata vittima della mia stessa cultura occidentale razzista. Nel corso di una partitella di Basket ho giocosamente sfidato le avversarie dicendo: – Vi facciamo nere! -. Peccato che nell’altra squadra era presente una ragazza nera. La mia amica non sì è offesa, tuttavia è stato molto imbarazzante. Naturalmente non ho pronunciato tale frase con il preciso intento di fare dell’umorismo sulla pelle di questa ragazza ma ho utilizzato una “frase fatta” senza riflettere sul suo significato perché stavo giocando a basket ed ero concentrata sulla partita, allo stesso modo in cui quando dico “sono giù di corda” non rifletto sull’etimologia di tale modo di dire (si tratta di un’affascinante origine che potete trovare qui).
Il manuale non tratta un aspetto molto grave, vale a dire il fatto che le persone dunque offendono senza accorgersene, rendendo ancora più subdolo il meccanismo razzista. Si tratta di un problema serio, che forse non si può risolvere nell’arco di una sola generazione, ma per il quale siamo tutti chiamati a lottare evitando in prima persona tutto ciò che appare discriminatorio.

Circa il razzismo sottointeso nei media, personalmente riesco a notare solamente quello relativo alla politica (nel caso di certi politici come Salvini non è nemmeno sottointeso ma è più che evidente, tuttavia non voglio dilungarmi in simili argomenti da salotto), perciò vi prego di segnalarmi nei commenti se avete notato dei messaggi mediatici simili, sarei lieta di discuterne insieme a voi.

Avete assistito ad un fenomeno di razzismo? Quali miglioramenti potremmo apportare alla nostra società per combattere il razzismo? Per qualunque altra curiosità che volete condividere, scrivete sotto: che il dibattito abbia inizio!

 

E’ importante l’opinione di un blogger?

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Alcune compagne di università mi hanno confidato di non apprezzare i miei post perché “sembrano copiati da Wikipedia”, sarebbe infatti totalmente assente il mio punto di vista e il mio lavoro consisterebbe in una mera copiatura di nozioni da altri siti web.

Confesso di aver volutamente evitato di esprimere la mia opinione nei post poiché ho sempre ritenuto che il web si disinteressasse del parere personale di una ragazzina come me, priva delle qualifiche necessarie per giudicare gli argomenti culturali di cui scrivo.
Ho inoltre omesso qualunque altro genere di informazione relativa alle mie esperienze personali (per esempio resoconti di visite in un museo, aneddoti sui miei interessi, descrizioni dei luoghi che frequento abitualmente) per questioni di privacy: è già abbastanza fastidioso rivelare certe verità su Facebook, raccontarle in un blog è di cattivo gusto oltre che pericoloso.
Nonostante ciò, non è affatto vero che non esprimo opinioni personali, infatti un attento lettore del mio blog ricorderà senza difficoltà degli articoli in cui esprimo pareri soggettiviLee Krasner, un’artista incompresa” e “Analisi di ’Agora’, un film di Alejandro Amenàbar”. Se così non fosse, l’atto stesso di scegliere di scrivere di un opera d’arte è un apprezzamento nei suoi confronti  ed è dunque l’espressione di un’opinione personale.

Mi spiace molto sapere che il mio lavoro viene paragonato al copia e incolla di certi siti, perché i miei post sono il prodotto di una selettiva ricerca di informazioni, riorganizzate meticolosamente in saggi brevi inediti e originali rispetto a quelli già presenti in rete. Il tono nozionistico e distaccato non è infine l’eco di Wikipedia o di altri siti, ma vorrebbe essere lo stile di una giornalista che enuncia dei fatti a scopo divulgativo. Tutto ciò che scrivo è farina del mio sacco al cento per cento, senza copiature di alcun genere.

Quando ho espresso queste argomentazioni in università, le mie amiche hanno risposto che lo scopo di un blog è proprio quello di esprimere un’opinione. Ho dovuto così riesaminare la mia attività di blogger… E’ vero che il blog consente a tutti di pubblicare democraticamente la propria opinione in rete, ma in giro circola tanta spazzatura che io mi chiedo quale sia il valore delle mie opinioni. Se io esprimessi quello che penso scriverei un blog spazzatura?
Non sono inoltre di secondaria importanza le esigenze del pubblico. Cosa vuole il popolo di Internet, seguire le avventure di una giovane studentessa di lettere nel mondo dell’arte o apprendere qualcosa di nuovo leggendo dei saggi brevi, confrontarsi con le opinioni di una ragazzina o apprendere informazioni di qualità?
E ancora, è meglio porsi tutte queste domande per assecondare il pubblico, o seguire l’istinto e scrivere come viene, “senza prendersi troppo sul serio”?

Si accettano commenti, cosa ne pensate?

Ognuno è l’ebreo di qualcuno: il fenomeno del capro espiatorio

“In ogni gruppo umano esiste una vittima predestinata: uno che porta pena, che tutti deridono, su cui nascono dicerie insulse e malevole, su cui, con misteriosa concordia, tutti scaricano i loro mali umori e il loro desiderio di nuocere.”

Primo Levi, La tregua

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In questi giorni Internet è stata inondata di video, poesie, post, racconti e testimonianze in occasione della Giornata della Memoria, ma si tratta per lo più della condivisione di opere realizzate da altri piuttosto che di produzioni personali. Tutto ciò naturalmente è comprensibile, infatti una persona qualsiasi può sentirsi spiazzata dall’ineffabilità di un evento storico terribile, che persino i testimoni diretti faticano a raccontare.

Anche io purtroppo non saprei cosa scrivere su un simile orrore, però ho deciso di realizzare ugualmente un commento personale raccontandovi quale meccanismo della mente umana può generare tanta sofferenza: si tratta del capro espiatorio, un fenomeno di psicologia collettiva alla base di ogni emarginazione, maltrattamento o persecuzione delle minoranze o semplicemente di una persona diversa. Un genocidio non è altro che la degenerazione estrema di un tale comportamento collettivo bestiale (che naturalmente differisce dai meccanismi psicologici che possono generarsi in un singolo individuo) che può verificarsi in ogni comunità ed è lo stesso che innesca fenomeni di bullismo, emarginazione e alcuni casi di mobbing.

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Una barbara usanza ebraica

Per ironia della sorte il termine capro espiatorio deriva proprio da una tradizione religiosa ebraica piuttosto barbara, che consiste nel sacrificio di due capri. Ogni popolo, insomma, ha i suoi scheletri nell’armadio, anche gli ebrei! E’ doveroso tuttavia ricordare che i sacrifici di animali erano diffusi presso tutti i popoli antichi, perciò non si tratta di una prerogativa ebraica ma di una macabra usanza che riguarda l’umanità intera, anche i nostri antenati italici.

Nel giorno dello Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, il popolo israelita sacrificava due capri identici tra loro nel Tempio di Gerusalemme per espiare i propri peccati. Il sommo sacerdote estraeva a sorte il capro da immolare sull’altare dei sacrifici, situato all’ingresso dell’edificio del Tempio, per purificare il luogo sacro dai peccati del popolo, dopodiché poneva le mani sulla testa del secondo animale e confessava i peccati del popolo di Israele. L’animale veniva poi gettato da una rupe in un’area desertica situata a circa 12 km dalla città. Il primo capro era chiamato espiatorio, il secondo emissario o, nel linguaggio comune, espiatorio.

Il secondo capro svolgeva un ruolo cruciale nel processo di espiazione perché si faceva carico dei peccati dell’intero popolo d’Israele, diventando impuro al suo posto, e li estingueva con la sua stessa morte.

. L’approccio psicoanalitico

(non sono una psicologa, ciò che state per leggere è la fedele trascrizione di alcune informazioni provenienti da questo articolo, che analizza il fenomeno del capro espiatorio in un gruppo ristretto di individui)

La psicoanalisi si è interessata alla figura del capro espiatorio per analizzare i meccanismi nascosti e inconsci che entrano in gioco quando in un gruppo si identifica una “vittima designata”. Secondo Jung nel capro espiatorio viene proiettata, psicanaliticamente, l’”ombra” di un gruppo: cioè quegli aspetti, quelle caratteristiche comportamentali che i componenti del gruppo non accettano di sé, vogliono cancellare e negare e da cui si sentono minacciati.

Così le proiettano, attraverso la modalità detta del “transfert”, su uno dei componenti, quello che più degli altri rappresenta e porta in sé queste caratteristiche. In un Transfert gruppale, tutto il gruppo trasferisce appunto il senso del negativo sul capro espiatorio e se ne libera. Attraverso questa tipica modalità di “Pensiero Magico”, ovvero irrazionale e priva di basi ragionevoli, la crescita gruppale è quindi garantita dall’allontanamento, spesso dall’eliminazione effettiva, di quella che è percepita quale fonte di energia negativa e “disturbante”. Tutto ciò al fine di una riduzione del senso di ansia causato dal perseguimento della sopravvivenza del gruppo in situazioni di avversità e difficoltà. In Totem e Tabù Freud parla di “pasto totemico” in cui l’elemento considerato “impuro” di una comunità viene divorato dai suoi membri, che ne assimilano l’energia e lo “spirito”, salvo poi pentirsi del gesto compiuto, e essere colpiti dal “ressentiment” (risentimento, senso di colpa).

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Come creare la vittima perfetta secondo un approccio antropologico

Cristiano-Maria Bellei, docente di Antropologia della Mediazione Culturale, parla degli stereotipi vittimari nella teoria sacrificale di René Girard.

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Un atto di barbarie collettiva

  • La selezione di una minoranza portatrice di caratteristiche devianti rispetto alla norma.
Tra i più quotati nel corso della storia troviamo le minoranze etniche come i neri e gli zingari, gli immigrati come i “terroni”, i poveri e/o gli schiavi, persone aderenti a ideologie politiche di minoranza (come il comunismo o l’anarchia), le donne, gli omosessuali, minoranze religiose come i catari, persone con problemi psicologici, malati gravi e contagiosi come i lebbrosi e i sieropositivi. Si tratta di categorie di individui accomunate da un unico fattore: vivere all’interno di una comunità ma in modo diverso rispetto alla maggioranza.

E’ singolare notare come gli oppressi di ieri siano diventanti gli oppressori di oggi e gli attuali aguzzini potrebbero essere i martiri di domani: è una ruota che gira e, come disse Primo Levi, ognuno è l’ebreo di qualcuno. Il capro espiatorio può essere anche un singolo individuo nel caso di una personalità illustre (un esempio molto comune è Gesù Cristo, che ha salvato l’umanità offrendosi in sacrificio) o di un gruppo ristretto di persone che si accanisce contro lo “scemo del villaggio”, secondo una truce legge del branco che conosciamo tutti molto bene sin dai tempi delle elementari. .

  • La demonizzazione della vittima.

Non è sufficiente che i malcapitati siano diversi dalla massa, devono essere considerati malvagi o comunque portatori di caratteristiche negative. Essendo una minoranza, questi inoltre faticheranno a difendersi dalle accuse o a trovare degli alleati che possano difenderli. Le tattiche per trasformare una persona in un nemico perfetto le conosciamo tutti, le più comuni sono la caratterizzazione di un intero gruppo di individui per la condotta scorretta di pochi membri di tale cerchia (es. se alcuni zingari rubano, tutti gli zingari sono ladri), l’enfatizzazione degli aspetti negativi (es. tutti i padri di famiglia mussulmani maltrattano e talvolta uccidono le figlie anticonformiste) e la calunnia (es. gli ebrei sono brutti e hanno il naso adunco). Nel caso di singoli individui, le caratteristiche psicologiche del soggetto sono determinanti nella scelta di una vittima. Tale agnello sacrificale non è mai casuale: nelle scienze criminologiche e forensi esiste persino una scienza a tale riguardo, denominata “vittimologia”, per individuare chi tra noi sono più facilmente perseguitabili. .

  • La propaganda.

Ogni membro della comunità non solo deve riconoscere il capro espiatorio come un elemento negativo del gruppo, ma deve anche desiderare la sua persecuzione o eliminazione al fine di rendere l’intera comunità migliore. Quando il fenomeno si manifesta su larga scala può essere attuata anche una vera e propria operazione di propaganda politica, come nel caso dell’aggressiva campagna mediatica con cui i Nazisti e i Fascisti hanno diffamato e calunniato gli Ebrei; nelle comunità più piccole o nei gruppi circoscritti di individui possono essere sufficienti invece i pettegolezzi e la malignità su piccola scala. .

  • La percezione di benessere (dopo l’eliminazione o l’espulsione della vittima).

Anche se la persecuzione o l’eliminazione della vittima sono assolutamente prive di fondamento e costituiscono per la comunità solamente un’inutile perdita di energie e di membri su cui contare, comportano per gli aguzzini una sensazione di benessere. I restanti membri si sentiranno infatti: –  più forti, credendo di essersi liberati di una palla al piede (es. Se il ragazzino disabile cambiasse scuola i bambini seguirebbero meglio e sarebbero in pari con il programma); – migliori, avendo soppresso un portatore di caratteristiche negative (es. Se non ci fossero neri saremmo tutti belli bianchi); – più uniti, in quanto è risaputo che combattere un nemico comune aiuta ad alleviare le tensioni interne (es. Ora che quella troia adultera di una strega è bruciata sul rogo, le donne del villaggio smetteranno di invidiarla e i loro mariti non faranno a gara per averla); – più sicuri, qualora il capro espiatorio fosse ritenuto una minaccia per il gruppo stesso (es. Incarcerati tutti gli anarchici, l’ordine e la pace sociale sarebbero al sicuro). Può inoltre capitare che la comunità attribuisca ad un unico soggetto le colpe dell’intera comunità e lo punisca per sentirsi innocente e alleviare la sensazione di disagio che ne consegue. Un soggetto debole può infatti essere accusato, soprattutto in comunità arcaiche in cui la superstizione e la magia erano socialmente accettate, del cattivo andamento del raccolto o di un’epidemia. . Il bestiale piacere della vendetta Avete presente quella sensazione di sollievo che si prova quando l’antagonista di un film viene punito e l’oltraggio subito dalla comunità viene riscattato, quando vi viene spontaneo pensare frasi come “Ben gli sta!”, oppure “Finalmente quel bastardone ha quello che si merita!”? Ebbene, la vostra sensazione non è nient’altro che la normale reazione psicologica di piacere che l’essere umano prova quando assiste alla punizione (anche violenta) di qualcuno considerato “cattivo”. Si tratta di una reazione più evidente nei maschietti (che, come sapete, sono sensibili al testosterone e hai film d’azione), ma di cui le donne non sono affatto immuni. La ragione di tale meccanismo psicologico è presto spiegata: l’uomo è un animale sociale e prova benessere quando le ingiustizie vengono vendicate attraverso la punizione del cattivo. Si tratta chiaramente di una reazione animalesca e priva di fondamenti razionali che nel fenomeno del capro espiatorio assume tratti ancor più meschini, poiché consente alla popolazione tutta di godere a scapito di un innocente. Siccome non siamo animali ma esseri raziocinanti, è bene ricordarsi di saziare il piacere psicologico della vendetta soltanto quando guardiamo i film d’azione (o la nostra squadra del cuore vince un derby) e di giudicare con occhio critico gli irrazionali tumulti della folla, senza lasciarsi trascinare in atti di malvagia e insensata crudeltà. Gli orrori del lager sono ancora più odiosi perché non sono la degenerazione degli atti di qualche bruto o un momentaneo momento di follia collettiva: essi consistono nella progettazione e nella creazione di una vera e propria macchina di sterminio, l’intelletto e la razionalità umana sono stati sfruttati per il più odioso degli intenti. Nessuno riesce a spiegarsi come l’essere umano possa essere riuscito a concepire e concretizzare uno sterminio di tale entità, possiamo soltanto continuare a ricordare per evitare che atti simili possano ripetersi e opporci ad ogni forma di negazionismo.

Dobbiamo continuare a ricordare!

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Il senatore americano Alben W. Barkley, membro del comitato d’indagine del congresso sulle atrocità naziste, in ricognizione nel lager di Buchenwald il 24 aprile 1945 (Fonte Wikipedia).

. Fonti

Lettera alla danza, da una che non ci capisce un tubo (seconda versione)

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Cara danza,

mi hanno detto che la passione per la tua arte si manifesta sin dall’infanzia, infatti sono molte le ballerine che, da bambine, hanno sognato ad occhi aperti ammirando patinati tutù variopinti, delicate scarpette di raso, acconciature più intricate di quelle della principessa Leila e via discorrendo.

Io non ero così. Le principesse dei pirati come la piccola Valivi amavano i bei vestiti come ogni altra bambina, ci mancherebbe, ma preferivano i sontuosi broccati da damigella, da sostituire con una comoda e temibile divisa da ammiraglio nel corso degli arrembaggi, oppure sognavano di scorrazzare per le foreste selvagge come Pocaontas, combattere gli Unni al fianco di Mulan e partire avventurosamente per Parigi come Anastasia. Se la fanciulla in questione desidera poi diventare un’archeologa, le scarpette con la punta di gesso sono fuori discussione: sarebbe impossibile dirigere uno scavo sulle rive del Nilo con simili calzature.

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Leggere le favole de Lo schiaccianoci e Il lago dei cigni mi aveva divertito molto e la musica classica era inebriante, ma i complicatissimi passi compiuti con tanta passione dalle ballerine non mi piacevano, anzi, mi spaventavano a morte per la tensione con cui straziavano le loro povere caviglie, piegandole nelle pose più assurde.

Inoltre ho sempre considerato “asfissianti” le arti solitamente associate all’esaltazione della femminiltà. Una ballerina ai miei occhi non poteva permettersi nemmeno per un istante di essere rozza o sgraziata, era costretta dalla sua stessa natura ad interpretare il ruolo di una principessina leggiadra e fighetta senza possibilità di scelta.

Alle superiori ho conosciuto non una, ma ben due ballerine e, se è vero che tutte le persone che incontriamo ci lasciano un pezzetto di sé, le “mie” danzatrici mi hanno permesso di guardare la danza con occhi diversi. Ho imparato che danza è una forma di comunicazione e, anche se non ho nessuna intenzione di carpirne i segreti e di destreggiarmi in calzamaglia davanti ad uno specchio, posso apprezzarne comunque i sapori nel ruolo di spettatrice.

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Innanzi tutto ho dovuto abbattere il pregiudizio sulle principessine fighette: nella danza non esistono soltanto eleganti fanciulle agghindate, attraverso il linguaggio del corpo è infatti possibile portare in scena qualsiasi personaggio come il Gobbo di Notre Dame, i russi dello Schiaccianoci (con il cosacco che ti fa cinque spaccate in aria di fila!), la marcia di un soldato o le sorellastre di Cenerentola. La danza è un linguaggio che viene utilizzato per comunicare e, in quanto tale, può rappresentare qualunque personaggio e qualsiasi emozione, anche quelli più vicini alla mia natura.

Essendo una persona piuttosto sedentaria, provo inoltre estrema ammirazione per coloro che hanno il pieno controllo del proprio corpo e, soprattutto, che sanno utilizzarlo per raccontare delle storie. I ballerini sono delle persone eccezionali, sono degli spiriti liberi incapaci di restare soggiogati alle normali leggi gravitazionali. Per loro ogni movimento è un passo di danza e sono capaci di seguire chissà quali ritmi immaginari anche quando leggono, parlano, riordinano le proprie cose o compiono qualunque altro gesto quotidiano. Un ballerino è una creatura di aria e di terra, di sangue e di sudore, di muscoli e di polmoni; questo, per una donna di concetto come me, sarà sempre un mistero estremamente affascinante.

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Io sono particolarmente affezionata allo scheletro che rappresenta l’Oscurantismo nell’Excelsior. Non condivido la filosofia positivista e l’occidentalismo imperante dell’opera, ma sono rimasta affascinata dall’energica malvagità del personaggio: certe volte i personaggi più simpatici sono proprio gli antagonisti. Qui sotto troverete il link dello spettacolo realizzato dal Corpo di Ballo della Scala. Io ho assistito personalmente all’Anteprima riservata agli Under30 l’anno scorso, su Internet ho persino trovato lo stesso spettacolo realizzato presso il Teatro degli Arcimboldi, che ho deciso di condividere con voi:

http://www.teatroallascala.org/it/stagione/opera-balletto/2011-2012/excelsior.html