Uno spettacolo di flamenco a Barcellona

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Venerdì 17 agosto presso la Sala de concerts del Palau de la musica Orfeo Catala di Barcellona si è svolto uno spettacolo di flamenco intitolato El mejor arte flamenco de Barcelona.

La variopinta location era estremamente suggestiva: il Palau de la mùsica è un bene protetto dall’UNESCO ed è un esempio del modernismo catalano. Concepito come giardino della musica, è stato terminato nel 1908 e tra i materiali utilizzati compaiono il vetro smaltato e il cristallo, in quanto si è voluta ricreare la flora catalana nelle decorazioni.

Lo spettacolo si è svolto a Barcellona ma il flamenco non è una danza di origini catalane, ma proviene dall’Andalusia, nel sud della penisola Iberica; gli spettatori erano dunque per lo più turisti che volevano scoprire uno dei principali tesori della Spagna evitando di recarsi nella sua terra d’origine. In Andalusia molti locali notturni ospitano spettacoli di flamenco ogni sera, a Barcellona invece è necessario recarsi a teatro, ma la danza è comunque originale e gli artisti sono dei professionisti. In Catalogna il flamenco è guardato con disprezzo perché è considerato una sottocultura popolare, forse è per questo che è così difficile assistere ad una performance per le strade di Barcellona. La danza è nata nel diciassettesimo secolo, nel corso dei secoli la musica e i passi dei ballerini sono rimasti invariati. Le origini del flamenco sono ignote: secondo alcuni tale danza è nata in Andalusia, secondo altri sarebbe un canto indiano importato in Spagna dai gitani attraverso l’Egitto. Il termine deriva da una parola araba che significa “contadino senza terra”. Si tratta di una danza sensuale ma anche malinconica, viscerale e introspettiva. Il flamenco è riconosciuto dall’UNESCO da novembre 2010.

Sul palco erano presenti un flautista, due chitarristi, due cantanti uomini, una cantante e un percussionista. Le chitarre costituivano la base musicale, su cui il flauto e i cantanti intonavano le note principali. Svolgevano un ruolo dominante le percussioni suonate non solo dal percussionista, ma anche dai cantanti, che battevano le mani a tempo accompagnando la musica anche controtempo. Oltre alle nacchere, suonate solo in un brano da una ballerina solista, si possono considerare anche strumenti musicali le scarpe col tacco dei danzatori, che battono il tempo in elaborati passi di danza. Se i piedi danzano a ritmo frenetico e nervoso, le braccia disegnano eleganti movimenti sinuosi, inoltre i ballerini ballano in perfetta sincronia, eseguendo passi individuali solo raramente.

I ballerini erano quattro, tre donne e un uomo. Lo schema narrativo era molto semplice: una danzatrice entrava in scena, si specchiava e estraeva da un baule un oggetto con cui avrebbe ballato insieme alle compagne. Le artiste si sono esibite con cappelli, ventagli, scialli, sedie e bastoni da passeggio. Tutte indossavano i caratteristici costumi da flamenco, che si cambiavano ad ogni ballo durante dei piacevoli intermezzi musicali o di canto. Alcuni vestiti erano lunghi e coprivano le gambe, altri avevano uno strascico che le danzatrici sollevavano con un ampio gesto delle gambe o con le mani, altri ancora erano corti e consentivano di divaricare maggiormente cosce e polpacci. Il solo ballerino maschio è entrato in scena dopo due danze e ha ballato da solista, dopodiché si è unito alle colleghe. Lo spettacolo si è concluso con la danza di una singola ballerina con nacchere e vestito scuro corto che ha incantato la platea.

La sensuale danza del flamenco è stata un successo, ma non si può dire altrettanto degli intermezzi cantati. I vocalizzi dei cantanti, soprattutto dell’artista femminile, sono stati un suggestivo accompagnamento alle danze, ma i brani di sola voce sono risultati monotoni e ripetitivi. I canti popolari dell’Andalusia sono poco adatti ad un orecchio abituato alla musica moderna.

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“Hurricane” di Bob Dylan

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Il 30 giugno 1975 Bob Dylan scrisse a quattro mani con Jacques Levy il singolo Hurricane, una canzone sull’incarcerazione di Rubin “Hurricane” Carter, traccia di apertura e cavallo di battaglia dell’album Desire. Il brano venne anche inciso su un 45 giri, diviso sulle due facciate.

Il pugile afroamericano peso medio Rubin Carter, noto a tutti come Hurricane per la propria aggressività sul ring, diventò pugile professionista nel 1961, dopo un passato trascorso tra riformatorio, problemi con la giustizia e l’arruolamento nell’esercito, dal quale fu congedato perché ritenuto inadatto. Fu incarcerato ingiustamente, nonostante molte incongruenze durante il processo, per un triplice omicidio verificatosi durante una sparatoria al Lafayett Bar il 17 giugno 1966, nel New Jersey.

Venne fermato il pugile, la cui automobile sembrava coincidere con una avvistata nei pressi del bar, inoltre la pistola che al momento portava con sé Carter era dello stesso modello di quella che aveva sparato i proiettili. Il criminale Alfred Bello continuava a cambiare la propria versione e a depistare le indagini, inoltre l’omicidio di Hazel Tanis, avvenuto un mese dopo, complicò la dinamica dei fatti. Il pugile scrisse la propria autobiografia The Sixteenth Round (1974) e la inviò a Dylan sapendo che il cantautore si occupava di diritti civili; l’artista venne così a conoscenza dell’accaduto e decise di denunciare il fatto con una canzone per aiutare Carter e fare giustizia.

Bob Dylan tenne numerosi concerti di beneficenza, tra cui uno al Madison Square Garden e un altro in particolare si tenne alla Clinton State Prison, durante il quale Carter salì sul palco per indurre la stampa a parlare del suo caso. Nel 1985 il giudice della Corte Federale Haddon Lee Sarokin dichiarò che il processo non era stato equo, ma anzi si era basato su motivazioni razziali. Il 26 febbraio 1988 cadde definitivamente ogni accusa. Carter trascorse in totale diciannove anni in prigione senza aver commesso alcun crimine. Dopo la scarcerazione, Dylan non eseguì più il brano dal vivo.

A Rare Smile

La canzone è composta da una ventina di strofe, compresi i ritornelli. I versi sono scritti nell’inglese dello slang poliziesco e sono piuttosto difficili da tradurre per chi non ha dimestichezza con il gergo. Il testo racconta nel dettaglio tutto ciò che è accaduto durante la sparatoria e gli eventi successivi. Inizialmente la canzone riportava i nomi e i cognomi degli attori della vicenda, ma gli avvocati della Columbia Records convinsero il cantautore a realizzare una seconda versione priva dei riferimenti a persone realmente esistenti. Gli strumenti possono variare a seconda del live, ma generalmente sono chitarra, armonica e violino. Il ritmo è allegro, ma il testo è lungo e tagliente proprio perché sono molte le questioni da affrontare in questa canzone di denuncia.

La storia di Carter ha ispirato il film Hurricane, Il grido dell’innocenza, di cui il brano di Bob Dylan è naturalmente la colonna sonora.

Sirianni canta De Andrè al Carroponte e ai concerti di paese

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Venerdì 27 luglio il paesino di Novedrate in provincia di Como ha ospitato il pluripremiato cantautore genovese Federico Sirianni, che ha cantato De Andrè in occasione dello spettacolo La mia prima volta con Fabrizio De Andrè. La scaletta e gli interventi dell’artista sono stati gli stessi del concerto Si chiamava Faber che Sirianni ha tenuto il 15 giugno al Carroponte di Sesto San Giovanni, perciò vogliamo confrontare i due eventi non solo per conoscere meglio l’interprete, ma anche per paragonare i grandi show di Milano ai modesti spettacoli di paese del comasco.

La struttura dello spettacolo era molto semplice: l’esecuzione dei grandi classici di De Andrè erano  intervallati da lunghe pause di monologo, in cui Sirianni ha raccontato il suo personale rapporto con il maestro al pubblico. Genovese di nascita e cantautore di professione proprio come il Faber, Sirianni ha conosciuto il suo idolo quando il proprio padre giornalista organizzava nella propria abitazione delle serate con artisti e intellettuali. Sirianni racconta il complicato rapporto tra il Faber e Genova, il rapimento del cantautore, la villa in Sardegna e spiega il significato di alcune canzoni. Mentre parla al pubblico, si ha l’impressione che persino le pause e gli intercalari siano gli stessi in entrambi gli spettacoli, come se il cantautore avesse imparato a memoria le battute. L’artista ha eseguito poco prima del bis un brano proprio, dimostrando di essere un abile e creativo cantautore, sebbene abbia lui stesso ammesso di non essere un genio come De Andrè. E’ inoltre singolare notare che, ad entrambi i concerti, Sirianni indossava una camicia blu e dei pantaloni scuri.

E’ invece completamente differente il contesto. Il prato laterale del Carroponte che ha accolto il pubblico era immenso, si ascoltava la musica in piedi affollati sotto il palco di cemento o seduti sull’erba. A Novedrate invece lo spettacolo si svolgeva nel cortile di una corte, gli artisti suonavano su una salita erbosa mentre la platea si sedeva su alcune sedie pieghevoli poco più in basso, su un muretto o restava in piedi sul ciglio della strada. A Milano si respirava l’atmosfera di un grande concerto, in provincia di Como invece tutti tra il pubblico si conoscevano e si scambiavano un saluto prima dell’inizio dello spettacolo, perciò il clima era il medesimo di una festa di paese.  Il concerto di Novedrate è persino stato interrotto da un padre che doveva attraversare il “palco” per ritornare a casa propria portando il figlioletto in braccio. A vantaggio dei comaschi, alle spalle degli artisti brillava una romantica eclissi di luna.

A Milano i musicisti erano due, se escludiamo il cantante che suona la chitarra acustica; si trattava per la precisione di una fisarmonica e di un basso. Spesso Sirianni veniva lasciato solo sul palco per eseguire i brani con il semplice ausilio di una chitarra. A Novedrate invece il cantautore era accompagnato da una violinista, una contrabbassista e un batterista, che sono rimasti in scena per tutto il concerto, eventualmente cessando di suonare quando non era richiesto il loro intervento. Il volantino che pubblica l’evento afferma che si trattava dei Sulutumana ma la foto degli artisti, in cui spicca un uomo che suona la fisarmonica, mostra persone e strumenti differenti da quelli presenti al concerto. Non sappiamo quale disguido si sia verificato, ciò che conta è che lo spettacolo sia riuscito anche sostituendo gli interpreti, nonostante una piccola steccata della violinista che il pubblico ha saputo perdonare. La scelta degli strumenti ha reso, soprattutto grazie alla batteria e al violino, il concerto di Novedrate più vivace e invogliava il pubblico a cantare, invece a Milano il clima era più tranquillo e meditativo, i fan di De Andrè erano maggiormente indotti a riflettere sul testo.

La differenza lampante tra i due spettacoli riguarda il suono: l’acustica del Carroponte era perfetta e il suono di ogni strumento era ben bilanciato; il volume del concerto dei concorrenti comaschi era invece troppo alto, la batteria non si sentiva e il mixer del microfono distorceva completamente la voce del cantante rendendola più bassa, al punto che le canzoni di Milano e Novedrate sembrerebbero eseguite da due cantanti differenti.

Sirianni è un artista eccellente, la sua voce profonda e abile a trasformarsi per conferire colore all’esecuzione dei brani è capace di intrattenere il pubblico su ogni palco. I due concerti sono tuttavia la prova che il contesto in cui si svolge un evento è determinante nel ricreare un’atmosfera.

Francesco De Gregori al Carroponte

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Sabato 21 luglio si è esibito al Carroponte di Sesto San Giovanni Francesco De Gregori, che quest’estate porterà in tutta Italia il Tour 2018.

Sul palcoscenico il cantautore era accompagnato dai musicisti che lo scorso autunno lo hanno accompagnato nel suo tour in Europa e negli Stati Uniti: Guido Guglielminetti al basso, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Carlo Gaudiello al pianoforte; inoltre la penultima canzone, una cover di Anema e core di Roberto Murolo, è stata cantata da Francesco De Gregori e da sua moglie Chicca. I musicisti cambiavano spesso strumento musicale, infatti sono stati suonati anche una fisarmonica, una tastiera e un mandolino. De Gregori ha inoltre cantato una canzone da solista, accompagnato semplicemente dalla propria chitarra.
Fatta eccezione per due legnetti durante Buonanotte fiorellino, grandi assenti le percussioni, per conferire al concerto un’atmosfera più rilassata e adatta all’ascolto delle parole che allo scatenarsi a ritmo di musica. In passato tuttavia De Gregori ha proposto dei live più movimentati, in una parola rock. Per conferire al concerto un clima pacato anche le luci erano particolarmente sobrie e la macchina del fumo è stata utilizzata con moderazione. Le dolci note del pianoforte hanno fatto sognare il pubblico, ricreando il giusto pathos per l’ascolto del testo.
De Gregori porta eccellentemente i suoi 67 anni: i semplici indumenti neri che indossava lasciavano intravedere un fisico alto e asciutto mentre un cappello grigio gli conferiva un aspetto simpatico. Ha scherzato con il pubblico chiedendo un “applauso al pubblico pagante” durante La donna cannone e ha presentato la propria moglie Chicca agli spettatori con parole affettuose e ironiche, dimostrando di saper ancora intrattenere i propri fan nonostante i numerosi anni di carriera.
La scaletta presenta brani variegati. All’inizio sono stati eseguiti pezzi poco trasmessi alla radio o mai eseguiti nei live come la canzone di apertura, Numeri da scaricare, che il pubblico non ha saputo cantare ma ha comunque ascoltato con curiosità e attenzione. «Mi fa piacere quando il pubblico riconosce un pezzo dalle prime note – ha affermato De Gregori – ma mi piace anche quel silenzio un po’ stupito che accoglie le canzoni meno conosciute. La bellezza del live è anche questa, la scaletta non deve essere scontata, bisogna mischiare le carte». Sono state eseguite anche canzoni più conosciute ma che stranamente il pubblico non ha cantato, forse perché sono state proposte con un ritmo lento e senza un arrangiamento che invogliasse a cantare a squarciagola per privilegiare la riflessione sul testo; è il caso di Vai in Africa, Celestino. Non sono mancati verso la fine i cavalli di battaglia e i tormentoni come La leva calcistica del ’68, Generale, Santa Lucia, Buonanotte Fiorellino, La donna cannone, Titanic e, per concludere, l’indimenticabile Rimmel, così il pubblico ha potuto dare sfogo alle proprie doti canore sulle note delle proprie canzoni preferite. De Gregori ha anche voluto omaggiare il suo grande amico Lucio Dalla, cantando Santa Lucia e 4 marzo 1943.

Ribellione e anarchia ne “La locomotiva” di Guccini

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Per affrontare il tema della ribellione rispolvereremo il significato di una canzone simbolo della lotta anarchica, La Locomotiva di Francesco Guccini, pubblicata nell’album Radici del 1972. Timbro basso e inconfondibile erre moscia, fisico imponente e immancabile barbone, Guccini è uno dei massimi esponenti italiani di quel genere musicale in cui il testo ricco e elaborato quanto una poesia è la colonna portante dell’opera, la musica dei cantautori. Tredici strofe da cantare con il pugno alzato al termine di ogni concerto prima che Guccini si ritirasse dalle scene, anche se tale usanza si interruppe per un breve periodo durante il terrorismo delle Brigate Rosse.

La canzone narra un fatto realmente accaduto, anche se Guccini si è concesso qualche licenza poetica sin dalla prima strofa: “Non so che viso avesse / e neppure come si chiamava”. I dati anagrafici del protagonista sono invece ben noti, si trattava infatti del fuochista Pietro Rigosi, 28 anni, sposato e padre di due bambine di tre anni e dieci mesi. Il testo sostiene che i fatti si svolsero nei “primi anni del secolo” ma, considerando che la canzone è stata scritta nel Novecento, ciò non è possibile, perché i fatti si verificarono poco prima delle cinque del pomeriggio del 20 luglio 1893. Guccini tuttavia descrive un’epoca storica che sembra essere la fine dell’Ottocento, infatti i suoi versi accennano al positivismo e alla locomotiva “simbolo di progresso” che “l’uomo domina con il pensiero e con la mano“. Si tratta di un secolo di profonda ingiustizia sociale nel settore ferroviario, perchè i ricchi viaggiavano in carrozze lussuose in prima classe e i poveri in ambienti scomodi e fatiscenti, inoltre le condizioni in cui lavoravano gli operai ferroviari erano molto dure. Il protagonista si ribellò a tutto ciò grazie all’anarchia, si impossessò di una locomotiva sganciata da un treno merci presso la stazione di Poggio Renatico a si diresse all’allora incredibile velocità di 50 km/h verso la stazione di Bologna. Guccini non cita nomi di luoghi e velocità per creare un’atmosfera mitica e fiabesca, fatta eccezione per una delle città in cui ha vissuto, Bologna. La locomotiva fu deviata su un binario morto, dove si schiantò contro sei carri merci in corsa non nominati nella canzone. La frase “lo raccolsero che ancora respirava” è l’unica informazione che abbiamo sulla sorte dell’anarchico Rigosi nel testo del cantautore, in verità sappiamo che gli venne amputata una gamba e che rimase sfigurato in viso. Dopo due mesi venne dimesso dall’ospedale e esonerato dal lavoro per ovvi motivi di salute.
L’eroe di Guccini sembra semplicemente infuocato da ideali di giustizia sociale e lotta proletaria, nella realtà i fatti sono più complessi. Non conosciamo il movente del gesto del fuochista romagnolo, sappiamo solo che era profondamente anarchico e che dopo il ricovero in ospedale affermò: “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!” e ciò bastò a convincere l’opinione pubblica che si trattò di un atto politico. I quotidiani dell’epoca invece dichiararono che l’uomo era un semplice pazzo e ciò condannò l’episodio di cronaca all’oblio, sino a quando Guccini resuscitò dalla damnatio memoriae l’evento mentre consultava dei documenti relativi a degli operai dell’Ottocento; colpito dalla testimonianza, il cantautore modenese decise di trasformare Rigosi in un simbolo della lotta di classe.
E’ notevole pensare che un testo così complesso è stato scritto in una ventina di minuti; nel 2017 è stata inserita al 71° posto nella classifica delle più belle 250 canzoni del nostro paese.
Indipendentemente dalle opinioni politiche di ciascuno, la canzone ci induce a riflettere sulla grave disparità sociale del passato e alla disperazione che può provocare ma, soprattutto, su fino a che punto siamo disposti a spingerci e sia giusto spingersi nella lotta politica.

La soave voce dei castrati

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Le voci maschili e femminili, come ben sappiamo, cambiano nel corso dell’adolescenza, tale mutamento è ben più evidente negli uomini. Per mantenere inalterata la voce dei bambini nel corso della crescita e trasformarli così in cantanti unici nel loro genere, per secoli si è praticata la castrazione su ragazzini di otto o dieci anni, molti dei quali sono diventati in vere e proprie star del mondo dell’opera lirica o della musica religiosa.

Il più celebre castrato della storia è Farinelli (1705-1782), una vera e propria celebrità dell’epoca che girò l’Europa per cantare nelle più prestigiose corti del continente. La sua biografia è raccontata, anche se romanzata, nel film Farinelli – Voce Regina. Non esistendo al mondo più alcun cantante castrato, nel film la voce di Farinelli è stata realizzata mediante un mix di un contraltista uomo e di un soprano donna.

I cantanti castrati avevano molti nomi: cantori evirati o soprani naturali (in contrapposizione con soprani artificiali, gli uomini non castrati che cantano in falsetto) erano i più comuni. Il loro successo raggiunse l’apice nei secoli XVII-XVIII, per tramontare nel XIX secolo.

Esistevano molte tecniche per praticare la castrazione, ma erano tutti metodi molto rischiosi per le pessime condizioni igieniche in cui si svolgeva l’operazione e per le arretrate conoscenze mediche. L’operazione prevedeva che la laringe e l’estensione vocale si mantenessero inalterate nel corso della crescita e il timbro si sviluppasse con caratteristiche peculiari. Veniva inibita la produzione di spermatozoi rendendo così il cantante sterile, ma la persona era ancora in grado di produrre liquido seminale e di avere un normale rapporto sessuale, pertanto si conoscono castrati che avevano anche molti amanti, sia uomini sia donne. Circolavano addirittura dicerie sulle straordinarie doti amatorie dei castrati.

Il primo impiego dei castrati nella musica risale all’impero bizantino. Scomparvero poi per circa tre secoli, per ricomparire in Italia nel XV secolo dalla Spagna, dove gli eunuchi erano diffusi presso gli arabi con varie funzioni, come quella di custodi dell’harem.

L’impiego dei castrati nella musica era preferibile a quello delle voci bianche, che erano sfruttabili solo per pochi anni ed avevano meno esperienza di un uomo adulto. Le donne inoltre non potevano cantare in chiesa. Le opere di Hendel prevedevano molto spesso opere per castrati, che oggi vengono eseguite da cantanti donne. Un’altra opera molto cara a noi de Lo Sbuffo è L’incoronazione di Poppea di Monteverdi. L’aria finale Pur ti miro è una soave canzone d’amore cantata da Poppea (soprano) e Nerone (castrato). Non stupitevi se nel video che vi proponiamo Nerone è interpretato da un uomo anziché una donna: oggi nessuno viene castrato per intraprendere la carriera musicale, esistono però alcuni rarissimi uomini che nascono con un timbro vocale femminile.

I castrati nell’opera lirica interpretavano i ruoli più eroici nonostante venissero spesso derisi per il loro aspetto e la voce acuta, mentre le voci maschili tradizionali erano considerate troppo realistiche, volgari e poco portate al virtuosismo, pertanto erano considerate adatte solo a ruoli secondari o comici.

La Chiesa ebbe un ruolo ambiguo nell’impiego dei castrati nella musica. Ufficialmente operare i bambini era una pratica punibile con la scomunica, pertanto le castrazioni venivano effettuate clandestinamente, di fatto nelle cappelle delle chiese di tutta Italia venivano assunti castrati. La pratica divenne illegale solo nel 1861, con l’Unità d’Italia.

Per diventare cantanti era necessario studiare molte ore al giorno nelle scuole di canto, dove la disciplina era rigida per preparare al meglio i ragazzi, ma non sempre gli studenti raggiungevano il successo nell’opera lirica o nelle cappelle ecclesiastiche: molto diventavano semplici insegnanti di musica, oppure fallivano del tutto e vivevano nella miseria.

Ma chi era disposto a praticare un’operazione così barbara su un ragazzo?

Nel XVIII secolo, nell’epoca d’oro dei castrati, si stima che circa 4000 ragazzi venissero castrati ogni anno. Si trattava per lo più di orfanelli, o figli di povera gente venduti dai genitori al clero o ad un maestro di canto, sperando che potessero così raggiungere fama e successo. Ci sono anche casi di giovani che chiedevano spontaneamente di essere castrati, come il celebre Caffarelli.

Alessandro Moreschi (1858-1922) fu l’ultimo castrato di cui abbiamo testimonianza, era chiamato l’Angelo di Roma ed era molto famoso, sebbene morì in solitudine. Di lui si sono conservate le uniche registrazioni musicali di un castrato a nostra disposizione. La qualità dell’audio non è eccelsa perché si tratta di registrazioni del primo Novecento (1904), inoltre il cantante in quel periodo era già in declino ed era molto emozionato per dover cantare all’interno di un imbuto (le sale di registrazione non erano comuni all’epoca), ma si tratta comunque di una testimonianza unica nel suo genere.

Cristina D’Avena, paladina dei Millennials

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Una voce candida e innocente ma spensierata e frizzante, dolce come quella di un bambino ma con l’esperienza di un adulto. Cristina D’Avena è conosciuta in tutta Italia per le sigle dei cartoni animati in onda da quarant’anni su Italia Uno, i Millennials sono cresciuti ascoltando la sua voce e, nonostante l’età, cantano a memoria le sue canzoni con entusiasmo e nostalgia.

Come tutti sanno, le sigle sono importanti tanto quanto l’anime, di cui costituiscono una sorta di trailer in quanto riassumono la trama dell’anime e propongono una serie di scene tratte dalle puntate. La struttura della sigla è elementare e la complessità del testo è a prova di bambino, nonostante ciò i ritornelli sono dei veri e propri tormentoni che restano impressi nella memoria e identificano il cartone animato. La sua voce si presta perfettamente sia ai cartoni animati più romantici come Piccoli problemi di cuore, sia a quelli più avventurosi come Batman, Holly & Benji, All’Arrembaggio (pessima traduzione italiana di One Piece), Lady Oscar.

La carriera di Cristina D’Avena (6 luglio 1964) inizia prima che la cantante possa avere piena consapevolezza del proprio successo: a tre anni e mezzo esordisce allo Zecchino d’Oro con Il valzer del moscerino, aggiudicandosi il terzo posto. Canterà nel Piccolo Coro dell’Antoniano sino al 1976 e, quando sarà troppo cresciuta per farne parte, vi accompagnerà la sorella Clarissa per altri cinque anni.

Inizierà poi a scrivere canzoni per la TV. Tra le prime ricordiamo Canzone dei Puffi del 1982, che vinse un Disco d’Oro, ma anche il Disco di Platino Kiss me Licia del 1985. Dal 1983 al 2000 ha partecipato alla trasmissione Bim Bum Bam, in cui tutti i Millennials la ricordano nel ruolo di guest star. La cantante ha partecipato inoltre a numerose trasmissioni per adulti.

Cristina d’Avena non ha mai fatto dell’aspetto fisico il suo cavallo di battaglia, nonostante ciò è una bella donna. 160 cm per 50 kg, è un’elegante e minuta mora formosa. La cantante è saggiamente riuscita a sottrarre la propria vita privata al mondo dei gossip, infatti si sa pochissimo sul suo conto. Convive con un uomo che dovrebbe chiamarsi Massimo e non ha figli. Ha scelto di non diventare mamma perché ha sempre dato la precedenza al lavoro, rimandando un’eventuale gravidanza sino a quando non è stato più possibile In un’intervista Cristina ha provato a spiegare come mai non si è sposata, ma è stata molto vaga: per una serie di ragioni, tra cui una crisi, hanno continuato a posticipare, ma l’artista non ha accantonato del tutto l’idea di indossare l’abito bianco.

Le canzoni di Cristina d’Avena sono diventate così popolari da attirare l’attenzione del Gem Boy, che ha realizzato delle parodie delle sigle come la celeberrima Orgia Cartoon. Il gruppo demenziale e la dolce cantante hanno deciso di realizzare delle collaborazioni, come per esempio delle tournee insieme. Un paio d’anni fa hanno fatto sold out all’Alcatraz di Milano, incantando una moltitudine di bambini troppo cresciuti con le sigle della loro infanzia e la relativa parodia. Noi dello Sbuffo abbiamo partecipato all’evento e ne siamo stati entusiasti. Cristina sa dunque prendersi in giro e fare il verso a se stessa, conscia che gli adulti hanno bisogno di attribuire significati ulteriori all’innocenza delle sue canzoni, per esempio aggiungendo la tematica sessuale agli argomenti della sigla originale, oppure sottolineando alcune assurdità del cartone.