La rivincita di Salieri e qualche critica al film “Amadeus”

Quando il nostro animo brucia di passione per una disciplina vorremmo essere i primi in quel campo, eppure spesso siamo condannati alla mediocrità, all’incapacità di distinguerci dalla massa. Se poi siamo surclassati da individui dall’esistenza lasciva e che disprezziamo profondamente, è inevitabile nutrire per loro una commistione di venerazione e odio. Secondo il film Amadeus di Forman (1984) è ciò che accadde a Antonio Salieri quando venne superato dal genio dello spensierato e irresponsabile Mozart. l compositore di corte italiano fu portato alla follia dalla brutalità dei propri sentimenti e provocò la morte del genio indiscusso Mozart. Anni più tardi, vecchio e rinchiuso in manicomio, Salieri confessa ad un prete i propri peccati in un lungo e appassionato flash back.

Mozart non è il solo protagonista della pellicola: un ruolo in primo piano è rivestito anche da Antonio Salieri, che prima giurò di non toccare donna per dedicarsi completamente a glorificare Dio con la propria musica, successivamente però bestemmia quando si rende conto di essere stato sconfitto dal talento di Mozart e si ribella al Creatore, dedicandosi alla distruzione di colui che considera essere la Voce di Dio. Molto è stato scritto su Mozart, ma è doveroso rivalutare la figura di Antonio Salieri, uno dei più grandi maestri del classicismo e orgoglio della musica italiana, ingiustamente passato alla storia per un’invidia che non ha mai provato e un omicidio che non ha mai commesso.

Il film non rende affatto giustizia ad Antonio Salieri, un compositore a tutto tondo che si è dedicato alla musica classica e all’operistica: le sue opere vengono suonate sbrigativamente solamente per evidenziarne l’inferiorità rispetto alle note di Mozart. Il lungometraggio menziona più volte le origini italiane di Salieri attraverso la sua predilezione per intriganti stuzzichini italiani, infatti il compositore proveniva dalla Repubblica di Venezia e la sua origine e formazione italiana era molto apprezzata presso la corte asburgica, ove era maestro di cappella e compositore, spesso anche a scapito degli artisti locali, che non godevano del prestigio dei musicisti italiani. Il maestro si distinse anche nell’insegnamento, tra i suoi allievi più celebri possiamo menzionare Beethoven, Schubert, LIszt, Czerny e Hummel, ma l’eccellenza della sua scuola di composizione non viene nemmeno accennata nel film.

Purtroppo il nome del musicista è stato infangato dall’accusa di rivalità con Mozart, di plagio e di aver provocato il decesso del salisburghese, dicerie assolutamente false che tuttavia hanno ispirato molte opere d’arte e persino un film. Salieri non avrebbe avuto motivo di invidiare Mozart perché all’epoca era un compositore molto celebre, mentre Mozart raggiunse il successo solo dopo la sua morte, avvenuta in povertà e disgrazia, come ricorda la pellicola. I due inoltre erano in ottimi rapporti, infatti uno dei figli di Mozart, Franz Xaver Wolfgang, è stato allievo di Salieri. Lo stile compositivo dei due artisti è infine molto simile, al punto che difficilmente in alcuni casi un orecchio esperto potrebbe distinguere le note di Salieri da quelle di Mozart.

I primi segni di rivalità risalirebbero al 1783. Quando Mozart si lamenta in una lettera indirizzata al padre Leopold che Salieri gli fu preferito come insegnante di musica della principessa del Wurttemberg. Nel 1786 Le nozze di Figaro furono un fallimento e Mozart accusò di ciò Salieri di aver boicottato l’esecuzione, ma l’italiano in quel periodo si trovava in Francia; l’anno successivo il salisburghese fu nominato maestro di pianoforte della principessa. Tali episodi non compaiono nel film: il regista Forman descirve Mozart come disinteressato all’insegnamento, inoltre il giovane scapestrato non sospetterà mai di Salieri nella pellicola, anzi, lo considererà suo amico sino all’ultimo, quando gli detterà il Requiem.

Secondo Thayer, Mozart sarebbe stato istigato contro Salieri dal poeta Giovanni Battista Casti, rivale del poeta di corte Lorenzo Da Ponte, che ha scritto alcuni libretti per Mozart; tale fatto non viene tuttavia menzionato dal film. Un valido esempio di come Salieri non provasse alcun sentimento negativo nei confronti di Mozart è il fatto che, quando fu nominato Kapellmeinster, anziché occuparsi per l’evento di un’opera propria, si dedicò alla riedizione de Le nozze di Figaro.

Sebbene nei quaderni di Beethoven, allievo di Salieri, si menzioni l’avvelenamento di Mozart da parte dell’italiano, sembrerebbe un fatto privo di alcun fondamento, che tuttavia ispirò moltissimi artisti, come Puskin e  Rimskij-Korsakov. Il film di Forman si ispira al dramma di Shaffer. ammorbidendo i caratteri negativi del personaggio di Salieri. L’analisi storica del film è maggiormente approfondita rispetto all’opera teatrale e compare una straordinaria innovazione: la vicenda è narrata da Salieri stesso quando, vecchio e rinchiuso in un manicomio, si confessa ad un giovane prete più per deriderlo che per redimere i propri peccati.

Per concludere, il film Amadeus può essere considerato coinvolgente e accattivante, ma non è una fedele ricostruzione storica dei fatti e infanga la memoria di Antonio Salieri.

 

 

 

 

 

Annunci

“La bella addormentata” al Carcano

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

la-bella-addormentata-02

Il Teatro Carcano di Milano a Capodanno ha ospitato La bella addormentata, ispirata al racconto di Gian Battista Basile e musicata da Cajkovskij. Il regista e coreografo è Fredy Franzutti del Balletto del Sud, che ha voluto raccontare la fiaba preferita della sua infanzia ambientandola nelle sue terre, al Sud, all’epoca di sua madre e dei suoi nonni.

Questa favola infatti non è ambientata in un fiabesco periodo senza tempo come tutti i racconti per bambini, ma ha una collocazione spazio temporale ben precisa: Salento, Seconda guerra mondiale. La favola originale è stata stravolta e modernizzata, ma le innovazioni rispettano la musica originale di Cajkovskij e i punti cruciali del racconto.
Volendo essere precisi, non ci sono riferimenti alla guerra nel primo atto, tuttavia la famiglia in cui nasce la piccola Aurora non ha sangue nobile, suo padre è semplicemente un uomo molto potente vestito alla moda degli anni Quaranta. La casa è affollata di donne per la nascita della piccola, tutte rigorosamente vestite di nero secondo le usanze del Sud. Si tratta di una scelta un po’ forzata e non particolarmente apprezzata dal pubblico perché gli spettatori del balletto classico sono abituati ad abiti colorati e sfarzosi, non stracci miseri e scuri. La protesi che avrebbe dovuto simulare la gravidanza della madre era inoltre troppo morbida e poco realistica, ma probabilmente è stata realizzata in questo modo per assecondare i movimenti della ballerina.

In occasione del battesimo, compare un simpatico pretino e due chierichetti che evocano la religiosità del Salento. Le tre fatine presenti nel lungometraggio della Disney sono state sostituite da una zingara vestita in rosa e lilla, i cui movimenti hanno incantato il pubblico. I riti meridionali relativi al battesimo prevedono infatti delle tradizioni pagane per augurare gioia e prosperità al neonato e la zingara sarebbe la sacerdotessa di tale profano rito. Purtroppo la famiglia di Aurora si è dimenticata di invitare la maga ufficiale del paese, che si reca a palazzo infuriata per lanciare il celebre maleficio. La strega, una vecchia ingobbita, viene scacciata dalla zingara.

Nel primo atto, Aurora compie sedici anni durante gli anni Cinquanta e gioca allegramente con i suoi amici a ruba bandiera in giardino, alla presenza dei genitori. Gli sguardi dei giovanotti sono tutti per lei e, su iniziativa del padre, compare una sfera stroboscopica e iniziano le danze tipiche di una discoteca, anche se i ballerini non rinunciano ai passi sulle punte. Si tratta di una soluzione originale e inaspettata, che consente al coreografo di abbattere i limiti della danza classica e di evocare l’atmosfera degli anni Cinquanta. Ad un certo punto, giunge una figura travestita che porge ad Aurora un pacco dono; la fanciulla lo apre ed estrae, anziché un fuso, una tarantola, animale che tesse e può pungere, inoltre appartiene alla fauna del sud. La misteriosa venuta è in verità la strega, che ora indossa tacchi, un lungo vestito lilla e una parrucca biondo platino. Il ballerino che la interpreta è in verità un uomo, che si muove come una donna goffa che vorrebbe essere aggraziata, ma invano. Il personaggio non risulta spaventoso ma simpatico e, a tratti, persino comico. La giovane cade preda di un sonno profondo simile alla morte, ma fortunatamente giunge la zingara lilla che pronuncia la famosa profezia per salvarla.

Nel secondo atto la villa e i suoi abitanti vengono immobilizzati da un sonno senza sogni per cinquant’anni. Studiosi e antropologi di tutto il mondo si recano nel Salento per studiarne le tradizioni e cercare la villa in cui giace la Bella Addormentata. Anziché un principe, giunge l’antropologo Ernesto, vestito di beige come un esploratore. Lo studioso si perde nel bosco alla ricerca della villa, ma fortunatamente incontra la zingara, che gli consiglia di inseguire degli uccellini blu come il mare. I due animali sono interpretati da un maschio e una femmina, vestiti con tutù tradizionali blu elettrico, forse i costumi più belli dell’intera rappresentazione. I loro passi pimpanti ed energici sono vivaci proprio come lo zampettio di due uccellini. Ernesto incontra la strega ma la sconfigge senza difficoltà, poi finalmente bacia la sua amata, risvegliandola.

Il terzo ed ultimo atto è dedicato al matrimonio; la trama è praticamente inesistente e compaiono semplicemente i festeggiamenti, in cui i personaggi, strega con boa rosso compresa, si abbandonano a balli di gruppo con movenze tipiche delle grandi feste o dei villaggi turistici, ma senza rinunciare alla grazia del balletto classico.

Purtroppo la musica è registrata e i costumi si potrebbero definire troppo poco elaborati, ma le coreografie sono incantevoli e inusuali in quanto fondono la tradizione della musica classica con la vitalità dei passi di danza moderni, pur senza rinunciare alle punte. Le coreografie sono spartane: un fondale e delle quinte in bianco e nero, forse per evocare le antiche fotografie del primo Novecento, decorate con immagini che ricordano i cartoni animati, ricollegandosi al tema delle fiabe per bambini.

“Attila”, la prima del teatro La Scala di Milano

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Il 7 dicembre è un giorno importante per Milano: si tratta del santo patrono Sant’Ambrogio, è la sera in cui La Scala inaugura la nuova stagione con uno spettacolo di grande spessore proiettato in mondovisione, accogliendo tra i suoi stucchi dorati e i velluti scarlatti le più alte personalità del panorama italiano. Lo spettacolo è stato trasmesso su diversi maxischermi sparsi per il capoluogo lombardo, inoltre, l’assessore alla cultura ha assistito al secondo atto presso il carcere di San Vittore, dove è stata effettuata una proiezione.

Smocking per gli uomini e raffinati abiti da sera per le signore, l’evento di gala è per molti un’occasione per intrecciare prestigiose relazioni sociali e sfoggiare la propria ricchezza, ma è significativo che tale scopo sia perseguito in uno dei templi della cultura italiana, promuovendo l’arte nostrana in tutto il mondo. La prima è anche un’occasione per omaggiare l’Italia, salutando con un lungo applauso Mattarella e consorte, che sorridono al pubblico dal palco reale, e suonando l’Inno di Mameli prima dell’overture. Noi de Lo Sbuffo non abbiamo ricevuto l’ambito invito per partecipare alla prima, né abbiamo la possibilità di pagare l’esorbitante prezzo del biglietto (2500 euro in platea), perciò abbiamo assistito all’evento davanti alla televisione come la maggior parte degli italiani interessati all’opera lirica, sintonizzandoci su Rai1 alle 17.45.

Attila è un’opera giovanile di Giuseppe Verdi, il libretto è stato scritto da Temistocle Solera ispirandosi alla tragedia Attila, Koig der Hunnen di Zacharias Werner. Negli ultimi anni la prima de La Scala ha ospitato opere italiane, segno che Piermarini vuole focalizzare l’attenzione sulla produzione del bel paese. Verdi è uno dei più celebri compositori della nostra nazione e l’orgoglio della città di Milano, perciò la scelta di tale opera ha uno straordinario significato. Attila debuttò alla Fenice di Venezia il 17 marzo 1846, la vicenda intrigò Verdi per i tre protagonisti: Attila, Ezio e Odabella. Siccome il compositore non era soddisfatto del libretto, chiese a Francesco Maria Piave di effettuare alcuni cambiamenti, purtroppo Solera si offese e non collaborò più con il musicista. La prima fu un fiasco, ma oggi l’opera è piuttosto rappresentata ed apprezzata nei teatri, pur non essendo tra le più famose opere di Verdi.

La Scala è uno dei più prestigiosi teatri al mondo, perciò i maestri coinvolti sono i migliori sul panorama internezionale: il direttore musicale è il celebre Riccardo Chailly, uno dei più grandi e conosciuti maestri italiani, mentre il regista è Davide Livermore. Il protagonista, Attila, è il basso Ildar Abdrazakov, la cui voce cavernosa ha caratterizzato magistralmente l’antagonista della storia; il generale romano Ezio è il baritono George Petea e Foresto, un cavaliere di Aquileia, è il tenore Fabio Sartori, entrambi hanno interpretato con efficacia il ruolo dei cupi paladini del popolo italiano. I ruoli brevi, ma non secondari di Uldino e Papa Leone sono interpretati rispettivamente dal tenore Francesco PIttari e dal basso Gianluca Buratto. La prima donna è il soprano Saioa Hernàndez, unica cantante tra i protagonisti maschili, che incanta il pubblico interpretando Odabella un’eroina del popolo forte e coraggiosa, ma anche sensibile e segnata da un triste passato.

La tragedia a cui si ispira la vicenda trasuda nazionalismo germanico, ma l’opera verdiana è un inno alla resistenza italiana contro l’invasore che infiamma le platee risorgimentali. Per questo, anche se i protagonisti sono romani e barbari, i personaggi nominano continuamente l’Italia e lo spettatore ottocentesco italiano, udendo le loro parole, non immagina l’impero romano, ma la propria patria invasa e divisa. Forse per questo motivo la regia non ha scelto un’ambientazione classica: i personaggi indossano panni novecenteschi, lo scenario è quello tipico di una guerra mondiale. Non compaiono centurioni e barbari ma militari, parroci, cortigiani travestiti, fiamme, camioncini militari e motociclette, in un’ambientazione cupa, nebbiosa, realizzata tra le macerie di una moderna città. Unico elemento anacronistico i cavalli, degli animali reali, cavalcati dai cantanti in scena: in groppa agli animali, il leader militare Attila e il leader religioso Papa Leone. Il destriero dell’unno è nero, quello del papa bianco, pertanto le due figure si contrappongono. Lo sfondo è un maxischermo che proietta nubi di nebbia o filmati in bianco e nero in cui si raccontano flash back o si rivela lo stato d’animo dei personaggi. Quando è entrato in scena papa Leone, il fondale è diventato un quadro di arte religiosa, in contrasto con l’ambientazione moderna ma portatrice dei valori antichi e cristiani della chiesa cattolica.

Durante i numerosi intervalli, la Rai ha proposto diverse interviste a spettatori famosi e ad alcuni dei realizzatori dello spettacolo, inoltre sono state proposte alcuni filmati del back stage e dei cambi di scena. In questo modo, chi ha assistito all’opera da casa ha potuto apprezzare dei particolari che la visione dal vivo non svela. Il prodotto televisivo, anche se non potrà mai competere con la visione dal vivo, diventa dunque uno spettacolo curioso, interessante e prezioso. Molti hanno offerto la propria interpretazione dell’opera e hanno analizzato i personaggi, offrendo degli spunti di riflessione e delle chiavi di lettura allo spettatore, altri hanno invece parlato della propria esperienza personale. Elio de Le storie tese, in particolare, ha mostrato come anche gli autori di musica leggera e addirittura comica possano appassionarsi di opera lirica e trarre dalla musica classica spunto per la propria arte.

La Carmen di Bizet

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

Può la sete di libertà, la vitalità e l’indipendenza portare alla morte e all’autodistruzione? Siamo agli inizi del XIX secolo a Siviglia e Carmen è la più sensuale delle gitane, ma per non rinunciare alla propria vita libera tra tarocchi e fughe con i contrabbandieri andrà incontro alla morte per mano di Don Josè, incapace di accettare la fine del loro amore.

L’autore è Georges Bizet e il libretto in francese è di Henri Meilhac e Ludovic Halévy. Carmen debutta sul palcoscenico il 3 marzo 1875 all’Opéra-Comique di Parigi e fu un fiasco perché il pubblico non era ancora maturo per apprezzare la scabrosità e l’eccessivo realismo dei temi trattati. Bizet morì tre mesi dopo a trentasei anni nella delusione, dopo aver composto quest’ultima opera considerata ingiustamente dissoluta e immorale. La Carmen è stata ben preso rivalutata e oggi è una delle rappresentazioni più messe in scena al mondo.

La vicenda è tratta da Carmen, novella di Prosper Mérimée. Sin dall’overture è evidente il tema di eros e thanatos, infatti l’opera inizia con l’inconfondibile tema travolgente ed energico, ma subito un’ombra di inquietudine s’insinua nella melodia: è il destino di morte che attende Carmen. Don Josè è un giovane brigadiere di servizio a Siviglia, fidanzato con la dolce Micaela, sua sorella adottiva. La sua esistenza retta e rispettosa delle regole viene sconvolta dall’incontro con Carmen, una zingara che considera l’amore come un “uccello ribelle, che nessuno potrà mai addomesticare”. Da subito la gitana si presenta come una donna libera e sensuale, una femme fatale sprezzante di ogni autorità che seduce il brigadiere cantando l’habanera, una delle arie più celebri dell’opera lirica. Georges Bizet compose tale aria ispirandosi all’habanera El Arreglito, di moda nei cabaret dell’epoca. Il compositore pensava che si trattasse di musica popolare, solo successivamente apprese che era un brano composto pochi anni prima da Sebastiàn Iradier. Bizet risolse la questione aggiungendo una nota allo spartito.

Dapprima Don Josè non degna la gitana di uno sguardo, poi però si innamora perdutamente di lei. Carmen vorrebbe che Don Josè diventi contrabbandiere per vivere una vita priva di regole e libera: inizialmente il soldato rifiuta tale stile di vita, ma finisce per cedere. Un giorno Micaela avvisa Don Josè che la madre è morta, così il contrabbandiere è costretto a seguirla abbandonando Carmen. Entra in scena il torero Escamillo sulle note del coro Toreador, si innamora di Carmen e la invita ad assistere alla corrida di Siviglia. Fuori dall’edificio dove si svolge la feroce battaglia tra l’uomo e il toro, Don Josè, ormai in rovina per colpa della gitana, incontra Carmen. La donna ha perso ogni interesse per lui, eppure decide di incontrarlo nonostante le carte abbiano preannunciato la sua morte. Don Josè invita la zingara a iniziare una nuova vita insieme in un altro paese, ma Carmen rifiuta. Il soldato, cieco di gelosia e consapevole di aver perso ogni cosa, la uccide con una pugnalata. La scena della morte è carica di pathos perché le note della tragedia sanguinosa si alternano a quelle trionfanti e festose della corrida che si sta svolgendo all’interno dell’edificio presso cui si trovano i protagonisti.

La Spagna è accuratamente ricreata attraverso la presenza dei gitani, la corrida e i toreri, le montagne dei contrabbandieri, la città di Siviglia e i nomi dei personaggi; l’ambientazione latina e la passionalità del popolo spagnolo sono perfetti come scenario per la trama. L’opera appartiene al verismo, infatti i personaggi in scena appartengono prevalentemente al popolo e compaiono elementi molto crudi per l’epoca come il contrabbando, l’illegalità, l’omicidio, il libertinaggio femminile. Non esistono inoltre personaggi completamente positivi o negativi perché la loro psicologia è complessa e articolata: come considerare per esempio Carmen, una perfida seduttrice o un’eroina tragica che lotta per la propria libertà? Carmen non è solo una bella e seducente zingara, ma è soprattutto un personaggio femminile forte e anticonformista, pertanto è estremamente attuale. Il suo gesto estremo di sfidare Don Josè andando incontro alla morte per restare fedele ai propri principi hanno indotto i critici a paragonarla a Don Giovanni, che preferisce sprofondare all’inferno piuttosto che pentirsi dei propri peccati. Il fascino della gitana deriva più dal suo spirito indipendente che dalla leziosità femminile.

Lo spettacolo fu allestito attraverso svariate difficoltà e la direzione artistica insisteva per concludere lo spettacolo con un lieto fine, ma Bizet insistette per un epilogo tragico. E’ magistrale e verrà certamente ricordata nel tempo l’interpretazione di Maria Callas.

La discriminazione delle donne nella musica classica

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Bach, Mozart, Beethoven, Vivaldi, Verdi. I più celebri compositori delle epoche e delle correnti più diverse hanno una sola cosa in comune: sono tutti uomini, solo agli esperti musicologi verrà in mente il nome di una compositrice donna. Eppure le fanciulle di buona famiglia conoscevano la musica, imparavano a cantare e suonare qualche strumento, possibile che nessuna di loro sapesse comporre e possibile che non sia mai nata un genio musicale donna? Studiando tomi polverosi di storia della musica si scopre che le donne musiciste e compositrici sono esistite e hanno prodotto opere di valore.

Il ritardo della comparsa della donna nel mondo della musica è indubbiamente dovuto alla discriminazione femminile e al ruolo subalterno che rivestivano nella società. Come potevano le donne eguagliare gli uomini se erano relegate nel ruolo di madre e di angelo del focolare domestico? E’ tuttavia indubbio che, anche dopo l’emancipazione femminile, nessuno ha pensato di proporre al grande pubblico le opere delle compositrici, che restano sconosciute anche agli uomini di cultura medio-alta. Daniela Domenici ha raccolto in Note di donne, musiciste italiane dal 1542 al 1833 le vite di numerose musiciste italiane. “Ho trovato la biografia online della maggior parte delle compositrici scritta in inglese e non in italiano, come mi sarei aspettata data la loro nazionalità”. Anche se nulla sembra vietare alle donne di raggiungere il successo nel mondo dell’arte, continuano ad essere oscurate dagli uomini.

Nella raccolta viene menzionata Maddalena Casulana, vissuta nel tardo Rinascimento, prima donna ad aver pubblicato delle proprie composizioni nella storia della musica europea. Si trattava di un libro di madrigali, nella cui dedica rivolta a Isabella de’ Medici l’artista dichiara di voler “mostrare al mondo il vanitoso errore degli uomini di possedere essi soli doti intellettuali, e di non credere possibile che possano esserne dotate anche le donne”. Segue Francesca Caccini, figlia d’arte del celebre Giulio, che contribuì alla fioritura della musica barocca e fu la prima donna a comporre un’opera, La liberazione di Ruggiero. L’elenco continua con Barbara Strozzi, Claudia Sessa, Sulpitia Cesis, Lucrezia Vizzana, Claudia Rusca, Chiara Cozzolani e Isabella Leonarda. Si tratta quasi sempre di monache, perché le religiose erano spesso solite accompagnare la preghiera o le funzioni religiose con il canto e la musica, inoltre avevano la facoltà di studiare. Raffaella Aleotti pubblicò per prima tra le donne composizioni di musica sacra, Maria Calegari si conquistò il titolo di Divina Euterpe, in relazione alla musa della musica. Nella lista troviamo anche una nobile decaduta cresciuta in condizioni svantaggiate, Maddalena Sirmen, educata nell’orfanotrofio veneziano dell’Ospedale dei Mendicanti dove ai trovatelli si insegnavano le arti dei mestieri. Maddalena diventò una violinista e una compositrice apprezzata in tutta Europa.

Si tratta di nomi sconosciuti e spartiti dimenticati, in una cultura dominata da figure maschili. Esistono tuttavia donne che hanno fallito nella loro carriera musicale, non per incapacità o pigrizia bensì per la semplice sfortuna di essere nate di genere femminile. Non tutti sanno che Mozart aveva una sorella maggiore, Maria Anna detta Nannerl, che suonava egregiamente clavicembalo, fortepiano e pianoforte. La fanciulla era talentuosa tanto quanto il fratello e si esibiva con lui da bambina per le corti d’Europa, ma fu costretta ad accantonare lo studio per dedicarsi ad attività femminili. La giovane catturò più del fratello l’approvazione dei critici, tuttavia il padre Leopold decise di puntare sul figlio maschio perché i soldi non erano sufficienti per educare entrambi i figli. Purtroppo all’epoca solamente le famiglie più ricche potevano permettersi di avviare una donna alla professione di pianista, poiché soltanto i maschi ricevevano un compenso per le esecuzioni in pubblico. A diciotto anni la carriera musicale della giovane Mozart fu così interrotta e ben presto sposò un ricco barone.

Sylvia Milo ha scritto l’opera teatrale The other Mozart, utilizzando i documenti e gli scambi epistolari della famiglia Mozart. L’autrice presta la voce a Nannerl citando delle lettere. Il padre Leopold scriveva: “A soli dodici anni, la mia piccola ragazza è tra i migliori pianisti d’Europa” Non mancano le lodi del fratello minore Wolfang: “Sono stupefatto! Non sapevo fossi in grado di comporre in modo così grazioso. In una parola, il tuo Lied è bello. Ti prego, cerca di fare più spesso queste cose“. Dai documenti si evince chiaramente che Nannerl era la migliore dei due fratelli, eppure il mondo celebra la gloria del figlio maschio Wolfgang.

La musica in Grecia

Questo articolo è stato pubblicato da Lo Sbuffo.

1200px-music_lesson_staatliche_antikensammlungen_2421

Il termine musica deriva dal greco mousikè e per i greci non si riferisce soltanto alla produzione di una melodia, ma anche alla creazione di un testo, al canto e alla danza; ogni artista si occupava di ciascuna di queste attività. La musica nell’età classica si realizza fondamentalmente mediante la melodia, vaIe a dire che il canto era dotato di un accompagnamento musicale che lo seguiva all’unisono, o al più con un intervallo di un’ottava; i greci non conoscevano invece l’armonia e la polifonia. Si fondava inoltre sul tetracordo, un sistema di quattro note congiunte comprese in un intervallo di una quarta; ma la posizione delle due note mobili variava a seconda del genere del tetracordo (diatonico, cromatico, enarmonico). Con il trascorrere del tempo la partitura musicale divenne sempre più complessa e dalla synaulìa, l’accompagnamento di strumenti a fiato e a corda che suonavano contemporaneamente, si giunse in età imperiale romana alla costituzione di grandi orchestre.

La musica era una delle materie studiate dai giovani greci. A Sparta i cori venivano intonati durante gli spostamenti dell’esercito per garantire l’ordine e la coesione tra i soldati; ad Atene è certo che la musica fosse una delle materie regolarmente insegnate al pari della scrittura e della letteratura. Musica e cultura erano strettamente connessi: il termine dopotutto è connesso alle Muse e un uomo colto veniva chiamato musikòs anèr. E’ inoltre singolare il punto di vista di Temistocle, che ammetteva di avere avuto un’educazione incompleta perché non aveva imparato a suonare la cetra. Nelle palestre inoltre gli esercizi ginnici seguivano il ritmo dell’oboe. Nella filosofia Pitagorica, incentrata sui numeri, la musica rivestiva un ruolo molto importante.

La musica assumeva una funzione privilegiata nelle cerimonie pubbliche e religiose, purtroppo però abbiamo poche testimonianze al riguardo. Si sono tuttavia conservati alcuni testi di scrittura musicale: veniva utilizzato un sistema letterale, per la precisione uno destinato al canto e una partitura per gli strumenti musicali. La trascrizione di brani musicali venne inventata tra il V e il IV secolo a.C., ma la sua composizione e trasmissione rimasero per lo più orali, venendo continuamente modificata a seconda delle esigenze, per essere poi facilmente dimenticata e sostituita da nuovi componimenti. Siamo stati più fortunati per quanto riguarda la trasmissione e la conservazione nel tempo delle teorie musicali dei greci, in particolare quelle di Laso di Ermione e Pitagora di Samo. Si tratta di ricerche musicali scientifiche e meticolose. Altri studi acustico-musicali furono intrapresi da Aristosseno di Taranto (IV secolo a.C.), Euclide (III secolo a.C.), Tolomeo (II secolo a.C.), Aristide Quintiliano (forse del II secolo d.C.), Porfirio (III secolo d.C.), Alipio (forse del IV secolo d.C.), Damone il maestro di Pericle e Timoteo di Mileto.

Nelle pitture vascolari sono raffigurati molteplici strumenti musicali, non tutti identificabili con certezza attraverso la lettura delle fonti letterarie. Gli strumenti a corda della famiglia delle lire avevano una cassa di risonanza da cui partivano due bracci che reggevano una traversa o giogo. Tra tale elemento e la cassa erano tese dalle quattro alle undici corde, che producevano suoni differenti a seconda della lunghezza e del diametro ed avevano tutte la stessa lunghezza. Le arpe invece avevano molte più corde, che erano di lunghezza scalare, avevano origine asiatica, scarsa sonorità ed erano pizzicati da entrambe le mani, senza il plettro. Tra gli strumenti a fiato ricordiamo l’aulos, simile al nostro oboe, a singola o a doppia ancia. I fori inizialmente erano cinque, ma successivamente aumentarono; lo strumento è di origine frigia come lo stesso Olimpo, l’iniziatore della musica atletica in Grecia. Altri strumenti a fiato sono la tromba e il corno per gli usi militari e la siringa e dei pastori. Gli strumenti a corda e a fiato greci erano molto simili a quelli mesopotamici ed egiziani. I culti orientali erano soliti impiegare strumenti a percussione nelle cerimonie come cimbali, timpani e tamburelli con sonagli.

Uno spettacolo di flamenco a Barcellona

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

ids2020photoshot2040906475

Venerdì 17 agosto presso la Sala de concerts del Palau de la musica Orfeo Catala di Barcellona si è svolto uno spettacolo di flamenco intitolato El mejor arte flamenco de Barcelona.

La variopinta location era estremamente suggestiva: il Palau de la mùsica è un bene protetto dall’UNESCO ed è un esempio del modernismo catalano. Concepito come giardino della musica, è stato terminato nel 1908 e tra i materiali utilizzati compaiono il vetro smaltato e il cristallo, in quanto si è voluta ricreare la flora catalana nelle decorazioni.

Lo spettacolo si è svolto a Barcellona ma il flamenco non è una danza di origini catalane, ma proviene dall’Andalusia, nel sud della penisola Iberica; gli spettatori erano dunque per lo più turisti che volevano scoprire uno dei principali tesori della Spagna evitando di recarsi nella sua terra d’origine. In Andalusia molti locali notturni ospitano spettacoli di flamenco ogni sera, a Barcellona invece è necessario recarsi a teatro, ma la danza è comunque originale e gli artisti sono dei professionisti. In Catalogna il flamenco è guardato con disprezzo perché è considerato una sottocultura popolare, forse è per questo che è così difficile assistere ad una performance per le strade di Barcellona. La danza è nata nel diciassettesimo secolo, nel corso dei secoli la musica e i passi dei ballerini sono rimasti invariati. Le origini del flamenco sono ignote: secondo alcuni tale danza è nata in Andalusia, secondo altri sarebbe un canto indiano importato in Spagna dai gitani attraverso l’Egitto. Il termine deriva da una parola araba che significa “contadino senza terra”. Si tratta di una danza sensuale ma anche malinconica, viscerale e introspettiva. Il flamenco è riconosciuto dall’UNESCO da novembre 2010.

Sul palco erano presenti un flautista, due chitarristi, due cantanti uomini, una cantante e un percussionista. Le chitarre costituivano la base musicale, su cui il flauto e i cantanti intonavano le note principali. Svolgevano un ruolo dominante le percussioni suonate non solo dal percussionista, ma anche dai cantanti, che battevano le mani a tempo accompagnando la musica anche controtempo. Oltre alle nacchere, suonate solo in un brano da una ballerina solista, si possono considerare anche strumenti musicali le scarpe col tacco dei danzatori, che battono il tempo in elaborati passi di danza. Se i piedi danzano a ritmo frenetico e nervoso, le braccia disegnano eleganti movimenti sinuosi, inoltre i ballerini ballano in perfetta sincronia, eseguendo passi individuali solo raramente.

I ballerini erano quattro, tre donne e un uomo. Lo schema narrativo era molto semplice: una danzatrice entrava in scena, si specchiava e estraeva da un baule un oggetto con cui avrebbe ballato insieme alle compagne. Le artiste si sono esibite con cappelli, ventagli, scialli, sedie e bastoni da passeggio. Tutte indossavano i caratteristici costumi da flamenco, che si cambiavano ad ogni ballo durante dei piacevoli intermezzi musicali o di canto. Alcuni vestiti erano lunghi e coprivano le gambe, altri avevano uno strascico che le danzatrici sollevavano con un ampio gesto delle gambe o con le mani, altri ancora erano corti e consentivano di divaricare maggiormente cosce e polpacci. Il solo ballerino maschio è entrato in scena dopo due danze e ha ballato da solista, dopodiché si è unito alle colleghe. Lo spettacolo si è concluso con la danza di una singola ballerina con nacchere e vestito scuro corto che ha incantato la platea.

La sensuale danza del flamenco è stata un successo, ma non si può dire altrettanto degli intermezzi cantati. I vocalizzi dei cantanti, soprattutto dell’artista femminile, sono stati un suggestivo accompagnamento alle danze, ma i brani di sola voce sono risultati monotoni e ripetitivi. I canti popolari dell’Andalusia sono poco adatti ad un orecchio abituato alla musica moderna.