Una “Carmen” piovosa a Verona

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La Carmen di Bizet all’Arena di Verona del 27 luglio è stato uno spettacolo indimenticabile, peccato che la pioggia abbia compromesso quella che avrebbe potuto essere una serata da sogno.

Sono sufficienti poche gocce di pioggia per rovinare i delicati e costosi strumenti musicali dell’orchestra pertanto, come inizia a piovigginare, l’evento si interrompe bruscamente e i musicisti corrono al riparo. Lo spettacolo tuttavia non viene immediatamente rimborsato, ma può essere sospeso fino a due ore e mezza prima dell’annullamento e può protrarsi sino alle tre di notte, chiedendo al pubblico di seguire un’opera impegnativa e di difficile comprensione per i profani ad un orario poco indicato. Sabato 27 luglio ha iniziato a piovere all’apertura dei cancelli, alle 19.00, e il cielo ha concesso una tregua soltanto alle 11.30, orario a cui lo spettacolo è effettivamente iniziato. L’arena è ben presto diventata deserta perché pochi temerari hanno avuto il coraggio di resistere sotto l’acqua in attesa dell’inizio. Coloro che hanno abbandonato l’evento non sono stati rimborsati perché lo spettacolo ha avuto effettivamente luogo, anche se ad un orario improponibile.

Carmen è una gitana seducente e spregiudicata che non vuole legarsi ad un uomo per preservare la propria libertà. Si innamora di lei Don Josè, un soldato promesso alla bella e pura Michaela, ma ben presto la zingara preferisce il torero Escamillo. Don Josè, che ha perso tutto per la propria amata, la pugnala a morte in preda all’ira. La vicenda proposta dall’Arena di Verona non era ambientata nell’epoca immaginata da Bizet ma ai nostri giorni, infatti erano presenti automobili, cancellate di metallo e barili di benzina.

I brani sono stati scritti da Georges Bizet e il libretto in francese è di Henri Meilhac e Ludovic Halévy; la vicenda è ispirata a Carnen, novella di Prosper Mériméè. Carmen andò in scena per la prima volta il 3 marzo 1875 all’Opéra-Comique di Parigi e fu un fallimento: i tempi non erano ancora maturi per apprezzare un personaggio trasgressivo come Carmen e l’eccessivo realismo dei temi trattati. Bizet morì forse per la delusione tre mesi più tardi, a trentasei anni. La Carmen è stata ben presto rivalutata e attualmente è una delle rappresentazioni di opera lirica più apprezzate.

Nonostante i problemi organizzativi, lo spettacolo è stato emozionante: sulle pareti dello sfondo venivano proiettati nomi delle località in cui si svolgevano le scene, i soldati sparavano a salve dei fucili veri, sul palcoscenico venivano guidati dei furgoni reali e dei cavalli e venivano accesi dei fuochi veri o delle fontane di capodanno. Le scenografie erano dunque vive, magnifiche e spettacolari, miravano a stupire lo spettatore; Hugo De Hana ha perciò svolto un ottimo lavoro per quanto riguarda scenografie e regia. I costumi, curati da De Hana, potrebbero essere considerati poveri da coloro che si aspettano la tradizionale sontuosità dell’opera lirica, tuttavia erano pertinenti con l’ambientazione moderna pensata per lo spettacolo e suggestivi. Il coro del maestro Vito Lombardi era numeroso ma ben coordinato nel canto e nei movimenti sul palco. I cantanti hanno sfruttato tutto lo spazio a disposizione, che consisteva non solo nel palcoscenico, ma anche nelle gradinate. Per coloro che non comprendevano il francese, dei maxi schermi trasmettevano la traduzione. Nonostante la tarda ora, l’orchestra diretta da Daniel Oren ha eseguito l’opera magistralmente e altrettanto si può dire dei cantanti. E’ consigliabile acquistare i posti numerati per ascoltare al meglio la musica, in quanto le gradinate sono molto lontane dalla cavea e non consentono di udire al meglio le note e i gorgheggi.

Il tragico atto con cui si conclude l’opera, l’omicidio di Carmen, è forse uno dei femminicidi più famosi dell’arte, ma un personaggio all’epoca trasgressivo e immorale come la seducente gitana non può sopravvivere e trionfare. Altri personaggi femminili, come Madame Bovary, sono stati condannati a morte dagli autori per aver violato i codici di comportamento sociale.

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“La Traviata” all’arena del Teatro Sociale di Como

Articolo pubblicato in Modulazioni Temporali

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L’estate comasca ospita “La Traviata”, con trecento artisti in scena. Il 27 giugno Festival Como Città della Musica ha proposto alla cittadinanza ”La Traviata” di Giuseppe Verdi, melodramma in tre atti che ha debuttato presso La Fenice di Venezia il 6 marzo 1853, con il libretto di Francesco Maria Piave. Come per ogni edizione del festival, se i ruoli principali sono stati assegnati ad artisti professionisti, per la maggior parte giovanissimi, i coristi appartenevano al coro amatoriale del Teatro Sociale di Como, il Coro 200.Com. I dilettanti si sono distinti per impegno e abilità, al punto da collaborare con efficacia con gli artisti professionisti.

Lo spazio dell’Arena del Teatro Sociale di Como è stato gestito sapientemente, trasformando in un palcoscenico un semplice Red Carpet, l’ingresso posteriore del teatro nelle quinte e uno spazio secondario del cortile nella cavea dei musicisti. Si tratta di una soluzione inconsueta, ma comunque scenografica. Il direttore Alessandro Palumbo e il regista Andrea Bernard hanno scelto di rappresentare una Traviata ambientata ai nostri giorni, all’epoca di Istagram e degli Smartphone. Lo spettacolo è iniziato contemporaneamente all’ingresso nell’Arena del Teatro Sociale degli spettatori, in quanto i coristi erano mimetizzati tra la folla. È stata inscenata una sorta di serata di gala trash, in cui alcuni coristi si sono trasformati in falsi vip in abito da sera che sfilavano su un red carpet, al cospetto di altrettanto false troupe televisive del calibro di Espansione Tv e Rai 2, che proiettavano su un maxi schermo le immagini filmate da reali telecamere e realizzavano interviste fittizie. Inizialmente gli spettatori sono stati ingannati, infatti credevano di partecipare realmente ad una serata di gala, alla presenza di veri giornalisti. L’epoca dei balli a tempo di valzer è ormai conclusa, oggi le persone che contano si divertono ostentando la propria popolarità in televisione e sui social, per questo la Violetta Valery del Teatro Sociale frequenta ambienti come quello creato dalla regia. Gli abiti delle signore erano decisamente trash: ortensie nei capelli, signore anziane con abiti da sera dalla schiena nuda, borsette con pupazzetti di peluche epettinature eccentriche erano la norma.

Lo spettacolo vero e proprio è iniziato dopo circa un’ora di evento di gala: si tratta della storia di Violetta Valery, giovane donna dedita alla vita mondana che scopre il vero amore in Alfredo (Alessandro Fantoni), la sera stessa in cui ha il primo attacco di tisi. Violetta è una giovanissima Sarah Tisba vestita di rosso, innamorata del proprio smartphone e vezzosamente dedita ad ammiccare al pubblico. Nel secondo atto i due innamorati si ritirano in campagna per vivere insieme, dove Alfredo può leggere le riviste in boxer e piedi nudi in tutta tranquillità, in compagnia della propria amata. Purtroppo il padre dell’uomo chiede a Violetta di rinunciare all’amore in nome di una vita più rispettabile. La giovane accetta e abbandona Alfredo, ma nel frattempo la malattia si aggrava. Il coro delle zingarelle e dei toreri è il momento in cui i trecento coristi amatoriali diventano protagonisti e sono chiamati a mostrare il proprio talento. Le zingarelle non indossano indumenti da gitane ma vestitini corti rossi, i toreri invece un semplice abito nero. Sono stati coinvolti anche alcuni ballerini: una danzatrice di burlesque che esce da una torta e un uomo che interpreta un toro per accompagnare i matadores. Nel terzo atto Alfredo raggiunge violetta sul letto di morte e i due decidono di ricominciare a frequentarsi, ma ormai è troppo tardi: Violetta muore. Mentre si concludono le azioni del terzo atto, si svolge il carnevale parigino, interpretato dal Coro Voci Bianche del Teatro Sociale di Como, dei simpatici bambini in maschera.

Forse in omaggio a La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio, il romanzo da cui è stata tratta La Traviata, i coristi spesso reggevano dei fiori, che hanno accompagnato la recitazione per tutto lo spettacolo, con un effetto molto poetico.

La rivincita di Salieri e qualche critica al film “Amadeus”

Quando il nostro animo brucia di passione per una disciplina vorremmo essere i primi in quel campo, eppure spesso siamo condannati alla mediocrità, all’incapacità di distinguerci dalla massa. Se poi siamo surclassati da individui dall’esistenza lasciva e che disprezziamo profondamente, è inevitabile nutrire per loro una commistione di venerazione e odio. Secondo il film Amadeus di Forman (1984) è ciò che accadde a Antonio Salieri quando venne superato dal genio dello spensierato e irresponsabile Mozart. l compositore di corte italiano fu portato alla follia dalla brutalità dei propri sentimenti e provocò la morte del genio indiscusso Mozart. Anni più tardi, vecchio e rinchiuso in manicomio, Salieri confessa ad un prete i propri peccati in un lungo e appassionato flash back.

Mozart non è il solo protagonista della pellicola: un ruolo in primo piano è rivestito anche da Antonio Salieri, che prima giurò di non toccare donna per dedicarsi completamente a glorificare Dio con la propria musica, successivamente però bestemmia quando si rende conto di essere stato sconfitto dal talento di Mozart e si ribella al Creatore, dedicandosi alla distruzione di colui che considera essere la Voce di Dio. Molto è stato scritto su Mozart, ma è doveroso rivalutare la figura di Antonio Salieri, uno dei più grandi maestri del classicismo e orgoglio della musica italiana, ingiustamente passato alla storia per un’invidia che non ha mai provato e un omicidio che non ha mai commesso.

Il film non rende affatto giustizia ad Antonio Salieri, un compositore a tutto tondo che si è dedicato alla musica classica e all’operistica: le sue opere vengono suonate sbrigativamente solamente per evidenziarne l’inferiorità rispetto alle note di Mozart. Il lungometraggio menziona più volte le origini italiane di Salieri attraverso la sua predilezione per intriganti stuzzichini italiani, infatti il compositore proveniva dalla Repubblica di Venezia e la sua origine e formazione italiana era molto apprezzata presso la corte asburgica, ove era maestro di cappella e compositore, spesso anche a scapito degli artisti locali, che non godevano del prestigio dei musicisti italiani. Il maestro si distinse anche nell’insegnamento, tra i suoi allievi più celebri possiamo menzionare Beethoven, Schubert, LIszt, Czerny e Hummel, ma l’eccellenza della sua scuola di composizione non viene nemmeno accennata nel film.

Purtroppo il nome del musicista è stato infangato dall’accusa di rivalità con Mozart, di plagio e di aver provocato il decesso del salisburghese, dicerie assolutamente false che tuttavia hanno ispirato molte opere d’arte e persino un film. Salieri non avrebbe avuto motivo di invidiare Mozart perché all’epoca era un compositore molto celebre, mentre Mozart raggiunse il successo solo dopo la sua morte, avvenuta in povertà e disgrazia, come ricorda la pellicola. I due inoltre erano in ottimi rapporti, infatti uno dei figli di Mozart, Franz Xaver Wolfgang, è stato allievo di Salieri. Lo stile compositivo dei due artisti è infine molto simile, al punto che difficilmente in alcuni casi un orecchio esperto potrebbe distinguere le note di Salieri da quelle di Mozart.

I primi segni di rivalità risalirebbero al 1783. Quando Mozart si lamenta in una lettera indirizzata al padre Leopold che Salieri gli fu preferito come insegnante di musica della principessa del Wurttemberg. Nel 1786 Le nozze di Figaro furono un fallimento e Mozart accusò di ciò Salieri di aver boicottato l’esecuzione, ma l’italiano in quel periodo si trovava in Francia; l’anno successivo il salisburghese fu nominato maestro di pianoforte della principessa. Tali episodi non compaiono nel film: il regista Forman descirve Mozart come disinteressato all’insegnamento, inoltre il giovane scapestrato non sospetterà mai di Salieri nella pellicola, anzi, lo considererà suo amico sino all’ultimo, quando gli detterà il Requiem.

Secondo Thayer, Mozart sarebbe stato istigato contro Salieri dal poeta Giovanni Battista Casti, rivale del poeta di corte Lorenzo Da Ponte, che ha scritto alcuni libretti per Mozart; tale fatto non viene tuttavia menzionato dal film. Un valido esempio di come Salieri non provasse alcun sentimento negativo nei confronti di Mozart è il fatto che, quando fu nominato Kapellmeinster, anziché occuparsi per l’evento di un’opera propria, si dedicò alla riedizione de Le nozze di Figaro.

Sebbene nei quaderni di Beethoven, allievo di Salieri, si menzioni l’avvelenamento di Mozart da parte dell’italiano, sembrerebbe un fatto privo di alcun fondamento, che tuttavia ispirò moltissimi artisti, come Puskin e  Rimskij-Korsakov. Il film di Forman si ispira al dramma di Shaffer. ammorbidendo i caratteri negativi del personaggio di Salieri. L’analisi storica del film è maggiormente approfondita rispetto all’opera teatrale e compare una straordinaria innovazione: la vicenda è narrata da Salieri stesso quando, vecchio e rinchiuso in un manicomio, si confessa ad un giovane prete più per deriderlo che per redimere i propri peccati.

Per concludere, il film Amadeus può essere considerato coinvolgente e accattivante, ma non è una fedele ricostruzione storica dei fatti e infanga la memoria di Antonio Salieri.

 

 

 

 

 

“La bella addormentata” al Carcano

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

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Il Teatro Carcano di Milano a Capodanno ha ospitato La bella addormentata, ispirata al racconto di Gian Battista Basile e musicata da Cajkovskij. Il regista e coreografo è Fredy Franzutti del Balletto del Sud, che ha voluto raccontare la fiaba preferita della sua infanzia ambientandola nelle sue terre, al Sud, all’epoca di sua madre e dei suoi nonni.

Questa favola infatti non è ambientata in un fiabesco periodo senza tempo come tutti i racconti per bambini, ma ha una collocazione spazio temporale ben precisa: Salento, Seconda guerra mondiale. La favola originale è stata stravolta e modernizzata, ma le innovazioni rispettano la musica originale di Cajkovskij e i punti cruciali del racconto.
Volendo essere precisi, non ci sono riferimenti alla guerra nel primo atto, tuttavia la famiglia in cui nasce la piccola Aurora non ha sangue nobile, suo padre è semplicemente un uomo molto potente vestito alla moda degli anni Quaranta. La casa è affollata di donne per la nascita della piccola, tutte rigorosamente vestite di nero secondo le usanze del Sud. Si tratta di una scelta un po’ forzata e non particolarmente apprezzata dal pubblico perché gli spettatori del balletto classico sono abituati ad abiti colorati e sfarzosi, non stracci miseri e scuri. La protesi che avrebbe dovuto simulare la gravidanza della madre era inoltre troppo morbida e poco realistica, ma probabilmente è stata realizzata in questo modo per assecondare i movimenti della ballerina.

In occasione del battesimo, compare un simpatico pretino e due chierichetti che evocano la religiosità del Salento. Le tre fatine presenti nel lungometraggio della Disney sono state sostituite da una zingara vestita in rosa e lilla, i cui movimenti hanno incantato il pubblico. I riti meridionali relativi al battesimo prevedono infatti delle tradizioni pagane per augurare gioia e prosperità al neonato e la zingara sarebbe la sacerdotessa di tale profano rito. Purtroppo la famiglia di Aurora si è dimenticata di invitare la maga ufficiale del paese, che si reca a palazzo infuriata per lanciare il celebre maleficio. La strega, una vecchia ingobbita, viene scacciata dalla zingara.

Nel primo atto, Aurora compie sedici anni durante gli anni Cinquanta e gioca allegramente con i suoi amici a ruba bandiera in giardino, alla presenza dei genitori. Gli sguardi dei giovanotti sono tutti per lei e, su iniziativa del padre, compare una sfera stroboscopica e iniziano le danze tipiche di una discoteca, anche se i ballerini non rinunciano ai passi sulle punte. Si tratta di una soluzione originale e inaspettata, che consente al coreografo di abbattere i limiti della danza classica e di evocare l’atmosfera degli anni Cinquanta. Ad un certo punto, giunge una figura travestita che porge ad Aurora un pacco dono; la fanciulla lo apre ed estrae, anziché un fuso, una tarantola, animale che tesse e può pungere, inoltre appartiene alla fauna del sud. La misteriosa venuta è in verità la strega, che ora indossa tacchi, un lungo vestito lilla e una parrucca biondo platino. Il ballerino che la interpreta è in verità un uomo, che si muove come una donna goffa che vorrebbe essere aggraziata, ma invano. Il personaggio non risulta spaventoso ma simpatico e, a tratti, persino comico. La giovane cade preda di un sonno profondo simile alla morte, ma fortunatamente giunge la zingara lilla che pronuncia la famosa profezia per salvarla.

Nel secondo atto la villa e i suoi abitanti vengono immobilizzati da un sonno senza sogni per cinquant’anni. Studiosi e antropologi di tutto il mondo si recano nel Salento per studiarne le tradizioni e cercare la villa in cui giace la Bella Addormentata. Anziché un principe, giunge l’antropologo Ernesto, vestito di beige come un esploratore. Lo studioso si perde nel bosco alla ricerca della villa, ma fortunatamente incontra la zingara, che gli consiglia di inseguire degli uccellini blu come il mare. I due animali sono interpretati da un maschio e una femmina, vestiti con tutù tradizionali blu elettrico, forse i costumi più belli dell’intera rappresentazione. I loro passi pimpanti ed energici sono vivaci proprio come lo zampettio di due uccellini. Ernesto incontra la strega ma la sconfigge senza difficoltà, poi finalmente bacia la sua amata, risvegliandola.

Il terzo ed ultimo atto è dedicato al matrimonio; la trama è praticamente inesistente e compaiono semplicemente i festeggiamenti, in cui i personaggi, strega con boa rosso compresa, si abbandonano a balli di gruppo con movenze tipiche delle grandi feste o dei villaggi turistici, ma senza rinunciare alla grazia del balletto classico.

Purtroppo la musica è registrata e i costumi si potrebbero definire troppo poco elaborati, ma le coreografie sono incantevoli e inusuali in quanto fondono la tradizione della musica classica con la vitalità dei passi di danza moderni, pur senza rinunciare alle punte. Le coreografie sono spartane: un fondale e delle quinte in bianco e nero, forse per evocare le antiche fotografie del primo Novecento, decorate con immagini che ricordano i cartoni animati, ricollegandosi al tema delle fiabe per bambini.

“Attila”, la prima del teatro La Scala di Milano

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Il 7 dicembre è un giorno importante per Milano: si tratta del santo patrono Sant’Ambrogio, è la sera in cui La Scala inaugura la nuova stagione con uno spettacolo di grande spessore proiettato in mondovisione, accogliendo tra i suoi stucchi dorati e i velluti scarlatti le più alte personalità del panorama italiano. Lo spettacolo è stato trasmesso su diversi maxischermi sparsi per il capoluogo lombardo, inoltre, l’assessore alla cultura ha assistito al secondo atto presso il carcere di San Vittore, dove è stata effettuata una proiezione.

Smocking per gli uomini e raffinati abiti da sera per le signore, l’evento di gala è per molti un’occasione per intrecciare prestigiose relazioni sociali e sfoggiare la propria ricchezza, ma è significativo che tale scopo sia perseguito in uno dei templi della cultura italiana, promuovendo l’arte nostrana in tutto il mondo. La prima è anche un’occasione per omaggiare l’Italia, salutando con un lungo applauso Mattarella e consorte, che sorridono al pubblico dal palco reale, e suonando l’Inno di Mameli prima dell’overture. Noi de Lo Sbuffo non abbiamo ricevuto l’ambito invito per partecipare alla prima, né abbiamo la possibilità di pagare l’esorbitante prezzo del biglietto (2500 euro in platea), perciò abbiamo assistito all’evento davanti alla televisione come la maggior parte degli italiani interessati all’opera lirica, sintonizzandoci su Rai1 alle 17.45.

Attila è un’opera giovanile di Giuseppe Verdi, il libretto è stato scritto da Temistocle Solera ispirandosi alla tragedia Attila, Koig der Hunnen di Zacharias Werner. Negli ultimi anni la prima de La Scala ha ospitato opere italiane, segno che Piermarini vuole focalizzare l’attenzione sulla produzione del bel paese. Verdi è uno dei più celebri compositori della nostra nazione e l’orgoglio della città di Milano, perciò la scelta di tale opera ha uno straordinario significato. Attila debuttò alla Fenice di Venezia il 17 marzo 1846, la vicenda intrigò Verdi per i tre protagonisti: Attila, Ezio e Odabella. Siccome il compositore non era soddisfatto del libretto, chiese a Francesco Maria Piave di effettuare alcuni cambiamenti, purtroppo Solera si offese e non collaborò più con il musicista. La prima fu un fiasco, ma oggi l’opera è piuttosto rappresentata ed apprezzata nei teatri, pur non essendo tra le più famose opere di Verdi.

La Scala è uno dei più prestigiosi teatri al mondo, perciò i maestri coinvolti sono i migliori sul panorama internezionale: il direttore musicale è il celebre Riccardo Chailly, uno dei più grandi e conosciuti maestri italiani, mentre il regista è Davide Livermore. Il protagonista, Attila, è il basso Ildar Abdrazakov, la cui voce cavernosa ha caratterizzato magistralmente l’antagonista della storia; il generale romano Ezio è il baritono George Petea e Foresto, un cavaliere di Aquileia, è il tenore Fabio Sartori, entrambi hanno interpretato con efficacia il ruolo dei cupi paladini del popolo italiano. I ruoli brevi, ma non secondari di Uldino e Papa Leone sono interpretati rispettivamente dal tenore Francesco PIttari e dal basso Gianluca Buratto. La prima donna è il soprano Saioa Hernàndez, unica cantante tra i protagonisti maschili, che incanta il pubblico interpretando Odabella un’eroina del popolo forte e coraggiosa, ma anche sensibile e segnata da un triste passato.

La tragedia a cui si ispira la vicenda trasuda nazionalismo germanico, ma l’opera verdiana è un inno alla resistenza italiana contro l’invasore che infiamma le platee risorgimentali. Per questo, anche se i protagonisti sono romani e barbari, i personaggi nominano continuamente l’Italia e lo spettatore ottocentesco italiano, udendo le loro parole, non immagina l’impero romano, ma la propria patria invasa e divisa. Forse per questo motivo la regia non ha scelto un’ambientazione classica: i personaggi indossano panni novecenteschi, lo scenario è quello tipico di una guerra mondiale. Non compaiono centurioni e barbari ma militari, parroci, cortigiani travestiti, fiamme, camioncini militari e motociclette, in un’ambientazione cupa, nebbiosa, realizzata tra le macerie di una moderna città. Unico elemento anacronistico i cavalli, degli animali reali, cavalcati dai cantanti in scena: in groppa agli animali, il leader militare Attila e il leader religioso Papa Leone. Il destriero dell’unno è nero, quello del papa bianco, pertanto le due figure si contrappongono. Lo sfondo è un maxischermo che proietta nubi di nebbia o filmati in bianco e nero in cui si raccontano flash back o si rivela lo stato d’animo dei personaggi. Quando è entrato in scena papa Leone, il fondale è diventato un quadro di arte religiosa, in contrasto con l’ambientazione moderna ma portatrice dei valori antichi e cristiani della chiesa cattolica.

Durante i numerosi intervalli, la Rai ha proposto diverse interviste a spettatori famosi e ad alcuni dei realizzatori dello spettacolo, inoltre sono state proposte alcuni filmati del back stage e dei cambi di scena. In questo modo, chi ha assistito all’opera da casa ha potuto apprezzare dei particolari che la visione dal vivo non svela. Il prodotto televisivo, anche se non potrà mai competere con la visione dal vivo, diventa dunque uno spettacolo curioso, interessante e prezioso. Molti hanno offerto la propria interpretazione dell’opera e hanno analizzato i personaggi, offrendo degli spunti di riflessione e delle chiavi di lettura allo spettatore, altri hanno invece parlato della propria esperienza personale. Elio de Le storie tese, in particolare, ha mostrato come anche gli autori di musica leggera e addirittura comica possano appassionarsi di opera lirica e trarre dalla musica classica spunto per la propria arte.

La Carmen di Bizet

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Può la sete di libertà, la vitalità e l’indipendenza portare alla morte e all’autodistruzione? Siamo agli inizi del XIX secolo a Siviglia e Carmen è la più sensuale delle gitane, ma per non rinunciare alla propria vita libera tra tarocchi e fughe con i contrabbandieri andrà incontro alla morte per mano di Don Josè, incapace di accettare la fine del loro amore.

L’autore è Georges Bizet e il libretto in francese è di Henri Meilhac e Ludovic Halévy. Carmen debutta sul palcoscenico il 3 marzo 1875 all’Opéra-Comique di Parigi e fu un fiasco perché il pubblico non era ancora maturo per apprezzare la scabrosità e l’eccessivo realismo dei temi trattati. Bizet morì tre mesi dopo a trentasei anni nella delusione, dopo aver composto quest’ultima opera considerata ingiustamente dissoluta e immorale. La Carmen è stata ben preso rivalutata e oggi è una delle rappresentazioni più messe in scena al mondo.

La vicenda è tratta da Carmen, novella di Prosper Mérimée. Sin dall’overture è evidente il tema di eros e thanatos, infatti l’opera inizia con l’inconfondibile tema travolgente ed energico, ma subito un’ombra di inquietudine s’insinua nella melodia: è il destino di morte che attende Carmen. Don Josè è un giovane brigadiere di servizio a Siviglia, fidanzato con la dolce Micaela, sua sorella adottiva. La sua esistenza retta e rispettosa delle regole viene sconvolta dall’incontro con Carmen, una zingara che considera l’amore come un “uccello ribelle, che nessuno potrà mai addomesticare”. Da subito la gitana si presenta come una donna libera e sensuale, una femme fatale sprezzante di ogni autorità che seduce il brigadiere cantando l’habanera, una delle arie più celebri dell’opera lirica. Georges Bizet compose tale aria ispirandosi all’habanera El Arreglito, di moda nei cabaret dell’epoca. Il compositore pensava che si trattasse di musica popolare, solo successivamente apprese che era un brano composto pochi anni prima da Sebastiàn Iradier. Bizet risolse la questione aggiungendo una nota allo spartito.

Dapprima Don Josè non degna la gitana di uno sguardo, poi però si innamora perdutamente di lei. Carmen vorrebbe che Don Josè diventi contrabbandiere per vivere una vita priva di regole e libera: inizialmente il soldato rifiuta tale stile di vita, ma finisce per cedere. Un giorno Micaela avvisa Don Josè che la madre è morta, così il contrabbandiere è costretto a seguirla abbandonando Carmen. Entra in scena il torero Escamillo sulle note del coro Toreador, si innamora di Carmen e la invita ad assistere alla corrida di Siviglia. Fuori dall’edificio dove si svolge la feroce battaglia tra l’uomo e il toro, Don Josè, ormai in rovina per colpa della gitana, incontra Carmen. La donna ha perso ogni interesse per lui, eppure decide di incontrarlo nonostante le carte abbiano preannunciato la sua morte. Don Josè invita la zingara a iniziare una nuova vita insieme in un altro paese, ma Carmen rifiuta. Il soldato, cieco di gelosia e consapevole di aver perso ogni cosa, la uccide con una pugnalata. La scena della morte è carica di pathos perché le note della tragedia sanguinosa si alternano a quelle trionfanti e festose della corrida che si sta svolgendo all’interno dell’edificio presso cui si trovano i protagonisti.

La Spagna è accuratamente ricreata attraverso la presenza dei gitani, la corrida e i toreri, le montagne dei contrabbandieri, la città di Siviglia e i nomi dei personaggi; l’ambientazione latina e la passionalità del popolo spagnolo sono perfetti come scenario per la trama. L’opera appartiene al verismo, infatti i personaggi in scena appartengono prevalentemente al popolo e compaiono elementi molto crudi per l’epoca come il contrabbando, l’illegalità, l’omicidio, il libertinaggio femminile. Non esistono inoltre personaggi completamente positivi o negativi perché la loro psicologia è complessa e articolata: come considerare per esempio Carmen, una perfida seduttrice o un’eroina tragica che lotta per la propria libertà? Carmen non è solo una bella e seducente zingara, ma è soprattutto un personaggio femminile forte e anticonformista, pertanto è estremamente attuale. Il suo gesto estremo di sfidare Don Josè andando incontro alla morte per restare fedele ai propri principi hanno indotto i critici a paragonarla a Don Giovanni, che preferisce sprofondare all’inferno piuttosto che pentirsi dei propri peccati. Il fascino della gitana deriva più dal suo spirito indipendente che dalla leziosità femminile.

Lo spettacolo fu allestito attraverso svariate difficoltà e la direzione artistica insisteva per concludere lo spettacolo con un lieto fine, ma Bizet insistette per un epilogo tragico. E’ magistrale e verrà certamente ricordata nel tempo l’interpretazione di Maria Callas.

La discriminazione delle donne nella musica classica

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Bach, Mozart, Beethoven, Vivaldi, Verdi. I più celebri compositori delle epoche e delle correnti più diverse hanno una sola cosa in comune: sono tutti uomini, solo agli esperti musicologi verrà in mente il nome di una compositrice donna. Eppure le fanciulle di buona famiglia conoscevano la musica, imparavano a cantare e suonare qualche strumento, possibile che nessuna di loro sapesse comporre e possibile che non sia mai nata un genio musicale donna? Studiando tomi polverosi di storia della musica si scopre che le donne musiciste e compositrici sono esistite e hanno prodotto opere di valore.

Il ritardo della comparsa della donna nel mondo della musica è indubbiamente dovuto alla discriminazione femminile e al ruolo subalterno che rivestivano nella società. Come potevano le donne eguagliare gli uomini se erano relegate nel ruolo di madre e di angelo del focolare domestico? E’ tuttavia indubbio che, anche dopo l’emancipazione femminile, nessuno ha pensato di proporre al grande pubblico le opere delle compositrici, che restano sconosciute anche agli uomini di cultura medio-alta. Daniela Domenici ha raccolto in Note di donne, musiciste italiane dal 1542 al 1833 le vite di numerose musiciste italiane. “Ho trovato la biografia online della maggior parte delle compositrici scritta in inglese e non in italiano, come mi sarei aspettata data la loro nazionalità”. Anche se nulla sembra vietare alle donne di raggiungere il successo nel mondo dell’arte, continuano ad essere oscurate dagli uomini.

Nella raccolta viene menzionata Maddalena Casulana, vissuta nel tardo Rinascimento, prima donna ad aver pubblicato delle proprie composizioni nella storia della musica europea. Si trattava di un libro di madrigali, nella cui dedica rivolta a Isabella de’ Medici l’artista dichiara di voler “mostrare al mondo il vanitoso errore degli uomini di possedere essi soli doti intellettuali, e di non credere possibile che possano esserne dotate anche le donne”. Segue Francesca Caccini, figlia d’arte del celebre Giulio, che contribuì alla fioritura della musica barocca e fu la prima donna a comporre un’opera, La liberazione di Ruggiero. L’elenco continua con Barbara Strozzi, Claudia Sessa, Sulpitia Cesis, Lucrezia Vizzana, Claudia Rusca, Chiara Cozzolani e Isabella Leonarda. Si tratta quasi sempre di monache, perché le religiose erano spesso solite accompagnare la preghiera o le funzioni religiose con il canto e la musica, inoltre avevano la facoltà di studiare. Raffaella Aleotti pubblicò per prima tra le donne composizioni di musica sacra, Maria Calegari si conquistò il titolo di Divina Euterpe, in relazione alla musa della musica. Nella lista troviamo anche una nobile decaduta cresciuta in condizioni svantaggiate, Maddalena Sirmen, educata nell’orfanotrofio veneziano dell’Ospedale dei Mendicanti dove ai trovatelli si insegnavano le arti dei mestieri. Maddalena diventò una violinista e una compositrice apprezzata in tutta Europa.

Si tratta di nomi sconosciuti e spartiti dimenticati, in una cultura dominata da figure maschili. Esistono tuttavia donne che hanno fallito nella loro carriera musicale, non per incapacità o pigrizia bensì per la semplice sfortuna di essere nate di genere femminile. Non tutti sanno che Mozart aveva una sorella maggiore, Maria Anna detta Nannerl, che suonava egregiamente clavicembalo, fortepiano e pianoforte. La fanciulla era talentuosa tanto quanto il fratello e si esibiva con lui da bambina per le corti d’Europa, ma fu costretta ad accantonare lo studio per dedicarsi ad attività femminili. La giovane catturò più del fratello l’approvazione dei critici, tuttavia il padre Leopold decise di puntare sul figlio maschio perché i soldi non erano sufficienti per educare entrambi i figli. Purtroppo all’epoca solamente le famiglie più ricche potevano permettersi di avviare una donna alla professione di pianista, poiché soltanto i maschi ricevevano un compenso per le esecuzioni in pubblico. A diciotto anni la carriera musicale della giovane Mozart fu così interrotta e ben presto sposò un ricco barone.

Sylvia Milo ha scritto l’opera teatrale The other Mozart, utilizzando i documenti e gli scambi epistolari della famiglia Mozart. L’autrice presta la voce a Nannerl citando delle lettere. Il padre Leopold scriveva: “A soli dodici anni, la mia piccola ragazza è tra i migliori pianisti d’Europa” Non mancano le lodi del fratello minore Wolfang: “Sono stupefatto! Non sapevo fossi in grado di comporre in modo così grazioso. In una parola, il tuo Lied è bello. Ti prego, cerca di fare più spesso queste cose“. Dai documenti si evince chiaramente che Nannerl era la migliore dei due fratelli, eppure il mondo celebra la gloria del figlio maschio Wolfgang.