La soave voce dei castrati

Articolo pubblicato da Lo Sbuffo.

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Le voci maschili e femminili, come ben sappiamo, cambiano nel corso dell’adolescenza, tale mutamento è ben più evidente negli uomini. Per mantenere inalterata la voce dei bambini nel corso della crescita e trasformarli così in cantanti unici nel loro genere, per secoli si è praticata la castrazione su ragazzini di otto o dieci anni, molti dei quali sono diventati in vere e proprie star del mondo dell’opera lirica o della musica religiosa.

Il più celebre castrato della storia è Farinelli (1705-1782), una vera e propria celebrità dell’epoca che girò l’Europa per cantare nelle più prestigiose corti del continente. La sua biografia è raccontata, anche se romanzata, nel film Farinelli – Voce Regina. Non esistendo al mondo più alcun cantante castrato, nel film la voce di Farinelli è stata realizzata mediante un mix di un contraltista uomo e di un soprano donna.

I cantanti castrati avevano molti nomi: cantori evirati o soprani naturali (in contrapposizione con soprani artificiali, gli uomini non castrati che cantano in falsetto) erano i più comuni. Il loro successo raggiunse l’apice nei secoli XVII-XVIII, per tramontare nel XIX secolo.

Esistevano molte tecniche per praticare la castrazione, ma erano tutti metodi molto rischiosi per le pessime condizioni igieniche in cui si svolgeva l’operazione e per le arretrate conoscenze mediche. L’operazione prevedeva che la laringe e l’estensione vocale si mantenessero inalterate nel corso della crescita e il timbro si sviluppasse con caratteristiche peculiari. Veniva inibita la produzione di spermatozoi rendendo così il cantante sterile, ma la persona era ancora in grado di produrre liquido seminale e di avere un normale rapporto sessuale, pertanto si conoscono castrati che avevano anche molti amanti, sia uomini sia donne. Circolavano addirittura dicerie sulle straordinarie doti amatorie dei castrati.

Il primo impiego dei castrati nella musica risale all’impero bizantino. Scomparvero poi per circa tre secoli, per ricomparire in Italia nel XV secolo dalla Spagna, dove gli eunuchi erano diffusi presso gli arabi con varie funzioni, come quella di custodi dell’harem.

L’impiego dei castrati nella musica era preferibile a quello delle voci bianche, che erano sfruttabili solo per pochi anni ed avevano meno esperienza di un uomo adulto. Le donne inoltre non potevano cantare in chiesa. Le opere di Hendel prevedevano molto spesso opere per castrati, che oggi vengono eseguite da cantanti donne. Un’altra opera molto cara a noi de Lo Sbuffo è L’incoronazione di Poppea di Monteverdi. L’aria finale Pur ti miro è una soave canzone d’amore cantata da Poppea (soprano) e Nerone (castrato). Non stupitevi se nel video che vi proponiamo Nerone è interpretato da un uomo anziché una donna: oggi nessuno viene castrato per intraprendere la carriera musicale, esistono però alcuni rarissimi uomini che nascono con un timbro vocale femminile.

I castrati nell’opera lirica interpretavano i ruoli più eroici nonostante venissero spesso derisi per il loro aspetto e la voce acuta, mentre le voci maschili tradizionali erano considerate troppo realistiche, volgari e poco portate al virtuosismo, pertanto erano considerate adatte solo a ruoli secondari o comici.

La Chiesa ebbe un ruolo ambiguo nell’impiego dei castrati nella musica. Ufficialmente operare i bambini era una pratica punibile con la scomunica, pertanto le castrazioni venivano effettuate clandestinamente, di fatto nelle cappelle delle chiese di tutta Italia venivano assunti castrati. La pratica divenne illegale solo nel 1861, con l’Unità d’Italia.

Per diventare cantanti era necessario studiare molte ore al giorno nelle scuole di canto, dove la disciplina era rigida per preparare al meglio i ragazzi, ma non sempre gli studenti raggiungevano il successo nell’opera lirica o nelle cappelle ecclesiastiche: molto diventavano semplici insegnanti di musica, oppure fallivano del tutto e vivevano nella miseria.

Ma chi era disposto a praticare un’operazione così barbara su un ragazzo?

Nel XVIII secolo, nell’epoca d’oro dei castrati, si stima che circa 4000 ragazzi venissero castrati ogni anno. Si trattava per lo più di orfanelli, o figli di povera gente venduti dai genitori al clero o ad un maestro di canto, sperando che potessero così raggiungere fama e successo. Ci sono anche casi di giovani che chiedevano spontaneamente di essere castrati, come il celebre Caffarelli.

Alessandro Moreschi (1858-1922) fu l’ultimo castrato di cui abbiamo testimonianza, era chiamato l’Angelo di Roma ed era molto famoso, sebbene morì in solitudine. Di lui si sono conservate le uniche registrazioni musicali di un castrato a nostra disposizione. La qualità dell’audio non è eccelsa perché si tratta di registrazioni del primo Novecento (1904), inoltre il cantante in quel periodo era già in declino ed era molto emozionato per dover cantare all’interno di un imbuto (le sale di registrazione non erano comuni all’epoca), ma si tratta comunque di una testimonianza unica nel suo genere.

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Cristina D’Avena, paladina dei Millennials

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Una voce candida e innocente ma spensierata e frizzante, dolce come quella di un bambino ma con l’esperienza di un adulto. Cristina D’Avena è conosciuta in tutta Italia per le sigle dei cartoni animati in onda da quarant’anni su Italia Uno, i Millennials sono cresciuti ascoltando la sua voce e, nonostante l’età, cantano a memoria le sue canzoni con entusiasmo e nostalgia.

Come tutti sanno, le sigle sono importanti tanto quanto l’anime, di cui costituiscono una sorta di trailer in quanto riassumono la trama dell’anime e propongono una serie di scene tratte dalle puntate. La struttura della sigla è elementare e la complessità del testo è a prova di bambino, nonostante ciò i ritornelli sono dei veri e propri tormentoni che restano impressi nella memoria e identificano il cartone animato. La sua voce si presta perfettamente sia ai cartoni animati più romantici come Piccoli problemi di cuore, sia a quelli più avventurosi come Batman, Holly & Benji, All’Arrembaggio (pessima traduzione italiana di One Piece), Lady Oscar.

La carriera di Cristina D’Avena (6 luglio 1964) inizia prima che la cantante possa avere piena consapevolezza del proprio successo: a tre anni e mezzo esordisce allo Zecchino d’Oro con Il valzer del moscerino, aggiudicandosi il terzo posto. Canterà nel Piccolo Coro dell’Antoniano sino al 1976 e, quando sarà troppo cresciuta per farne parte, vi accompagnerà la sorella Clarissa per altri cinque anni.

Inizierà poi a scrivere canzoni per la TV. Tra le prime ricordiamo Canzone dei Puffi del 1982, che vinse un Disco d’Oro, ma anche il Disco di Platino Kiss me Licia del 1985. Dal 1983 al 2000 ha partecipato alla trasmissione Bim Bum Bam, in cui tutti i Millennials la ricordano nel ruolo di guest star. La cantante ha partecipato inoltre a numerose trasmissioni per adulti.

Cristina d’Avena non ha mai fatto dell’aspetto fisico il suo cavallo di battaglia, nonostante ciò è una bella donna. 160 cm per 50 kg, è un’elegante e minuta mora formosa. La cantante è saggiamente riuscita a sottrarre la propria vita privata al mondo dei gossip, infatti si sa pochissimo sul suo conto. Convive con un uomo che dovrebbe chiamarsi Massimo e non ha figli. Ha scelto di non diventare mamma perché ha sempre dato la precedenza al lavoro, rimandando un’eventuale gravidanza sino a quando non è stato più possibile In un’intervista Cristina ha provato a spiegare come mai non si è sposata, ma è stata molto vaga: per una serie di ragioni, tra cui una crisi, hanno continuato a posticipare, ma l’artista non ha accantonato del tutto l’idea di indossare l’abito bianco.

Le canzoni di Cristina d’Avena sono diventate così popolari da attirare l’attenzione del Gem Boy, che ha realizzato delle parodie delle sigle come la celeberrima Orgia Cartoon. Il gruppo demenziale e la dolce cantante hanno deciso di realizzare delle collaborazioni, come per esempio delle tournee insieme. Un paio d’anni fa hanno fatto sold out all’Alcatraz di Milano, incantando una moltitudine di bambini troppo cresciuti con le sigle della loro infanzia e la relativa parodia. Noi dello Sbuffo abbiamo partecipato all’evento e ne siamo stati entusiasti. Cristina sa dunque prendersi in giro e fare il verso a se stessa, conscia che gli adulti hanno bisogno di attribuire significati ulteriori all’innocenza delle sue canzoni, per esempio aggiungendo la tematica sessuale agli argomenti della sigla originale, oppure sottolineando alcune assurdità del cartone.

 

Le prove antegenerali di “Francesca da Rimini” alla Scala di Milano

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Il 10 aprile sono andate in scena le prove antegenerali di Francesca da Rimini presso La Scala di Milano, scritta da D’Annunzio e musicata da Zandonai. La rappresentazione, in scena dal 15 aprile al 13 maggio, avrà come direttore d’orchestra Fabio Luisi, come regista David Pountney e le scenografie sono di Leslie Travers.

Grazie agli immortali versi del canto V dell’Inferno Dante la storia è nota a tutti: due cognati innamorati, Paolo e Francesca, si baciano leggendo la vicenda di Lancillotto e Ginevra, ma la loro vita viene stroncata dal marito della fanciulla, ingelosito e adirato per il tradimento. D’annunzio ha ampliato la trama aggiungendo dettagli, come la morte di un giullare e l’intrigo per cui avrebbero fatto credere a Francesca di sposare Paolo il Bello quando era promessa al suo brutto e zoppo fratello Gianciotto.

La regia è stata fedele alla trama originaria salvo nel finale. Secondo il libretto, Francesca avrebbe dovuto proteggere col proprio corpo Paolo da Gianciotto, il quale trafigge con un solo colpo entrambi gli innamorati per poi spezzare la spada. La Scala propone invece una soluzione differente: la coppia è sdraiata su un enorme libro aperto e un pugnale viene calato dall’alto mediante una corda. Si tratta di una soluzione poco efficace, che non riesce a commuovere lo spettatore.

La musica non prevede arie indimenticabili, che lo spettatore possa canticchiare al termine dello spettacolo, le note di Zandonai costituiscono piuttosto un accompagnamento alle parole di D’Annunzio, un sottofondo più simile ad una colonna sonora. Data la maggiore importanza del testo rispetto alla musica, non si può apprezzare lo spettacolo senza seguire il testo sul libretto ma, trattandosi di una prova antegenerale, i display su cui vengono di solito trasmessi i sottotitoli erano spenti, così lo spettatore ha dovuto affidarsi all’intuito.

Le scenografie sono sontuose e colossali, degne del prestigio della Scala. Lo sfondo a semicerchio era in finto marmo bianco, con il bassorilievo in stile classico di una fanciulla. I personaggi maschili, vestiti con divise militari simili a quelli di un regime dittatoriale degli anni Trenta, cantano su un’impalcatura semicircolare mobile in metallo, dotata di cannoni e scalette. Anche le ancelle di Francesca erano soldatesse, ma talvolta si privavano delle divise per danzare con semplici e femminili indumenti bianchi. Dopo l’intervallo compaiono altre scenografie che evocano la guerra degli anni Trenta: un aeroplano e delle scrivanie su cui trafficano le soldatesse. Il libro che fa innamorare Paolo e Francesca è enorme, i cantanti si esibiscono sopra le sue pagine.

Le prove sono aperte agli spettatori, ma non hanno lo stesso fascino degli spettacoli ufficiali. Il pubblico è inferiore e occupa soltanto i posti anteriori della platea, mentre le seggioline più vicine al palco sono riservate alla regia. I musicisti non indossano abiti di gala, i saluti finali sono sbrigativi e, soprattutto, la rappresentazione può essere interrotta per esigenze di regia. Fortunatamente il 10 aprile si è verificata una sola interruzione, durante il canto di Francesca.

 

Opera lirica for dummies

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Opera lirica: ritmo lento, trame inconsistenti, parole incomprensibili. E’ ancora possibile apprezzare tale linguaggio artistico nel ventunesimo secolo? Ma, soprattutto, è possibile apprezzare un genere musicale così complesso senza avere un buon orecchio musicale e senza capirci un tubo?
Il segreto è non privare l’opera della sua contestualizzazione, non dimenticare il periodo storico in cui i grandi compositori hanno concepito i propri capolavori. Si tratta di epoche in cui era molto apprezzata la teatralità, il dramma, il pathos, perciò non sorprendiamoci se i personaggi impiegano un atto intero a morire e, durante l’agonia, riescono persino a trovare la forza di intonare una o due arie. Si pensi alla povera figlia del Rigoletto e a quanto tempo trascorre sofferente prima che muoia tra le braccia del padre, cantando però come una fresca fanciulla nel pieno delle forze. Se avete presente anche le opere letterarie dell’epoca, comprenderete come i ritmi della narrazione siano molto più lenti di quelli attuali e sarete a conoscenza del fascino per l’esotico tipico dei secoli andati, dunque comprenderete l’alone di mistero che circonda personaggi come i gitani della Carmen, i cinesi della Turandot, oppure i giapponesi di Madame Butterfly.
Infine è bene ricordare che la parola non basta a trasmettere il significato: la musica è la vera colonna portante della comunicazione, così spesso la macchina narrativa si interrompe per lasciare la parola ai cantanti, che intonano arie indimenticabili pur senza discostarsi dalla trama. Inoltre i contenuti dei testi sono rafforzati dalla musica. Si pensi a La calunnia è un venticello del Barbiere di Siviglia di Rossini, l’aria esordisce con la stessa timidezza con cui la calunnia si insinua nella società e si conclude impetuosamente, evocando il caos che una maldicenza può generare. Un altro esempio è l’Incoronazione di Poppea di Monteverti: nel duetto conclusivo le voci dei due innamorati si rincorrono in una spirale che trasmette il sentimento d’amore molto più del testo della canzone, breve e fondato sulla ripetizione.
Nel corso del tempo è mutato anche l’ambiente in cui le opere vengono eseguite e il pubblico. Oggi il melomane medio è una persona in età avanzata di ceto elevato, ma in passato le arie erano tormentoni cantati per le strade, i teatri erano luoghi di ritrovo mondani e cantanti, compositori e direttori d’orchestra erano delle vere e proprie celebrità. Basti pensare ai sontuosi funerali di Verdi, illustre cittadino amato dall’intera città di Milano. E’ un peccato che i giovani si siano allontanati dall’opera lirica e Lo Sbuffo spera di avvicinare i ragazzi a tale genere.
Il mondo della lirica si sta evolvendo, infatti gli scenografi propongono sempre più spesso soluzioni moderne, che si discostano da quelle concepite quando le opere e i libretti sono stati composti. Il risultato è un pubblico diviso in due. Meglio restare fedeli alla tradizione o sbizzarrire la fantasia alla ricerca di nuove interpretazioni? A voi la scelta!
Ma come avvicinarsi all’opera lirica? Purtroppo si tratta di un passatempo costoso, infatti i biglietti dei grandi teatri come La Scala di Milano o il Teatro San Carlo di Napoli possono costare anche centinaia di euro. Fortunatamente esistono anche spettacoli a buon mercato, sebbene con scenografie e costumi meno sontuosi. Il web è una preziosa fonte di informazioni, in particolare su Youtube sono disponibili numerosi film di spettacoli, sia opere complete sia singole arie.
L’opera lirica richiede una complessità di esecuzione maggiore rispetto agli spettacoli come i musical o i concerti di musica leggera: una messa in scena prevede il duro lavoro coordinato di musicisti, cantanti, ballerini, scenografi, costumisti, macchinisti, truccatori … e i significati racchiusi in un’opera sono molto più complessi di quelli delle opere rivolte alla massa contemporanea. Molti si scoraggiano di fronte alla profondità dei significati e della tecnica, così abbandonano la visione. Tuttavia non bisogna dimenticare che nemmeno i contemporanei dei compositori erano esperti di musica e canto, eppure riuscivano a commuoversi. Le grandi arie dell’opera sono orecchiabili, coinvolgenti, trasmettono grandi emozioni, non importa se non si capiscono tutte le parole, ciò che conta è lasciarsi trascinare dalla musica.

Fonti:
http://www.opera-europa.org/it/risorse-opera/che-cosa-l-opera

Credits:
http://www.svolta.net/albenga-incontro-dedicato-al-mondo-dellopera-con-ileana-guidarini/6051/

Il Teatro Sociale di Como propone “Don Chisciotte” di Minkus a San Silvestro

Questo articolo è stato pubblicato su losbuffo.com Il Teatro Sociale di Como propone “Don Chisciotte” di Minkus a San Silvestro

Il Teatro Sociale di Como ha portato in scena per il Veglione di Capodanno Don Chisciotte di Ludwig Minkus, interpretato dal Balletto di Mosca “La Classique”.

La storia è chiaramente ispirata al capolavoro dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra, ma si discosta radicalmente dalla trama del romanzo picaresco. Il primo atto si apre con la decisione di Don Chisciotte di diventare cavaliere dopo aver sfogliato gli antichi tomi della sua biblioteca e la sua partenza alla ricerca di avventure con lo scudiero Sancho Panza, un paffuto contadino amante dei piaceri terreni. La vicenda si trasferisce poi in un villaggio in cui la bella Kitri viene corteggiata dal barbiere Basilio. I due si innamorano, ma il padre della fanciulla non è favorevole al matrimonio e preferirebbe che la ragazza sposasse il ricco Gamache. La gente del villaggio, composta da contadinelle e toreri, inizia a danzare; Don Chisciotte riconosce in Kitri Dulcinea, l’amata cui dedicare le proprie imprese, e riesce a danzare con lei. I due innamorati fuggono e vengono inseguiti da Don Chisciotte e Sancho Panza.

Il secondo atto messo in scena al Teatro Sociale è molto diverso da quello descritto nei manuali che trattano dell’opera. L’azione inizia con le danze degli zingari, che non assalgono Kitri e Basilio come accade di solito nell’opera di Minkus. Giunge poi Don Chisciotte, che non sfida i mulini a vento dipinti sullo sfondo né abbatte il teatrino dei burattini degli zingari come avviene di solito, ma cade semplicemente in una sorta di sonno profondo, durante il quale ha la visione di incantevoli ballerine vestite di azzurro e argento, un angioletto e due ballerine argentate, senza sognare Dulcinea come previsto dalla trama dell’opera. Difficile individuare il significato di tale scelta, ma nonostante ciò l’effetto complessivo è stato gradevole.

Nel terzo atto ricompaiono i due innamorati che si rifugiano in una locanda, ma vengono trovati dal padre della giovane, Gamache, Don Chisciotte e Sancho Panza. Per convincere il futuro suocero a benedire le nozze, Basilio simula un suicidio. Ottenuto il consenso, Kitri, Basilio e l’intero corpo di ballo danzano sulle note conclusive.

I danzatori hanno saputo incantare gli spettatori con abili passi di danza, leggiadri e raffinati ma anche comici, come nel caso del ricco pretendente, solenni per quanto riguarda Don Chisciotte, apparentemente goffi circa Sancho Panza. Ad un certo punto dello spettacolo lo stereo si è inceppato (l’elegante sede del Teatro Sociale non è abbastanza grande per ospitare un’orchestra), ma i ballerini hanno continuato a danzare impassibili, dando prova di grande professionalità. Purtroppo è stato dato eccessivo spazio al mimo nel rappresentare i dialoghi tra i personaggi: sebbene sia necessario rimediare all’assenza della parola nel balletto classico, è preferibile non far gesticolare troppo i ballerini e soffermarsi maggiormente sulla danza.

Le scenografie erano molto elaborate e consistevano essenzialmente in fondali dipinti con maestria. Per non intralciare i ballerini non erano presenti molti oggetti di scena e scenografie sul palco, ma quei pochi sono stati sufficienti per realizzare un’ambientazione suggestiva. Particolarmente caratteristico è stato un sipario semitrasparente che ha separato Don Chisciotte dalle ballerine del suo sogno, dividendo definitivamente la fantasia dalla realtà.

Un voto negativo si meritano invece i costumi di scena, in particolare quelli delle contadinelle, che avevano un aspetto quasi economico, e quelli delle ballerine del sogno, che erano poco eleganti nel loro tutù azzurro puffo e argento; la barba di Don Chisciotte e l’imbottitura della pancia di Sancho Panza sembravano inoltre dei costumi di Carnevale di basso prezzo. Dieci e lode invece per i costumi delle zingare, che tintinnavano al ritmo dei loro movimenti, e alle eleganti divise dei toreri.

Una nota negativa anche al servizio dei Teatro Sociale, che non ha offerto un piccolo rinfresco in occasione dell’ultimo dell’anno. Certo, era previsto un cenone nella Sala Bianca del teatro per coloro che avessero gradito partecipare, ma anche gli altri spettatori avrebbero avuto diritto ad un piccolo brindisi.

I giovani allievi della Scala al Piccolo con “Lo Schiaccianoci”

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

Dal 14 al 22 dicembre era in scena presso il teatro Strehler del Piccolo Teatro di Milano Lo schiaccianoci, interpretato dal giovani allievi dell’Accademia Teatro alla Scala. Siamo in pieno periodo natalizio e la scelta di proporre tale spettacolo è stata effettuata da molti teatri di danza, il Piccolo Teatro ha preferito addirittura inserirlo come unica opera di balletto in un cartellone composto da spettacoli di teatro di prosa.

La favola è molto semplice, la trama è posta in secondo piano per valorizzare le coreografie dei ballerini. Lo spettacolo si apre in un esterno innevato, in cui dei ragazzi costruiscono un pupazzo di neve. L’azione si trasferisce, poi, in un accogliente salotto addobbato per Natale, in cui adulti e bambini si scambiano gli auguri. Giunge uno strano individuo in frak rosso con un baule colmo di regali: alcuni pacchi sono ancora incartati, e vengono estratti cappelli, bambole meccaniche e, in particolare, un piccolo schiaccianoci a forma di soldatino per la piccola protagonista. Suo fratello, ingelosito pur avendo ricevuto un bellissimo fucile, rompe il giocattolo, che la bimba culla affettuosamente prima di  addormentarsi su una poltrona. Giungono dei topi che assaltano il salotto, lo Schiaccianoci prende vita e guida dei soldatini contro gli invasori. Solitamente il Re dei Topi viene sconfitto dalla protagonista, che gli scaglia contro una ciabatta, ma il coreografo dell’Accademia ha scelto di omettere questo particolare. Scacciati i topi, lo Schiaccianoci invita la fanciulla a seguirlo nel suo castello magico. La stanza si trasforma in un bosco in cui dei fiocchi di neve danzano… sotto della vera e propria neve che cade sul palco.

Nel secondo atto la trama è praticamente inesistente e si alternano le danze dei magici personaggi incontrati dalla protagonista e il suo Schiaccianoci. La Fata Confetto accoglie la coppia protagonista, che racconta la battaglia contro i topi attraverso un arguto espediente narrativo: i ballerini protagonisti e la Fata Confetto, interpretati da adolescenti, si voltano e osservano dei bambini portare in scena i punti salienti della lotta contro i topi. Lo Schiaccianoci  e la sua giovane dama si siedono su due troni e assistono ad una grande festa, in cui ballano a turno delle spagnole, dei cinesini, una coppia di arabi, un trio di russi, un gruppo di fiori rosa e altri magici personaggi. Le danze si chiudono infine con i leggiadri passi del principe e della Fata Confetto. È mattino e il sogno svanisce: la bambina si sveglia e abbraccia forte lo Schiaccianoci, che è ritornato ad essere un semplice giocattolo.

I giovani allievi dell’Accademia sono stati molto abili, dimostrando di essere all’altezza della Scuola che frequentano. Si trattava infatti di uno spettacolo degno, per la sua complessità, delle rappresentazioni di interpreti professionisti e i ragazzi hanno saputo gestire al meglio la situazione. Sono stati divisi per età: i più piccoli hanno interpretato i bambini alla festa di Natale, i cinesini e i topi, gli adolescenti tutti gli altri ruoli. I bimbi più piccoli suscitavano tenerezza per l’incertezza nei movimenti ma a dei talenti del loro livello si perdona tutto, soprattutto considerando la giovane età. Rovinavano, tuttavia, l’effetto complessivo tanti piccoli errori come una ballerina fuori tempo rispetto alle compagne, un cerchio non perfetto disegnato dai fiocchi di neve, dei danzatori che non sapevano celare la fatica…

Le scenografie erano particolarmente elaborate, sono state sfruttate al meglio le tecnologie offerte dal teatro Strehler, tra cui: una nave mobile, neve che cade dal cielo, scenografie che spariscono librandosi verso l’alto. I costumi erano curati e sontuosi, all’altezza di uno spettacolo di ballerini professionisti.

Unica pecca la musica, infatti le note di Čajkovskij sono state trasmesse da un impianto audio anziché essere suonate dal vivo. Lo Strehler non è attrezzato per ospitare un’orchestra, tuttavia non è rispettoso nei confronti del pubblico pagante proporre uno spettacolo privandolo della magia della musica suonata da professionisti.

Nel complesso il giudizio è positivo, lo spettacolo offre un approccio semplice, disimpegnato e divertente alla musica classica, sebbene i leggiadri passi sulle punte di ballerini adulti e professionisti siano di tutt’altro livello.

Intervista con Francesco Guccini, Intervista al Maestrone all’Arcimboldi di Milano

Articolo pubblicato su “Lo sbuffo”

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Venerdì 24 febbraio il teatro Arcimboldi di Milano ha ospitato Incontro con Francesco Guccini con la partecipazione dei Musici, il gruppo che accompagnava la voce del Maestrone durante i suoi concerti. Guccini ha ormai cessato di cantare del 2013 ma, fortunatamente per i suoi fan, non ha ancora perso la voglia di scrivere libri e di rilasciare interviste, come quella che si è tenuta a Milano. L’intervista è stata condotta da Bertoncelli, critico musicale e giornalista aspramente contestato nella storica canzone Avvelenata.

Dall’ultima tournée, Guccini si presenta più invecchiato soprattutto nei movimenti, ma non ha abbandonato il pullover rosso che spesso indossa in pubblico. La platea ha accolto il Maestrone con un’ovazione e Guccini ha risposto con l’umiltà che lo caratterizza e un’arguta battuta di spirito. Ha saputo raccontare il proprio passato con una grande abilità oratoria e una straordinaria simpatia, infatti ha divertito il pubblico con non poche esilaranti battute. La qualità dei contenuti non è però stata all’altezza dell’abilità del narratore, infatti gli appassionati di Guccini e coloro che avevano dimestichezza con le sue interviste e biografie non hanno scoperto nulla di nuovo sul cantautore. Altra pecca dell’incontro è stato l’impianto stereo del teatro, infatti coloro che sedevano sui palchi facevano fatica a sentire la voce del Maestrone.

Bertoncelli è rimasto nell’ombra per la maggior parte dell’intervista, restando in silenzio dopo aver posto le proprie sintetiche domande al maestrone. Al termine dell’intervista, il giornalista e il cantautore hanno assicurato di hanno essere amici nonostante l’aspro riferimento a Bertoncelli nell’Avvelenata. Quest’ultimo ha persino ottenuto una certa popolarità grazie a tale episodio.

 

L’intervista è durata un’ora, dopo la quale Guccini si è congedato per lasciare spazio alla musica. I Musici sono composti da cinque componenti: chitarra, basso, batteria, sassofono, tastiera. Tra tutti ricordiamo alla chitarra Juan Carlos Biondini, noto a tutti come Flaco, grande amico del Maestrone. I Musici hanno accompagnato Guccini per gran parte della sua carriera, il loro supporto è stato fondamentale per lui. Ancora oggi, sebbene Guccini abbia smesso di cantare, il complesso porta la musica del cantautore in giro per l’Italia affinché sia ancora possibile gustare le sue note in un live.

Ascoltare i brani di Guccini cantati da un’altra voce trasmette una certa malinconia, eppure il concerto è stato interessante e coinvolgente, soprattutto per gli a soli di sassofono. Il Maestrone era solito aprire i propri concerti con Canzone per un’amica e concluderli con La locomotiva, ma i Musici hanno preferito infrangere la tradizione e seguire un altro ordine. La locomotiva ha ricevuto uno strepitoso applauso dopo il verso “la fiaccola dell’anarchia” per l’evidente riferimento politico, inoltre il pubblico ha manifestato più volte la propria approvazione nel corso dell’intero concerto, ma l’esibizione non ha riscosso l’entusiasmo dei concerti di Guccini di un tempo: dopotutto mancava lui, il grande protagonista. Chissà se Guccini ha seguito il concerto dietro le quinte o se, considerata l’età, se n’era andato a dormire.

L’incontro di Milano, che è riuscito a riempire la platea come molte altre interviste di Guccini, non è stato il primo e non sarà l’ultimo evento di questo genere, infatti Guccini vi aspetta a Sanremo, presso il Teatro Ariston, venerdì 28 aprile e a Cesena, presso il Carisport, sabato 13 maggio. Si spera che il pubblico continui ad essere numeroso, si tratta delle ultime opportunità di incontrare il Maestrone dal vivo prima che il peso degli anni si faccia troppo pesante. Una cosa è certa: Guccini non è più giovane e arzillo, pertanto le sue uscite in pubblico trasmettono solo tanta malinconia.

 

Fonti:

http://www.ticketone.it/

http://teatroarcimboldi.it/event.php?id=592

http://www.francescoguccini.net/i-musici-di-francesco