La Giubiana, una strega della Brianza

“C’era una volta Canturium, una ricca città medioevale che sorgeva in una posizione strategica per l’epoca: si trovava infatti esattamente a metà strada tra la grande Milano e la piccola città lacustre di Como. Un’ottima posizione per commerciare, ma in tempi di guerra la cittadella brianzola era letteralmente tra l’incudine e il martello.

I canturini erano sotto assedio da mesi, tuttavia erano un popolo fiero (e anche un po’ testardo, ma questa è un’altra storia) e stavano tenendo testa al nemico con onore. Avrebbero anche potuto vincere quella dannata guerra, se non fosse stato per una donna.

La Giubiana era una bella castellana innamorata di un soldato nemico o una creatura demonica; sono numerose e contradditorie le voci sul suo conto, perciò nessuno saprebbe dire con certezza quale sia la verità. Sfruttò il suo fascino e chissà quale diavoleria magica per impossessarsi delle chiavi della città e le consegnò al nemico, condannando i concittadini alla sconfitta.

Il suo gesto fu giudicato alla massima pena: il rogo.”

 giubiana_02

(Il rogo della Giubiana di Cantù)

Una notte di fuoco

L’ultimo giovedì di gennaio è una notte di fuoco: moltissime città del Piemonte e della Lombardia accendono dei grandi roghi nelle piazze principali delle città per bruciare la Giubiana (o Giobia, Gibiana, Giobbiana … il nome varia a seconda della località), un fantoccio vestito di stracci di una vecchia, di una strega dalle calze rosse o di una giovane donna.

La storia e le fattezze del pupazzo mutano a seconda del territorio e sono fortemente influenzati dalle leggende locali; in questo articolo tratteremo solamente la Giubiana del territorio di Cantù, una città brianzola famosa per la squadra di basket Pallacanetro Cantù, i mobili e il merletto. In questa zona della provincia di Como la tradizione della Giubiana assue dei tratti molto particolari, perchè non viene immolata alle fiamme una delle tante vecchine malefiche da cui ci mettono in guardia i racconti popolari, bensì una giovane donna accusata di alto tradimento e stregoneria.

323160_5043606_CRG09_1320_16569088_medium

(La festa in piazza, ai piedi della chiesetta medioevale di S.Paolo)

Le origini della leggenda

Le leggende relative all’ultimo giovedì di gennaio (guarda caso, quest’anno sarà anche il giorno del mio compleanno, quindi fatemi gli auguri!!!) sono state tramandate oralmente da generazioni di contadini, perciò non abbiamo fonti scritte al riguardo e l’origine del nome è andata perduta.

Gli studiosi hanno tentato di riscoprire l’etimologia del termine formulando alcune teorie: la festività potrebbe derivare da un antico culto in onore di Giunone (da qui il nome Joviana), oppure potrebbe essere stata un rito in onore di Giove, a cui tra l’altro è stato dedicato il giorno settimanale del giovedì. Quest’ultima soluzione permetterebbe di far derivare il nome dal dio latino Jupiter-Jovis, da cui l’aggettivo Giovia e, successivamente, Giobia, strettamente collegato alle feste contadine di inizio anno per propiziare le forze della natura e ottenere un buon raccolto.

Si tratta di mere supposizioni, perciò non possiamo affermare nulla con certezza; certo è che la notte della Giubiana coincide con la festività romana delle Ferie Sementive, che segnavano la fine del periodo della semina.

Per quanto riguarda le credenze popolari canturine, non sappiamo con certezza in quale periodo la Giubiana tradì la cittadella. Forse la leggenda nacque nel XIV secolo, durante uno scontro tra comaschi e milanesi in cui Canturium (il nome medioevale della città) era alleata con questi ultimi. Alcuni invece sostengono che la vicenda si sia verificata nel corso di un’invasione del territorio canturino da parte dei Visconti in cui i Grassi, signori della città, furono spodestati.

La bella castellana potrebbe non essere mai esistita: i canturini, in seguito ad un’umiliante sconfitta in battaglia, avrebbero potuto incolpare una fanciulla inesistente. Siamo nell’epoca della caccia alle streghe e non era raro accusare una donna di avere provocato le sventure di una città.

La Giubiana di generazione in generazione

Fino a qualche decennio fa ogni famiglia, soprattutto se di origini contadine, allestiva un piccolo rogo casalingo in giardino. L’antico rito pseudo-pagano era anche un’occasione per liberarsi dei rifiuti: i roghi infatti erano composti soprattutto dalle sterpaglie che aveano invaso i campi durante l’inverno, truccioli, foglie secche, bucce delle arance consumate a Natale o di patate, fogli di carta e cartone impossibili da riciclare, gusci di noce, stracci.

Stiamo parlando di un’epoca in cui non si buttava via nulla perciò si trattava di roghi di piccole dimensioni, ma i ragazzi di allora non volevano rinunciare ad una serata di festa e si divertivano un sacco nel corso dei preparativi.

Una decina di anni fa, tornando a casa dalla grande manifestazione organizzata nel cetro del paese, era possibile osservare un piccolo fuocherello in ogni giardino. Oggi purtroppo i carabinieri sono diventati molto severi al riguardo e gli anziani, gli ultimi “fuochisti” rimasti, devono (o dovrebbero) accontentarsi del rogo nella piazza principale della città.

 file0002073733662

(Un cumulo di sterpaglie)

La morte di una strega

La vera festa non si svolge nei giardini delle abitazioni ma nella piazza principale della città, dove i paesani si raccolgono per assistere all’esecuzione.

Il fantoccio a Cantù non è di paglia come nelle altre città, bensì un avvenente manichino femminile donato da una generosa boutique. Le vesti del fantoccio cambiano ogni anno: abbiamo avuto Giubiane di alta moda, in blue jeans, in sontuosi abiti d’epoca o la sobria tunica di sacco della condannata a morte. Da piccola giocavo con le altre bambine ad indovinare il colore dei capelli e il vestito che avrebbe indossato.

117075_1588006_CFG01_9651932_medium

(una Giubiana bionda e impellicciata esposta presso il Basket Point di Cantù, Gennaio 2010)

Qualche giorno prima dell’evento, la strega viene esposta nella vetrina del negozio ufficiale della squadra di basket della città (anche se nel Medioevo si utilizzava la crudele gogna), mentre i ragazzi e i pompieri costruiscono la pira.

Quando giunge la notte fatidica, la Giubiana viene condotta in piazza su un carro, scortata da un corteo in costume in cui figurano, oltre alle immancabili damigelle medioevali, degli armigeri, un frate e un boia. Il momento è solenne e il manichino viene fissato in cima alla pira con un agghiacciante rullo di tamburi. Prima di appiccare il fuoco, viene recitata a gran voce il testo di un’ipotetica condanna a morte.

ROGO-G~1

(Una Giubiana vestita di rosso condotta in piazza dagli aguzzini)

Il rogo viene incendiato sotto lo sguardo dei canturini sadicamente eccitati. Se il fuoco attecchirà bene e il manichino brucerà velocemente, l’anno appena iniziato sarà fortunato per tutti, altrimenti saranno guai seri per il raccolto (ehm ehm, sarebbe meglio dire per le aziende padronali, visto che i campi coltivati si contano sulla punta delle dita) …

giubiana_1

(Lo scontento dei paesani nel 2008: la sagoma in plastica del manichino non è stata consumata dalle fiamme)

Incenerito il fantoccio, canturini assistono ad uno spettacolo pirotecnico e mangiano il tradizionale risotto con la salsiccia offerto dal comune, incuranti di avere assistito alla simulazione di un omicidio. Morire sul rogo è terribile, infatti il condannato può solo sperare di perdere i sensi a causa del fumo prima di essere ustionato dalle fiamme. i miei concittadini dovrebbero riflettere prima di cedere all’aspetto ludico della festicciola.

Annunci

“Amore e Psiche a Milano”, una breve ricerca sull’argomento

afa1Dal 1 Dicembre al 13 gennaio Palazzo Marino ospita due tesori dell’arte neoclassica, che il Louvre ha generosamente “prestato” alla città di Milano: Amore e Psiche stanti di Canova e Psyché et l’Amour di Gerard. La mostra è stata accolta dal pubblico con grande entusiasmo e la vostra centaura ha sfidato l’interminabile coda di spettatori in attesa (da quando è stata inaugurata la mostra, Piazza della Scala è affollatissima ad ogni ora del giorno) per ammirarla.

Le opere sono state collocate nella prestigiosa Sala Alessi che, in onore dei celebri capolavori, è stata profondamente trasformata in un giardino incantato per evocare l’ambiente in cui, secondo la favola di edipo, Pische è stata trasportata da Zefiro per volere di Cupido.

Ma come si può trasformare un salone cinquecentesco in un giardino? Il segreto è presto svelato: un soffice tappeto di erba sintetica per il pavimento e le pareti, moderni giochi di proiezioni per ricreare l’effetto delle fronde di un bosco che filtrano la luce del sole, un labirinto di archi prospettici per suddividere l’ampio spazio del salone in sezioni più raccolte e pregevoli fragranze di erba appena tagliata, sottobosco e polvere di marmo create appositamente per l’evento da un prestigioso laboratorio fiornentino. L’effetto ottenuto è la piacevole penombra di un piccolo boschetto, il luogo ideale per essere sospinti dalla brezza di Zeffiro tra le braccia di chi amiao. Ecco come Apuleio descrive il locus amoenus in cui igiovanamati si inotrano: “Psiche, dolcemente adagiata su un tappeto di tenera erbetta che le procurava un letto rugiadoso, sentì calmarsi nell’animo il grande turbamento e si addormentò serenamente. […] Vide allora un bosco di alberi frondosi e altissimi e una fonte chiara e trasparende come il cristallo.”

LA FAVOLA DI APULEIO

“Erant in quadam civitate rex et regina. Hi tres numero filias forma conspicuas habuere, sed…”
“C’erano una volta in una città un re e una regina. Questi avevano tre figlie di ragguardevole bellezza, ma…”

L’esordio di Eros e Psiche assomiglia molto all’incipit di una storiella per bambini e tale potrebbe sembrare l’intero racconto per la semplicità dei contenuti. La favola è una lunga digressione narrativa presente nelle Metamorfosi, uno dei più antichi romanzi dell’Occidente. L’opera, celebre anche con il titolo di Asino d’oro, fu scritta nel II secolo d.C. da Lucio Apuleio, appartenente ad una facoltosa famiglia romana della Numidia.

Se siete interessati alla trama delle Metamorfosi, il racconto delle disavventure del povero Lucio trasformato in un somaro, cliccate qui, troverete un brevissimo ma interessante riassunto. Se invece non avete tempo per divagare e desiderate maggiori informazioni sulle avventure dei due giovani innamorati, vi consiglio invece di fare una cliccatina qui, troverete una piacevole sintesi che predilige gli aspetti più romantici e emotivamente coinvolgenti della storia d’amore …

Per gli amanti della lettura consiglio invece

Apuleio, La favola di Eros e Psiche, Acquerelli, Giunti Demetra, 2008,

in cui è possibile assaporare il testo originale in latino con traduzione a fianco. Non lasciatevi spaventari dai brutti ricordi del lieo circa la lingua latina, lo stile di Apuleio è di facile comprensione e il testo in italiano a fronte arriva laddove il nostro intuito di latinisti inesperti non può.

Curiosità sul romanzo

I filoni narrativi presenti nel racconto di Apuleio rappresentano delle allegorie filosofico-religiose, relative ai culti misterici diffusi in tarda età romana. La nostra storia d’amore presenta dunque delle sfaccettature che l’uomo moderno difficilmente può individuare riguardanti segreti riti iniziatici e filosofie arcane, molto diffuse in un’epoca in cui gli antichi dei pagani stanno tramontando e la diffusione del Cristianesimo è ancora agli inizi.

La favola di Eros e Psiche rappresenta l’allegoria dell’anima (in greco ψυχή, Psiche) che, desiderosa di scoprire ciò che gli dei le hanno volutamente celato, disobbedisce al divieto degli dei, che la costringono a subire una severa punizione e ad espiare la colpa commessa. L’evoluzione della narrazione segue dunque un percorso di colpevole curiositas-espiazione della colpa-riscatto, ma possiamo solamente azzardare delle interpretazioni per quanto riguarda i riferimenti a flosofie e rituali misterici che, sfortunatamente, non sono pervenuti sino a noi.

L’oscurità che circonda tali religioni deriva dall’assenza di testimonianze scritte al riguardo: le cerimonie, riservate a pochi iniziati che si consideravano eletti dalla divinità, venivano celebrate in segreto e il culto veniva tramandato oralmente, onde evitare che l’esistenza di documenti scritti potesse rivelarne l’esistenza. Possiamo avere una vaga idea delle attività svolte durante i rituali osservando i meravigliosi affreschi della Sala dei misteri a Pompei: l’opera illustra in seguenza le danze, le letture di testi sacri prove iniziatiche e le gestualità liturgiche di un antico rito di cui abbiamo perso il significato.

Sono state inoltre proposte numerose letture in chiave psicoanalitica. Secondo alcuni, il racconto è una sorta di “sceneggiatura” della psicologia femminile. La vicenda può inoltre essere considerata una fiaba di redenzione, una precisa tipologia di racconto che rappresenta un processo di individualizzazione.

Nel racconto è evidente che Apuleio aveva una concezione neoplatonica dell’amore. Secondo la filosofia neoplatonica, eros deve essere puro e spirituale, poiché solo basandosi sui sensi più elevati e sull’utilizzo del pensiero si giunge alla contemplazione della bellezza ideale; il vero amore tenderebbe inoltre alla perfezione, da ricercare nella contemplazione di Dio. Il piacere del corpo viene dunque oscurata dalla centralità dell’anima e del sentimento. Coerentemente con la religione Cristiana che presto avrebbe trovato un’ampia diffusione tra la popolazione, secondo la filosofia neoplatonica è Amore anche il sentimento che Dio prova per le sue creature: Dio infatti crea perché ama (ma che razza di discorsi sono, per un’agnostica anticlericale come me?).

IL NEOCLASSICISMO

Il racconto di Apuleio, oltre ad offrire una piacevole opportunità di intrattenimento e di evasione, offrì numerose chiavi di lettura e spunti di ispirazione per gli artisti delle epoche successive; Eros e Psiche hanno avuto un grande successo, sia da un punto di vista letterario sia in ambito artistico, soprattutto nel Rinascimento e nel Neoclassicismo. Le opere esposte a Palazzo Marino appartengono a quest’ultima corrente artistica, sviluppatasi nella seconda metà del Settecento in stretta correlazione con il fenomeno culturale dell’Illuminismo.

Il Neoclassicismo si ispira alla regolarità, alla grazia e all’armonia a misura d’uomo dell’arte greca, che considera un’icona i perfezione, un punto di riferimento irrinunciabile nella delineazione delle proprie linee essenziali. Pur essendo stata accusata in passato di essere una mera imitazione dell’arte classica, oggi i critici riconoscono al Neoclassicismo di avere introdotto molteplici elementi di innovazione nella storia dell’arte che poco hanno a che vedere con un atto di emulazione. L’artista Neoclassico certamente desidera riprodurre lo stile e le tematiche dell’arte classica, ma è consapevole della distanza spazio-temporale che lo separa dal mondo perduto dell’antichità,con la quale si confronta in un rapporto di inquietudine e malinconia; esiste inoltre una stretta connessione in questo periodo storico tra l’equilibrio e l’ordine individuati nella classicità e la razionalità scientifica illuminista. La ricerca dell’ordine e dell’equilibrio dell’arte classica deriva da un rapporto critico con la teatralità e la maestosità del Barocco del ‘600 e il superamento del Rococò, una corrente artistica della prima metà del Settecento considerata in età neoclassica frivola e leggera.

L’arte neoclassicista è profondamente fondata sulla ragione ed è fondata su criteri classici di regolarità, semplicità e armonia ereditati dall’arte classica. L’arte è considerata un’attività creativa, non mimetica: il bello artistico non è raggiungibile riproducendo il bello naturale, ma realizzando una sintesi superiore della bellezza presente in natura; gli adolescenti delle opere esposte a Palazzo marino sono infatti idealizzati e perfetti, non esistono nella realtà dei giovani in grado di eguagliare la loro bellezza e l’eleganza dei loro gesti. Si tratta di una delle carateristiche principali dell’arte di Canova, che lo resero uno dei principali scultori dell’epoca, una vera e propria icona del XVIII secolo.

LA SCULTURA DI CANOVA

Il tema di Eros e Psiche conobbe una notevole popolarità nel Settecento e fu riprodotto da numerosi artisti, il più celebre dei quali è indubbiamente Canova. Delle tre versioni realizzate dall’artista, Amore sveglia Psiche, la seconda in ordine cronologico, è  uno dei soggetti più apprezzati dai visitatori del Louvre ed è annoverata tra le sculture più celebri della storia. Amore e Psiche stanti è la prima versione e, pur non essendo altrettanto conosciuta,  è anch’essa uno dei capolavori più celebri dello scultore veneto.

Vita dell’artista

Conoscere le tappe principali della vita di un’artista è fondamentale per comprenderne la poetica. Internet abbonda di biografie dei grandi uomini della storia e Canova non fa eccezione: se preferite una lettura sintetica e sbrigativa, ecco il sito che fa per voi (clicca qui), per gli appassionati consiglio invece un articolo più approfondito (clicca qui).

Descrizione e analisi dell’opera

Amore e Psiche stanti (148 x 68 x65 cm, marmo bianco) è la primo dei tre gruppi scultorei che Canova ha dedicato ai giovani amanti ed è stata realizzata nel, 1797. L’opera rappresenta una coppia di adolescenti in posizione eretta; Cupido è nudo, mentre Psiche indossa una gonna di stoffa leggera, attraverso la quale si intravedono le sue bambe snelle. La fanciulla sorregge con la mano sinistra il palmo spalancato di Cupido, sul quale appoggia con la destra una farfalla; Eros invece la abbraccia con il braccio destra e appoggia dolcemente una guancia sulla spalla dell’amata; entrambi gli sposi hanno il capo chino, rivolto verso la farfalla ed il gesto che stanno compiendo; la posizione delle gambe sembra indicare che i due si stiano avvicinando l’uno all’altro, venendosi incontro in un tenero abbraccio. I giovani hanno un volto molto simile e poco caratterizzato, l’espressione di entrambi è serena e distesa. Psiche ha i capelli raccolti e la fronte cinta da un fiocco mentre Cupido porta i capelli corti sciolti lungo i collo; ambedue le acconciature sono costituite dai morbidi riccioli che frequentemente compaiono nella scultura greca. Il gruppo, realizzato in marmo bianco, è sorretto da un piedistallo cilindrico ornato da ghirlande di fiori e da una farfalla.

La farfalla che Psiche dona a Eros ha un significato simbolico: essa rappresenta l’anima che la fanciulla dona al suo amato, infatti in greco antico l’insetto è chiamato Psiche, che significa anima. L’amore per Canova è un sentimento di purezza e innocenza, sensazioni evocati dai tratti morbidi e delicati della scultura che non trasmette l’erotismo che ritroveremo nell’opera di Gerard. Si noti come la postura di Psiche sia eretta e controllata, mentre Cupido, coerentemente con la teoria neoplatonica secondo cui Dio è amore e “riscalda l’animo umano”, si sta abbandonato ad un tenero gesto di affetto. Non è presente alcun riferimento al luogo in cui si trovano i soggetti del gruppo scultoreo, che si abbracciano in un non luogo senza tempo, in cui il loro intimo gesto di affetto risulta un’idealizzazione della purezza del sentimento d’amore.

LA GENTILE SENSUALITA’ DI GERARD

Psyché et l’Amour (200 x 116 cm, olio su tela) gode di minor prestigio rispetto alla scultura di Canova, ma è comunque una personaggio di rilievo del Neoclassicismo. Si tratta di una delle opere più celebri di François Gérard che si ispirò proprio all’opera di Canova, realizzata solo l’anno precedente. L’artista francese, introdusse un elemento appena accennato nel gruppo dello scultore italiano: l’erotismo. All’epoca Gerard era soltanto un promettente allievo di Jacques-Louis David ed era poco conosciuto, ma l’opera gli permise di guadagnarsi l’attenzione del pubblico francese. Il successo tuttavia non fu unanime e ci furono anche molte critiche, soprattutto da alcuni allievi di David che privilegiavano uno stile più arcaico. E’indubbio tuttavia che l’opera fu il primo di una lunga serie di successi, grazie ai quali l’artista ottenne una lunga serie di titoli e riconoscimenti, anche se relative alla più sua attività di ritrattista che alle scene mitologiche.

 Vita dell’artista

Siccome Gerard è meno conosciuto di Canova, ho cercato per voi un sito che non fornisse solamente una sterile biografia, ma anche una raccolta dei dipinti più celebri dell’artista e qualche informazione supplementare. Cliccate qui quel saperne di più …

Descrizione e analisi dell’opera

Psyché et l’Amour rappresenta il momento in cui Psiche viene sorpresa dal primo bacio dell’amato; per la fanciulla si tratta di un momento di raffinata sensualità ma anche di incredulità e (forse) imbarazzo, in quanto il giovane dio è invisibile ai suoi occhi.

La scena è ambientata in un magnifico giardino collinoso, in cui sono presenti alberi e cespugli rigogliosi e un prato di candidi fiorellini primaverili. Il cielo è schiarito dall’abbagliante luce del sole, anche se sono presenti alcune nuvolette sulla destra, sopra la testa di Cupido. I giovani sono raffigurati al centro del dipinto. Psiche è seduta su un rialzamento naturale del terreno, il corpo è raffigurato in tre quarti e il volto frontalmente; le gambe e i piedi sono lievemente incrociati, le braccia sono raccolte sotto il seno, la schiena è ricurva e gli occhi, persi verso un punto oltre le spalle dello spettatore,sono sbarrati in uno sguardo che rivela una profonda emozione: la posa assunta dalla giovane rivela quanto sia profondamente toccata dal bacio dell’amante invisibile, ma è anche uno spontaneo moto di pudore e incertezza, che la induce a raccogliersi in una posizione di chiusura. La postura di Cupido è sospesa, cristallizzata nell’attimo prima di scoccare il bacio sulla fronte dell’amata: il movimento degli arti, del viso e della gamba sinistra che si stanno lentamente avvicinando al corpo della fanciulla e le ali spalancate sono in contrasto con la rigidità della gamba destra, che è perfettamente eretta per sostenere il corpo del dio. Si tratta di una posizione un po’ irrealistica, ma capace di creare un’atmosfera sospesa. Sopra i raffinati riccioli dell’acconciatura di Psiche si libra leggera una farfalla bianca.

L’opera è una sottile miscela di raffinata staticità e sensualità: l’erotismo è costituito dalla nudità dei soggetti (il colore rosa della carne, accentuato dal mantello rossastro, è estrinsecato dal contrasto con lo sfondo azzurro e verde), dalla posa di Cupido e dalle emozioni sul Psiche; la staticità è invece dovuta alle scelte stilistiche dell’artista, un’evidente citazione della scultura di canova, e dalla compostezza dei personaggi e del paesaggio.

LE OPERE A CONFRONTO

Il dipinto di Gerard è una citazione della scultura di Canova, infatti la somiglianza tra le due opere è notevole, non solo per quanto riguarda il tema mitologico. I soggetti dell’artista italiano hanno un’età, una fisionomia e una corporatura molto simile a quelli del dipinto del pittore francese; la stessa cosa si può dire per le acconciature (sebbene la chioma della fanciulla di Canova sia adornata da un vezzoso fiocchetto) e per le vesti di Psiche. Gerard fa indossare alla giovane la medesima veste scelta dallo scultore italiano, aggiungendo una raffinata spallina adornata da una fibula e enfatizzando la trasparenza del tessuto. L’artista francese aggiunge inoltre un mantello color porpora con ricami dorati. Il Cupido del dipinto è inoltre raffigurato secondo l’iconografia tradizionale, con un paio di ampie e morbide ali di piume bianche, secondo la tipica iconografia rinascimentale dell’angelo.

Per quanto riguarda lo stile, Gerard emula la morbidezza dei tratti delle sculture di Canova, che all’epoca erano molto amata dal pubblico. I colori tenui e l’assenza dei contorni delle figure ricreano la delicatezza delle linee dello scultore italiano. Ciò che Gerard aggiunge (seppur con estrema parsimonia) all’opera è, come abbiamo accennato in precedenza, l’erotismo, un elemento evidente non soltanto dalla gestualità dei soggetti. Gerard infatti enfatizza, seppur con sapiente pudore e raffinatezza, l’anatonomia dei corpi delle figure umane: si noti come la postura di Eros ne sottolinei i glutei e la leggera adipe sul ventre; per quanto riguarda Psiche, risaltano invece le gambe snelle e le sue mani raccolte sui seni, un poco sopra l’ombelico (con ciò non intendo affermare che l’opera di Gerard sia un emblema della sensualità, l’erotismo nel quadro è, soprattutto per gli stadard di altre epoche storiche, appena accennato. L’artista infatti ha voluto attribuire un ruolo predominante alla purezza del sentimento a sapido della passione del corpo, esattamente come Canova). Le pose delle figure umane del gruppo scultoreo di Canova non vogliono mostrare i corpi degli amanti che, pur essendo di bella presenza, appaiono poco sensuali. Gerard realizza dei volti profondamente espressivi, che poco hanno in comune con l’espressione serena ma poco coinvolta degli innamorati di Canova: se i giovani dello scultore italiano abbozzano semplicemente un sorriso cortese, nell’opera di Gerard le emozioni son ben delineate dallo sguardo, dalle labbra e dal rossore delle guance.

Gerard sembra inoltre rinunciare all’assoluta idealizzazione di Canova: a differenza del pittore francese, gli innamorati hanno una collocazione spazio-temporale ben precisa, un idilliaco boschetto in pieno giorno.