Pasqua, pagana

E’ un immensa emozione per me annunciarvi che è uscito il mio primo articolo di giornale. Dopo tanti sforzi, finalmente il mio sogno si è avverato! Speriamo che questo scritto sia il primo di una lunga serie e che mi aspetti una lunga carriera da giornalista. Ho intenzione di lottare per raggiungere i miei obiettivi: come ho scritto sulla mia pagina in L’Indro, il giornale digitale per cui scrivo, Homo faber fortunae suae.

Ecco l’incipit dell’articolo e il link dove potete trovare il testo completo:

Numerosi popoli antichi celebravano l’equinozio e il risveglio della natura in primavera. Quando il Cristianesimo soppresse ogni altra religione mediterranea, molte caratteristiche delle festività primaverili furono adottate dalla Pasqua cristiana e sopravvivono ancora oggi nell’ignoranza dei fedeli che, credendo di onorare delle usanze cristiane, mantengono invece viva l’eredità di antiche celebrazioni politeiste.

Il termine Pasqua deriva dal latino pascha e dall’ebraico pesah che significano “passaggio” e “liberazione”, infatti tale festività per gli ebrei consiste nella celebrazione della liberazione del loro popolo dalla schiavitù in Egitto. Ben più interessante è il termine inglese Easter e il tedesco Ostern che derivano dal nome di Eostre, l’antica dea pagana nordica che ha dato vita a molte tradizioni pasquali attuali …”

http://www.lindro.it/0-cultura/2015-04-03/173003-pasqua-pagana

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La tradizione del pesce d’aprile

Le origini

Anche se siamo in ritardo di una decina di giorni, non è mai troppo tardi per parlare delle origini del pesce d’aprile, quella simpatica tradizione che consiste nel tormentare giocosamente gli amici con burle e scherzetti, che nella maggior parte dei casi consistono nell’appiccicare sulle loro schiene un piccolo pesciolino di carta.

Non sappiamo con certezza come sia nata la simpatica usanza, tuttavia sono state formulate al riguardo diverse teorie. Prima della riforma del calendario gregoriano il capodanno era festeggiato dal 25 marzo al 1 aprile e coloro che non si abituarono al cambiamento e continuarono a festeggiare il capodanno in questa data furono chiamati gli “sciocchi d’aprile”. Nel calendario giuliano (introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C.) il primo di aprile indicava infatti l’inizio del solstizio di primavera e l’inizio dell’anno.

Secondo alcuni l’origine della festa è dovuta all’usanza pagana di fare coincidere il capodanno con il solstizio di primavera, propiziando gli dei con doni, sacrifici e festeggiamenti. La fine dell’inverno era accolta con scherzi e burla, perciò il primo d’aprile era considerato un giorno particolarmente “pazzo” (April’s fool day). In Francia in questo periodo era usanza donare dei pacchi regalo vuoti e la strana usanza era soprannominata Poisson d’Avril, che significa per l’apppunto Pesce d’Aprile.

Siccome l’usanza non è tipicamente francese ma è diffusa in tutta Europa, alcuni studiosi sostengono che l’origine della festa debba risalire all’età classica, in relazione al mito di Proserpina. La fanciulla, rapita da Plutone, era cercata invano dalla madre, che fu ingannata da una ninfa. Altri invece sospettano una correlazione con la festa pagana di Venere Verticordia.

Siccome per il calendario Gregoriano la morte di Gesù sarebbe avvenuta il primo aprile del ’33, i nemici del cristianesimo avrebbero trasformato questa data in una giornata di burla per schernire coloro che credevano in Cristo. Il pesce infatti era uno dei simboli segreti con cui i Cristiani si riconoscevano tra loro ai tempi della persecuzione; pesce in greco si diceva ICHTHYS, acrostico di “Gesù figlio di Dio Salvatore”.

Ciò che è certo è che i festeggiamenti diventarono usanza in tutta Europa intorno alla fine del ‘500, sotto la Francia di Carlo IX e la Germania degli Asburgo, per poi essere seguiti dagli altri Paesi, compresa l’Italia.

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Scherzi famosi

Lo scherzo più antico mai documentato è la burla che il maestro Buoncompagno da Firenze fece al popolo bolognee nel XIII ecolo. Egli annunciò infatti che il primo di aprile avrebbe sorvolato la città con un macchinario di sua invenzione. La città si riunì s monte di Santa Maria per assistere allo spettacolo ma Buoncompagno sipresentò all’appuntamento indossando delle ali enormi e giustificandosi dicendo che un improvviso vento sfavorevole gli impediva di spiccare il volo.

Per il 1 aprile 1938 Orson Welles progettò uno speciale programma radiofonico intitolato ‘La guerra dei mondi’, una radiocronaca raccappricciante sullo sbarco dei marziani sulla terra ma, a causa di problemi tecnici, però, non fu possibile mandarlo in onda. Lo scherzo fu rimandato al 30 ottobre. Tra la popolazione corse subito un panico generalizzato: i centralini delle stazioni di polizia e dei giornali furono invasi da centinaia di telefonate, qualcuno indosò la maschera antigas, le strade si svuotarono e le chiese si riempirono. Si verificarono persino delle segnalazioni di avvistamento dei marziani.

La BBC i è particolarmente divertita girando un documentario in cui viene rivelata una nuova razza di pinguini e annunciando la nascita di un nuovo walkman che, grazie ad un particolare microcip, avrebbe potuto contenere centinaia di canzoni (era ancora lontana la nascita dell’iPod).

Fonti:

La ballata di Hua Mulan

Alle ragazze della mia generazione il personaggio di cui mi accingo a scrivere è noto forse più come Fa Mulan che con il suo nome originario, Hua Mulan. Si tratta dell’eroina della ballata cinese di VI secolo che ha ispirato l’omonimo lungometraggio disneyano del 1998.
Pur con numerose variazioni, il cartone animato ripercorre i momenti fondamentali della leggenda: la giovane Mulan, per impedire che il padre venga arruolato nelle milizie imperiali destinate ad arginare la minaccia unna, veste le armi (secondo il mito, i genitori, pur riluttanti, accettano la sua decisione, mentre nella versione disneyana ella fugge di notte) e si unisce all’esercito, dove, senza che nessuno dubiti della sua identità, compie grandi imprese, fino a guadagnarsi il grado di generale e un’offerta di entrare nell’entourage imperiale, che Mulan declina per ricongiungersi finalmente alla famiglia. Il testo della ballata è andato perduto, ma se ne conservano alcuni frammenti, che mi fanno rimpiangere di non poterli ascoltare nella loro lingua originaria, poiché trovo che la poesia abbia tutt’altro sapore se goduta attraverso i suoni da cui scaturisce. Ad ogni modo, il racconto è davvero suggestivo:
Mulan sull’uscio tesseva al telaio,
non sentì il rumore della spoletta,
sentì solo il sospirare della ragazza.
A chi pensava, cosa la tormentava?
«Non penso a nessuno,
nulla mi tormenta,
ieri notte ho visto le insegne,
il Khan arruolava le truppe,
hanno dodici rotoli di nomi di soldati,
in ogni rotolo, il nome di mio padre.
Egli non ha un figlio adulto,
Mulan non ha fratelli maggiori,
voglio al mercato comprare sella e cavallo,
con cui mettermi in marcia al posto di mio padre.»
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Al mercato dell’Est comprò un fiero cavallo,
al mercato dell’Ovest comprò una sella,
al mercato del Sud comprò le briglie,
al mercato del Nord comprò una lunga frusta.
All’alba salutò padre e madre,
al tramonto dormì al Fiume Giallo.
Non sentiva le voci dei genitori che la chiamavano,
solo sentiva il pianto del corso del fiume, jen jen.
All’alba salutò il Fiume Giallo,
al tramonto dormi sui Monti Neri.
Non sentiva le voci dei genitori che la chiamavano,
solo sentiva il pianto dei cavalli sul Monte Yan, chiu chiu.
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L’esercito in guerra percorse grandi distanze,
e superò come in volo i passi montani.
Il vento del Nord trasportava clangore di armi,
la luce fredda invernale si rifletteva sulle ferree armature.
Generali morirono in cento battaglie,
valorosi soldati tornarono a casa dopo dieci anni.
Al suo ritorno vide il Figlio del Cielo,
il Figlio del Cielo che risiedeva nel Palazzo Splendente.
Rifiutò promozioni di dodicesimo grado,
premi da oltre centomila,
alla domanda del Khan espresse il suo desiderio:
«A Mulan non serve una carica ufficiale,
vorrebbe una cavalcatura veloce,
per tornare presto alla sua casa.»
.
Il padre e la madre, udito il ritorno della figlia,
uscirono dalla valle sostenendosi a vicenda.
La sorella minore, udito il ritorno della sorella,
la attese ornata di rosso sulla porta di casa.
Il fratello minore, udito il ritorno della sorella,
affilò il coltello e uccise maiali e capre.
«Apro la porta della mia camera orientale,
riposo sul letto della mia camera occidentale.
Mi tolgo la divisa del tempo della guerra,
riprendo le vecchie sembianze.
Alla finestra acconcio i capelli,
davanti allo specchio mi cospargo della polvere del fiore giallo.
Esco dalla porta, vedo i miei vecchi compagni che sussultano sorpresi.»
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«Con noi ha passato dodici anni,
non sapevamo che Mulan fosse una donna.»
Le zampe della lepre maschio saltano veloci,
gli occhi della lepre femmina sono confusi e turbati.
Se due lepri corrono insieme,
chi potrà più riconoscere se sono maschio o femmina?
Il brano della ballata ripercorre i momenti fondamentali del mito: la decisione di Mulan di sostituirsi al padre malato nell’esercito, la sua partenza, il viaggio, le imprese a seguito dell’armata cinese, l’incontro con l’imperatore (il Figlio del Cielo), il rifiuto della carica amministrativa e il ritorno all’aspetto e alle mansioni abituali. Pare che tutte queste vicende occupino ben dodici anni della vita di Mulan. Due aspetti mi hanno particolarmente colpita dei versi cinesi: innanzitutto la ripetizione di alcuni moduli e frammenti, che mi ricordano la dizione formulare dell’epica classica, basata in larga parte sul montaggio di parti di verso o di intere sequenze reiterate; in seconda battuta, la chiusa, che coniuga l’antichità delle metafore animali con un pensiero che sa di modernità e dolcezza.
cfv
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Questo meraviglioso articolo proviene dal blog Athenae Noctua. Grande Cri, sei stata bravissima!
Le immagini invece provengono da weheartit.com

Un inno ad Iside da un papiro del III-IV secolo (Nag-Hammadi, Egitto)

Una dea magnifica, un fuoco di onnipotente femminilità. Ave o Iside!!!

Studia Humanitatis - παιδεία

Perché io sono la prima e l’ ultima
Io sono la venerata e la disprezzata,
Io sono la prostituta e la santa,
Io sono la sposa e la vergine,
Io sono la madre e la figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono la donna sposata e la nubile,
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
E fu il mio uomo che nutrì la mia fertilità,
Io sono la Madre di mio padre,
Io sono la sorella di mio marito,
Ed egli è il mio figliolo respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono la Scandalosa e la Magnifica.

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San Valentino pagano

Vi siete divertiti il giorno di San Valentino? Ebbene, signori miei, telefonate alle vostre fidanzate perché la festa non è ancora finita!

Il giorno degli innamorati non è nient’altro che la cristianizzazione delle Lupercalia, una festività latina che iniziava il 13 febbraio e terminava il 15 febbraio. Non uno, ma ben tre giorni di coccole con il/la vostro/a lui/lei, non siete contenti? Vediamo nel dettaglio in che cosa consisteva questa festività latina …

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UNA FESTA DI LUPI E CAPRONI SACRI

Il calendario romano era leggermente in anticipo rispetto al nostro, così il 15 febbraio coincideva con l’inizio della primavera, che veniva considerato dai romani un periodo di rinascita e fertilità in cui si purificavano le abitazioni cospargendo di sale e farina i pavimenti. Si trattava anche di giorni di timore e angoscia per i romani, poichè i lupi affamati si spingevano sino agli insediamenti umani per cibarsi dei greggi così, per difendersi, i latini chiedevano aiuto al dio Lupercus, il protettore degli ovini e del bestiame, organizzando feste in suo onore.

Niente puttini e cuoricini, dunque, ma lupi affamati e pecorelle impaurite dovrebbero popolare la celebrazione della festa più romantica dell’anno!

Il lupo ricorre anche in altre tradizioni legate al 14 febbraio, poichè tale data era anche la ricorrenza dell’allattamento di Romolo e Remo da parte della lupa più famosa della storia. I sacerdoti del dio Lupercus, i Luperci, celebravano in una grotta sul colle Palatino dei rituali in onore dei gemellini.

Dionisio di Alicarnasso e Plutarco ci raccontano che le Lupercalia celebravano la fertilità, infatti veniva organizzata una corsa a piedi i cui partecipanti, residenti sul Palatino, dovevano gareggiare nudi, con le pudenda ricoperte dalle pelli degli animali sacrificati in onore del dio Pan Liceo (“dei lupi”). Per garantire l’abbondanza del nuovo anno, le strade della città erano inoltre cosparse del sangue degli animali sacrificati a Lupercus.

http://lkmag.blogspot.it/2011/02/quand-remonte-la-saint-valentin.html

La curiosa tradizione deriva, secondo una leggenda narrata da Ovidio, da un particolare rimedio che permise la conclusione di un periodo di sterilità delle donne che si verificò durante il regno di Romolo. Preoccupati per le sorti della città, i latini si recarono in processione sino al bosco consacrato a Giunone e supplicarono la dea di accorrere in loro aiuto. Attraverso lo stormire delle fronde, la dea madre accorse in loro aiuto proponendo una soluzione un po’… estrema! Le fanciulle romane avrebbero dovuto accoppiarsi con un caprone sacro.

Un saggio augure etrusco risolse la questione proponendo un’interpretazione soft del comandamento divino: le matrone di Roma furono così fustigate (ma poverette!!!) con le pelli di un capro sacrificato. Il triste rituale fu celebrato e, nove mesi lunari dopo, la città fu allietata dalla nascita di tanti giovani latini.

La curiosa leggenda e la singolare corsa campestre non sono i soli aspetti piccanti dell’antica festività pagana. I giovani seguaci del dio Lupercus inserivano il proprio nome in un’urna, dopodichè si sorteggiavano le coppie che avrebbero vissuto in intimità sino alle Lupercalia dell’anno successivo. I partecipati potevano pescare un partner gradito come ritrovarsi accoppiati ad un infelice consorte, ma una cosa è certa: nessuno correva il rischio di festeggiare San Valentino in soliudine!

E LA CHIESA SI OPPONE …

Un secolo dopo la proibizione della celebrazione dei culti romani da parte di Teodosio I, i Lupercalia erano ancora una delle festività più apprezzate dai cittadini di Roma. Di pagani ne erano rimasti pochi poichè il cristianesimo si era affermato come religione di stato da tempo, ma l’antica tradizione era sopravvissuta alle riforme e godeva di grande successo, seppure a titolo puramente folkloristico.

Papa Gelasio I non poteva tollerare che la tradizione sopravvivesse alla censura cristiana, così nel 495 d.C. scrisse ad Andromaco, il princeps Senatus dell’epoca, un vero e proprio trattato confutatorio in cui rimproverava ai cristiani di Roma la celebrazione della festa.

Non si sa di preciso sino a quando sopravvisse la festa del del dio Lupercus, ma in pochi anni il papa riuscì a sopprimere le Lupercalia sostituendole con il casto e politicamente corretto culto di San Valentino.

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IL SANTO PROTETTORE DELL’AMORE

Per sostituire Lupercus lo sporcaccione, il papa sfruttò il culto di San Valentino, trasformandolo nel santo più romantico del caledario. San Valentino, nato a Terni nel 175 d.C., era il candidato perfetto per diventare il patrono degli innamorati poiché celebrò il matrimonio tra un legionario romano e una fanciulla cristiana ed era celebrato come portatore di un profondo messaggio d’amore.

Il culto del santo fu condito con zuccherose e devote leggende sul suo conto che permisero a colombe, rose rosse e ad altri celebri simboli d’amore di entrare a far parte dell’immaginario della festa di San Valentino. Si tratta di tradizioni tra loro contrastanti, che suggeriscono una profonda manipolazione del culto originario del santo (ammesso che sia veramente esistito! Alcuni studiosi infatti dubitano della sua reale esistenza).

Ecco alcune delle leggende più celebri.

  • Il matrimonio tra Sabino e Serapia: il santo battezzò Sabino, un centurione romano, per permettergli di sposare Serapia, la devota fanciulla di cui era innamorato che si trovava ad un passo dalla morte. Mentre San Valentino benediceva la coppia, un sonno beatificante avvolse gli sposi per l’eternità (salvare la ragazza sarebbe stato un miracolo assai più gradito, ma le leggende cristiane hanno sempre avuto una macabra propensione per i finali tragici).
  • Il giardino dei bambini: San Valentino possedeva un bellissimo giardino in cui invitava a giocare tutti i bambini della città. Prima che i bambini tornassero a casa, consegnava loro un fiore da donare alle madri.
  • Le colombe: quando san Valentino fu rinchiuso in carcere, i bambini persero l’opportunità di giocare nel suo giardino. Fortunatamente per loro, due piccioni viaggiatori fuggirono dal palazzo del santo e si recarono nei carceri della città. Gli uccelli fecero ritorno qualche giorno dopo con le chiavi del giardino e una dedica da parte del santo: “A tutti i bambini che amo, dal vostro Valentino”.
  • Una rosa per fare la pace: il santo regalò a due fidanzati che stavano litigando una rosa, consigliando loro di pregare affinché Dio mantenesse vivo il loro amore stringendo il fiore tra le mani.
  • Anche i Santi si innamorano: mentre Valentino era in prigione in attesa dell’esecuzione si innamorò della figlia cieca del guaridano Asterius. Il santo regalò alla fanciulla la vista e, prima di morire, le consegnò un messaggio d’addio che si concludeva con “dal vostor Valentino”, una frase che nel tempo è diventata sinonimo di vero amore.

TUTTE FROTTOLE: SAN VALENTINO E’ UNA FESTA MEDIOEVALE

Nessuna delle leggende sopracitate è accaduta realmente e le tradizioni collegate alla festa degli innamorati risalgono in realtà a secoli dopo la morte di Valentino. Secondo alcuni studiosi la festività principale del mese di febbraio è stata dedicata agli innamorati solo nell’Alto Medioevo, negli anni d’oro dell’Amor Cortese.

Tutto potrebbe essere iniziato per festeggiare la ricorrenza del fidanzamento di Riccardo II d’Inghilterra e Anna di Boemia, ma secondo alcuni studiosi tale episodio si verificò qualche settimana dopo, il tre maggio. Il 14 febbraio era considerato, soprattutto in Francia e Inghilterra, il periodo in cui si risvegliava la primavera e iniziavano gli accoppiamenti degli uccelli e potrebbe essere questo il motivo per cui è stato scelto come data della festa degli innamorati.

Ebbene, cari lettori, spero che questa piccola ricerca a tema vi sia piaciuta e, con un giorno di ritardo, vi auguro un buon San Valentino e una vita piena di amore.

Atena, prima in battaglia

Eccomi di nuovo qui, cari lettori, dopo una settimana di assenza. Purtroppo ho dovuto accantonare il blog per motivi di studio, ma staera sono finalmente tornata con un’altra ricerca.

Atena dallo sguardo scintillante, Atena industriosa, Atena la vergine, Atena prima in battaglia …

Sappiamo tutti chi è Atena: l’alta, mora, bellissima e invincibile dea della sapienza, della saggezza, della tessitura, dell’artigianato e degli aspetti più nobili della guerra (ammesso che esistano); spesso Minerva è affiancata da Nike, l’alata dea della vittoria o della vendetta. Il semplice peplo con cui Atena viene raffigurata non è provcante come lo “scollacciato” chitone di Venere e le sue armi possono fronteggiare la furia di un esercito.

Atena

Ma quali sono le armi dea? Provate a ripensare alle antiche monetine d’argento da 100 lire che utilizzavamo dieci anni fa (io ne sto stringendo in mano una proprio in questo momento), sulla testa del nichelino la dea è riconoscibile, oltre che per il fatto che sta afferrando un ulivo, la pianta a lei consacrata, grazie all’elmo, la corazza di pelle di capra e la lancia. La Banca d’Italia si è dimenticata tuttavia di raffigurare l’elemento più importante: l’Elgide, il potentissimo scudo ricevuto in dono dal padre Zeus su cui la dea ha raffigurato la testa di Medusa, ricevuta in dono da Perseo.

Un’arma poco nota della gran donna è … Excalibur! Esatto, proprio lei, la lama in grado di tagliare ogni materiale che, qualche secolo più tardi, ricomparirà in una certa leggenda sassone. Un altro simbolo di Minerva è la civetta, guarda caso un rapace che, come il cugino gufo, è ancora oggi simbolo di saggezza.

Circolano molte storie sulla nascita di Atena, una più incredibile dell’altra. Secondo alcuni Minerva è semplicemente la figlia di prediletta di Zeus, nata già adulta ed armata dalla testa o dal polpaccio del padre degli dei. Un’antichissima leggenda tratta dai frammenti dell’autore mitologico Sanchunimathon affermano invece che la dea sia figlia di Crono, re dei titani e padre infanticida e cannibale di Zeus, Poseidone e Ade, che fu poi ucciso per mano dei figli e gettato nel Tartaro, la parte più oscura e impenetrabile degli Inferi.

La legeda più celebre sulla nascita della bella Minerva è a mio parere un po’ inquietante. Si racconta infatti che Zeus giacque con Metide, la dea della prudenza e della saggezza, ma quando la donna restò incinta temette che si avverasse una profezia piuttosto scomoda per il padre degli dei: fu predetto infatti che i figli di Metide sarebbero stati più potenti del padre. Zeus decise di attuare una drastica contromisura per evitare di essere spodestato, così trasformò la donna in una goccia d’acqua (in una mosca o in una cicala a seconda delle versioni del mito) e la inghiottì.

Fu tutto inutile, infatti la dea riuscì a sopravvivere all’interno del corpo dell’amante e iniziò a realizzare un elmo e una veste per la figlia che portava in grembo, sferrando dei tremendi colpi di martello che facevano soffrire a Zeus le pene dell’Inferno.  Il dio fu salvato da Efesto o da Prometeo, uno di loro infatti spaccò in due il cranio di Zeus con un’ascia bipenne, provocando un solco da cui fuoriuscì un’Atena già adulta vestita dei doni della madre.

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ATENA NERA, di Martin Bernal

Atena nera è il titolo del libro di Martin Bernal che ha sconvolto i dipartimenti di antichità di ogni università. Mi dovete scusare se mi sono appoggiata prevalentemente alla rozza Wikipedia (it.wikipedia.org/wiki/Atena_nera) per scrivere ciò che segue, quindi siate clementi se ho riportato qualche sciocchezza. Dopotutto scribacchio solo per divertimento, strappando tra l’altro delle ore preziose ai miei studi di economia, perciò non sempre posso permettermi di svolgere delle ricerche accurate.

Il titolo provocatorio sbaraglia il lettore proponendo l’immagine di un’Atena inedita, completamente diversa da quella che da secoli siamo abituati ad apprezzare nei capolavori di storia dell’arte. Atena aveva la pelle nera, perché non era dalle nostre parti, ma dall’Egitto e dalla Mesopotamia.

Il titolo dell’opera di Martin Bernal attribuisce origini “extracomunitarie” non solo ad Atena, ma a tutto il pantheon greco, anzi, all’intera cultura ellenica. L’opera non parla infatti di divinità esotiche, ma vuole avvertirci che la nostra cultura non europea, ma ha origine lontane, negre per l’esattezza. Alla facciazza di Hitler e dei puristi della razza!

getmedia

Da secoli i secchioni del classico si domandano le origini della civiltà greca per capire chi siamo, come abbiamo fatto ad arrivare fin qui e per insaporire l’esistenza con lo quello speziato sapore di esotico e antico che rende tutto più affascinante. Nel corso della storia sono state formulate diverse teorie al riguardo:

  1. MODELLO ANTICO: dall’antica grecia al XVIII secolo abbiamo ritenuto di avere ereditato il sapere degli antichi egizi e della Mezzaluna Fertile, in quanto le principali città dell’età arcaica e classica (Micene, Cnosso, Tebe e Atene, per citarne qualcuna) sarebbero nate come colonie egizie e fenicie. A sostegno di questa tesi, Secondo Bernal, ci sarebbero varti miti e leggende, come queli di Danao o Cadmo.
  1. MODELLO ARIANO: con la nascita del romanticismo nel tardo XVIII gli occidentali sono diventati un po’ presuntuosetti. La cultura occidentale che sta dominando il mondo è made in Europe al 110%, perché noi (e i popoli indoeuropei da cui discendiamo e che hanno invaso la grecia alla fine nei secoli bui dell’età ellenica. ) saremmo superiori ad un Oriente asiatico e africano considerato immobile e decadente. Tale modello viene suddiviso da Bernal in due arianti: il modello ariano ampio, il quale ammette l’apporto delle civiltà afroasiatiche nel patrimonio culturale ellenico con il solo scopo di sminuirlo, e il modello ariano estremo, che nega ogni isorta di influenza subita dai popoli greci.

Purtroppo, il modello ariano ha surclassato il modello antico negli ultimi duecento anni per l’impulso esercitato dalle fenomeni culturali dell’epoca, in particolar modo il romanticismo, l’ascesa del razzismo europeo in relazione al colonialismo e l’antisemitismo. Tale teoria, che nel corso degli anni non è stata necessariamente collegata all’estrema destra (anzi, uno storico di sinistra potrebbe sostenerla senza rischiare di cadere in contraddizione), ha raggiunto l’apice del successo con il nazismo.

Il metodo ariano mi ricorda la deleteria lezione di storia tenuta da un professore nazista ai suoi ragazzi ne L’amico ritrovato di Fred Uhlman: “-Signori,- esordì all’inizio della lezione –c’è storia e storia. C’è la storia contenuta nei vostri libri e quella che lo sarà tra poco. Sapete tutto della prima, ma nulla della seconda perché alcune potenze oscure, di cui mi auguro di potervi parlare presto, hanno tutto l’interesse a tenervela nascosta. […] Verso il 1800 a.C. un gruppo di tribù ariane, i Dori, fece la sua comparsa in Grecia. Fino a quell’epoca la Grecia, paese povero e montuoso, abitato da popolazioni di razza inferiore, era rimasta immersa nel sonno dell’impotenza. Patria di barbari, senza passato e senza futuro. Ma poco dopo l’arrivo degli ariani il quadro mutò completamente finché, come tutti sappiamo, la Grecia fiorì, fino a trasformarsi nella civiltà più fulgida della storia dell’umanità.”

Bernal non propone una restaurazione del più plausibile modello antico rispetto al modello ariano, ma propone il modello antico riveduto, una sua rielaborazione personale secondo cui la civiltà greca sarebbe nata inizialmente dalle colonie fondate da egizi e fenici nella penisola Balcanica e, in seguito, avrebbe ricevuto un apporto secondario da parte degli invasori indoeuropei.

L’autore vuole in particolare contestare l’opinione secondo cui la società greca è stata la prima e la sola a realizzare una visione del mondo e che tale filosofia sia superiore a quelle formulate dalle culture asiatiche e africane, incapaci di una riflessione autonoma e oppresse dalla religione e dal dispotismo. Il pensiero greco sarebbe dunque solo una variante delle filosofie mediorientali, delle culture autonome e di valore certamente non inferiore.

Basandosi su riferimenti archeologici e filologici, Bernal propone una rivoluzione: metà del vocabolario greco, privi di una propria etimologia, derivano da radici semitiche, in particolare i nomi propri di toponimi ei divinità, che sarebbero di origine egizia. E non è tutto! I parallelismi tra età greche e egizie effettuati durante l’ellenismo non furono altro che il ripescaggio di relazioni che erano già note da secoli.

MA SARA’ VERO? LE NUMEROSE CONTESTAZIONI …

Le tesi scioccanti di Atena nera hanno scatenato un bel polverone. I metodi filologici adottati da Bernal sono stati giudicati deboli, disinvolti, privi di sufficiente rigore e alcune delle tesi dello studioso sono state confutate dagli specialisti.

Un altro errore commesso dallo scrittore riguarda la scelta delle opere consultate nel corso della ricerca: “molti dei testi ricondotti da Bernal alla cultura egizia, ad esempio il Corpus Hermeticum, sono compilazioni greche di età cristiana, ed in qualche caso (la simbologia egizia dei rituali massonici o nel Flauto Magico di Mozart) derivano addirittura da opere moderne inventate di sana pianta (il romanzo Sethos dell’abate Jean Terrason, scritto nel 1731).” (Citazione tratta dalla cara vecchia Wiki)

Errori e mancanze a parte, l’opera ha ricevuto numerosi apprezzamenti dagli studiosi africani e dagli Stati Uniti, con il solo risultato di ricondurre l’opera ad una dimensione ideologica anziché scientifica.

Innanzi tutto, Bernal è stato accusato di eurocentrismo perché, con il suo tentativo esasperatissimo di esaltare le culture africane come precursori di quelle europee, sembra non considerarle degne di interesse per se stesse.

Bernal è inoltre stato accusato di una particolare forma di razzismo, che prevede la discriminazione dei popoli che non conoscono la scrittura a vantaggio delle civiltà alfabetizzate.

Alcuni critici hanno inoltre etichettato l’autore come comunista, sostenendo che egli sia stato influenzato dalle opinioni del padre marxista. Bernal tuttavia nega fermamente: l’influenza subita dal padre non riguarda necessariamente le sue opinioni marxiste, inoltre moltissimi comunisti hanno abbracciato il modello ariano, che non è necessariamente collegato ad opinioni di destra.

Il fenomeno Atena Nera, che ha segnato in modo indelebile la vita di Bernal, non lascia indifferente nessuno di noi perché capovolge radicalmente tutte le teorie che sono state formulate sulle nostre origini. Secondo l’articolo di Maurizio Bettini Incubo Atena nera, pubblicato su La Repubblica il 1 Agosto 1995, Atena nera sarebbe l’espressione di un occidente liberale che desidera distaccarsi dai rimasugli del proprio passato eurocentrico e riscrivere la propria identità.  E’ molto significativa la conclusione dell’articolo: “Non siamo sicuri del fatto che studiosi come Bernal stiano davvero rifacendo la storia della civiltà greca e occidentale: ma di certo stanno redigendo il palinsesto dei nostri incubi passati, così come dei nostri sogni a venire.”

MA ALLORA QUALI SONO LE ORIGINI DI ATENA?

Purtroppo mi tocca ammettere di aver organizzato male i contenuti: ho esordito presentando l’affascinante figura della dea Atena e, paragrafo dopo paragrafo, mi sono ritrovata a parlare delle origini della cultura occidentale. A questo punto del discorso, dopo essermi ripromessa di tagliuzzare qua e la le sezioni dedicate ad Atena nera per armonizzare l’argomento del post, ho deciso di indagare sulle origini di Atena, indipendentemente dalle teorie di Bernal.

Esordirò con una brutta delusione per voi lettori: Minerva può anche essere egiziana, ma sicuramente non era nera. Oggi gli Egiziani hanno la pelle più scura della nostra, è vero, ma qualche millennio addietro le popolazioni del Maghreb erano considerate simili a quelle europee poiché avevano avuto pochi contatti con i popoli “Neri”, definiti genericamente Etiopi.

Niente Atena nera, quindi, cancellate dalle vostre menti la bella giovane color cioccolato dell’immagine che vedete sopra in favore di una dea dalla pelle bianca e caucasica. E’ certo tuttavia che Platone ed Erodoto ci rivelino che nella città egiziana di Sais veniva celebrato il culto della divinità egiziana Neith, che ricollegavano ad Atena.

Atena si ricollega chiaramente alle divinità femminili che erano adorate in Europa nel corso della Preistoria, ed è proprio in questa epoca che compaiono i primi riferimenti ad Atena, che nell’antichità era essa stessa rappresentata come una civetta, una Dea-uccello simile a Lilith o una dea alata. L’armatura che indossa nell’iconografia più recente potrebbe derivare proprio dalle ali di cui era dotata, che invece compaiono sulle decorazioni dei vasi più antichi.

La divinazione: strani rituali per predire il futuro

Si può predire il futuro? Assolutamente no, scordatevelo! Eppure sono millenni che tentiamo di scoprire cosa ci accadrà scrutando le stelle o esaminando le macchioline rimaste sul fondo di una tazzina di caffè.

Oggi sappiamo che simili credenze non sono altro che giochetti su cui scherzare dal parrucchiere, ma un tempo l’umanità prendeva la faccenda molto seriamente: le tecniche divinatorie che ci hanno tramandato gli antichi sono così articolate e meticolose da essersi attrbuite il titolo di pseudoscienze.

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LE PSEUDOSCIENZE: QUANDO LA FANTASIA SI SPACCIA PER SCIENZA

Il termine “pseudoscienza” non è una birbonata di mia invenzione, provate a consultare lo Zingarelli se non ci credete: “pseudoscienza: teoria, disciplina e sim., che si attribuisce un carattere scientifico pur non avendo i requisiti, spec. Metodologici, propri delle scienze”.

Un esempio classico di pseudoscienza è l’astrologia, che propone di svelare il nostro avvenire con antiche leggende greche e complicatissimi calcoli matematici, ma esistono anche discipline che non effetuano predizioni come la fisiognomica, che tenta di rivelare i tratti psicologici e caratteriali di una persona attraverso le sue caratteristiche fisiche.

Eppure esistono moltissime materie che effettuano delle previsioni scientifiche, come la meteorologia e la matematica finanziaria, i cui responsi sono ritenuti autorevoli pur non essendo attendibili al 100%. Su cosa si foda dunque la fondatezza di tali discipline? La scienza si differenzia dall supestizione perché le sue previsioni sono basate su causalità dimostrate tra il segno interpretato e l’evento previsto.

Facciamo qualche esempio. “A determinate condizioni di umidità e temperatura scoppierà un temporale” è una previsione scientifica; “Se rompo il televisore mia madre si infurierà” non è una supposizione relativa alla vita quotidiana e non ad una scieza, ma è comunque un’affermazione autorevole (povera mamma!). “Se peschi picche da un mazzo di carte morirai giovane” è una delle tante assurdità che può dirvi una cartomante.

La pseudoscienza giustificheà i suoi responsi appellandosi alle stelle, ai santi, alle misterise forze della natura o ai poteri paranormali rivendicati da qualche ciarlatano. Le riconoscerete facilmente, perchè le giustificazioni ai raporti causa-effetto che collegano i fenomeni alle predizioni si appellano alla religione, alla magia o a qualche assurda credenza popolare.

In questo articolo non ho nessuna intenzione di parlare di scienze serie, affronterò invece le discipline più assurde che l’essere umano abbia mai inventato.

Attenzione, miei cari lettori, non pensate che le pseudoscienze siano materie prive di importanza: non solo si tratta di argomenti interessanti da un punto di vista sociologico e storico, ma molte pseudoscienze hanno anche costituito una tappa fondamentale nello sviluppo tecnologico umano. Basti pensare all’alchimia, un complesso intreccio di scienza e magia che ha permesso all’umanità di acquisire l’approccio scientifico necessario per apprendere i segreti della chimica.

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LA DIVINAZIONE

Il termine divinazione deriva dal latino divinus, che significa “ispirato dal dio”, eppure non è necessariamente collegata alla sfera religiosa, come mlti sono portati a pensare.

Si tratta di un’antica arte (per non chiamarla buffonata) che permette di ottenere informazioni appartennti appartenenti ad una dimensione spazio-temporale inaccessibile. In parole povere, consente di dare una sbirciatina al passato, al futuro o a ciò che si trova in un luogo diverso dal nostro.

La divinazione o mantica è una pratica incodificabile, sospesa tra la il razionale e l’irrazionale. Secondo alcuni le sue arti sono accessibili a tutti, per altri invece le predizioni sono riservate ad alcuni individui “speciali” chiamati indovini, vati o Mantis, che in latino significa “colui che è in grado di instaurare  un contatto con le divinità”.

LE PRINCIPALI TECNICHE DIVINATORIE

Le arti divinatorie sono veramente numerose e i loro nomi, quasi sempre di illustre origine greca (in effetti, i popoli antichi erano dei veri esperti in materia di divinazione, ne hanno inventata una più del diavolo), sono degni di comparire nei più difficili quiz televisivi.  Siete curiosi? Ecco l’elenco delle discipline più celebri:

  • Aeromanzia, che consiste nell’interpretazione delle condizioni atmosferiche;
  • Ailuromanzia, lo studio del comportamento dei gatti (specie se neri);
  • Antropomanzia, la quale permette di conoscere il futuro attraverso i sacrifici umani;
  • Apantomanzia, basata sull’avvistamento di animali;
  • Artimanzia, che indica le le pratiche divinatorie che utilizzano numeri e lettere;
  • Aruspicina, l’analisi delle viscere degli animali sacrificati agli dei (è dalla seconda elementare che, ogni volta che penso a questa cosa, mi viene spontaneo manifestare il mio disgusto con un “BLEAH”!);
  • Bibliomanzia, la divinazione attraverso alcuni libri particolari, tra cui la Bibbia;
  • Caffeomanzia, la lettura dei fondi di caffè;
  • Tasseografia, la lettura delle foglie di tè;
  • Cartomanzia, la lettura di carte e tarocchi;
  • Ceromanzia, l’interpretazione della cera fusa versata in acqua fredda;
  • Chiromanzia, la celebre lettura della mano;
  • Cleromanzia, l’estrazione a sorte;
  • Cometomanzia, lo studio delle code delle comete (vi ricorda qualcosa?);
  • Cristallomanzia, la dvinazione mediante l’impiego di cristalli e sfere di cristallo;
  • Cybermanzia, gli oracoli elettronici (tutti quei giochetti che si fanno su Internet);
  • Demonomanzia, la divinazione dei demoni;
  • Geomanzia, la divinazione della Terra;
  • Giromanzia, la lettura delle vertigini di una persona;
  • Oniromanzia, l’interpretazione dei sogni;
  • Negromanzia, la divinazione attraverso l’evocazione dei defunti;
  • Ornitomanzia, l’osservazione del volo degli uccelli (Romolo e Remo docet).

Gli oggetti impiegati nella divinazione sono praticamente infiniti. Nel corso della storia sono stati utilizzati infatti anche farina e derivati, orzo, sale, vino, galli e galline, vento, nubi, tuoni, fulmini, asce, frecce, dadi, bioritmi, piante bruciate, corone di alloro incenerite, germogli di cipolla,acqua, fiamme, fumo,incenso, bastoni, specchi e oggetti riflettenti, tessere del domino, bruciature, ruote, chiavi, setacci pendenti, cavalli, pesci, serpenti, topi, formiche, allucinogeni (dagli antichi greci agli indiani, ogni popolo antico conosceva un paio di metodi interessanti per avere delle visioni. Eheheheheh … ), pietre preziose, perle, meteore, imperfezioni di vario genere, cordoni ombelicali, nomi di persona, uova, le crepe provocate dal calore sui gusci delle tartarughe.

Una pratica interessane è la somatomanzia, sarebbe possibile leggere il nostro futuro sul nostro stesso corpo. Occhi, palpebre, piedi, cranio, fronte, dita, petto, unghie … sono veramente numerose le parti anatomiche che possono servire a questo scopo. Molte tecniche impiegano anche alcune caratteristiche comportamentali, come la calligrafia, l’abbigliamento o la risata.

Quando non esistevano ancora i ginecologi e il sesso del nascituro restava un mistero sino al momento del parto, i genitori si affidavano alla divinazione per scoprire il sesso del loro bambino, studiando il comportamento e la forma del pancione di mamma secondo i princpi della genomanza. Per scoprire invece quali sorti avrebbe riservato la vita al neonato, si studiavano le membrane che lo avevano avvolto nel grembo della madre e il cordone ombelicale (a questo punto, propongo di urlare il secondo “BLEAH” della gornata!).

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LE STRATEGIE OBLIQUE: LA DIVINAZIONE AL SERVIZIO DELLA CREATIVITA’

Siamo nel 1974 e sappiamo tutti che aria si respirava in quegli anni. I giovani artisti Brian Eno (vi ricordate la musichetta onirica con cui si apriva Windows ’95? Ebbene, lui ne è l’autore.) e Peter Schmidt realizzarono le Strategie oblique, un mazzo di carte, su ognuna delle quali era presente una sentenza oracolare che aveva lo scopo di assistere il creativo nel processo decisionale che conduce al compimento dell’opera artistica.

La creazione delle carte è chiaramente influenzata dalla filosofia orientale e dall’I Ching ed è la dimostrazione di come il meccanismo delle sentenze oracolari possa essere sfruttato positivamente dall’uomo, anziché costituire una mera perdita di tempo per superstiziosi.

Qualche esempio delle frasi che avreste potuto pescare? “Usa meno note”, “Lavora con un ritmo differente”, “Torna sui tuoi passi”, “Solo una parte, non il tutto” o “Non si tratta di costruire un muro, ma di fare un mattone”; si tratta di sentenze che, pur non essendo sempre pertinenti con l’attività svolta dall’artista, possono essere un ottimo metodo per avere nuove idee, osservare la propria opera da un punto di vista diverso o semplicemente stimolare la fantasia.

L’invenzione sfrutta quella che secondo me è la sola caratteristica positiva dei testi oracolari, la capacità di indurre a vedere le cose in un modo diverso dall’usuale: invece di incaponirsi cercando una soluzione con i soliti mezzi, l’artista può sfruttare le Strategie Oblique per trovare una via trasversale per la realizzazione di un capolavoro.

“Queste carte si sono sviluppate a partire dall’osservazione dei principi che regolano le nostre creazioni.
Talvolta [i suddetti principi] sono stati riconosciuti retrospettivamente (facendo così coincidere intelletto e intuizione), a volte sono stati identificati osservando ciò che è successo, altre volte si è trattato di formule.
Possono essere utilizzate come un tutto (una serie di possibilità costantemente riportate alla memoria) opure isolatamente, estraendo una carta dal mazzo mescolato quando si presenta un dilemma a un certo punto del lavoro. In questo caso, ci si rimette alla carta anche se l’applicazione non è chiara.
Le carte non danno responsi definitivi, nel senso che nuove idee si presenteranno spontaneamente mentre altre diventeranno via via evidenti”
[Eno, Schmidt, 1975]

Carissimi amici bloggers, volete sperimentare anche voi le Strategie Oblique e trarre l’ispirazione da un metodo brevettato da due grandi artisti come Eno e Schimdt? Potete utilizzare le carte originali, realizzare un mazzo di carte fai-da-te con oracoli di vostra creazione, oppure sfruttare l’applicazione di questo simpatico sito in inglese.

“CLICCA QUI!”
Per pescare una sentenza delle Strategie Oblique