“Sofia dei presagi” di Gioconda Belli

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“La luna in cielo si trova ora sopra il cerchio dei ceri, Xintal muove l’ultimo passo di danza, i tre si fermano e lei intona il canto d’invocazione alla Madre Antica.
<Benedici noi, madre, perché siamo tue creature
<Benedici i nostri occhi perché possano vedere la bellezza invisibile
<Benedici il nostro naso perché possiamo sentire i tuoi profumi
<Benedici la nostra bocca perché possiamo dire parole magiche
<Benedici il nostro petto perché il cuore vi batta in armonia con la natura
<Benedici le nostre gambe, benedici i nostri sessi creatori di vita
<Benedici i nostri piedi perché danzino la gioia dell’eccitamento
<Benedici questa notte perché la luce giunga fino a noi e quella che non ha madre trovi il suo cordone ombelicale>. “

Sofia dei presagi, il cui titolo originario in spagnolo è Sofia de los presagios, è un romanzo di Gioconda Belli prossimo ai vent’anni, infatti è stato pubblicato nel lontano 1996. L’autrice, originaria del Nicaragua, ha pubblicato anche Nel paese delle donne, che abbiamo recensito recentemente.

Sofia è una fanciulla bellissima con un triste passato alle spalle: figlia di padre gitano e di una madre che ha lasciato tutto per inseguire l’amore, venne abbandonata involontariamente durante la separazione dei genitori. La giovane viene cresciuta da due anziani, una povera donna che ha perso i suoi figli e un ricco proprietario terriero senza eredi che non sono legati tra loro da alcun vincolo affettivo. Come predetto dalle carte e da numerosi presagi, Sofia è destinata ad una lunga serie di disgrazie sino a quando non riuscirà a spezzare il “cerchio dell’abbandono”, iniziato con la perdita della madre e di cui non si scorge la fine. La giovane è aiutata da tre anziani stregoni che, venerando la Dea Madre e praticando la magia buona, tentano di spezzare il cerchio.

E’ difficile determinare il tempo e il luogo del racconto per un lettore medio di nazionalità italiana che ha poca dimestichezza con la storia e la cultura del Sud America. Ad un certo punto del racconto viene menzionato Disneyland, quindi i fatti narrati avvengono sicuramente dopo il 1955 (anno in cui è stato aperto al pubblico il parco dei divertimenti), ma Sofia, pur essendo benestante, non conosce ancora l’utilizzo dei pannolini usa e getta per sua figlia, perciò il libro è ambientato prima degli anni Settanta. La storia delle leggi sul divorzio in Nicaragua potrebbe essere molto utile per datare l’ambientazione dell’opera, ma è molto difficile trovare informazioni al riguardo dall’Italia. Nella casa in cui Sofia si trasferisce dopo il matrimonio il telefono costituisce una straordinaria novità e la televisione non è scontata come ai giorni nostri, pertanto il romanzo potrebbe effettivamente essere ambientato tra il 1955 e gli anni Settanta.

La vicenda si svolge in un piccolo villaggio di campagna in cui tutti si conoscono e la popolazione è prevalentemente divisa tra proprietari terrieri e dipendenti agricoli. E’ soprattutto la descrizione degli elementi naturali che ci permette di respirare l’atmosfera della terra natia di Gioconda Belli: scimmie, zanzare, estati afose e, come nel romanzo Nel paese delle donne, vulcani e piantagioni di fiori.

Sofia, pur essendo bella e ricca, ha tutti i prerequisiti necessari per essere marchiata come la strega del villaggio: ha sangue gitano, il suo migliore amico è un omosessuale, ha un carattere ribelle e non rispetta le convenzioni sociali, divorzia dal marito, ha degli amanti, non va in chiesa (nella prima parte del racconto), pratica dei rituali magici spogliandosi alla luce della luna, fa l’amore all’aperto in luoghi pubblici e ha una figlia fuori dal matrimonio non riconosciuta dal padre. L’autrice giustifica e difende le scelte del personaggio narrandone le drammatiche ragioni e abbracciando una filosofia di rispetto, comprensione e femminismo, la stessa che ritroveremo nelle altre sue opere. Le streghe compaiono veramente nel romanzo sotto le spoglie delle “fate madrine” che aiutano Sofia; tali personaggi credono nella Madre Terra ed è soprattutto attraverso la propria religione che rivelano di possedere una visione del mondo fortemente femminista.

Gioconda Belli non menziona mai apertamente il femminismo eppure le sue opinioni al riguardo trapelano con evidenza, anche attraverso le numerose citazioni di teorie femministe di cui ancora non so riconoscere la paternità (anzi, maternità!). L’autrice tratta inoltre di femminismo attraverso la “stanza tutta per sé” che Sofia ha realizzato nella dimora del primo marito, i riferimenti a L’amante di Lady Chatterley e a Lilith, la prima moglie di Adamo.

La forza della donna, secondo quanto raccontato nel libro, consisterebbe nella sua facoltà di generare e di dare la vita; si tratta di un tema centrale nel romanzo in quanto è proprio la perdita della madre ad aver provocato per sofia il susseguirsi di sciagure che ha rovinato gran parte della sua vita, ma la maternità costituirà anche la salvezza della giovane.

La trama è avvincente e ben strutturata, tuttavia il ritmo della narrazione è lento, la suspance è praticamente assente e i dialoghi sono poco avvincenti. Si tratta sicuramente di un romanzo che predilige la riflessione all’intrattenimento.

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“Nel paese delle donne” di Gioconda Belli

Cosa accadrebbe se un gruppo di amiche vincesse le elezioni in un piccolo paese dell’America Latina e riuscisse a sconfiggere la disuguaglianza tra uomo e donna? Gioconda Belli racconta in Nel paese delle donne l’utopica (ma non troppo) quanto esilarante avventura politica del PIE, il Partito della Sinistra Erotica, guidato dalla bella quanto determinata presidentessa Viviana Sansòn e dalle sue amiche.

Il successo delle protagoniste è determinato non solo da una campagna elettorale avvincente, in cui le loro idee rivoluzionarie sono proposte con frizzante ironia e travolgente femminilità, ma anche da un improbabile evento miracoloso: l’eruzione del vulcano locale Mitre, che abbassa il livello di testosterone negli uomini inibendo la loro energia. La simpatica trovata della Belli non potrebbe mai verificarsi nella realtà in quanto l’abbassamento del testosterone indebolirebbe non solo gli uomini ma anche le donne, nel cui organismo circolano ormoni maschili. Non abbiamo gradito tale soluzione in quanto nessuna donna eterosessuale vorrebbe svirilizzare i propri compagni di vita, bisogna tuttavia riconoscere che l’autrice accenna alle deludenti esperienze sessuali di alcune delle protagoniste in seguito alla castrazione chimica dei loro compagni. La ragione principale per cui la vicenda del vulcano Mitre non ci piace è che essa suggerisce l’impossibilità delle donne di battere gli uomini in una situazione di parità, senza alcun intervento esterno. Nonostante questa piccola pecca, che tuttavia conferisce una pennellata di colore alla vicenda, il romanzo è veramente straordinario.

Le riforme del PIE hanno lo scopo di migliorare la vita privata delle persone modificando la struttura stessa della società. Le protagoniste pongono particolare attenzione alla condizione di disparità che limita la libertà delle donne, segregandole in casa e privandole della possibilità di realizzarsi come individui. Oltre a offrire l’opportunità di affidare la prole a particolari strutture statali, il PIE promuove l’impiego femminile sospendendo per sei mesi gli impiegati statali uomini, naturalmente retribuendo tale singolare periodo di vacanza forzata. La segregazione degli uomini dalle attività lavorative è dettata dalla necessità di consentire alle donne di esprimersi liberamente in ambito lavorativo, senza subire la talvolta inconsapevole prepotenza degli uomini, abituati a comandare da secoli di patriarcato. La questione dei fondi necessari per pagare i dipendenti e finanziare gli asili nido viene risolta attraverso delle ingegnose attività imprenditoriali come la vendita dei fiori e di buoni ossigeno, con cui le imprese occidentali possono compensare l’inquinamento da loro prodotto difendendo le foreste.

Il PIE si impegna inoltre a insegnare agli uomini le difficoltose attività del/la casalingo/a, in modo tale da mostrare loro le difficoltà che le donne hanno affrontato per secoli e fondare le bassi per un’equa suddivisioni dei compiti all’interno della famiglia. Per garantire il dibattito sull’argomento tra la popolazione, viene organizzato un reality che illustra la vita di alcuni uomini casalinghi. Il ruolo della madre viene inoltre valorizzato: ragazzi e ragazze sono tenuti a frequentare le lezioni di Cure Materne per apprendere l’antica arte di fare la mamma e i membri del partito propongono di rassettare e accudire il paese come se fosse una casa o un bambino.

Un’iniziativa del PIE che non possiamo approvare è la pubblica esposizione e la marchiatura degli stupratori. Siamo consapevoli della necessità di rivoluzionare i valori della società diffamando gli stupratori e difendendo le vittime, che spesso si nascondono e si assumono la colpa dello stupro subito, tuttavia instaurare la “cultura della vergogna” non è certo il metodo più appropriato per tutelare le donne. La “cultura della vergogna”, diffusa per esempio nella società omerica, è un sistema di consuetudini sociali per cui coloro che si macchiano di un reato si considerano colpevoli solamente quando la società li giudica tali. Ciò implica che l’opinione di una comunità circa un suo membro vale più del valore effettivo della persona, che la tutela del proprio onore vale più della moralità: il criminale si pente del reato commesso solo se viene colto in fragrante e non perché ha compreso la gravità del proprio errore, il pentimento è dovuto solo al disprezzo dei compagni. Uno stupratore avrebbe certamente timore della tremenda punizione escogitata dal PIE e sarebbe dissuaso dal violare una persona, ma non comprenderebbe realmente la necessità di rispettare il corpo della donna se il sistema penitenziario umilia anziché educare. Un sistema alternativo alla “cultura della vergogna” è la “cultura della colpa”, secondo la quale i membri della comunità sono spronati a provare rimorso per gli atti commessi, per i quali vengono giudicati e puniti secondo giustizia.

Dai dialoghi del testo si deduce che, se l’autrice avesse voluto narrare un periodo più lungo, sarebbero stati approvati dal PIE molti altri provvedimenti, come una rivoluzione sessuale, che avrebbe modificato gli assurdi stereotipi promossi dal patriarcato, e una rivoluzione linguistica, per modificare gli aspetti maschilisti della lingua. E’ un vero peccato che l’autrice non abbia approfondito tali argomenti.

Per meglio comprendere i valori che hanno indotto il PIE a emanare tali leggi è necessario soffermarsi sulle riflessioni delle protagoniste e sulle relazioni di amicizia e fratellanza che le legano. Ai vertici del PIE troviamo donne molto diverse tra loro per attitudini e vissuto personale, ma la diversità non implica che si verifichino disparità all’interno del gruppo. Personaggi come Juana De Arco, vittima di prostituzione minorile, e l’omosessuale Martina danno voce alle minoranze di appartenenza, inoltre vengono presentati sullo stesso livello madri single e donne sposate, casalinghe e lavoratrici. Alcune donne si dedicano anche a professioni tipicamente considerate maschili come il Ministro della Difesa Eva, l’economista Rebeca e la poliziotta Azucena, ma ciò non compromette affatto la loro femminilità.

Viviana è solamente un primus inter pares e governa democraticamente, ascoltando e tutelando i diritti dell’opposizione e consentendo ai cittadini di manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Le ragazze del PIE sono attente a non sacrificare i rapporti umani durante le ore di lavoro, infatti si comportano in modo molto caloroso e gentile sia reciprocamente sia nei confronti di altri personaggi, spesso approvando modalità di riunione e di organizzazione molto poco formali. E’ molto interessante la loro concezione di femminilità: tutto ciò che viene solitamente attribuito al gentil sesso come la maternità e l’accudimento, la sensualità e l’erotismo, l’aperta manifestazione delle proprie emozioni attraverso il pianto e i lavori domestici vengono rivalutati come dei valori imprescindibili all’interno della società e delle armi con cui rivoluzionare il paese.

Gioconda Belli, classe 1948, ha ambientato la vicenda a Faguas, un’immaginaria nazione dell’America Latina, proprio perché è figlia di questo affascinante continente, più precisamente del Nicaragua. Giornalista, poetessa, e scrittrice di fama internazionale, ha partecipato alla lotta del Fronte Sandinista contro la dittatura di Somoza. Nel romanzo l’autrice menziona una delle sue poesie più celebri, uno straordinario inno alla femminilità che vogliamo condividere con voi:

E Dio mi fece donna,

con capelli lunghi,

occhi,

naso e bocca di donna.

Con curve

e pieghe

e dolci avvallamenti

e mi ha scavato dentro,

mi ha reso fabbrica di esseri umani.

Ha intessuto delicatamente i miei nervi

e bilanciato con cura

il numero dei miei ormoni.

Ha composto il mio sangue

e lo ha iniettato in me

perché irrigasse tutto il mio corpo;

nacquero così le idee,

i sogni,

l’istinto

Tutto quel che ha creato soavemente

a colpi di mantice

e di trapano d’amore,

le mille e una cosa che mi fanno donna

ogni giorno

per cui mi alzo orgogliosa

tutte le mattine

e benedico il mio sesso.

Al termine del romanzo, nella sezione dedicata ai ringraziamenti, il lettore scopre con straordinaria sorpresa che il PIE è esistito veramente e l’autrice ne ha fatto parte. Ecco cosa rivela l’autrice: “Negli anni Ottanta, in Nicaragua, durante la Rivoluzione Sandinista, ci furono davvero delle donne, delle amiche, che insieme a me formarono il PIE, il Partito della Sinistra Erotica. Ciascuna di noi occupava qualche posto di media importanza in strutture governative, di partito o di massa. Insieme decidemmo di studiare e attuare delle strategie per promuovere i diritti della donna attraverso il nostro singolo campo d’azione. Il gruppo fu attivo per diversi anni e rappresentò un esperimento di cameratismo e creatività che arricchì tutte quante. Con il passare del tempo ciascuna di noi ha preso la sua strada e persino assunto posizioni politiche contrarie, ma credo che nessuna si rammarichi o si penta di quello che “abbiamo cucinato” insieme nelle nostre riunioni”. Alcuni membri di un PIE precedente a quello delle protagoniste effettuano una breve comparsa all’interno del romanzo. Che l’autrice si sia riferita alle sue compagne di lotta?

Il romanzo è stato pubblicato nel 2010 e, nonostante l’autrice avesse all’epoca 72 anni, sono presenti nell’opera elementi di notevole modernità che avvicinano alla lettura anche un pubblico giovanile, è il caso di numerosi riferimenti all’eroina della triologia Millenium Lisbeth Salander e l’accenno ad un reality show. Non mancano tuttavia riferimenti culturali più elevati, come la menzione a Lisistrata di Aristofane, e ad alcune celebri grandi donne: Virginia Woolf, Jane Fonda, Berthe Morisot, Flora Tristàn, Emma Goldman, Gloria Steinem, Susan Sontag, Rosario Castellanos, Sor Juana.

Grazie Marta per avermi consigliato delle letture veramente interessanti.

Riassunto del “De vulgari eloquentia” di Dante (Libro II)

Ecco il riassunto del secondo libro del De vulgari eloquentia di Dante. Potete trovare il riassunto del primo libro qui.

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LIBRO II

I Il volgare illustre italiano può essere utilizzato sia in prosa sia in versi; i componimenti in metrica sono esemplari per la prosa. Dante inizia ad analizzare il testo in versi. A prima vista sembrerebbe che qualunque poeta dovrebbe utilizzare il linguaggio elevato, in quanto ciò che è illustre dovrebbe migliorare ciò che è inferiore. Tutto ciò invece è sbagliato, infatti una lingua esemplare deve essere usata solo per i componimenti più alti, scritti da chi possiede cultura e ingegno, così come la magnificenza si addice ai solo nobili e non al popolo. Mescolando ciò che è alto con ciò che è basso si estrinseca l’inferiorità di ciò che è più vile, così come le donne brutte appaiono ancora più brutte se si avvicinano a delle bellissime fanciulle. Spesso inoltre non è possibile distinguere l’illustre dal vile quando questi vengono uniti così come, quando si fondono l’oro e l’argento, non si riconoscono più i metalli originari.

II Il più illustre di tutti i volgari deve essere utilizzato solamente per scrivere di argomenti degni. L’uomo è dotato di un’anima triplice: un’anima vegetativa, simile a quella delle piante, che lo induce a ricercare l’utile; un’anima animale, che lo sprona a perseguire il piacere come le bestie; un’anima razionale, di natura angelica, che lo guida nella ricerca del bene. In tutte e tre queste attività dobbiamo individuare ciò che è “grandissimo” e pertanto merita di essere cantato in volgare illustre italiano.

Il perseguimento dell’utile più illustre consiste nella salvaguardia della salute fisica; la ricerca del massimo piacere riguarda il dilettarsi nell’amore terreno; il bene è invece identificabile con la virtù. Salute, amore e virtù sono dunque gli argomenti più alti che si possano cantare, essi consistono rispettivamente nella prodezza nelle armi, la passione d’amore e la retta volontà. La prima è cantata da Bertrand de Born, la seconda da Arnaut Daniel, la terza da Giraut de Bornelh. Cino Pistoiese è maestro nel cantare l’amore, il suo amico (Dante) eccelle nel cantare la rettitudine.

A Dante non risulta che esistano poeti d’armi che cantino in volgare italiano.

III Le canzoni sono la forma più eccellente di componimento poetico, in quanto la ballata è stata composta per i danzatori. D’altro canto, la ballata supera in eccellenza i sonetti. Essendo più nobili, le canzoni sono conservate con la massima cura, come sa chi ha familiarità con i libri. Il metro e la tecnica delle canzoni sono le più nobili, infatti la tecnica presente nelle canzoni si ritrova nelle altre forme metriche, ma non viceversa. Solo nelle canzoni si trova ciò che è stato pensato dai poeti.

IV Dante afferma di voler parlare di ballate e sonetti nel quarto libro, che non scriverà mai. Più ci si accosta ai grandi poeti, più correttamente si farà poesia, tuttavia ciascuno deve proporzionare il valore della materia alle proprie forze, affinché non gli capiti di “finire nel fango a causa del troppo carico sulle spalle”, come insegna Orazio. Dante considera la tragedia lo stile superiore, la commedia quello inferiore e l’elegia quello degli infelici. Lo stile tragico prevede l’utilizzo del volgare illustre e della canzone, quello comico un volgare mezzano misto al volgare umile, l’elegia il solo volgare umile. Solo nello stile tragico possono essere cantati la salvezza, l’amore e la virtù. Per imparare a scrivere in stile tragico servono lavoro e fatica, ci riescono solo coloro che nell’Eneide sono chiamati i “diletti da Dio”. Coloro che non sono in grado di comporre a tali livelli dovrebbero astenersi dal cercare di scrivere in stile tragico.

V Nessuno ha composto versi con più sillabe dell’endecasillabo, oppure più brevi del trisillabo. I versi più utilizzati sono il quinario, il settenario, l’endecasillabo e il trisillabo. L’endecasillabo è il verso più alto per durata, capacità d’espressione, costruzione e vocaboli. Il settenario viene subito dopo il verso più celebre, seguono il quinario e il trisillabo. Il novenario, che assomiglia ad un trisillabo triplicato, è caduto in disuso. I parisillabi vengono usati raramente per la loro grettezza: essendo i numeri pari inferiori a quelli dispari, i versi pari sono inferiori ai versi dispari.

VI I costrutti sono una regolata sequenza di parole, essi possono essere corretti o scorretti. Dante vuole analizzare solo ciò che è sommo. Esistono vari livelli di costrutti: quello insipido, quello dei princpianti, quello sapio, quello degli scolari, quello più grazioso, quello di chi maneggia un poco la retorica e quello eccelso, degli illustri scrittori. Dante considera quest’ultimo, il costrutto più elegante. Seguono poi degli esempi di costrutti supremi. Critica poi aspramente lo stile di Guittone Aretino.

VII Il discorso illustre deve essere composto da vocaboli grandiosi, appartenenti allo stile più nobile. I vocaboli si dividono in infantili, femminei e virili (quelli prediletti da Dante); questi ultimi si suddividono in campagnoli e cittadini. I vocaboli cittadini, più nobili, si suddividono in “Ben petinati” e irsuti, che Dante considera grandiosi, e lisci e ispidi, dotati di sonorità ridonda. Lo scrittore deve utilizzare solo i termini grandiosi: le parole “ben pettinate”, di circa tre sillabe, senza accento acuto o circonflesso, senza z e x e senza liquide raddoppiate e messe subito dopo una muta; le parole irsute sono quelle di necessità o ornamento del volgare illustre. Le parole necessarie sono quelle che non si possono evitare, come i monosillabi sì, no, me, te ecc… e le interiezioni. Le parole ornamentali invece sono i polisillabi che, mescolati ai “ben pettinati”, fanno un aspetto armonioso, sebbene abbiano asprezza di aspirazione e d’accento, di doppie, di liquide e di eccesso di lunghezza.

VIII La canzone è “azione del cantare” e può essere azione attiva o passiva. Una canzone è attiva quando è opera del suo autore, invece è passiva quando viene recitata in un periodo successivo alla composizione, dall’autore o da un altro soggetto, accompagnata dalla musica o meno. E’ più utile denominare la canzone dal suo essere agita in qualità di azione piuttosto che per l’effetto che opera sugli altri. La modulazione musicale non viene chiamata canzone, ma tono, nota o melodia. Coloro che compongono armonicamente parole chiamano invece le loro opere canzoni. La canzone non è altro che l’atto di dire parole armonizzate per l’accompagnamento musicale; più precisamente, è la regolata composizione in stile tragico di stanze uguali, senza ritornello, in funzione di un concetto unitario. Quando si tratta di un’opera in stile comico, si parlerà di canzonetta.

IX La canzone è una composizione regolata da stanze, in ciascuna delle quali è contenuta tutta l’arte specifica della canzone. Così come la canzone è il contenitore di tutto il pensiero dell’opera, la stanza accoglie in sé la tecnica. Le stanze di una canzone devono avere le stesse caratteristiche. La canzone si distingue in partizione melodica, disposizione delle parti e numero dei versi e delle sillabe. La rima non appartiene alla tecnica specifica della canzone, in quanto le canzoni possono essere realizzate seguendo uno schema libero. Possiamo definire la stanza come una compagine di versi e di sillabe piegata a una data melodia e a una certa disposizione.

X Ogni stanza è costruita in modo tale da ricevere una certa melodia. Ci sono stanze con una sola melodia, senza ripetizioni di motivi melodici e senza diesis (passaggio da una melodia all’altra), come la maggior parte di quelle scritte da Arnaut Daniel. Altre stanze invece ammettono la diesis, che prevede la ripetizione della melodia. Se la ripetizione avviene prima della diesis, la stanza ha dei piedi (due, talvolta tre); se la ripetizione è dopo la diesis, si dice che la stanza ha delle volte. Se non c’è ripetizione prima, la stanza avrà una fronte, se la ripetizione non c’è dopo, si parlerà di stanza con sirma o coda.

XI La disposizione consiste nella divisione della melodia nell’intreccio dei versi e nel rapporto con le rime. Fronte, volte, piedi, coda e sirma possono avere tra loro rapporti diversi. […] (viene in seguito spiegata la natura di tali rapporti e sono riportate altre spiegazioni di natura tecnica, che non ho schematizzato in quanto non sono richiesti per il conseguimento del mio esame di Linguistica italiana)

Recensione di “A ciascuno il suo” di Sciascia

“Proverbio, regola: il morto è morto diamo aiuto al vivo. Se lei dice questo proverbio a uno del Nord, gli fa immaginare la scena di un incidente in cui c’è un morto e c’è un ferito: ed è ragionevole lasciare lì il morto e preoccuparsi di salvare il ferito. Un siciliano invece vede il morto ammazzato e l’assassino: e il vivo da aiutare è appunto l’assassino[…] Io non sono siciliano fino a questo punto: non ho mai avuto inclinazione per aiutare i vivi, cioè gli assassini, e ho sempre pensato che le carceri siano un più concreto purgatorio.”

Nel 1964 un distinto e rispettato farmacista riceve una lettera anonima in cui viene minacciato di morte in seguito ad una sua imprecisata colpa. Essendo benvoluto in paese e non avendo mai recato danno a nessuno, il farmacista non diede peso all’evento, purtroppo qualche giorno più tardi venne ucciso durante una battuta di caccia con un suo amico, il dottor Roscio. La polizia sospetta che i due uomini fossero stati uccisi per una relazione extraconiugale del farmacista con una sua cliente, tuttavia il professor Laurana sospetta che non sia così.

Leonardo Sciascia pubblicò presso Einaudi nel 1966 A ciascuno il suo, un giallo di 151 pagine il cui titolo è la traduzione di unicuique suum, un’espressione tipica della legislazione latina parzialmente riportata sul retro della lettera minatoria.

Il romanzo propone un affresco della società siciliana degli anni Sessanta, infatti il professor Laurana indagherà nel proprio paesino e nel capoluogo di provincia incontrando preti, politici, letterati, giuristi e membri della borghesia siciliana che svolgono le più svariate professioni. Si tratta di una società governata da soli uomini, infatti le due uniche donne che compaiono nel romanzo rivestono i ruoli di madre e di moglie.

Anche se non viene mai nominata direttamente nel romanzo, la società siciliana è affetta dal morbo della mafia e della sua assurda morale per cui “il morto è morto, diamo aiuto al vivo”. Laurana è il protagonista del romanzo e svolge la funzione di detective nelle dinamiche del genere giallo, ma dovrà scontrarsi con una assurda morale che prevede di proteggere gli assassini insabbiando le loro colpe.

Il profilo di Laurana non corrisponde affatto a quello di un paladino della giustizia. Innanzi tutto si tratta di un professore di lettere impacciato con le donne e succube della madre, acculturato senza distinguersi nella sua attività di letterato, inoltre è un pessimo detective: è poco attento a non lasciare tracce nel corso delle sue ricerche, si fida ciecamente delle persone, è ingenuo nelle motivazioni che lo portano a effettuare le indagini e nel non temere reazioni da parte dell’assassino.

Il libro si apre con la seguente nota: “Nel novembre del 1965 Italo Calvino scriveva a Sciascia a proposito di A ciascuno il suo: <HO letto il tuo giallo che non è un giallo, con la passione con cui si leggono i gialli, e in più il divertimento di vedere come il giallo viene smontato, anzi come viene dimostrata l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano>. Non solo la morale a favore degli assassini ostacola l’indagine delle ricerche e il detective è un vero e proprio imbranato, ma ben presto il lettore scoprirà che l’identità dell’assassino e il movente erano noti sin dall’inizio. Il romanzo inoltre non segue lo svolgimento tipico dei gialli in quanto lo scioglimento della narrazione non corrisponde alla scoperta e alla punizione dei colpevoli con un conseguente al ritorno all’ordine, ma eviteremo di fornire ulteriori informazioni per non rovinarvi la lettura.

Il romanzo è breve e di scorrevole lettura, inoltre contiene dei pregevoli riferimenti letterari, soprattutto per quanto riguarda Voltaire. Nel 1967 fu realizzato un omonimo film diretto da Elio Petri.

Recensione di “La luna e i falò” di Cesare Pavese

La luna e i falò viene scritto da Cesare Pavese nel 1949 e pubblicato nel 1950, pochi mesi prima del suicidio dell’autore (di cui il 27 agosto 2015 sarà il sessantacinquesimo anniversario). Ho scoperto online una prima edizione venduta su ebay a 190,00 €, di cui condivido con voi la fotografia.

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Il romanzo racconta la storia di un trovatello vissuto nelle Langhe che, dopo aver fatto fortuna in America, ritorna nella sua terra. Anguilla, così era soprannominato il protagonista durante l’adolescenza, lasciò gli Stati Uniti perché non riuscì a trovarvi ciò che apprezzava delle Langhe, ma al suo ritorno ritrovò la sua terra d’origine completamente cambiata: nessun paesano che conosceva era sopravvissuto o era in grado di riconoscerlo e il paesaggio era mutato completamente.

L’unico personaggio che si ricordava di Anguilla era Nuto, un amico d’infanzia più grande che da bambino Anguilla aveva scelto come esempio da seguire. Anguilla scoprì che, con il trascorrere degli anni, il suo rapporto con Nuto era cambiato: i due amici potevano ora confrontarsi alla pari. Anche se non ha viaggiato come Anguilla e ha solamente suonato il clarino nelle feste dei villaggi della zona, Nuto ha maturato un’analoga esperienza di vita.

Ritornando nell’abitazione in cui aveva vissuto con i genitori adottivi, Anguilla incontrò Cinto, un ragazzo zoppo in cui si riconobbe e nel quale cercò di risvegliare gli stessi desideri che aveva da ragazzo. Quando il padre di Cinto uccise l’intera famiglia e diede fuoco all’abitazione, Anguilla e Nuto si presero cura del ragazzo.

Gli avvenimenti non vengono narrati in ordine cronologico ma sono esposti seguendo il flusso dei pensieri del narratore interno al racconto (Anguilla) con continue analessi. Ne consegue, per esempio, che numerosi episodi riguardanti Irene, Silvia e Santa, le tre bellissime figlie del datore di lavoro di Anguilla durante l’adolescenza, vengono narrati seguendo un ordine funzionale alle riflessioni implicite o esplicite del narratore.

Il narratore è Anguilla, che ripercorre la propria storia in un periodo successivo al suo trasferimento negli Stati Uniti. La narrazione degli eventi è intervallata da riflessioni sul passato di Anguilla e sull’esistenza in generale. In queste riflessioni è racchiuso il significato dell’opera, un senso misterioso e complesso che è difficile da afferrare.

Per recensire La luna e i falò di Cesare Pavese non scriverò un saggio breve come quelli a cui siete abituati, in quanto preferirò soffermarmi sulle mie impressioni personali realizzando una vera e propria recensione. Questa mia scelta è dovuta al fatto che Internet abbonda di informazioni e analisi a tal punto che non potrei aggiungere nulla di originale, inoltre non sono in grado di dimostrare la veridicità dei molti dati disponibili online, su cui si fonderebbe il mio scritto.

Siccome ciò che ho trovato in rete è molto interessante, ho deciso di condividerlo con voi realizzando un elenco delle pagine web che ho maggiormente apprezzato.

  • http://www.atuttascuola.it/SCUOLA/italiano/la_luna_e_i_falo.htm A tutta scuola offre un’analisi semplice e esaustiva del romanzo, sezionandolo con precisione chirurgica in ogni suo aspetto. Si tratta del testo ideale per i meno esperti in letteratura, ma fornisce una letteratura interessante anche per uno studente universitario. Non ho tuttavia apprezzato il paragrafo dedicato ai personaggi secondari, in quanto non focalizza le loro caratteristiche essenziali. Irene, Silvia e Santa, per esempio, sono menzionate sbrigativamente, mentre per le tre fidanzate di Anguilla sono state scritte più righe del dovuto.
  • http://www.italialibri.net/opere/lunaeifalo.html Questo articolo espone gli aspetti essenziali del romanzo e lo considero un efficace invito alla lettura. Sembrerebbe che si tratti di un testo affidabile in quanto è stato scritto dalla redazione del sito web, che è composta da membri qualificati.
  • http://www.criticaletteraria.org/2012/01/la-luna-e-i-falo-di-cesare-pavese.html Si tratta di un articolo molto interessante perché non solo presenta la trama e le tematiche principali del romanzo, ma sono stati disseminate nel testo anche tante piccole citazioni e curiosità che dilettano il lettore che desidera saperne di più.
  • http://www.luzappy.eu/ita_quintad/pavese.htm Questo articolo è un autorevole estratto proveniente da un libro cartaceo citato dal titolare del sito web, perciò è attendibile. E’ molto utile per avere una panoramica completa della produzione di Pavese e sono molto interessanti gli ultimi due paragrafi, dedicati all’ultimo romanzo dell’autore e al suo suicidio.
  • Internet mette a nostra disposizione numerose pagine di citazioni tratte dal libro. Non Sempre i responsabili dei siti web hanno pubblicato quelle che a mio parere sono le ctazioni più importante, ma il loro contributo è comunque utile per coloro che desiderano citare  il romanzo. Ecco due delle numerose pagine disponibili online: http://www.frasicelebri.it/s-libro/la-luna-e-i-falo/ http://www.liosite.com/opera/la-luna-e-i-falo/

Su Youtube ho scoperto una strepitosa lezione universitaria sul romanzo tenuta dal Prof. Bonino:

Secondo il professore il romanzo tratterebbe il “dopo” della Resistenza, così ho cercato le tracce di questo tema all’interno dell’opera. La narrazione si sofferma essenzialmente sulle vicende personali dell’autore e descrive il luogo e la società in cui vive attraverso il filtro della percezione del protagonista. L’opera non vuole dunque essere una descrizione realista della società delle Langhe nel Dopoguerra, ma probabilmente vuole trasmettere un’indefinita sensazione di radicale, assoluto e definitivo mutamento dovuto alla guerra. Così come Anguilla ha ritrovato il proprio paese completamente cambiato dopo essere tornato dall’America, gli uomini hanno ritrovato l’ambiente in cui vivono irreparabilmente differente.

Il solo episodio riguardante la Resistenza è l’esecuzione di Santa, il Dopoguerra viene descritto invece solamente attraverso la descrizione del ritrovamento dei corpi di due Repubblichini, che offrono l’opportunità di scrivere un capitolo di implicita denuncia (lo stile è realista, l’autore implicito perciò sembra astenersi da ogni giudizio) sullo sfruttamento da parte della chiesa del passato come propaganda anticomunista.

Recensione di “La pioggia fa sul serio” di Guccini e Macchiavelli

La pioggia fa sul serio è l’ultimo giallo scritto a quattro mani di Guccini e Macchiavelli, un avvincente romanzo ambientato sugli Appennini.

In rete circolano una discreta quantità di interviste e articoli che consentono di apprendere qualche succosa curiosità sugli autori e la scrittura del libro. Noi di Acqua e limone ci siamo serviti di questi articoli per accertarci della veridicità delle informazioni in nostro possesso e per rendere più interessante questa recensione, che nonostante ciò non deve essere considerata una mera opera di copiatura perché abbiamo cercato di scrivere un testo autonomo e originale.

Ecco gli articoli:

L’opera è l’ultima avventura di Poiana, un agente della forestale di un paesino degli Appennini Emiliani che deve scoprire l’assassino di un geologo che si occupa di losche ricerche nei boschi della zona. Ben presto il numero dei morti aumenta con l’omicidio di un “selvatico” abitante dei boschi che vive di attività rurali gestite con tecniche pre industriali, inoltre vengono compiuti due tentati omicidi. Con l’aiuto di un maresciallo poco abituato agli spostamenti in montagna e alla mentalità locale, Poiana riuscirà a scoprire la verità e riportare l’armonia tra i suoi monti.

La popolarità di Guccini certamente ha aiutato questo romanzo a farsi strada tra gli scaffali delle librerie italiane, nonostante ciò si tratta di un romanzo di tutto rispetto, che merita l’attenzione ricevuta. Guccini è andato in pensione in qualità di cantautore, tuttavia non ha alcuna intenzione di abbandonare la sua attività di scrittore e in particolare di giallista: i suoi libri escono in libreria con regolarità e sono apprezzati da un vasto pubblico. Spesso il cantautore promuove i suoi libri nelle librerie e in varie manifestazione, offrendo ai suoi fan l’opportunità di incontrarlo e conoscere la sua straordinaria personalità.

Loriano Macchiavelli ha collaborato alla pari con Guccini alla scrittura del libro ed è un autore eccellente, eppure il suo nome viene spesso oscurato dalla celebrità del cantautore. Macchiavelli è uno scrittore italiano noto per aver dato vita al personaggio di Sarti Antonio, un poliziotto protagonista di gialli avvincenti; l’autore ha inoltre composto pièces teatrali e ha scritto racconti.

La collaborazione tra i due scrittori è iniziata nel 1997 e uno dei loro massini successi riguarda le avventure del maresciallo Santovito, un carabiniere campano esiliato sugli appennini per non aver chiuso un occhio sui crimini commessi da giovani protetti dal partito fascista. Nonostante non abbiamo scritto alcuna recensione delle imprese di Santovito, abbiamo letto tutte le sue indagini e ve ne consigliamo vivamente la lettura. Anche se i cinque romanzi di Santovito non sono ambientati nei giorni nostri, i romanzi hanno molto in comune con le avventure di Poiana, soprattutto per quanto riguarda l’ambientazione appenninica, la ricostruzione dello stile di vita locale e la descrizione dei mutamenti dovuti al trascorrere degli anni.

Il romanzo vuole essere un opera di denuncia della trascuratezza dei boschi appennini da parte dell’uomo. Le frane e il passaggio di quad, moto cross e altri mezzi motorizzati infatti minacciano un territorio abbandonato da una popolazione che, non ricavandone più sostentamento, se ne disinteressa. La montagna è vissuta per lo più come un’attrazione turistica: nel romanzo viene citato un agriturismo e uno dei personaggi principali è un ricco inglese trasferitosi in Emilia per studiare gli antichi edifici religiosi della zona. Gli Appennini descritti sono quelli in cui Guccini e Macchiavelli vivono attualmente, pertanto i romanzi sono una preziosa testimonianza della loro esperienza.

Gli autori non distolgono tuttavia l’attenzione dal passato della regione, dalla memoria contadina, dalle tradizioni e dalle leggende della zona: la storia ha lasciato marcate e preziose tracce nel presente di Poiana, che impreziosiscono il racconto offrendoci un affresco a tutto tondo della cultura appenninica emiliana. Leggendo le interviste di cui vi abbiamo riportato i link scoprirete che gli aspetti storico-artistici del romanzo, nonché le “chicche” sulle tradizioni locali, sono stati curati proprio da Guccini, molto più esperto in materia di Macchiavelli.

Poiana stringe una relazione sentimentale con la bella Betty, ma non vengono mai raccontate scene di sesso. Gli autori rivelano di non amare particolarmente la scrittura di desti di carattere sessuale e non è certo nostra intenzione spronarli a forzare la loro inclinazione artistica, tuttavia questa lacuna danneggia, anche se in maniera non irreparabile, la buona riuscita del libro. Speriamo che almeno uno dei due scrittori cambi idea al riguardo e decida di occuparsi di sequenze di sesso nei prossimi libri.

Recensione di “Norvegian Wood” di Murakami

Norvegian Wood è un romanzo di Haruki Murakami pubblicato nel 1987 e porta come titolo il nome della celebre canzone dei Beatles, tradotto in giapponese come Noeuwei no mori. L’opera deriva dal racconto La lucciola e nella versione originale è suddiviso in due volumi, mentre la traduzione in italiano è composta da 374 pagine.

La vicenda si svolge a Tokyo nel 1969 durante le proteste studentesche che si svolgevano in quel periodo, cui però i personaggi del romanzo non prendono parte. Watanabe, uno studente universitario di lettere, dopo la morte suicida del proprio migliore amico delle superiori Kizuki si innamora della sua fidanzata Naoko, una ragazza bellissima ma affetta da problemi psichici, la cui canzone preferita è proprio Norvegian Wood. Siccome la giovane viene ricoverata in un centro di cura in montagna, i due ragazzi non possono frequentarsi e a Watanabe non resta che vivere la propria monotona vita nel collegio universitario tra le comiche abitudini di Sturmtruppen, il suo compagno di stanza, e le serate trascorse a rimorchiare in compagnia di Nagasawa, un carismatico e brillante studente di diplomazia internazionale che sotto alcuni aspetti dimostrerà di avere un carattere crudele. Watanabe si innamora di Midori, una ragazza dal comportamento molto singolare che ha sofferto molto per mancanza di affetto in famiglia e per le morti premature dei i genitori; il protagonista sarà costretto a scegliere tra l’esuberante Midori e la problematica Naoko. Il romanzo tratta con sensibilità i problemi che uno studente universitario deve affrontare: l’amore, il sesso, la morte, lo studio, l’amicizia.

Si tratta di un romanzo molto coinvolgente: il lettore si affeziona ai personaggi, costruiti in modo molto particolareggiato e mai banale, pertanto è più che deciso a proseguire nella lettura per scoprire come si conclude la storia. Ad un lettor esperto risulteranno tuttavia inverosimili alcuni avvenimenti, come il fatto che Reiko, la migliore amica di Naoko in casa di cura, racconti senza alcun pudore e con abbondanza di particolari la propria vita a Watanabe, compreso quando venne sedotta dalla propria allieva di pianoforte di tredici anni. Un altro evento inverosimile è la tranquillità con cui Watanabe ascolta Midori strimpellare tranquillamente la chitarra su una terrazza in prossimità di un incendio.

Il traduttore del romanzo ha mantenuto invariati i toponimi, i nomi di persona, delle pietanze, e di alcuni oggetti tipicamente giapponesi, in fondo al libro è stato realizzato un piccolo glossario per chi fosse poco pratico della cultura giapponese. Leggendo l’opera la vita in Giappone non sembra poi così diversa dalla nostra, infatti gli elementi più caratteristici della cultura nipponica citati dall’autore sono semplicemente le cibarie, i bagni pubblici, l’utilizzo degli yen e dei futon.
Nel romanzo vengono citati numerosi brani musicali dei generi più svariati, dal Rock al Pop, dal Jazz alla musica classica, pertanto offre una buona occasione per scoprire pezzi sconosciuti.

Leggendo la biografia dell’autore si scoprono molti elementi in comune tra Murakami e Watanabe. Entrambi hanno frequentato l’università nel 1969 e si sono iscritti a lettere, ma in alcuni periodi non frequentano le lezioni. Come Watanabe, Murakami ha alloggiato in un dormitorio studentesco (anche se con un reputazione peggiore di quella del suo personaggio), per poi trasferirsi in alloggi privati. Murakami inoltre non ha partecipato alle rivolte studentesche in quanto era una persona solitaria, ma è probabile che ne sia stato influenzato nel suo pensiero giovanile. Lo scrittore, come Watanabe, ha svolto dei lavoretti part-time durante gli studi, ama il jazz, ha un gatto e frequentava molto spesso i cinema da ragazzo. Tali somiglianze non stupiscono, soprattutto considerando il fatto che l’autore definisce la sua opera “un libro molto personale”.

In un postscriptum al termine del romanzo scopriamo che “questo libro è dedicato a tutti i miri amici che sono morti e a quelli che restano”. Siccome molti personaggi del romanzo muoiono per suicidio, si potrebbe ipotizzare che dei cari amici dell’autore abbiano fatto la stessa fine. Il romanzo è stato iniziato nel 1986 in Grecia ad Atene (Murakami era solito scrivere in una taverna particolarmente rumorosa, proteggendosi dal frastuono ascoltando della musica con il walkman) invece è stato terminato in Italia, in un appartamento alla periferia di Roma. L’autore non è in grado di giudicare quanto l’atmosfera europea abbia influenzato la stesura del romanzo, tuttavia ha trovato molto utile la possibilità di non essere interrotto da telefonate e visite.

Nel 2010 è stato girato un film che purtroppo non siamo riusciti a trovare in streaming, ma di cui possiamo condividere con voi il trailer.