“Dovremmo essere tutti femministi” di Chimamanda Ngozi Adichie

 

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Grazie ad uno dei video di Cimdrp ho scoperto Dovremmo essere tutti femministi di Chimamanda Ngozi Adichie, una giovane e brillante femminista nigeriana. Si tratta del testo di una conferenza del 2012, successivamente trasformato in libro nel 2014, in cui la speacker racconta la sua esperienza di femminista africana sintetizzando i concetti chiave di femminismo e femminilità applicati alla nostra epoca. Il testo è stato campionato nella canzone Flawless di Beyoncé.

Chimamanda è molto giovane, infatti è nata nel 1977 e, oltre ad essere una bella ragazza dalla pelle color ebano, è anche un medico e un’intellettuale femminista. I suoi libri sono stati tradotti in trenta lingue e ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

Il blog Hai da spicciare? Ha pubblicato sia il video sia il testo della conferenza. Personalmente ho preferito la conferenza in quanto consente di conoscere il volto e la voce dell’autrice, i vivaci colori del suo abbigliamento africano e la reazione del suo pubblico, un po’ incomprensibile a mio parere in quanto spesso ride senza alcuna ragione. La conferenza non è molto lunga, dura solo mezz’ora, e non è particolarmente impegnativa, di conseguenza il libro è lungo solamente quaranta pagine.

Le parole di Chimamanda sono sintetiche e immediate, trasmettono messaggi forti con esempi semplici, tratti dal suo vissuto personale. La donna non tratta soltanto la condizione femminile in Africa, le sue parole riguardano la parità di genere nel mondo. Ecco uno dei passi che più mi è piaciuto:

Ma la cosa di gran lunga peggiore che facciamo ai maschi, facendo intendere che devono essere duri, è che li lasciamo con degli ego molto fragili. Più un uomo sente di dover essere un “uomo duro”, più è debole il suo ego. E poi facciamo un lavoro anche peggior con le ragazze, perché le educhiamo a soddisfare i fragili ego degli uomini. Insegniamo alle ragazze come farsi da parte, come farsi più piccole. Diciamo alle ragazze, “Puoi avere ambizione, ma non troppa. Dovresti puntare ad avere successo, ma non troppo successo, altrimenti potresti minacciare l’uomo.” Se in una relazione con un uomo sei tu a portare il pane a casa, devi far finta che non sia così. Soprattutto in pubblico. Altrimenti lo stai castrando. Ma se mettessimo in discussione la premessa stessa? Perché il successo di una donna deve essere una minaccia per un uomo? Che cosa succede se decidiamo di sbarazzarci semplicemente di quella parola, e non credo ci sia una parola inglese che mi piaccia meno di “castrazione”.

La conferenza è piaciuta molto anche oltreoceano a Beyonce, che ha inserito alcune frasi pronunciate da Chimamanda nella propria canzone Flawless, che Cimdrp suona e commenta in questo video. Si tratta di una canzone grintosa e personale, in cui la cantante mostra tutta la propria forza interiore e sprona le ragazze a fare altrettanto, senza lasciarsi chiacciare dalle convenzioni sociali maschiliste. Ma possiamo considerare Beyonce una femminista? A mio parere esistono centinaia di donne che meritano maggiormente tale titolo, tuttavia è importante che i media parlino di femminismo ed è lodevole che la cantante abbia attirato l’attenzione sulla questione.

Questo testo, per la sua semplicità, è indicato per tutti coloro che non hanno molta dimestichezza con il femminismo (come me!), oppure desiderano intraprendere una lettura (o la visione di una conferenza) leggera ma significativa.

Per concludere, ecco il link della canzone Flawless di Beyonce, sperando che vi piaccia:

 

 

Chimamanda Ngozi Adichie

 


 

Recensione de “L’amuleto di Samarcanda”

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I romanzi Young adult sono un genere letterario dedicato agli adolescenti. Generalmente si tratta di fantasy, attualmente un genere molto amato da grandi e piccini, ma possiamo trovarne di ogni sorta, dai romanzi verosimili agli horror. Non sono solita leggere Young adult perché li considero romanzetti privi di spessore, il cui unico scopo è l’intrattenimento del fanciullo, ma nel caso di alcuni romanzi sono stata fortunatamente indotta ad abbandonare ogni pregiudizio perché si trattava di testi ben scritti e dotati di un significato profondo. E’ il caso de L’amuleto di Samarcanda di Jonathan Stroud, primo libro della Triologia di Bartimeus, uscito nel 2003.

Il romanzo è ambientato in una Londra governata da maghi arrivisti e spregiudicati nei confronti dei comuni, tutti coloro che sono privi di competenze magiche, e dei demoni, creature dell’Altro luogo da cui deriva il potere di ogni mago. I maghi non sono dotati di abilità straordinarie, sono semplicemente dei dotti in grado di soggiogare i demoni e sfruttarli ingiustamente per i loro loschi fini. Nathaniel è un apprendista stregone di dodici anni dalle straordinarie abilità ma sottovalutato dal proprio maestro, uno stregone privo di talento e schernito dai propri superiori. Umiliato ingiustamente dal potente mago Lovelace, Nathaniel si vendica convocando il potente quanto egocentrico e sarcastico jinn Bartimeus, a cui ordina di rubare l’amuleto di Samarcanda. Tale furto scatenerà una serie di eventi inaspettati perché l’amuleto è un manufatto dall’incredibile potenza che Lovelace ha rubato al governo per organizzare un colpo di stato e Nathaniel non sempre si dimostrerà in grado di controllare lo scaltro Bartimeus.

Il primo aspetto che ho apprezzato di questa saga è che finalmente i maghi sono i cattivi e la loro magia deriva dall’erudizione anziché dalle solite doti magiche innate. Dimenticatevi le innocue pozioni magiche o gli svolazzanti colpi  di bacchetta di Harry Potter, in questa saga si pratica il maltrattamento e la riduzione in schiavitù di demoni, esseri dotati di poteri magici, che sono costretti a fare il lavoro sporco in vece del mago e cercano in ogni modo di liberarsi dal vincolo ingannando lo stregone. I demoni sono suddivisi in classi a seconda del loro potere e possiedono svariati poteri, infatti possono assumere la forma di altri esseri viventi terrestri o magici, scagliare deflagrazioni o altri attacchi magici, diffondere odori o fulmini dell’aria. I maghi possono catturare e torturare i demoni con formule magiche in lingue antiche imparate a memoria. Gli stregoni inoltre sono personaggi spregevoli: dittatori assetati di potere, avidi collezionisti di cimeli dai potenti poteri magici, assassini, falsi doppiogiochisti privi di scrupoli e sentimenti …

Nei fantasy solitamente il confine tra bene e male è sempre molto netto, nell’opera di Stroud invece tale distinzione è molto ambigua. Nathaniel, pur dimostrando di avere una coscienza e di essere disposto al sacrificio per le persone che ama, è risolutamente schierato con i maghi, approva il regime dittatoriale per il quale è destinato a lavorare da adulto e combatte la resistenza (un gruppo di comuni che vuole sovvertire il governo dei maghi). Il giovane inoltre si dimostra più volte un arrivista assetato di potere e uno spietato calcolatore, manifesta una decisa sete di vendetta nei confronti di Lovelace, e non sempre tratta con umanità i demoni suoi schiavi. Bartimeus è il protagonista assolutamente positivo in qualità di demone schiavizzato e suo malgrado costretto a combattere per Nathaniel, ma il suo egocentrismo e il suo sarcasmo sin troppo pungente lo rendono affascinante quanto imperfetto: nessun eroe è senza macchia nella Londra di Stroud.

La politica riveste un ruolo cruciale nella saga e la piramide sociale dell’impero Britannico in cui è ambientata la vicenda è ben delineata. Come abbiamo già detto, i maghi sono i privilegiati: i più potenti rivestono le cariche superiori mentre tutti gli altri, come il maestro di Nathaniel, “sgobbano” nei gradini più bassi del governo londinese. Ciascun mago cerca di conquistare potere e prestigio con ogni mezzo, morale o immorale che sia. I comuni sono esclusi da ogni carica pubblica e devono sottostare agli ingiusti soprusi dei maghi, come un atteggiamento di disprezzo nei propri confronti, una condizione sociale di povertà e il coprifuoco, ma tutto ciò sarà descritto con maggiore precisione nei libri successivi della saga. Alcuni ragazzini immuni dai poteri magici dei demoni e in grado di individuare manufatti magici nascosti hanno fondato la Resistenza, un’organizzazione clandestina avente lo scopo di rovesciare il potere costituito. La Resistenza riveste un ruolo marginale nel primo libro della saga, per diventare protagonista nelle opere successive. Bartimeus ci rivela che l’impero britannico non è stato il primo impero gestito da maghi: molte altre volte in passato una minoranza di esseri umani avrebbe preso il potere servendosi dei demoni. E’ il caso dell’impero di Praga, crollato quando gli  inglesi hanno preso il potere.

L’autore sa gratificare il proprio pubblico di adolescenti toccando temi a loro cari. Il protagonista, un loro coetaneo, è stato abbandonato ed è costretto a vivere con una persona che non gli vuole bene, il suo maestro. Non si tratta forse di un incipit ideale tutti coloro che si sentono adolescenti incompresi? Il fanciullo in questione è inoltre un ragazzo dai poteri straordinari ma nessuno nota il suo talento: in questo moto viene stuzzicato piacevolmente l’ego del giovane lettore, che nel proprio inconscio nel pieno di una tempesta ormonale si sente un piccolo genietto incompreso. Proseguendo nella lettura, il ragazzo si ritroverà completamente solo e dunque indipendente, come vorrebbe ogni ragazzino. La Resistenza è inoltre gestita da un gruppo di suoi coetanei in modo tale da lasciare più spazio ai giovani nella trama; tale gruppo è capitanato da una ragazza, per consentire alle ragazze di identificarsi in un personaggio più simile a loro. La giovinezza tuttavia non viene affatto esaltata: Nathaniel è un ragazzino testardo e fin troppo impaziente, l’autore criticherà più volte queste sue caratteristiche offrendo un ottimo spunto di riflessioni ai giovani lettori.

Consiglio questo romanzo ad adulti e adolescenti, nella speranza che vengano scritti più romanzi per ragazzi di qualità come L’amuleto di Samarcanda. Le altre opere della triologia sono L’occhio del golem e La porta di Tolomeo, informatevi se siete interessati alla recensione anche di questi due straordinari romanzi, in cui la Resistenza riveste un ruolo cruciale e Nathaniel dovrà scegliere da che parte schierarsi, se appoggiare il governo o combattere dalla parte del popolo.

“Dario e Dio”, di Dario Fo e Giuseppina Manin

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“Come diceva Voltaire, Dio è la più grande invenzione della storia. “

Quest’anno è uscito l’ultimo libro di Dario Fo e Giuseppina Manin, intitolato “Dario e Dio”. Si tratta di una lunga ipotetica intervista cui viene sottoposto Dario Fo circa l’esistenza di Dio. L’opera è suddivisa in venti capitoli in cui il celebre attore, pittore  e regista affronta tutte le tematiche principali della religione cristiana, dalla trinità alla madonna, dalla creazione alla figura di Giuda, inserendo inoltre molte confessioni personali riguardanti la sua carriera di artista, i propri genitori e la sua toccante storia d’amore con Franca Rame.

Tra le personali teorie di Dario Fo sulla religione non compare nulla di nuovo, in quanto l’artista semplicemente riprende le affermazioni di filosofi venuti prima di lui. Ciò che colpisce tuttavia è la vitalità e l’entusiasmo con cui Fo trasmette i valori in cui crede, inoltre non sono rare le battute di spirito e i dialoghi con cui diverte il lettore. Dopotutto in copertina spicca su sfondo bianco un’illustrazione di Quipos, che promette tanta comicità e allegria.

Dovendo recensire questo libro ero incerta su come procedere, infatti riassumere i punti cruciali del libro avrebbe trasformato l’opera in un mero trattato di filosofia privo della comicità che lo caratterizza, ma non volevo nemmeno focalizzare l’attenzione sulle mie opinioni circa le idee di Fo (che nella maggioranza dei casi condivido), in quanto lo ritengo poco rispettoso nei confronti  di un grande artista del suo calibro.

Un aspetto affascinante di Dario Fo è che, pur essendo ateo convinto, dimostra di conoscere profondamente la religione cattolica, molto più di molti cattolici praticanti, e effettua nel suo  libro (come in altre opere, prima fra tutte il Mistero buffo) una critica approfondita della nostra religione. Mi piacerebbe molto domandargli cosa lo spinge a trattare così spesso di religione se si professa ateo. Un altro aspetto interessante è l’attenta analisi che effettua degli ultimi papi: personalmente, in qualità di atea, sono assolutamente disinteressata a ciò che accade in Vaticano e mi domando perché Dario Fo non faccia altrettanto, indipendentemente da quanto sia rivoluzionario Papa Francesco.

L’argomento più affascinante e sconvolgente del libro riguarda non la relazione amorosa tra Maddalena e Cristo, non il falso tradimento di Giuda, ma la natura femminile dello Spirito Santo. “E difatti uno dei Vangeli apocrifi, quello di Tommaso, parla proprio  di  uno Spirito Santo femminile, nuova versione dell’antica madre terra. La trinità aveva così una scansione più logica: il Padre, la Madre e il Figlio .Ma quella parte femminile, insita in origine nel divino dei primi cristiani, risultava intollerabile e pericolosa per una chiesa maschile e maschilista a oltranza. Che appena ha potuto si è premurata di spazzar via quella scomoda presenza trasformando lo Spirito Santo in quell’entità asessuata e di scarso carattere che ci hanno insegnato. Sancire che Dio è maschile e femminile insieme avrebbe infatti creato non pochi problemi. Intanto avrebbe garantito la parità della donna, le avrebbe aperto le porte del sacerdozio con il rischio che prima o poi se ne trovasse una seduta sul soglio di Pietro…”

“Il buio oltre la siepe” di Lee Harper

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“Quasi tutti sono simpatici, Scout, quando finalmente si riesce a capirli”

In seguito alla morte di Lee Harper le librerie hanno riproposto sugli scaffali il suo capolavoro, Il buio oltre la siepe, così io ho colto l’occasione di acquistare il romanzo, pubblicato dall’Universale economica Feltrinelli, per recensirlo sul mio blog.

L’opera è stata pubblicata nel 1960 ed è il capolavoro di Lee Harper. Dalla vicenda narrata nel libro fu tratto nel 1962 un film diretto da Robert Mulligan, che vinse tre premi Oscar e il Gary Cooper Award a Cannes. Recentemente è uscito un romanzo che racconta un’avventura degli stessi protagonisti avvenuta negli anni successivi, ma scritta dalla Harper molto tempo prima. Lo aggiungo subito alla lista dei libri da leggere, ma dovrete aspettare qualche mese per la recensione.

Come suggerisce il titolo della collana, si tratta di un’edizione economica che costa 9,50 € e colpisce lo spettatore per il disegno in copertina, che non ha nulla a che vedere con il titolo italiano e consiste in un passerotto su un ramo in fiore. Lee Harper aveva scelto per la propria opera il titolo di To Kill a Mockingbird, che è intraducibile in italiano in quanto l’uccellino Mockingbird, diffusissimo negli USA, non esiste in Italia e non ha nome in italiano. Fu scelto così il titolo Il buio oltre la siepe, che non ha nulla a che vedere con il titolo originario. Entrambi i titoli si riferiscono a citazioni presenti all’interno del romanzo, più precisamente il primo significa che non bisogna sparare a creature pure e utili come gli usignoli (una regola imposta dal padre ai bambini protagonisti quando questi ricevettero in regalo dei fucili giocattolo), il secondo invece si riferisce al fatto che non bisogna temere le persone che non si conoscono (e non aggiungerò altro per non rovinare il finale della storia).

La vicenda è ambientata negli anni ’30 in Alabama, nell’immaginaria cittadina di Maycomb. Scout, la protagonista, racconta una triste vicenda accaduta quando era bambina e trascorreva gran parte del suo tempo scorrazzando per le strade con suo fratello Jem e l’amico Dill, indossando i pantaloni come un ragazzo. In particolare i tre ragazzi si divertivan a demonizzare il loro vicino di casa Boo Radley solamente perché non usciva mai di casa, aveva un passato losco e i tre ragazzi non conoscevano nulla di lui.
Siccome le prime pagine raccontano per lo più avvenimenti riguardanti dei bambini, il libro mi era parso più indicato a questa fascia d’età e avevo persino pensato di abbandonare la lettura. La stessa protagonista dopotutto viene paragonata nel retro di copertina ad Huckleberry Finn, noto protagonista di un libro per ragazzi, perciò ero intenzionata ad accantonare il romanzo per dedicarmi a letture più adulte. Per fortuna la curiosità mi ha invogliato a continuare a leggere.
Proseguendo nella lettura risulta evidente che l’opera tratta temi di straordinaria serietà e attualità come il razzismo nei confronti degli afroamericani, l’ipocrisia della società americana, il contrasto tra la purezza dell’infanzia e la crudeltà degli adulti, come dovrebbe funzionare la giustizia in un sistema democratico e l’educazione di ragazzi.
Il padre di Jem e Scout è un avvocato chiamato a difendere un nero ingiustamente accusato di stupro. La vicenda giudiziaria è filtrata attraverso il giudizio innocente della giovane narratrice e dei suoi amichetti, ignari di come sia la realtà nel mondo degli adulti. Il libro risulta vincente proprio grazie al contrasto tra le riflessioni della bambina, che spesso non riesce a comprendere il mondo degli adulti, e le verità che percepiscono i grandi, tra l’onestà  dei piccoli e la crudeltà dei grandi.

L’opera offre un affresco avvincente della società del sud degli Stati Uniti degli anni Trenta e critica aspramente non solo la suddivisione in bianchi e neri, ma anche quella tra ricchi e poveri, tra istruiti e analfabeti, tra famiglie che possono vantare un’antica genealogia e i nuovi ricchi. Lee Harper non si esprime esplicitamente contro il sistema in cui ha trascorso la propria infanzia, lascia invece che sia il suo racconto a persuadere il lettore ad abbracciare le proprie convinzioni.

Viene affrontato come tema secondario l’educazione delle bambine negli anni Trenta. Scout è un maschiaccio che indossa i pantaloni, gioca con i maschi e non subisce un’educazione femminile, scatenando il disappunto delle donne del paese e in particolare di zia Alexandra, che vorrebbe domarla e trasformarla in una signorina. Anche se non si tratta certo del tema principale del romanzo, è bene cogliere e apprezzare anche questo aspetto femminista.
Scout e Jem, educati da un padre vedovo che è un avvocato istruito e di ampie vedute, vengono trattati come individui raziocinanti e padroni del proprio destino, spesso scatenando l’ilarità di altri personaggi adulti che non considerano i bambini capaci di comprendere le spinose questioni degli adulti.

Nel corso del romanzo Scout, Dill e Jem resteranno affascinati dal loro vicino Boo Radley, così inizieranno a fantasticare sul personaggio e a creare spettacolini in cui l’uomo assume il ruolo di antagonista. Onde evitare di spoilerare il finale non vi racconterò ciò che accade nel racconto, sappiate solo che… non bisogna mai avere pregiudizi negativi su chi non si conosce.

 

“Sofia dei presagi” di Gioconda Belli

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“La luna in cielo si trova ora sopra il cerchio dei ceri, Xintal muove l’ultimo passo di danza, i tre si fermano e lei intona il canto d’invocazione alla Madre Antica.
<Benedici noi, madre, perché siamo tue creature
<Benedici i nostri occhi perché possano vedere la bellezza invisibile
<Benedici il nostro naso perché possiamo sentire i tuoi profumi
<Benedici la nostra bocca perché possiamo dire parole magiche
<Benedici il nostro petto perché il cuore vi batta in armonia con la natura
<Benedici le nostre gambe, benedici i nostri sessi creatori di vita
<Benedici i nostri piedi perché danzino la gioia dell’eccitamento
<Benedici questa notte perché la luce giunga fino a noi e quella che non ha madre trovi il suo cordone ombelicale>. “

Sofia dei presagi, il cui titolo originario in spagnolo è Sofia de los presagios, è un romanzo di Gioconda Belli prossimo ai vent’anni, infatti è stato pubblicato nel lontano 1996. L’autrice, originaria del Nicaragua, ha pubblicato anche Nel paese delle donne, che abbiamo recensito recentemente.

Sofia è una fanciulla bellissima con un triste passato alle spalle: figlia di padre gitano e di una madre che ha lasciato tutto per inseguire l’amore, venne abbandonata involontariamente durante la separazione dei genitori. La giovane viene cresciuta da due anziani, una povera donna che ha perso i suoi figli e un ricco proprietario terriero senza eredi che non sono legati tra loro da alcun vincolo affettivo. Come predetto dalle carte e da numerosi presagi, Sofia è destinata ad una lunga serie di disgrazie sino a quando non riuscirà a spezzare il “cerchio dell’abbandono”, iniziato con la perdita della madre e di cui non si scorge la fine. La giovane è aiutata da tre anziani stregoni che, venerando la Dea Madre e praticando la magia buona, tentano di spezzare il cerchio.

E’ difficile determinare il tempo e il luogo del racconto per un lettore medio di nazionalità italiana che ha poca dimestichezza con la storia e la cultura del Sud America. Ad un certo punto del racconto viene menzionato Disneyland, quindi i fatti narrati avvengono sicuramente dopo il 1955 (anno in cui è stato aperto al pubblico il parco dei divertimenti), ma Sofia, pur essendo benestante, non conosce ancora l’utilizzo dei pannolini usa e getta per sua figlia, perciò il libro è ambientato prima degli anni Settanta. La storia delle leggi sul divorzio in Nicaragua potrebbe essere molto utile per datare l’ambientazione dell’opera, ma è molto difficile trovare informazioni al riguardo dall’Italia. Nella casa in cui Sofia si trasferisce dopo il matrimonio il telefono costituisce una straordinaria novità e la televisione non è scontata come ai giorni nostri, pertanto il romanzo potrebbe effettivamente essere ambientato tra il 1955 e gli anni Settanta.

La vicenda si svolge in un piccolo villaggio di campagna in cui tutti si conoscono e la popolazione è prevalentemente divisa tra proprietari terrieri e dipendenti agricoli. E’ soprattutto la descrizione degli elementi naturali che ci permette di respirare l’atmosfera della terra natia di Gioconda Belli: scimmie, zanzare, estati afose e, come nel romanzo Nel paese delle donne, vulcani e piantagioni di fiori.

Sofia, pur essendo bella e ricca, ha tutti i prerequisiti necessari per essere marchiata come la strega del villaggio: ha sangue gitano, il suo migliore amico è un omosessuale, ha un carattere ribelle e non rispetta le convenzioni sociali, divorzia dal marito, ha degli amanti, non va in chiesa (nella prima parte del racconto), pratica dei rituali magici spogliandosi alla luce della luna, fa l’amore all’aperto in luoghi pubblici e ha una figlia fuori dal matrimonio non riconosciuta dal padre. L’autrice giustifica e difende le scelte del personaggio narrandone le drammatiche ragioni e abbracciando una filosofia di rispetto, comprensione e femminismo, la stessa che ritroveremo nelle altre sue opere. Le streghe compaiono veramente nel romanzo sotto le spoglie delle “fate madrine” che aiutano Sofia; tali personaggi credono nella Madre Terra ed è soprattutto attraverso la propria religione che rivelano di possedere una visione del mondo fortemente femminista.

Gioconda Belli non menziona mai apertamente il femminismo eppure le sue opinioni al riguardo trapelano con evidenza, anche attraverso le numerose citazioni di teorie femministe di cui ancora non so riconoscere la paternità (anzi, maternità!). L’autrice tratta inoltre di femminismo attraverso la “stanza tutta per sé” che Sofia ha realizzato nella dimora del primo marito, i riferimenti a L’amante di Lady Chatterley e a Lilith, la prima moglie di Adamo.

La forza della donna, secondo quanto raccontato nel libro, consisterebbe nella sua facoltà di generare e di dare la vita; si tratta di un tema centrale nel romanzo in quanto è proprio la perdita della madre ad aver provocato per sofia il susseguirsi di sciagure che ha rovinato gran parte della sua vita, ma la maternità costituirà anche la salvezza della giovane.

La trama è avvincente e ben strutturata, tuttavia il ritmo della narrazione è lento, la suspance è praticamente assente e i dialoghi sono poco avvincenti. Si tratta sicuramente di un romanzo che predilige la riflessione all’intrattenimento.

“Nel paese delle donne” di Gioconda Belli

Cosa accadrebbe se un gruppo di amiche vincesse le elezioni in un piccolo paese dell’America Latina e riuscisse a sconfiggere la disuguaglianza tra uomo e donna? Gioconda Belli racconta in Nel paese delle donne l’utopica (ma non troppo) quanto esilarante avventura politica del PIE, il Partito della Sinistra Erotica, guidato dalla bella quanto determinata presidentessa Viviana Sansòn e dalle sue amiche.

Il successo delle protagoniste è determinato non solo da una campagna elettorale avvincente, in cui le loro idee rivoluzionarie sono proposte con frizzante ironia e travolgente femminilità, ma anche da un improbabile evento miracoloso: l’eruzione del vulcano locale Mitre, che abbassa il livello di testosterone negli uomini inibendo la loro energia. La simpatica trovata della Belli non potrebbe mai verificarsi nella realtà in quanto l’abbassamento del testosterone indebolirebbe non solo gli uomini ma anche le donne, nel cui organismo circolano ormoni maschili. Non abbiamo gradito tale soluzione in quanto nessuna donna eterosessuale vorrebbe svirilizzare i propri compagni di vita, bisogna tuttavia riconoscere che l’autrice accenna alle deludenti esperienze sessuali di alcune delle protagoniste in seguito alla castrazione chimica dei loro compagni. La ragione principale per cui la vicenda del vulcano Mitre non ci piace è che essa suggerisce l’impossibilità delle donne di battere gli uomini in una situazione di parità, senza alcun intervento esterno. Nonostante questa piccola pecca, che tuttavia conferisce una pennellata di colore alla vicenda, il romanzo è veramente straordinario.

Le riforme del PIE hanno lo scopo di migliorare la vita privata delle persone modificando la struttura stessa della società. Le protagoniste pongono particolare attenzione alla condizione di disparità che limita la libertà delle donne, segregandole in casa e privandole della possibilità di realizzarsi come individui. Oltre a offrire l’opportunità di affidare la prole a particolari strutture statali, il PIE promuove l’impiego femminile sospendendo per sei mesi gli impiegati statali uomini, naturalmente retribuendo tale singolare periodo di vacanza forzata. La segregazione degli uomini dalle attività lavorative è dettata dalla necessità di consentire alle donne di esprimersi liberamente in ambito lavorativo, senza subire la talvolta inconsapevole prepotenza degli uomini, abituati a comandare da secoli di patriarcato. La questione dei fondi necessari per pagare i dipendenti e finanziare gli asili nido viene risolta attraverso delle ingegnose attività imprenditoriali come la vendita dei fiori e di buoni ossigeno, con cui le imprese occidentali possono compensare l’inquinamento da loro prodotto difendendo le foreste.

Il PIE si impegna inoltre a insegnare agli uomini le difficoltose attività del/la casalingo/a, in modo tale da mostrare loro le difficoltà che le donne hanno affrontato per secoli e fondare le bassi per un’equa suddivisioni dei compiti all’interno della famiglia. Per garantire il dibattito sull’argomento tra la popolazione, viene organizzato un reality che illustra la vita di alcuni uomini casalinghi. Il ruolo della madre viene inoltre valorizzato: ragazzi e ragazze sono tenuti a frequentare le lezioni di Cure Materne per apprendere l’antica arte di fare la mamma e i membri del partito propongono di rassettare e accudire il paese come se fosse una casa o un bambino.

Un’iniziativa del PIE che non possiamo approvare è la pubblica esposizione e la marchiatura degli stupratori. Siamo consapevoli della necessità di rivoluzionare i valori della società diffamando gli stupratori e difendendo le vittime, che spesso si nascondono e si assumono la colpa dello stupro subito, tuttavia instaurare la “cultura della vergogna” non è certo il metodo più appropriato per tutelare le donne. La “cultura della vergogna”, diffusa per esempio nella società omerica, è un sistema di consuetudini sociali per cui coloro che si macchiano di un reato si considerano colpevoli solamente quando la società li giudica tali. Ciò implica che l’opinione di una comunità circa un suo membro vale più del valore effettivo della persona, che la tutela del proprio onore vale più della moralità: il criminale si pente del reato commesso solo se viene colto in fragrante e non perché ha compreso la gravità del proprio errore, il pentimento è dovuto solo al disprezzo dei compagni. Uno stupratore avrebbe certamente timore della tremenda punizione escogitata dal PIE e sarebbe dissuaso dal violare una persona, ma non comprenderebbe realmente la necessità di rispettare il corpo della donna se il sistema penitenziario umilia anziché educare. Un sistema alternativo alla “cultura della vergogna” è la “cultura della colpa”, secondo la quale i membri della comunità sono spronati a provare rimorso per gli atti commessi, per i quali vengono giudicati e puniti secondo giustizia.

Dai dialoghi del testo si deduce che, se l’autrice avesse voluto narrare un periodo più lungo, sarebbero stati approvati dal PIE molti altri provvedimenti, come una rivoluzione sessuale, che avrebbe modificato gli assurdi stereotipi promossi dal patriarcato, e una rivoluzione linguistica, per modificare gli aspetti maschilisti della lingua. E’ un vero peccato che l’autrice non abbia approfondito tali argomenti.

Per meglio comprendere i valori che hanno indotto il PIE a emanare tali leggi è necessario soffermarsi sulle riflessioni delle protagoniste e sulle relazioni di amicizia e fratellanza che le legano. Ai vertici del PIE troviamo donne molto diverse tra loro per attitudini e vissuto personale, ma la diversità non implica che si verifichino disparità all’interno del gruppo. Personaggi come Juana De Arco, vittima di prostituzione minorile, e l’omosessuale Martina danno voce alle minoranze di appartenenza, inoltre vengono presentati sullo stesso livello madri single e donne sposate, casalinghe e lavoratrici. Alcune donne si dedicano anche a professioni tipicamente considerate maschili come il Ministro della Difesa Eva, l’economista Rebeca e la poliziotta Azucena, ma ciò non compromette affatto la loro femminilità.

Viviana è solamente un primus inter pares e governa democraticamente, ascoltando e tutelando i diritti dell’opposizione e consentendo ai cittadini di manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Le ragazze del PIE sono attente a non sacrificare i rapporti umani durante le ore di lavoro, infatti si comportano in modo molto caloroso e gentile sia reciprocamente sia nei confronti di altri personaggi, spesso approvando modalità di riunione e di organizzazione molto poco formali. E’ molto interessante la loro concezione di femminilità: tutto ciò che viene solitamente attribuito al gentil sesso come la maternità e l’accudimento, la sensualità e l’erotismo, l’aperta manifestazione delle proprie emozioni attraverso il pianto e i lavori domestici vengono rivalutati come dei valori imprescindibili all’interno della società e delle armi con cui rivoluzionare il paese.

Gioconda Belli, classe 1948, ha ambientato la vicenda a Faguas, un’immaginaria nazione dell’America Latina, proprio perché è figlia di questo affascinante continente, più precisamente del Nicaragua. Giornalista, poetessa, e scrittrice di fama internazionale, ha partecipato alla lotta del Fronte Sandinista contro la dittatura di Somoza. Nel romanzo l’autrice menziona una delle sue poesie più celebri, uno straordinario inno alla femminilità che vogliamo condividere con voi:

E Dio mi fece donna,

con capelli lunghi,

occhi,

naso e bocca di donna.

Con curve

e pieghe

e dolci avvallamenti

e mi ha scavato dentro,

mi ha reso fabbrica di esseri umani.

Ha intessuto delicatamente i miei nervi

e bilanciato con cura

il numero dei miei ormoni.

Ha composto il mio sangue

e lo ha iniettato in me

perché irrigasse tutto il mio corpo;

nacquero così le idee,

i sogni,

l’istinto

Tutto quel che ha creato soavemente

a colpi di mantice

e di trapano d’amore,

le mille e una cosa che mi fanno donna

ogni giorno

per cui mi alzo orgogliosa

tutte le mattine

e benedico il mio sesso.

Al termine del romanzo, nella sezione dedicata ai ringraziamenti, il lettore scopre con straordinaria sorpresa che il PIE è esistito veramente e l’autrice ne ha fatto parte. Ecco cosa rivela l’autrice: “Negli anni Ottanta, in Nicaragua, durante la Rivoluzione Sandinista, ci furono davvero delle donne, delle amiche, che insieme a me formarono il PIE, il Partito della Sinistra Erotica. Ciascuna di noi occupava qualche posto di media importanza in strutture governative, di partito o di massa. Insieme decidemmo di studiare e attuare delle strategie per promuovere i diritti della donna attraverso il nostro singolo campo d’azione. Il gruppo fu attivo per diversi anni e rappresentò un esperimento di cameratismo e creatività che arricchì tutte quante. Con il passare del tempo ciascuna di noi ha preso la sua strada e persino assunto posizioni politiche contrarie, ma credo che nessuna si rammarichi o si penta di quello che “abbiamo cucinato” insieme nelle nostre riunioni”. Alcuni membri di un PIE precedente a quello delle protagoniste effettuano una breve comparsa all’interno del romanzo. Che l’autrice si sia riferita alle sue compagne di lotta?

Il romanzo è stato pubblicato nel 2010 e, nonostante l’autrice avesse all’epoca 72 anni, sono presenti nell’opera elementi di notevole modernità che avvicinano alla lettura anche un pubblico giovanile, è il caso di numerosi riferimenti all’eroina della triologia Millenium Lisbeth Salander e l’accenno ad un reality show. Non mancano tuttavia riferimenti culturali più elevati, come la menzione a Lisistrata di Aristofane, e ad alcune celebri grandi donne: Virginia Woolf, Jane Fonda, Berthe Morisot, Flora Tristàn, Emma Goldman, Gloria Steinem, Susan Sontag, Rosario Castellanos, Sor Juana.

Grazie Marta per avermi consigliato delle letture veramente interessanti.

Riassunto del “De vulgari eloquentia” di Dante (Libro II)

Ecco il riassunto del secondo libro del De vulgari eloquentia di Dante. Potete trovare il riassunto del primo libro qui.

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LIBRO II

I Il volgare illustre italiano può essere utilizzato sia in prosa sia in versi; i componimenti in metrica sono esemplari per la prosa. Dante inizia ad analizzare il testo in versi. A prima vista sembrerebbe che qualunque poeta dovrebbe utilizzare il linguaggio elevato, in quanto ciò che è illustre dovrebbe migliorare ciò che è inferiore. Tutto ciò invece è sbagliato, infatti una lingua esemplare deve essere usata solo per i componimenti più alti, scritti da chi possiede cultura e ingegno, così come la magnificenza si addice ai solo nobili e non al popolo. Mescolando ciò che è alto con ciò che è basso si estrinseca l’inferiorità di ciò che è più vile, così come le donne brutte appaiono ancora più brutte se si avvicinano a delle bellissime fanciulle. Spesso inoltre non è possibile distinguere l’illustre dal vile quando questi vengono uniti così come, quando si fondono l’oro e l’argento, non si riconoscono più i metalli originari.

II Il più illustre di tutti i volgari deve essere utilizzato solamente per scrivere di argomenti degni. L’uomo è dotato di un’anima triplice: un’anima vegetativa, simile a quella delle piante, che lo induce a ricercare l’utile; un’anima animale, che lo sprona a perseguire il piacere come le bestie; un’anima razionale, di natura angelica, che lo guida nella ricerca del bene. In tutte e tre queste attività dobbiamo individuare ciò che è “grandissimo” e pertanto merita di essere cantato in volgare illustre italiano.

Il perseguimento dell’utile più illustre consiste nella salvaguardia della salute fisica; la ricerca del massimo piacere riguarda il dilettarsi nell’amore terreno; il bene è invece identificabile con la virtù. Salute, amore e virtù sono dunque gli argomenti più alti che si possano cantare, essi consistono rispettivamente nella prodezza nelle armi, la passione d’amore e la retta volontà. La prima è cantata da Bertrand de Born, la seconda da Arnaut Daniel, la terza da Giraut de Bornelh. Cino Pistoiese è maestro nel cantare l’amore, il suo amico (Dante) eccelle nel cantare la rettitudine.

A Dante non risulta che esistano poeti d’armi che cantino in volgare italiano.

III Le canzoni sono la forma più eccellente di componimento poetico, in quanto la ballata è stata composta per i danzatori. D’altro canto, la ballata supera in eccellenza i sonetti. Essendo più nobili, le canzoni sono conservate con la massima cura, come sa chi ha familiarità con i libri. Il metro e la tecnica delle canzoni sono le più nobili, infatti la tecnica presente nelle canzoni si ritrova nelle altre forme metriche, ma non viceversa. Solo nelle canzoni si trova ciò che è stato pensato dai poeti.

IV Dante afferma di voler parlare di ballate e sonetti nel quarto libro, che non scriverà mai. Più ci si accosta ai grandi poeti, più correttamente si farà poesia, tuttavia ciascuno deve proporzionare il valore della materia alle proprie forze, affinché non gli capiti di “finire nel fango a causa del troppo carico sulle spalle”, come insegna Orazio. Dante considera la tragedia lo stile superiore, la commedia quello inferiore e l’elegia quello degli infelici. Lo stile tragico prevede l’utilizzo del volgare illustre e della canzone, quello comico un volgare mezzano misto al volgare umile, l’elegia il solo volgare umile. Solo nello stile tragico possono essere cantati la salvezza, l’amore e la virtù. Per imparare a scrivere in stile tragico servono lavoro e fatica, ci riescono solo coloro che nell’Eneide sono chiamati i “diletti da Dio”. Coloro che non sono in grado di comporre a tali livelli dovrebbero astenersi dal cercare di scrivere in stile tragico.

V Nessuno ha composto versi con più sillabe dell’endecasillabo, oppure più brevi del trisillabo. I versi più utilizzati sono il quinario, il settenario, l’endecasillabo e il trisillabo. L’endecasillabo è il verso più alto per durata, capacità d’espressione, costruzione e vocaboli. Il settenario viene subito dopo il verso più celebre, seguono il quinario e il trisillabo. Il novenario, che assomiglia ad un trisillabo triplicato, è caduto in disuso. I parisillabi vengono usati raramente per la loro grettezza: essendo i numeri pari inferiori a quelli dispari, i versi pari sono inferiori ai versi dispari.

VI I costrutti sono una regolata sequenza di parole, essi possono essere corretti o scorretti. Dante vuole analizzare solo ciò che è sommo. Esistono vari livelli di costrutti: quello insipido, quello dei princpianti, quello sapio, quello degli scolari, quello più grazioso, quello di chi maneggia un poco la retorica e quello eccelso, degli illustri scrittori. Dante considera quest’ultimo, il costrutto più elegante. Seguono poi degli esempi di costrutti supremi. Critica poi aspramente lo stile di Guittone Aretino.

VII Il discorso illustre deve essere composto da vocaboli grandiosi, appartenenti allo stile più nobile. I vocaboli si dividono in infantili, femminei e virili (quelli prediletti da Dante); questi ultimi si suddividono in campagnoli e cittadini. I vocaboli cittadini, più nobili, si suddividono in “Ben petinati” e irsuti, che Dante considera grandiosi, e lisci e ispidi, dotati di sonorità ridonda. Lo scrittore deve utilizzare solo i termini grandiosi: le parole “ben pettinate”, di circa tre sillabe, senza accento acuto o circonflesso, senza z e x e senza liquide raddoppiate e messe subito dopo una muta; le parole irsute sono quelle di necessità o ornamento del volgare illustre. Le parole necessarie sono quelle che non si possono evitare, come i monosillabi sì, no, me, te ecc… e le interiezioni. Le parole ornamentali invece sono i polisillabi che, mescolati ai “ben pettinati”, fanno un aspetto armonioso, sebbene abbiano asprezza di aspirazione e d’accento, di doppie, di liquide e di eccesso di lunghezza.

VIII La canzone è “azione del cantare” e può essere azione attiva o passiva. Una canzone è attiva quando è opera del suo autore, invece è passiva quando viene recitata in un periodo successivo alla composizione, dall’autore o da un altro soggetto, accompagnata dalla musica o meno. E’ più utile denominare la canzone dal suo essere agita in qualità di azione piuttosto che per l’effetto che opera sugli altri. La modulazione musicale non viene chiamata canzone, ma tono, nota o melodia. Coloro che compongono armonicamente parole chiamano invece le loro opere canzoni. La canzone non è altro che l’atto di dire parole armonizzate per l’accompagnamento musicale; più precisamente, è la regolata composizione in stile tragico di stanze uguali, senza ritornello, in funzione di un concetto unitario. Quando si tratta di un’opera in stile comico, si parlerà di canzonetta.

IX La canzone è una composizione regolata da stanze, in ciascuna delle quali è contenuta tutta l’arte specifica della canzone. Così come la canzone è il contenitore di tutto il pensiero dell’opera, la stanza accoglie in sé la tecnica. Le stanze di una canzone devono avere le stesse caratteristiche. La canzone si distingue in partizione melodica, disposizione delle parti e numero dei versi e delle sillabe. La rima non appartiene alla tecnica specifica della canzone, in quanto le canzoni possono essere realizzate seguendo uno schema libero. Possiamo definire la stanza come una compagine di versi e di sillabe piegata a una data melodia e a una certa disposizione.

X Ogni stanza è costruita in modo tale da ricevere una certa melodia. Ci sono stanze con una sola melodia, senza ripetizioni di motivi melodici e senza diesis (passaggio da una melodia all’altra), come la maggior parte di quelle scritte da Arnaut Daniel. Altre stanze invece ammettono la diesis, che prevede la ripetizione della melodia. Se la ripetizione avviene prima della diesis, la stanza ha dei piedi (due, talvolta tre); se la ripetizione è dopo la diesis, si dice che la stanza ha delle volte. Se non c’è ripetizione prima, la stanza avrà una fronte, se la ripetizione non c’è dopo, si parlerà di stanza con sirma o coda.

XI La disposizione consiste nella divisione della melodia nell’intreccio dei versi e nel rapporto con le rime. Fronte, volte, piedi, coda e sirma possono avere tra loro rapporti diversi. […] (viene in seguito spiegata la natura di tali rapporti e sono riportate altre spiegazioni di natura tecnica, che non ho schematizzato in quanto non sono richiesti per il conseguimento del mio esame di Linguistica italiana)