“Vita di Antonio Gramsci”: vita, morte e miracoli sul politico sardo

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In alcune biblioteche locali è ancora possibile trovare la prima edizione di Vita di Antonio Gramsci del 1966 di Giuseppe Fiori, nato in Sardegna come il protagonista della biografia e senatore di Sinistra Indipendente. Si tratta di un’edizione economica, sulla copertina spicca una fotografia rossa di Gramsci e il volume presenta alcuni affascinanti segni del tempo: leggendo la presentazione dell’autore, si scopre per esempio che Fiori era ancora in vita quando è stato stampato il libro.

La biografia è stata definita un ritratto di Gramsci “a figura intera, con i tuffi del sangue e della carne”. Quando venne pubblicata nel 1966 sconvolse il pensiero comunista, che non aveva mai scavato a fondo nel personaggio di Gramsci. La biografia riporta molti aspetti che rendono Gramsci un personaggio umano, sottraendolo al piedestallo su cui è stato posto dai comunisti, e sono presenti numerosi riferimenti alla sua vita quotidiana. Nel corso dei decenni, l’opera è rimasta attuale ed è stata rinnovata dai materiali inediti che sono stati ritrovati successivamente. L’opera è stata tradotta in quasi tutte le lingue europee, in giapponese e in coreano.

Gramsci è celebre per aver fondato il Partito Comunista d’Italia e per essere stato richiuso nel carcere di Turi sotto il fascismo. Ottenne la libertà in seguito all’aggravarsi delle sue condizioni di salute, ma purtroppo era troppo tardi per sperare nella guarigione, perciò si spense tra terribili sofferenze. La biografia è il frutto di una minuziosa ricerca sulla sua persona, i suoi famigliari e il periodo storico in cui ha vissuto.

La fisionomia del biografo è impersonale, infatti nel corso della lettura nulla apprendiamo sulla personalità di Fiori, sul suo rapporto con la figura di Gramsci o su come ha svolto la ricerca che precede la stesura della biografia. Lo stile rende la biografia molto simile ad un saggio che espone delle informazioni oggettive, senza dilungarsi in commenti personali. Lo scopo dell’opera è informare, non intrattenere, infatti lo stile è molto distante dalla narrazione, non  è un caso dunque se l’opera appartiene alla collana Universale Laterza, insieme a opere di saggistica. Molto spesso il narratore, ammesso che si possa chiamare tale l’io narrante di un saggio, si annulla per trascrivere delle fonti: lettere, verbali dei processi, scritti di Gramsci, di personaggi a lui vicini o di personalità di spicco nel periodo storico in cui ha vissuto. Il narratore è dunque esterno e eterodiegetico, ma spesso diventa interno e omodiegetico quando vengono trascritte fonti in cui i personaggi diventano voce narrante, come nel caso delle lettere. Frequentemente le fonti vengono trascritte per fornire un esempio di ciò che il narratore esprime prima sinteticamente, ma il testo ha raramente una struttura argomentativa.

Sono numerose le anticipazioni, come quando si racconta che Giulia, la moglie di Gramsci, avrebbe avuto dei problemi psicologici, oppure quando la voce narrante rivela che, dopo un determinato incontro, Gramsci non avrebbe più rivisto suo figlio Delio. Nonostante ciò, i fatti sono esposti in ordine cronologico, dalla nascita di Gramsci e da un breve excursus sulle origini dei genitori, fino alla morte. Tutte le fasi della vita di Gramsci sono analizzate con la dovuta attenzione, nessuna di esse viene trattata in maniera privilegiata. Sono presenti numerose digressioni sul periodo storico e le vicende politiche della Sardegna, dell’Italia e dell’Europa, per illustrare in quale contesto agiva il personaggio; quando si tratta la scrittura dei Quaderni, un breve excursus illustra i contenuti degli scritti cui Gramsci si dedicava in prigione.

Il ritmo è molto lento perché le informazioni sono minuziose, in quanto sono il frutto di una ricerca accurata: si menzionano per esempio i voti della pagella di Gramsci bambino o i nomi dei padroni di casa durante il periodo in cui frequentava l’università.

Lo stile non è complesso perché il linguaggio è molto semplice, tuttavia l’abbondanza di informazioni e la precisione con cui sono state effettuate le ricerche rendono la lettura molto impegnativa, fatta eccezione per le sequenze più descrittive o la trascrizione delle lettere. E’ consigliabile la lettura per coloro che hanno un’infarinatura generale sulla storia del Novecento, perché i capitoli relativi alla contestualizzazione storica possono risultare troppo dettagliati per coloro che non hanno esperienze pregresse. Il destinatario è dunque una persona con una cultura universitaria e una solida conoscenza della figura di Gramsci, che desidera approfondire l’argomento leggendo informazioni minuziose.

Sembra assente una componente critica, nonostante la presenza di alcune sottili opinioni dell’autore, come quando Fiori dichiara che Gramsci è stato “santificato”, soprattutto per quanto riguarda l’assenza di tentativi di sottrarsi alla prigionia; Fiori esprime il proprio punto di vista anche quando dichiara che Gramsci è stato lasciato morire senza cure da Mussolini, pur non essendo stato condannato a morte. La componente critica è sapientemente mimetizzata nell’esposizione oggettiva dei fatti e nella selezione delle fonti, pertanto è implicita.

Il ritratto di Gramsci è oggettivo poiché sono assenti i commenti ideologici o i ritratti apologetici, pertanto la lettura dell’opera può essere un’occasione per scoprire la verità su un importante personaggio storico e ampliare la propria cultura generale.

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“Se una notte d’inverno un viaggiatore”, il trionfo della metaletteratura

Se una notte d’inverno un viaggiatore, pubblicato nel 1979,  è il trionfo della metaletteratura: costituito da dodici capitoli, la storia principale racchiude in sé dieci incipit di romanzi che il protagonista inizia a leggere ma, per svariati motivi, è costretto ad interrompere.

Il primo incipit porta il titolo dell’intera opera di Calvino e il nome dell’autore tuttavia, per un errore di rilegatura, le prime trentadue pagine si ripetono sino al termine del libro. Il Lettore è costretto dunque a recarsi in libreria per sostituire il volume, ma purtroppo ottiene in cambio un altro romanzo difettoso, che contiene solo l’incipit di un secondo romanzo, diverso dal primo. Desideroso di scoprire la continuazione dell’opera, il protagonista contatta un professore di letteratura cimmeria, ma ottiene un terzo racconto, lasciato incompiuto dall’autore. Una serie di peripezie porterà il Lettore a scoprire altri incipit, opere tutte differenti tra loro non solo per titolo, autore, e contenuto, ma anche aspetto: i supporti cartacei attraverso cui il Lettore si approccia ai racconti sono testi editi, fotocopie di dattiloscritti, libri smembrati, stampe da software informatici e molto altro. Il protagonista entra inoltre in contatto con tutte le fasi della vita di un libro, dalla produzione, alla distribuzione fino alla fruizione da parte dell’acquirente. I romanzi vengono infine conservati in ogni spazio possibile: in libreria, in biblioteca, negli scaffali di un’abitazione o in università. La chiave di lettura dell’opera è poi contenuta nel capitolo VIII, in cui è riportato un estratto del diario dello scrittore Silas Flannery, alter ego di Calvino: viene qui esposta la concezione della letteratura dell’autore. La trama prevede che il Lettore incontri e sposi una Lettrice, Ludmilla; l’opera termina quando i due si sposano e, nel letto matrimoniale, il Lettore sta per concludere la lettura di Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Il protagonista è il Lettore, un personaggio che sta fisicamente tenendo in mano il libro scritto da Calvino e sta leggendo la propria storia. Tale personaggio è anche il narratario, poichè il narratore si rivolge a lui con la seconda persona singolare, in una sorta di imperativo narrativo. Talvolta il narratore si rivolge anche alla Lettrice, oppure interpella entrambi i protagonisti usando il Voi.

I dieci incipit appartengono a generi narrativi tipici della letteratura contemporanea: tra essi figurano il thriller, il romanzo psicologico, il noir, il romanzo erotico giapponese, il rivoluzionario russo, l’epos latinoamericano e molti altri ancora. Lo scopo non è imitare lo stile di altri autori, ma offrire una panorama della letteratura dell’epoca mutando continuamente stile. Unendo poi i titoli di ciascun incipit, si ottiene una pittoresca frase di senso compiuto, che può essere anch’essa considerata un incipit. Il romanzo propone inoltre una serie di ragioni per cui un’opera può essere priva di autore: può essere infatti anonima, un apocrifo, scritture sacre dettate da una divinità, il prodotto di un copista, di un ghost-writer o l’elaborato di un calcolatore elettronico. Vengono proposti una serie di luoghi fisici in cui leggere e di posture da assumere durante la fruizione di un romanzo, ma ci soffermeremo sulle modalità di lettura analizzate da Calvino: esiste infatti la lettura erudita dei professori, quella ideologica del collettivo universitario, la lettura con scopi censori e persino un caso di non-lettura, vale a dire la scansione del testo ad opera di un computer e la selezione dei termini più frequenti. Nel XI capitolo infine vengono raccolte le testimonianze di alcuni frequentatori di una biblioteca circa il loro rapporto con la lettura.

Anche se la Lettrice non è la protagonista, è un personaggio fondamentale per comprendere il messaggio di Calvino, in quanto si tratta di un lettore abituale, che legge romanzi per il mero piacere della lettura anziché per professione o per altri scopi. Ogni volta che compare in una scena, Ludmilla manifesta il desiderio di leggere un genere specifico, che viene soddisfatto con l’entrata in scena dell’incipit successivo.

Ogni incipit presenta il medesimo schema: un uomo, raramente un ragazzo, ha un rapporto difficile con il proprio passato e prova attrazione per una donna forte e sfuggente, purtroppo però si trova coinvolto in macchinazioni ordite da qualcuno più potente di lui, a cui per una serie di vicissitudini anche il Lettore stesso partecipa. Il protagonista perde il controllo della situazione, ma non sappiamo come si conclude la vicenda poichè il racconto si interrompe, in quanto il Lettore non ha modo di portare a compimento la lettura del romanzo.

In ciascun incipit le autorità hanno connotati negativi e il protagonista è costretto ad affrontare molte avversità; la sola soluzione a tale situazione negativa è l’amore, infatti le figure femminili sono più forti dei protagonisti uomini e costituiscono un’ancora di salvezza, ma in alcuni casi utilizzano il sesso come espediente per ingannare e sopraffare. Un’altra via di fuga contro le avversità è rifugiarsi nella letteratura, più precisamente nel rapporto tra autore e lettore, un modello quasi utopico di relazione interpersonale positiva sia per colui che scrive sia per colui che legge. Esistono tuttavia dei modelli di lettura negativi, infatti Calvino ritiene che non esistano opere di cui non si possa fare un cattivo uso.

Prima di tale romanzo Calvino si rivolgeva a lettori di narrativa qualificati, perciò il suo pubblico era ristretto; ora il numero dei destinatari cresce, l’autore scrive anche per lettori in grado di apprezzare il divertente gioco degli incipit e i riferimenti metaletterari. Lo stile è ironico, rapido e evoca le cadenze del parlato, è frequente il confronto con la realtà contemporanea, ma la riflessione sulla letteratura proposta da Calvino è complessa e articolata.

 

 

La parola ai tre finalisti de “La provincia in giallo”

Articolo pubblicato su Modulazioni Temporali.

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Sabato 13 aprile si è tenuta presso il Teatro Martinetti di Garlasco (PV) la finale del premio La provincia in Giallo, voluto dal Rotary Club Cairoli, Club del Distretto 2050; la presidentessa del premio è Bianca Garavelli. L’iniziativa vuole valorizzare i romanzi gialli e i noir in lingua italiana, ambientati in provincia. Abbiamo intervistato i tre finalisti per apprendere qualche curiosità sui loro romanzi e il loro vissuto.

La prima a rispondere ai nostri quesiti è stata Mariolina Venezia, autrice di “Rione Serra Venerdì“:

Sono di Matera, una città molto suggestiva grazie ai Sassi, perciò è stato per me spontaneo ambientare la vicenda in provincia. La Basilicata è una regione con forti contrasti perché è rimasta arcaica a lungo e la globalizzazione è arrivata in fretta con un impatto spettacolare, perciò in essa convivono elementi antichi e moderni, di conseguenza si generano problematicità che possono portare a scrivere gialli con elementi comici. Anche i romanzi precedenti trattano sempre di contrasti tra la terra antica e la modernità. Parlando della Basilicata si può parlare di tutta l’Italia. Provengo da Matera ma ho lasciato presto la mia terra, così ho il vantaggio di poter osservarla sia dall’interno sia dall’esterno. Io sono lontana dalla legge, non sono né un avvocato né un’assassina, ma ho scritto di gialli poiché essi consentono di raccontare molto bene i luoghi. Il giallo è infatti il nuovo romanzo borghese. Mi sono occupata di gialli anche come sceneggiatrice, scrivendo Don Matteo e La Squadra. Le avventure di Imma Tataranni andranno in onda su rai uno prossimamente in una fiction di sei episodi.”

Fulvio Ervas, autore di “Se ti abbraccio non aver paura”, ha voluto partecipare al premio con “C’era il mare” e ci ha raccontato qualcosa di sé.

“Ho scritto di una regione di provincia perché io vivo proprio in provincia e non amo le grandi città. Mi piacciono i territori di piccole dimensioni e le relazioni che si creano all’interno delle piccole comunità, che sono più umane, facili e decifrabili; inoltre amo molto camminare nei territori di provincia. Ho raccontato il mio territorio e la mia città, che sono Mestre, Marghera e Treviso. Attualmente vivo a Treviso ma insegno a Mestre, ho fatto il pendolare per ventinove anni. Mestre è molto interessante per le opportunità di narrazione e sono debitore da un punto di vista familiare a Porto Marghera e alla classe operaia, perché sono figlio di operai. Io voglio raccontare questioni ambientali con il pretesto del giallo, voglio parlare del mio territorio perché credo che sia importante gestirlo bene. Nel mio romanzo ho riutilizzato elementi di altre opere, poiché ritengo che riciclare sia un’arte. Scrivere per me è una medicina che mi consente di visualizzare ciò che ho nella testa.”

Per ultimo abbiamo ascoltato Raul Montanari, il vincitore, autore di La vita finora”.

“Sono nato in provincia, provengo dal lago di Iseo, e ritengo che la vita in provincia sia più dura che in città. All’inizio degli anni Novanta facevo parte di un gruppo di scrittori che volevano dire che in provincia non ci si può nascondere tra la folla e che il controllo sociale è fortissimo, a scapito di tutti i comportamenti devianti. Per raccontarvi da dove attingo il materiale per le mie opere, vi racconterò ciò che insegno nella mia scuola di scrittura: uno scrittore ha tre magazzini, il primo è il suo vissuto, il secondo ciò che ha appreso da altri, il terzo ciò che ha imparato, per esempio su internet o leggendo; il narratore vero non piega la propria storia alla vita. Ho partecipato a questo concorso soprattutto perché mi occupo di provincia, il giallo compare attraverso un mistero che compare nel libro, che è un elemento secondario. Non credo che il mio libro sul bullismo cambierà il mondo, poiché leggiamo troppo poco e i social assorbono tutto il nostro tempo. Una cosa è certa, abbiamo sempre detto che il virtuale è fasullo, ma ora ha delle ripercussioni concrete sul reale. Stiamo vivendo una situazione senza precedenti, in quanto dei ragazzi giovanissimi sono più esperti degli adulti del mondo digitale. I vecchi non hanno più il potere dell’esperienza e ciò è un bene, sotto certi aspetti, ma anche un male.”

Tre libri scritti da grandi autori della nostra penisola molto diversi tra loro, eppure simili nell’amore per il territorio italiano che sicuramente saranno apprezzati dal pubblico.

Di teatro e di pirateria editoriale, le pubblicazioni di Goldoni

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Le opere teatrali che non nascono dall’improvvisazione vengono inizialmente concepite come testo scritto, pertanto tali opere possono essere pubblicate e vendute sotto forma di libro. Nel Settecento in Italia non esisteva il copyright, che fu inventato in Inghilterra nel 1710 e arrivò solo molti anni dopo nella nostra penisola, perciò la pirateria era una piaga per l’editoria: venivano vendute edizioni non controllate o persino non volute dall’autore, che stravolgevano il testo rispetto a come era stato concepito. Nel mondo del teatro in particolare il problema era accentuato poiché gli stenografi trascrivevano i copioni per rivenderli e, durante il processo, i refusi e le riscritture erano numerosi. .
Goldoni è uno degli autori teatrali più importanti del Settento; laureato in giurisprudenza, decise di seguire la propria vocazione per il teatro producendo dei capolavori riguardanti la Commedia dell’arte. Oggi cercheremo di scoprire come Goldoni rivendicò la paternità delle proprie opere in un’epoca in cui il diritto d’autore non esisteva. Le fonti a nostra disposizione sono naturalmente le pubblicazioni delle opere dell’autore, volute da Goldonio diffuse senza l’approvazione del commediografo, le lettere dell’avvocato veneziano e le sue memorie pubblicate a Parigi, ove l’autore si trasferì fino alla morte in un certo momento della sua carriera. In tale opere è conservata l’immagine che l’autore voleva dare di sé, manipolandola a proprio piacimento.
Nel 1750-53 a Venezia vengono pubblicate le opere di Goldoni dall’editore Giuseppe Bettinelli.Purtroppo l’autore scopre che l’impresario teatrale Medebach ha fornito all’editore alcune sue commedie prive della revisione autoriale, di conseguenza Goldoni affida la pubblicazione delle sue commedie al fiorentino Paperini. Tale scelta non impedisce tuttavia a Bettinelli di continuare a pubblicare le opere di Goldoni, contro la volontà dell’autore. Nell’introduzione del primo volume del Bettinelli Goldoni racconta di aver scelto di pubblicare le proprie opere proprio per scongiurare il rischio di edizioni pirata; quando nel 1753 esce il terzo tomo, il commediografo fa circolare un manifesto, che diventerà poi l’introduzione dell’edizione di Paperini, in cui denuncia di essere stato ingannato da Medebach e Bettinelli, in quanto il primo ha consegnato al secondo alcune sue commedie non sottoposte alla revisione dell’autore. E’ un valido esempio di come un commediografo può perdere il controllo delle proprie opere e gli editori speculano alle spalle degli autori.
L’edizione Paperini provoca dei danni economici a Bettinelli, il quale denuncia Goldoni per il danno economico e per non aver rispettato le leggi dell’editoria veneziana. In una lettera anonima, ma di cui si riconosce in Medebach l’autore, Goldoni viene accusato di non aver rispettato gli accordi con l’impresario teatrale: il commediografo avrebbe infatti la proprietà dei testi da lui scritti, ma firmando il contratto con l’editore avrebbe ceduto l’uso dei testi all’impresario teatrale, pertanto l’autore non può pubblicare nulla senza il suo consenso perché l’impresario ne verrebbe danneggiato. La corporazione degli stampatori di Venezia sosteneva Bettinelli, come racconta Goldoni nella propria autobiografia, perché questi aveva avuto la privativa nella Serenissima per cinque anni. Tale corporazione aveva il compito di eliminare le edizioni esterne per tutelare la privativa, ma Goldoni spiazza gli avversari chiedendo una privativa a proprio nome presso il Granducato di Toscana per dieci anni, poiché lui stesso finanziò l’edizione Paperini. E’ doveroso tenere presente che le leggi emanate nel Granducato di Toscana avevano valore solo in tale territorio, perciò le edizioni pirata non erano state messe al bando oltre i confini di tale regno; viceversa, la corporazione degli stampatori veneziani aveva potere solo nelle terre della città lagunare. Nel 1755-1756 si terrà un processo con varie udienze, al termine delle quali Goldoni pagherà una cospicua somma allo stampatore per aver interrotto la pubblicazione da lui firmata. Leggendo i paratesti dell’edizione Paperini, si scoprono continue rivendicazioni sul diritto dell’autore di scrivere: Goldoni si sente proprietario delle proprie opere e vuole rivendicare i propri diritti.
Per ogni edizione, Goldoni realizza un ritratto di se stesso differente; lo scopo non è solo distinguere le pubblicazioni, ma anche porre il sigillo autoriale alle proprie opere. Goldoni inseguirà per tutta la vita pittori e incisori per realizzare i propri ritratti, curerà al dettaglio la propria immagine, che diventerà una sorta di marchio di fabbrica.
In Francia viene realizzata l’edizione Pasquali, anch’essa corredata di immagini. Si tratta di un’edizione pratica, da portare in tasca, anche se in quest’’epoca è prematuro parlare di tascabili. La Pasquali si differenza inoltre da i moderni tascabili anche perché si tratta di un’edizione lussuosa. Nella prima illustrazione vediamo Goldoni bambino seduto allo scrittoio vicino alla propria madre, davanti ad una biblioteca. L’immagine ci rivela che Goldoni scrisse a quell’età la sua prima commedia. Troviamo poi illustrazioni di Goldoni all’università, mentre esercita l’avvocatura e, in generale, viene attribuita particolare importanza al suo processo di formazione e alle ragioni che lo hanno indotto ad abbandonare la professione di avvocato. Goldoni scrisse anche una commedia autobiografica riguardante un avvocato e, in generale, nella sua arte attingerà spesso al suo bagaglio culturale giuridico. Lo status di avvocato è molto prestigioso e viene ostentato con orgoglio: Goldoni vuole comunicarci che avrebbe potuto continuare a praticare l’avvocatura, ma per scelta ha preferito dedicarsi al teatro. I libri hanno un ruolo simbolico molto importante e compaiono spesso nelle illustrazioni, Goldoni racconterà anche che, ad un certo punto della sua vita, ha dovuto vendere i propri libri per la povertà.
Per studiare la vita di Goldoni sono molto importanti anche le sue Memorie, del 1787, che costituiscono un potente strumento in mano all’autore per costruire l’immagine di se stesso e trasmetterla ai posteri. Le memorie sono state scritte in francese, poiché nel 1761 si trasferisce a Parigi. Siccome le sue commedie nella capitale francese saranno giudicate troppo complesse, ritornerà a produrre opere della Commedia all’improvviso, con sua grande amarezza e delusione. Resterà a Parigi per più di trent’anni, sino alla morte, che avverrà in grande povertà.

Giulia Bossi e Maria Giovanna Piano raccontano Grazia Deledda

Questo articolo è stato pubblicato da Lo Sbuffo

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Sabato 8 settembre la Libreria delle Donne, storico luogo di ritrovo femminista milanese, ha organizzato come evento di apertura della stagione una serata dedicata a Grazia Deledda, scrittrice sarda celebre per essere stata la prima donna italiana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1926, estromessa per decenni dal canone ma piacevolmente riscoperta negli ultimi anni.

La conferenza è stata aperta dalla dott.ssa Giulia Bossi, giovane docente di Lettere laureata con una tesi  su Elsa Morante e una profonda passione per le autrici del Novecento, nonchè redattrice de Lo Sbuffo. L’insegnante si è accorta che le autrici donne della letteratura italiana erano presenti nel manuale dei suoi ragazzi segregate in un capitoletto intitolato La sensibilità femminile, inoltre lo spazio a loro dedicato era notevolmente inferiore rispetto a quello riservato ai colleghi uomini. Sembrerebbe dunque che nel Novecento italiano non siano esistite scrittrici donne. Giulia Bossi ha scelto di spiegare alla classe Grazia Deledda, fornendo lei stessa il materiale ai suoi studenti. La giovane donna ha raccontato la propria esperienza alla platea con toni appassionati, trasmettendo il proprio trasporto per la professione di insegnante e le materie umanistiche.

La docente prosegue con la biografia di Grazia Deledda. L’autrice, osteggiata persino dai lettori sardi, studiò sino alla quarta elementare, poi proseguì gli studi come autodidatta anche grazie al padre, giurista amante della poesia. A quindici anni scrisse i primi romanzi d’appendice e subì l’influenza di autori russi come Dostoevskij e Tolstoj. I primi romanzi riguardarono la denuncia sociale, poi lo stile della Deledda assunse le caratteristiche che l’hanno resa popolare. L’autrice raccontò di una forza degli avi radicata nelle coscienze, di un tabù religioso nelle terre di Sardegna, di un forte senso di colpa dovuto al peccato. La Deledda non si abbandonò mai all’introspezione psicoanalitica, preferì invece affidare alla descrizione del paesaggio il compito di raccontare la psiche dei personaggi; infine troviamo una commistione tra riti mitici e Cristianesimo. Il Meriodione atemporale e ancestrale di Elsa Morante è stato indubbiamente influenzato dal premio Nobel sardo.

Pirandello, che la Deledda privò del Nobel, era fortemente geloso dell’autrice, infatti sosteneva che avesse una mente da uomo e nel 1905 descrisse nel romanzo Suo marito il rapporto d’amore catastrofico tra due personaggi che rappresenterebbero la Deledda e il suo consorte e agente letterario Palmiro. In verità la coppia si amava profondamente, mentre Pirandello e la moglie affetta da problemi mentali avevano un rapporto fondato sulla gelosia.

Giulia Bossi dialoga con Maria Giovanna Piano, una filosofa e insegnante sarda curatrice dell’Ifold (Istituto Formazione Lavoro Donne) di Cagliari, nel settore studi e ricerche. La filosofa presenta il proprio libro Onora la madre, relativo all’autorità femminile nei romanzi della Deledda, in vendita presso la Libreria delle donne. Nonostante Giulia Bossi abbia notato l’assenza della Deledda tra gli autori studiati a scuola, la Piano afferma che il canone sia stato fatto dalla Deledda. L’autrice avrebbe inoltre “sardinizzato” l’Italia mentre i connazionali di altre regioni italianizzavano la Sardegna. La trama dei romanzi farebbe scontare ai personaggi la sola colpa di essere vivi. Grande tema dell’opera è il matriarcato mistico: agli uomini spetta l’agire pratico, mentre le donne, anche se apparentemente si “agitano” di meno, sono il vero fulcro dell’azione narrativa.

La poesia nell’attivismo

Articolo proposto alla casa editrice Tlon in collaborazione con il giornale online Lo Sbuffo.

Quando l’uomo concepisce un pensiero politico, sente la necessità di comunicarlo alla propria comunità per confrontarsi, persuadere i propri simili e tentare di migliorare la società in cui vive. La poesia, come ogni forma d’arte, può essere una forma di attivismo; non è un atto politico che provoca direttamente un cambiamento, ha però il potere di scuotere gli animi e diffondere le opinioni. Ma quando scrivere una poesia diventa attivismo politico? E’ sufficiente scrivere la propria opinione politica in un’opera d’arte in versi, con l’intento di diffondere un’idea.

Si avvalgono continuamente delle norme della poesia negli slogan politici i partiti (ma anche i manifestanti che inventano frasi ad effetto per i propri striscioni o gli anonimi writers di strada), si tratta però di una forma di comunicazione analoga alla pubblicità e alla comunicazione di massa, che non merita certo di essere considerata letteratura. Questo articolo propone una panoramica dei principali poeti italiani e stranieri che hanno scritto poesie su tematiche politiche, realizzando delle vere e proprie opere letterarie.

E’ singolare notare come in questi testi poetici compaiano termini propri del linguaggio settoriale della politica (rivoluzione, partito, comunismo, borghesia…), che raramente in altre circostanze avrebbero a che fare con la poesia. I poeti tendono a privilegiare i versi liberi e le rime sono rare, ma forse ciò è dovuto al fatto che l’articolo propone solo autori del Novecento.

Vladimir Majakovskil (1983-1930) è il principale poeta della Rivoluzione d’Ottobre. Nato in Georgia, si trasferì a Mosca alla morte del padre, dove studiò al ginnasio sino a quando si dedicò all’attività rivoluzionaria, venendo più volte arrestato dalla polizia zarista. Si iscrisse all’Accademia di pittura, scultura e architettura, ma il suo destino erano la poesia e la drammaturgia. Aderì al cubofuturismo russo, firmando insieme ad altri il relativo manifesto; siglò inoltre il manifesto “Schiaffo al gusto corrente”.  Allo scoppio della rivoluzione bolscevica si impegnò per “consegnare tutta la letteratura a tutto il popolo”, creando un’arte nuova, priva delle convenzioni borghesi e fruibile da parte dei proletari, per capovolgere i valori e l’ideologia del passato e propagandare la rivoluzione. Anziché di guerra e fascismo come in Italia, il futurismo russo parlava di pace e libertà. L’adesione alla Rivoluzione d’Ottobre rese il poeta ancor più popolare e amato. Si uccise con un colpo di pistola al cuore per motivi non del tutto chiariti, probabilmente una delusione amorosa o il disappunto per le l’esito politico della rivoluzione. Tra le principali poesie di argomento politico, citiamo “Ottobre” (Aderire o non aderire? / La questione non si pone per me / E’ la mia rivoluzione) e Il Partito, in cui viene propagandata una fede nel Partito estrema, in quando solo in gruppo si riuscirebbe ad essere forti e sconfiggere il male.

Bertolt Brecht (1898-1956) è il principale drammaturgo tedesco e proprio per questo motivo è più conosciuto per il teatro, su cui non ci soffermeremo, che per le poesie. Noto per aver aderito all’ideologia marxista, dovette lasciare la Germania quando Hitler salì al potere, ma nel 1948 fondò un teatro a Berlino Est. Nonostante le sue idee politiche, fu spesso in contrasto con le autorità della Germania dell’Est. Le sue opere sono state raccolte in Poesie politiche, a cura di Enrico Ganni, Einaudi. La lingua di Brecht non indulge mai a vuoti artifici retorici, ma è asservita al fine pratico della conoscenza, inoltre con i suoi versi lotta e persuade in nome della libertà e della democrazia. L’opera è una lezione morale in cui si effettua uno slancio polemico contro l’arroganza e la violenza del potere.

Non sarebbe sufficiente un articolo per trattare tutti i poeti attivisti politici del mondo, pertanto ci soffermeremo sugli autori italiani.

 

Pierpaolo Pasolini (1922-1975) esordisce molto giovane come poeta, componendo versi in friulano. Il dialetto rappresenta un espediente per privare la Chiesa dell’egemonia culturale sulle masse e vuole essere anche un approfondimento culturale anche per la sinistra. Si iscrive al PCI, ma è in contrasto con gli intellettuali del partito per ragioni linguistiche: i suoi colleghi scrivono servendosi della lingua del novecento, Pasolini invece adotta la lingua del popolo, senza trattare argomenti politici; le sue scelte vengono interpretate come disinteresse per il realismo socialista, cosmopolitismo e eccessiva focalizzazione sulla cultura borghese. Viene accusato di corruzione di minore, diventando così un bersaglio ideale per la sinistra tanto quanto per la DC; viene espulso dal PCI e perde l’impiego da insegnante. Trasferitosi a Roma, scrive poesie in dialetto romano e nasce in lui il mito del sottoproletariato romano. Per quanto riguarda la contestazione studentesca, assume una posizione originale: appoggia le idee degli studenti ma, siccome questi sono dei borghesi, sono destinati secondo lui a fallire nella rivoluzione. Viene ucciso in circostanze misteriose. Tra le poesie politiche ricordiamo Alla bandiera rossa, Alla mia nazione, Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano. E’ celebre Il PCI ai giovani!!, in cui afferma che gli studenti negli scontri contro i poliziotti avevano torto perché, pur avendo delle idee positive, erano economicamente agiati, mentre i poliziotti erano figli di contadini. Pasolini fonda con i compagni di scuola Leonetti e Roversi la rivista Officina; anche questi ultimi scrivono poesie di attivismo politico.

 

Franco Fortini (1917-1994) si laurea in giurisprudenza e storia dell’arte, durante il periodo universitario collabora con numerose riviste, comprese alcune testate fasciste, ma col tempo assume posizioni antifasciste, al punto che viene espulso dal Gruppo Universitari Fascisti; viene inoltre battezzato presso la chiesa valdese. Nel 1941 si arruola, ma diserta per rifugiarsi in Svizzera. In questo periodo si iscrive al Partito Socialista. Nel 1944 partecipa alla resistenza in Val d’Ossola e scrive Canto degli ultimi partigiani, quattro strofe che raccontano gli orrori dei resti dei partigiani impiccati e fucilati. Questo articolo non considera le poesie di guerra attivismo politico perché rientrerebbero in una sottocategoria particolare del genere, tuttavia abbiamo voluto nominare questa poesia perché si tratta di una denuncia nei confronti dei crimini subiti dai partigiani. Ha un forte connotato politico soprattutto il verso conclusivo: Ma noi s’è letta negli occhi dei morti /e sulla terra faremo libertà/Ma l’hanno stretta i pugni dei morti/La giustizia che si farà.

 

Nanni Balestrini (1935-…) è uno degli esponenti della neoavanguardia e degli scrittori intorno all’antologia I Nuovissimi, fondatori del Gruppo 63. E’ autore di poesie sperimentali e romanzi politicamente impegnati circa le lotte degli anni Sessanta e gli anni di Piombo. Quando dal 7 aprile del 79 molti vengono arrestati con l’accusa di essere a capo di organizzazioni sovversive, è costretto a rifugiarsi in Francia.

 

L’elenco di autori potrebbe essere molto più lungo e probabilmente non tutti avrebbero privilegiato i poeti presentati in questo articolo. Concludiamo con quanto ha affermato il filosofo Adorno: “La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”; secondo Adorno, dopo Auschwitz “tutta la cultura (…) compresa l’urgente critica a essa, è spazzatura”;  “Dopo Auschwitz, nessuna poesia,  nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile. Il rapporto delle cose non può stabilirsi che in un terreno vago, in una specie di no man’s land filosofica”. Ciò significa che la storia e la politica possono influenzare l’arte e determinare la sorte della poesia, infatti Auschwitz è la realizzazione dell’inferno in terra, perciò dopo i campi di concentramento non ha più senso comporre opere in versi.

“Rosa fresca aulentissima” nel “Mistero buffo” di Dario Fo.

Articolo pubblicato da Lo Sbuffo.

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Il Mistero buffo di Dario Fo, premio Nobel per la letteratura 1997, è un’opera teatrale in un unico atto, composta da una serie di monologhi di argomento biblico, in particolare relativi ai vangeli apocrifi e ai racconti popolari sulla vita di Gesù. L’opera inizia con un’innovativa analisi del componimento Rosa fresca aulentissima di Cielo (o Ciullo, come ci racconta Dario Fo) D’Alcamo.

I vari video della messa in scena rivelano che l’attore e autore Dario Fo racconta a braccio, seguendo un copione in maniera piuttosto libera. Indossando indumenti appartenenti al quotidiano, che non sembrano costumi di scena, si esibisce su un palcoscenico vuoto, dotato in un video solo di un’umile sedia di legno. Per sintetizzare e commentare il testo del monologo non abbiamo utilizzato i video, ma le trasposizioni su carta dell’opera, pubblicati su http://www.classicitaliani.it: Dario Fo, Mistero Buffo, a cura di Franca Rame, Einaudi (Tascabili Stile Libero 487), Torino 1997, pp. 112-123; Dario Fo, Manuale monimo dell’attore, con intervento di Franca Rame, Einaudi (Gli struzzi 315), Torino 1987, pp 112-123. Lo scritto perde la vivacità del parlato, ma consente di soffermarsi più attentamente sul contenuto. Nelle opere comunque troviamo un narratore che parla di se stesso in prima persona, pertanto lo stile è molto simile al recitato, ma la sintassi è ricca e articolata come in qualsiasi testo scritto.

Dario Fo denuncia la “truffa” di cui sono stati vittime gli studenti quando la poesia Rosa fresca aulentissima è stata proposta come un testo dotto e raffinato, opera di un aristocratico che sfoggia un volgare colto. Niente di più sbagliato. Secondo il premio Nobel, si tratterebbe di una poesia del popolo scritta da un giullare, inoltre tratterebbe argomenti osceni. Il più illustre artefice di tale errore sarebbe proprio Dante Alighieri il quale, nel De vulgari eloquentia, scrisse che, nonostante la presenza di qualche “crudezza”, era evidente che l’autore della poesia fosse una persona colta. Anche Benedetto Croce sostenne tale tesi: il popolo, infatti, non sarebbe in grado di creare ma solo di copiare, perciò soltanto una personalità erudita potrebbe produrre un testo così prezioso. Toschi e De Bartholomaeis hanno affossato tale teoria sostenendo che la poesia è sì un capolavoro della letteratura medievale italiana, ma appartiene al popolo.

Ma cosa sarebbe la rosa che sboccia d’estate anziché in primavera e che tutte le donne desiderano? Non certo una fanciulla, afferma Dario Fo, perché difficilmente in una poesia medievale si sarebbe affrontato il tema dell’omosessualità femminile. Probabilmente i professori per secoli hanno evitato di affrontare davanti agli studenti adolescenti questa interpretazione che a loro sarebbe parsa la sola possibile, ma niente paura: la rosa è un fallo, che viene mostrato quando l’esattore alza la gamba (e dunque la gonnella) per sorreggere il libro su cui registrare le riscossioni in denaro.

I due personaggi che dialogano nel testo fingono di essere nobili e di utilizzare un linguaggio elevato, ma sono in verità appartenenti al popolo, è evidente dal fatto che il personaggio maschile allude alle mansioni di lavandaia svolte dalla sua interlocutrice femminile.

Dario Fo si sofferma poi sul nome dell’autore, che non sarebbe Cielo D’Alcamo ma Ciullo D’Alcamo. I giullari infatti solevano assumere soprannomi volgari e Ciullo sarebbe uno dei tanti nomi con cui ci si riferiva al sesso maschile. Da tale nome è evidente l’estrazione popolare dell’autore. Dario Fo chiarisce che l’opera non è stata tramandata dal giullare compositore, ma dal trovatore o dal notaio che l’ha copiata su un codice giuridico, che si è conservato più per la funzione legale che svolgeva all’epoca che per i componimenti poetici che conserva tra le sue pagine.

Segue un dialogo piuttosto volgare in cui il personaggio maschile afferma la propria invincibile volontà di congiungersi con la fanciulla, in una modalità che oggi considereremmo stupro, e la descrizione accurata dei metodi con cui la ragazza afferma di voler cercare di sfuggirgli. Dario Fo non riporta le auliche parole della poesia, ma scrive un dialogo in italiano moderno dal linguaggio fresco, colorito, in una parola popolare. Il commediante denuncia poi una barbara pratica medievale: i ricchi nel Medioevo avevano la possibilità di scampare alla pena per stupro pagando una multa.

Dario Fo diffonde cultura facendo ridere il pubblico, fondendo un tema complesso come la poesia medievale con battute sul sesso da osteria (ma senza precipitare troppo nel volgare). E’ riuscito a demolire l’austerità della cultura universitaria e a portare la conoscenza nei teatri, sulla scia di quella straordinaria rivoluzione che si è verificata negli anni Settanta. Il suo linguaggio semplice e colloquiale, il sorriso irriverente e la straordinaria energia al fianco di Franca Rame lo hanno portato nel pantheon dei premi Nobel alla letteratura.