La poesia nell’attivismo

Articolo proposto alla casa editrice Tlon in collaborazione con il giornale online Lo Sbuffo.

Quando l’uomo concepisce un pensiero politico, sente la necessità di comunicarlo alla propria comunità per confrontarsi, persuadere i propri simili e tentare di migliorare la società in cui vive. La poesia, come ogni forma d’arte, può essere una forma di attivismo; non è un atto politico che provoca direttamente un cambiamento, ha però il potere di scuotere gli animi e diffondere le opinioni. Ma quando scrivere una poesia diventa attivismo politico? E’ sufficiente scrivere la propria opinione politica in un’opera d’arte in versi, con l’intento di diffondere un’idea.

Si avvalgono continuamente delle norme della poesia negli slogan politici i partiti (ma anche i manifestanti che inventano frasi ad effetto per i propri striscioni o gli anonimi writers di strada), si tratta però di una forma di comunicazione analoga alla pubblicità e alla comunicazione di massa, che non merita certo di essere considerata letteratura. Questo articolo propone una panoramica dei principali poeti italiani e stranieri che hanno scritto poesie su tematiche politiche, realizzando delle vere e proprie opere letterarie.

E’ singolare notare come in questi testi poetici compaiano termini propri del linguaggio settoriale della politica (rivoluzione, partito, comunismo, borghesia…), che raramente in altre circostanze avrebbero a che fare con la poesia. I poeti tendono a privilegiare i versi liberi e le rime sono rare, ma forse ciò è dovuto al fatto che l’articolo propone solo autori del Novecento.

Vladimir Majakovskil (1983-1930) è il principale poeta della Rivoluzione d’Ottobre. Nato in Georgia, si trasferì a Mosca alla morte del padre, dove studiò al ginnasio sino a quando si dedicò all’attività rivoluzionaria, venendo più volte arrestato dalla polizia zarista. Si iscrisse all’Accademia di pittura, scultura e architettura, ma il suo destino erano la poesia e la drammaturgia. Aderì al cubofuturismo russo, firmando insieme ad altri il relativo manifesto; siglò inoltre il manifesto “Schiaffo al gusto corrente”.  Allo scoppio della rivoluzione bolscevica si impegnò per “consegnare tutta la letteratura a tutto il popolo”, creando un’arte nuova, priva delle convenzioni borghesi e fruibile da parte dei proletari, per capovolgere i valori e l’ideologia del passato e propagandare la rivoluzione. Anziché di guerra e fascismo come in Italia, il futurismo russo parlava di pace e libertà. L’adesione alla Rivoluzione d’Ottobre rese il poeta ancor più popolare e amato. Si uccise con un colpo di pistola al cuore per motivi non del tutto chiariti, probabilmente una delusione amorosa o il disappunto per le l’esito politico della rivoluzione. Tra le principali poesie di argomento politico, citiamo “Ottobre” (Aderire o non aderire? / La questione non si pone per me / E’ la mia rivoluzione) e Il Partito, in cui viene propagandata una fede nel Partito estrema, in quando solo in gruppo si riuscirebbe ad essere forti e sconfiggere il male.

Bertolt Brecht (1898-1956) è il principale drammaturgo tedesco e proprio per questo motivo è più conosciuto per il teatro, su cui non ci soffermeremo, che per le poesie. Noto per aver aderito all’ideologia marxista, dovette lasciare la Germania quando Hitler salì al potere, ma nel 1948 fondò un teatro a Berlino Est. Nonostante le sue idee politiche, fu spesso in contrasto con le autorità della Germania dell’Est. Le sue opere sono state raccolte in Poesie politiche, a cura di Enrico Ganni, Einaudi. La lingua di Brecht non indulge mai a vuoti artifici retorici, ma è asservita al fine pratico della conoscenza, inoltre con i suoi versi lotta e persuade in nome della libertà e della democrazia. L’opera è una lezione morale in cui si effettua uno slancio polemico contro l’arroganza e la violenza del potere.

Non sarebbe sufficiente un articolo per trattare tutti i poeti attivisti politici del mondo, pertanto ci soffermeremo sugli autori italiani.

 

Pierpaolo Pasolini (1922-1975) esordisce molto giovane come poeta, componendo versi in friulano. Il dialetto rappresenta un espediente per privare la Chiesa dell’egemonia culturale sulle masse e vuole essere anche un approfondimento culturale anche per la sinistra. Si iscrive al PCI, ma è in contrasto con gli intellettuali del partito per ragioni linguistiche: i suoi colleghi scrivono servendosi della lingua del novecento, Pasolini invece adotta la lingua del popolo, senza trattare argomenti politici; le sue scelte vengono interpretate come disinteresse per il realismo socialista, cosmopolitismo e eccessiva focalizzazione sulla cultura borghese. Viene accusato di corruzione di minore, diventando così un bersaglio ideale per la sinistra tanto quanto per la DC; viene espulso dal PCI e perde l’impiego da insegnante. Trasferitosi a Roma, scrive poesie in dialetto romano e nasce in lui il mito del sottoproletariato romano. Per quanto riguarda la contestazione studentesca, assume una posizione originale: appoggia le idee degli studenti ma, siccome questi sono dei borghesi, sono destinati secondo lui a fallire nella rivoluzione. Viene ucciso in circostanze misteriose. Tra le poesie politiche ricordiamo Alla bandiera rossa, Alla mia nazione, Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano. E’ celebre Il PCI ai giovani!!, in cui afferma che gli studenti negli scontri contro i poliziotti avevano torto perché, pur avendo delle idee positive, erano economicamente agiati, mentre i poliziotti erano figli di contadini. Pasolini fonda con i compagni di scuola Leonetti e Roversi la rivista Officina; anche questi ultimi scrivono poesie di attivismo politico.

 

Franco Fortini (1917-1994) si laurea in giurisprudenza e storia dell’arte, durante il periodo universitario collabora con numerose riviste, comprese alcune testate fasciste, ma col tempo assume posizioni antifasciste, al punto che viene espulso dal Gruppo Universitari Fascisti; viene inoltre battezzato presso la chiesa valdese. Nel 1941 si arruola, ma diserta per rifugiarsi in Svizzera. In questo periodo si iscrive al Partito Socialista. Nel 1944 partecipa alla resistenza in Val d’Ossola e scrive Canto degli ultimi partigiani, quattro strofe che raccontano gli orrori dei resti dei partigiani impiccati e fucilati. Questo articolo non considera le poesie di guerra attivismo politico perché rientrerebbero in una sottocategoria particolare del genere, tuttavia abbiamo voluto nominare questa poesia perché si tratta di una denuncia nei confronti dei crimini subiti dai partigiani. Ha un forte connotato politico soprattutto il verso conclusivo: Ma noi s’è letta negli occhi dei morti /e sulla terra faremo libertà/Ma l’hanno stretta i pugni dei morti/La giustizia che si farà.

 

Nanni Balestrini (1935-…) è uno degli esponenti della neoavanguardia e degli scrittori intorno all’antologia I Nuovissimi, fondatori del Gruppo 63. E’ autore di poesie sperimentali e romanzi politicamente impegnati circa le lotte degli anni Sessanta e gli anni di Piombo. Quando dal 7 aprile del 79 molti vengono arrestati con l’accusa di essere a capo di organizzazioni sovversive, è costretto a rifugiarsi in Francia.

 

L’elenco di autori potrebbe essere molto più lungo e probabilmente non tutti avrebbero privilegiato i poeti presentati in questo articolo. Concludiamo con quanto ha affermato il filosofo Adorno: “La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”; secondo Adorno, dopo Auschwitz “tutta la cultura (…) compresa l’urgente critica a essa, è spazzatura”;  “Dopo Auschwitz, nessuna poesia,  nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile. Il rapporto delle cose non può stabilirsi che in un terreno vago, in una specie di no man’s land filosofica”. Ciò significa che la storia e la politica possono influenzare l’arte e determinare la sorte della poesia, infatti Auschwitz è la realizzazione dell’inferno in terra, perciò dopo i campi di concentramento non ha più senso comporre opere in versi.

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“Rosa fresca aulentissima” nel “Mistero buffo” di Dario Fo.

Articolo pubblicato da Lo Sbuffo.

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Il Mistero buffo di Dario Fo, premio Nobel per la letteratura 1997, è un’opera teatrale in un unico atto, composta da una serie di monologhi di argomento biblico, in particolare relativi ai vangeli apocrifi e ai racconti popolari sulla vita di Gesù. L’opera inizia con un’innovativa analisi del componimento Rosa fresca aulentissima di Cielo (o Ciullo, come ci racconta Dario Fo) D’Alcamo.

I vari video della messa in scena rivelano che l’attore e autore Dario Fo racconta a braccio, seguendo un copione in maniera piuttosto libera. Indossando indumenti appartenenti al quotidiano, che non sembrano costumi di scena, si esibisce su un palcoscenico vuoto, dotato in un video solo di un’umile sedia di legno. Per sintetizzare e commentare il testo del monologo non abbiamo utilizzato i video, ma le trasposizioni su carta dell’opera, pubblicati su http://www.classicitaliani.it: Dario Fo, Mistero Buffo, a cura di Franca Rame, Einaudi (Tascabili Stile Libero 487), Torino 1997, pp. 112-123; Dario Fo, Manuale monimo dell’attore, con intervento di Franca Rame, Einaudi (Gli struzzi 315), Torino 1987, pp 112-123. Lo scritto perde la vivacità del parlato, ma consente di soffermarsi più attentamente sul contenuto. Nelle opere comunque troviamo un narratore che parla di se stesso in prima persona, pertanto lo stile è molto simile al recitato, ma la sintassi è ricca e articolata come in qualsiasi testo scritto.

Dario Fo denuncia la “truffa” di cui sono stati vittime gli studenti quando la poesia Rosa fresca aulentissima è stata proposta come un testo dotto e raffinato, opera di un aristocratico che sfoggia un volgare colto. Niente di più sbagliato. Secondo il premio Nobel, si tratterebbe di una poesia del popolo scritta da un giullare, inoltre tratterebbe argomenti osceni. Il più illustre artefice di tale errore sarebbe proprio Dante Alighieri il quale, nel De vulgari eloquentia, scrisse che, nonostante la presenza di qualche “crudezza”, era evidente che l’autore della poesia fosse una persona colta. Anche Benedetto Croce sostenne tale tesi: il popolo, infatti, non sarebbe in grado di creare ma solo di copiare, perciò soltanto una personalità erudita potrebbe produrre un testo così prezioso. Toschi e De Bartholomaeis hanno affossato tale teoria sostenendo che la poesia è sì un capolavoro della letteratura medievale italiana, ma appartiene al popolo.

Ma cosa sarebbe la rosa che sboccia d’estate anziché in primavera e che tutte le donne desiderano? Non certo una fanciulla, afferma Dario Fo, perché difficilmente in una poesia medievale si sarebbe affrontato il tema dell’omosessualità femminile. Probabilmente i professori per secoli hanno evitato di affrontare davanti agli studenti adolescenti questa interpretazione che a loro sarebbe parsa la sola possibile, ma niente paura: la rosa è un fallo, che viene mostrato quando l’esattore alza la gamba (e dunque la gonnella) per sorreggere il libro su cui registrare le riscossioni in denaro.

I due personaggi che dialogano nel testo fingono di essere nobili e di utilizzare un linguaggio elevato, ma sono in verità appartenenti al popolo, è evidente dal fatto che il personaggio maschile allude alle mansioni di lavandaia svolte dalla sua interlocutrice femminile.

Dario Fo si sofferma poi sul nome dell’autore, che non sarebbe Cielo D’Alcamo ma Ciullo D’Alcamo. I giullari infatti solevano assumere soprannomi volgari e Ciullo sarebbe uno dei tanti nomi con cui ci si riferiva al sesso maschile. Da tale nome è evidente l’estrazione popolare dell’autore. Dario Fo chiarisce che l’opera non è stata tramandata dal giullare compositore, ma dal trovatore o dal notaio che l’ha copiata su un codice giuridico, che si è conservato più per la funzione legale che svolgeva all’epoca che per i componimenti poetici che conserva tra le sue pagine.

Segue un dialogo piuttosto volgare in cui il personaggio maschile afferma la propria invincibile volontà di congiungersi con la fanciulla, in una modalità che oggi considereremmo stupro, e la descrizione accurata dei metodi con cui la ragazza afferma di voler cercare di sfuggirgli. Dario Fo non riporta le auliche parole della poesia, ma scrive un dialogo in italiano moderno dal linguaggio fresco, colorito, in una parola popolare. Il commediante denuncia poi una barbara pratica medievale: i ricchi nel Medioevo avevano la possibilità di scampare alla pena per stupro pagando una multa.

Dario Fo diffonde cultura facendo ridere il pubblico, fondendo un tema complesso come la poesia medievale con battute sul sesso da osteria (ma senza precipitare troppo nel volgare). E’ riuscito a demolire l’austerità della cultura universitaria e a portare la conoscenza nei teatri, sulla scia di quella straordinaria rivoluzione che si è verificata negli anni Settanta. Il suo linguaggio semplice e colloquiale, il sorriso irriverente e la straordinaria energia al fianco di Franca Rame lo hanno portato nel pantheon dei premi Nobel alla letteratura.

“La lettera scarlatta”, una storia di peccato americana

Articolo proposto a Soft Revolutionzine.

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La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne è uno dei pilastri della letteratura americana pubblicato nel 1850 e, trattando il tema della colpa nella claustrofobica società puritana di Boston (New England) del XVII secolo, racconta la storia di un’eroina affascinante quanto sfortunata, Hester Prynne, e della sua figlioletta Pearl.

Il marito di Hester non torna in città da due anni, molti lo danno per morto e ai nostri giorni sembrerebbe più che legittimo in queste condizioni rifarsi una vita con un altro uomo, ma i puritani condannano aspramente l’amore libero, anche se fondato sui più sinceri sentimenti. Hester così si macchia di un peccato gravissimo e da alla luce una bambina; madre e figlia vengono esposte sulla gogna e, mentre le comari invocano la pena di morte, Ester si rifiuta di dichiarare il nome del suo amante per proteggerlo. La donna verrà risparmiata, la sua pena sarà indossare per tutta la vita una A scarlatta cucita sui vestiti, il marchio delle adultere. Il padre della bambina è il reverendo Dimmesdale, apprezzato dalla comunità per le sue doti oratorie. Il religioso è affranto per i sensi di colpa per il peccato commesso e l’ipocrisia in cui è costretto a vivere mentre Hester sconta la pena per entrambi. Nel frattempo il marito della donna torna in città sotto falso nome per vendicarsi dell’uomo che, volendo usare un’espressione un po’ brutale, lo ha reso cornuto.

Oggi Hester non sarebbe considerata colpevole e la sua storia d’amore con il reverendo sarebbe tollerata dalla società, ma secondo la mentalità puritana si tratta di una colpa terribile, un reato che può precludere l’ingresso nel regno dei cieli. Il romanzo non è dunque solo un’opera sui costumi dei puritani o una storia di adulterio, come è stato considerato da molti nell’Ottocento, si tratta infatti di un racconto sul tema della colpa nei confronti della società e dell’intransigente Dio dei protestanti. I puritani sono soffocati dalle loro stesse regole ma nessuno, nemmeno il reverendo che è uno dei  cittadini più illustri, è esente dal peccato.

Hester è una donna determinata e ribelle non solo perché sfida la società per amore, ma anche per lo stile di vita che conduce in una società patriarcale e soffocante. Ester è una madre single che si mantiene da sola cucendo degli splendidi vestiti per i suoi concittadini. Emarginata dalla società, vive come una reietta, ma riesce comunque a condurre una vita dignitosa. Non rivelando il nome dell’amante dimostra una straordinaria forza d’animo e si rivela più grintosa del reverendo, la cui salute è compromessa per il rimorso e troverà solo alla conclusione del romanzo la forza di rivelare a tutti il proprio peccato.

Il secondo personaggio femminile più importante è la piccola Pearl, la figlia di Hester. Nella società del New England le colpe dei padri ricadono sui figli, infatti la ragazzina è costretta ad essere il simbolo del peccato della madre, un ruolo rappresentato anche dagli elaborati vestiti scarlatti con cui Hester veste la figlia. La bambina è sola, non ha amici con cui giocare poiché tutti la evitano in quanto figlia bastarda nata dal peccato. Pearl è comunque una ragazzina allegra ed esuberante, ribelle come la madre; grazie alla sua intelligenza riesce ad intuire il legame tra Hester e il reverendo.

La lettera scarlatta è anche la storia di un patto, più precisamente della promessa di Hester di non rivelare che il marito è in città sotto falso nome. Ester vorrebbe semplicemente offrire al malvagio antagonista la possibilità di vivere in città come medico apprezzato (l’uomo aveva appreso le tecniche di guarigione indiane mentre era stato catturato dai pellerossa) anziché come cornuto umiliato, solo alla fine apprenderà che l’uomo vuole in verità distruggere il reverendo. L’autore, da bravo maschio dell’Ottocento, sembra tollerare la credenza secondo cui un uomo tradito sarebbe colpito nella sua virilità e dunque sarebbe stato umiliato; nonostante ciò, è evidente che lo scrittore prova compassione per Hester e si schiera dalla parte di una donna innamorata. La colpa del medico sarebbe la sete di vendetta e l’incapacità di perdonare chi lo avrebbe offeso, l’assenza di misericordia e la refrattarietà al perdono è una mancanza condivisa dall’intera società puritana, che nella rigorosa ansia di applicare i precetti di Dio si dimentica l’insegnamento più importante, il perdono.

E’ molto importante l’introduzione del romanzo, chiamata La dogana. Lo scrittore-personaggio finge di aver trovato dei documenti che raccontano la storia di Ester e una lettera scarlatta ricamata. Non appena l’uomo tocca lo strano oggetto, esso sprigiona “un calore bruciante… come se la lettera non fosse di panno scarlatto, ma di ferro arroventato fino a diventare rosso”. La lettera scarlatta è non solo il simbolo del peccato di adulterio, ma anche il marchio con cui Ester è stata punita. In America le adultere venivano realmente costrette ad indossare una lettera scarlatta, dopo che la pena di morte per il loro reato fu abolita. La lettera scarlatta è anche la piccola Pearl: la madre cerca di nascondere il marchio con il corpo della figlia quando esce di prigione, salvo poi rendersi conto che la bambina rappresenta l’adulterio tanto quanto il singolare ricamo. I vestiti di Pearl inoltre sono rossi proprio come la lettera.

L’opera critica aspramente la società americana. Non appena fu uscito, il romanzo ebbe un impatto straordinario sulla società perché certi comportamenti non si erano ancora estinti nell’America protestante, ma ancora oggi riesce a emozionare e ad offrire numerosi spunti di riflessione.

Fonti:

  • Lezioni di Letteratura Anglo-americana di Lettere presso l’Università degli studi di Milano.

Carol (il romanzo)

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Da qualche mese avevo intenzione di leggere un libro a tema LGBT e la scelta è caduta sul romanzo Carol del 1952, da cui recentemente è stato tratto l’omonimo e celeberrimo film del 2015, per saziare questa mia semplice curiosità.

Anziché procurarmi il volume cartaceo, ho scelto di acquistare l’e-book su Amazon.it per leggerlo di nascosto sul mio Kindle in quanto mi vergognavo delle mie letture, non le avrei confidate nemmeno al mio ragazzo. In seguito mi sono pentita di non essere stata più coraggiosa, non c’è nulla di cui vergognarsi a leggere un romanzo e il giudizio della gente, compresi i più bacchettoni, mi lascia indifferente.

Non sono molto pratica di questioni LGBT, le mie scarse conoscenze derivano dal canale Youtube Cimdrp, che mi interessa più per le generiche tematiche relative al femminismo. Chiedo dunque perdono per l’ingenuità con cui ho intrapreso la lettura di tale romanzo e per qualche eventuale imprecisione. Tuttavia anche la mia opinione ha un valore perché è giusto che anche gli eterosessuali si interessino di storie come quella che vado a raccontarvi.

Il titolo originale del romanzo è The price of salt, ma successivamente è stato modificato in Carol; il nome dell’autrice è Patricia Highsmith, che inizialmente pubblicò il romanzo con lo psedonimo Claire Morgan perché il suo genere prediletto era il poliziesco, un tema troppo differente dall’amore tra donne. Prima di tale romanzo, l’autrice aveva pubblicato un solo romanzo giallo.

New York, anni ’50. La protagonista è Therese, una scenografa orfana di diciannove anni fidanzata con Richard che, per racimolare qualche soldo, lavora in un grande magazzino nel reparto giocattoli nel periodo natalizio. E’ proprio durante il lavoro che incontra Carol, una bellissima donna bionda e impellicciata che cerca una bambola per la propria figlia. Therese si innamora perdutamente e, dopo aver trovato un modo per instaurare un contatto con la donna, tra le due si instaura un rapporto di amicizia. Therese lascia Richard e parte in viaggio per l’Ovest con Carol, durante la vacanza le dichiara il proprio amore e le donne iniziano una relazione amorosa.

Purtroppo Carol sta divorziando dal marito e sta lottando per la custodia della figlia. Un investigatore privato pedina la coppia e registra le loro conversazioni private in quanto il marito di Carol vuole sfruttare la sua relazione con Therese per avere la bambina tutta per sè. Carol è costretta ad interrompere il viaggio per affrontare la situazione, Therese invece ritarda il ritorno in preda allo sconforto. La lontananza da Carol la fa maturare molto, inoltre ottiene dei successi lavorativi come scenografa. Le due donne si incontrano nuovamente a New York: Carol non ha ottenuto la custodia della bambina ma chiede a Therese di andare a vivere con lei. La scenografa inizialmente si rifiuta e prende in considerazione l’ipotesi di provarci con un’attrice, poi però ritorna da Carol e il romanzo si conclude con un lieto fine.

Nella prima parte dell’opera non accade nulla, viene semplicemente raccontato quanto Therese sia segretamente innamorata di Carol e come il suo rapporto con Richard sia in crisi. La narrazione è molto lenta e spesso si sofferma su particolari secondari, ma analizza a fondo la psicologia dei personaggi. Nella seconda parte il racconto si anima, anche se spesso evita di soffermarsi sulle scene più interessanti in favore di una narrazione più monotona e lineare.

Viene descritta una sola scena di sesso con estrema dolcezza e tenerezza. Anziché dedicarsi all’atto fisico compiuto dalle due donne, l’autrice racconta le loro emozioni, rendendo in questo modo la scena accessibile a tutti, anche a coloro che provano disagio nei confronti degli atti omosessuali. Dopotutto, le emozioni sono universali ed è impossibile non commuoversi di fronte all’amore! Per avere un giudizio sull’efficacia della rappresentazione del rapporto omosessuale tra le protagoniste però servirebbe il parere di una ragazza lesbica, non certo il mio.

Leggere questo libro mi ha fatto capire quanto sono fortunata a non appartenere a nessuna minoranza, le sole discriminazioni che ho subito riguardano il fatto di essere donna. Sono contenta che la situazione per le madri lesbiche sia migliorata rispetto agli anni Cinquanta e spero che la società progredisca ulteriormente.

Al termine del romanzo, l’autrice racconta alcune informazioni interessanti sull’opera. Il suo iniziale editore non volle pubblicare Carol, così l’autrice dovette faticare per trovare qualcuno disposto a farlo. L’idea dell’opera nacque mentre la scrittrice lavorava in un grande magazzino nel reparto bambole nel periodo natalizio e dovette servire una sofisticata signora bionda e impellicciata. Il libro riscosse uno straordinario successo soprattutto nell’edizione tascabile, che vendette quasi un milione di copie. Il pubblico sostenne l’autrice inviando numerose lettere in cui soprattutto ringraziavano per aver scritto un romanzo a lieto fine in un periodo in cui le storie relative agli omosessuali dovevano sempre concludersi con la morte, la redenzione o l’infelicità dei protagonisti.

Adesso che ho soddisfatto la mia curiosità, non credo che cercherò altri romanzi a tema di proposito. Se mi capiterà di imbattermi in un bel libro LGBT non esiterò a leggerlo, l’importante è che si tratti di un bel racconto. Una cosa è certa: non esistono romanzi etero e romanzi gay, esistono soltanto i libri.

 

“Dovremmo essere tutti femministi” di Chimamanda Ngozi Adichie

 

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Grazie ad uno dei video di Cimdrp ho scoperto Dovremmo essere tutti femministi di Chimamanda Ngozi Adichie, una giovane e brillante femminista nigeriana. Si tratta del testo di una conferenza del 2012, successivamente trasformato in libro nel 2014, in cui la speacker racconta la sua esperienza di femminista africana sintetizzando i concetti chiave di femminismo e femminilità applicati alla nostra epoca. Il testo è stato campionato nella canzone Flawless di Beyoncé.

Chimamanda è molto giovane, infatti è nata nel 1977 e, oltre ad essere una bella ragazza dalla pelle color ebano, è anche un medico e un’intellettuale femminista. I suoi libri sono stati tradotti in trenta lingue e ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

Il blog Hai da spicciare? Ha pubblicato sia il video sia il testo della conferenza. Personalmente ho preferito la conferenza in quanto consente di conoscere il volto e la voce dell’autrice, i vivaci colori del suo abbigliamento africano e la reazione del suo pubblico, un po’ incomprensibile a mio parere in quanto spesso ride senza alcuna ragione. La conferenza non è molto lunga, dura solo mezz’ora, e non è particolarmente impegnativa, di conseguenza il libro è lungo solamente quaranta pagine.

Le parole di Chimamanda sono sintetiche e immediate, trasmettono messaggi forti con esempi semplici, tratti dal suo vissuto personale. La donna non tratta soltanto la condizione femminile in Africa, le sue parole riguardano la parità di genere nel mondo. Ecco uno dei passi che più mi è piaciuto:

Ma la cosa di gran lunga peggiore che facciamo ai maschi, facendo intendere che devono essere duri, è che li lasciamo con degli ego molto fragili. Più un uomo sente di dover essere un “uomo duro”, più è debole il suo ego. E poi facciamo un lavoro anche peggior con le ragazze, perché le educhiamo a soddisfare i fragili ego degli uomini. Insegniamo alle ragazze come farsi da parte, come farsi più piccole. Diciamo alle ragazze, “Puoi avere ambizione, ma non troppa. Dovresti puntare ad avere successo, ma non troppo successo, altrimenti potresti minacciare l’uomo.” Se in una relazione con un uomo sei tu a portare il pane a casa, devi far finta che non sia così. Soprattutto in pubblico. Altrimenti lo stai castrando. Ma se mettessimo in discussione la premessa stessa? Perché il successo di una donna deve essere una minaccia per un uomo? Che cosa succede se decidiamo di sbarazzarci semplicemente di quella parola, e non credo ci sia una parola inglese che mi piaccia meno di “castrazione”.

La conferenza è piaciuta molto anche oltreoceano a Beyonce, che ha inserito alcune frasi pronunciate da Chimamanda nella propria canzone Flawless, che Cimdrp suona e commenta in questo video. Si tratta di una canzone grintosa e personale, in cui la cantante mostra tutta la propria forza interiore e sprona le ragazze a fare altrettanto, senza lasciarsi chiacciare dalle convenzioni sociali maschiliste. Ma possiamo considerare Beyonce una femminista? A mio parere esistono centinaia di donne che meritano maggiormente tale titolo, tuttavia è importante che i media parlino di femminismo ed è lodevole che la cantante abbia attirato l’attenzione sulla questione.

Questo testo, per la sua semplicità, è indicato per tutti coloro che non hanno molta dimestichezza con il femminismo (come me!), oppure desiderano intraprendere una lettura (o la visione di una conferenza) leggera ma significativa.

Per concludere, ecco il link della canzone Flawless di Beyonce, sperando che vi piaccia:

 

 

Chimamanda Ngozi Adichie

 


 

Recensione de “L’amuleto di Samarcanda”

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I romanzi Young adult sono un genere letterario dedicato agli adolescenti. Generalmente si tratta di fantasy, attualmente un genere molto amato da grandi e piccini, ma possiamo trovarne di ogni sorta, dai romanzi verosimili agli horror. Non sono solita leggere Young adult perché li considero romanzetti privi di spessore, il cui unico scopo è l’intrattenimento del fanciullo, ma nel caso di alcuni romanzi sono stata fortunatamente indotta ad abbandonare ogni pregiudizio perché si trattava di testi ben scritti e dotati di un significato profondo. E’ il caso de L’amuleto di Samarcanda di Jonathan Stroud, primo libro della Triologia di Bartimeus, uscito nel 2003.

Il romanzo è ambientato in una Londra governata da maghi arrivisti e spregiudicati nei confronti dei comuni, tutti coloro che sono privi di competenze magiche, e dei demoni, creature dell’Altro luogo da cui deriva il potere di ogni mago. I maghi non sono dotati di abilità straordinarie, sono semplicemente dei dotti in grado di soggiogare i demoni e sfruttarli ingiustamente per i loro loschi fini. Nathaniel è un apprendista stregone di dodici anni dalle straordinarie abilità ma sottovalutato dal proprio maestro, uno stregone privo di talento e schernito dai propri superiori. Umiliato ingiustamente dal potente mago Lovelace, Nathaniel si vendica convocando il potente quanto egocentrico e sarcastico jinn Bartimeus, a cui ordina di rubare l’amuleto di Samarcanda. Tale furto scatenerà una serie di eventi inaspettati perché l’amuleto è un manufatto dall’incredibile potenza che Lovelace ha rubato al governo per organizzare un colpo di stato e Nathaniel non sempre si dimostrerà in grado di controllare lo scaltro Bartimeus.

Il primo aspetto che ho apprezzato di questa saga è che finalmente i maghi sono i cattivi e la loro magia deriva dall’erudizione anziché dalle solite doti magiche innate. Dimenticatevi le innocue pozioni magiche o gli svolazzanti colpi  di bacchetta di Harry Potter, in questa saga si pratica il maltrattamento e la riduzione in schiavitù di demoni, esseri dotati di poteri magici, che sono costretti a fare il lavoro sporco in vece del mago e cercano in ogni modo di liberarsi dal vincolo ingannando lo stregone. I demoni sono suddivisi in classi a seconda del loro potere e possiedono svariati poteri, infatti possono assumere la forma di altri esseri viventi terrestri o magici, scagliare deflagrazioni o altri attacchi magici, diffondere odori o fulmini dell’aria. I maghi possono catturare e torturare i demoni con formule magiche in lingue antiche imparate a memoria. Gli stregoni inoltre sono personaggi spregevoli: dittatori assetati di potere, avidi collezionisti di cimeli dai potenti poteri magici, assassini, falsi doppiogiochisti privi di scrupoli e sentimenti …

Nei fantasy solitamente il confine tra bene e male è sempre molto netto, nell’opera di Stroud invece tale distinzione è molto ambigua. Nathaniel, pur dimostrando di avere una coscienza e di essere disposto al sacrificio per le persone che ama, è risolutamente schierato con i maghi, approva il regime dittatoriale per il quale è destinato a lavorare da adulto e combatte la resistenza (un gruppo di comuni che vuole sovvertire il governo dei maghi). Il giovane inoltre si dimostra più volte un arrivista assetato di potere e uno spietato calcolatore, manifesta una decisa sete di vendetta nei confronti di Lovelace, e non sempre tratta con umanità i demoni suoi schiavi. Bartimeus è il protagonista assolutamente positivo in qualità di demone schiavizzato e suo malgrado costretto a combattere per Nathaniel, ma il suo egocentrismo e il suo sarcasmo sin troppo pungente lo rendono affascinante quanto imperfetto: nessun eroe è senza macchia nella Londra di Stroud.

La politica riveste un ruolo cruciale nella saga e la piramide sociale dell’impero Britannico in cui è ambientata la vicenda è ben delineata. Come abbiamo già detto, i maghi sono i privilegiati: i più potenti rivestono le cariche superiori mentre tutti gli altri, come il maestro di Nathaniel, “sgobbano” nei gradini più bassi del governo londinese. Ciascun mago cerca di conquistare potere e prestigio con ogni mezzo, morale o immorale che sia. I comuni sono esclusi da ogni carica pubblica e devono sottostare agli ingiusti soprusi dei maghi, come un atteggiamento di disprezzo nei propri confronti, una condizione sociale di povertà e il coprifuoco, ma tutto ciò sarà descritto con maggiore precisione nei libri successivi della saga. Alcuni ragazzini immuni dai poteri magici dei demoni e in grado di individuare manufatti magici nascosti hanno fondato la Resistenza, un’organizzazione clandestina avente lo scopo di rovesciare il potere costituito. La Resistenza riveste un ruolo marginale nel primo libro della saga, per diventare protagonista nelle opere successive. Bartimeus ci rivela che l’impero britannico non è stato il primo impero gestito da maghi: molte altre volte in passato una minoranza di esseri umani avrebbe preso il potere servendosi dei demoni. E’ il caso dell’impero di Praga, crollato quando gli  inglesi hanno preso il potere.

L’autore sa gratificare il proprio pubblico di adolescenti toccando temi a loro cari. Il protagonista, un loro coetaneo, è stato abbandonato ed è costretto a vivere con una persona che non gli vuole bene, il suo maestro. Non si tratta forse di un incipit ideale tutti coloro che si sentono adolescenti incompresi? Il fanciullo in questione è inoltre un ragazzo dai poteri straordinari ma nessuno nota il suo talento: in questo moto viene stuzzicato piacevolmente l’ego del giovane lettore, che nel proprio inconscio nel pieno di una tempesta ormonale si sente un piccolo genietto incompreso. Proseguendo nella lettura, il ragazzo si ritroverà completamente solo e dunque indipendente, come vorrebbe ogni ragazzino. La Resistenza è inoltre gestita da un gruppo di suoi coetanei in modo tale da lasciare più spazio ai giovani nella trama; tale gruppo è capitanato da una ragazza, per consentire alle ragazze di identificarsi in un personaggio più simile a loro. La giovinezza tuttavia non viene affatto esaltata: Nathaniel è un ragazzino testardo e fin troppo impaziente, l’autore criticherà più volte queste sue caratteristiche offrendo un ottimo spunto di riflessioni ai giovani lettori.

Consiglio questo romanzo ad adulti e adolescenti, nella speranza che vengano scritti più romanzi per ragazzi di qualità come L’amuleto di Samarcanda. Le altre opere della triologia sono L’occhio del golem e La porta di Tolomeo, informatevi se siete interessati alla recensione anche di questi due straordinari romanzi, in cui la Resistenza riveste un ruolo cruciale e Nathaniel dovrà scegliere da che parte schierarsi, se appoggiare il governo o combattere dalla parte del popolo.

“Dario e Dio”, di Dario Fo e Giuseppina Manin

Copertina Dario Fo

“Come diceva Voltaire, Dio è la più grande invenzione della storia. “

Quest’anno è uscito l’ultimo libro di Dario Fo e Giuseppina Manin, intitolato “Dario e Dio”. Si tratta di una lunga ipotetica intervista cui viene sottoposto Dario Fo circa l’esistenza di Dio. L’opera è suddivisa in venti capitoli in cui il celebre attore, pittore  e regista affronta tutte le tematiche principali della religione cristiana, dalla trinità alla madonna, dalla creazione alla figura di Giuda, inserendo inoltre molte confessioni personali riguardanti la sua carriera di artista, i propri genitori e la sua toccante storia d’amore con Franca Rame.

Tra le personali teorie di Dario Fo sulla religione non compare nulla di nuovo, in quanto l’artista semplicemente riprende le affermazioni di filosofi venuti prima di lui. Ciò che colpisce tuttavia è la vitalità e l’entusiasmo con cui Fo trasmette i valori in cui crede, inoltre non sono rare le battute di spirito e i dialoghi con cui diverte il lettore. Dopotutto in copertina spicca su sfondo bianco un’illustrazione di Quipos, che promette tanta comicità e allegria.

Dovendo recensire questo libro ero incerta su come procedere, infatti riassumere i punti cruciali del libro avrebbe trasformato l’opera in un mero trattato di filosofia privo della comicità che lo caratterizza, ma non volevo nemmeno focalizzare l’attenzione sulle mie opinioni circa le idee di Fo (che nella maggioranza dei casi condivido), in quanto lo ritengo poco rispettoso nei confronti  di un grande artista del suo calibro.

Un aspetto affascinante di Dario Fo è che, pur essendo ateo convinto, dimostra di conoscere profondamente la religione cattolica, molto più di molti cattolici praticanti, e effettua nel suo  libro (come in altre opere, prima fra tutte il Mistero buffo) una critica approfondita della nostra religione. Mi piacerebbe molto domandargli cosa lo spinge a trattare così spesso di religione se si professa ateo. Un altro aspetto interessante è l’attenta analisi che effettua degli ultimi papi: personalmente, in qualità di atea, sono assolutamente disinteressata a ciò che accade in Vaticano e mi domando perché Dario Fo non faccia altrettanto, indipendentemente da quanto sia rivoluzionario Papa Francesco.

L’argomento più affascinante e sconvolgente del libro riguarda non la relazione amorosa tra Maddalena e Cristo, non il falso tradimento di Giuda, ma la natura femminile dello Spirito Santo. “E difatti uno dei Vangeli apocrifi, quello di Tommaso, parla proprio  di  uno Spirito Santo femminile, nuova versione dell’antica madre terra. La trinità aveva così una scansione più logica: il Padre, la Madre e il Figlio .Ma quella parte femminile, insita in origine nel divino dei primi cristiani, risultava intollerabile e pericolosa per una chiesa maschile e maschilista a oltranza. Che appena ha potuto si è premurata di spazzar via quella scomoda presenza trasformando lo Spirito Santo in quell’entità asessuata e di scarso carattere che ci hanno insegnato. Sancire che Dio è maschile e femminile insieme avrebbe infatti creato non pochi problemi. Intanto avrebbe garantito la parità della donna, le avrebbe aperto le porte del sacerdozio con il rischio che prima o poi se ne trovasse una seduta sul soglio di Pietro…”