Intervista a Erika Pezzoli, fotografa di giovani donne.

Articolo Pubblicato su Lo Sbuffo.
Erika pezzoli è una fotografa freelance classe 1995, che sta realizzando un progetto ambizioso e affascinante: fotografare giovani donne di tutta Italia nella loro camera da letto, con un oggetto che le rappresenti.
E’ stata una chiacchierata lunga e intensa, durante la quale abbiamo conversato sugli argomenti più vari: Erika ha una personalità estroversa e determinata, è appassionata di pallavolo e letteratura e sta andando a convivere con il suo ragazzo, con il quale ha adottato un cagnolino. E’ un dolcissimo e vulcanico maschiaccio, a cui non manca la sensibilità di una fanciulla.

Foto bio
Ciao Erika, vuoi presentarti ai nostri lettori?
Mi occupo di fotografia, in particolare di fotogiornalismo. Ho studiato come perito meccanico all’ITIS Galileo Galilei di Crema, poi ho iniziato a lavorare come disegnatore meccanico, dopo due mesi mi sono accorta che stavo perdendo tempo. Andavo a lavorare a Sesto Marelli a Milano, prendendo la metro da San Donato; alla fermata di Palestro sono scesa dalla metropolitana perché non mi sembrava il caso di continuare a fare una cosa in cui non credevo, sono andata fino a Duomo a piedi e ho chiamato mio nonno, che è il mio compagno di giochi e il mio fratello mancato (sono figlia unica). Il nonno mi ha chiesto se non stessi bene, io ho risposto che non sarei più andata a lavorare e lui ha acconsentito. Durante l’ITIS avevo iniziato a studiare fotografia in maniera amatoriale e autodidatta, sia sui libri sia sperimentando. Due giorni dopo ho iniziato fotografia all’università allo IED, con un mese di ritardo.

Di quali progetti ti occupi di solito?
In generale di fotogiornalismo, mi occupo generalmente di seguire dei soggetti di cui voglio raccontare una storia durante la loro vita quotidiana. Ho lavorato quest’estate ad un progetto che si chiama Vent’anni, durante il quale ho seguito ragazzi di venti- ventinove anni che vivono in Trentino Alto Adige in rifugio. Erano otto ragazzi in cinque posti diversi. Poi ho seguito una ragazza a Crema che studia fisica ed è una credente cattolica praticante. In un progetto ho raccontato la depressione di mia nonna e lo straordinario lavoro che mio nonno ha fatto con lei, descrivere ciò che stava accadendo alla mia famiglia è stato terapeutico per me. Sono tutte esperienze molto belle perché non si tratta solo di raccontare quello che ti sta succedendo, nasce un rapporto con le persone che fotografi che ti arricchisce.

Descrivi a parole le tue fotografie.
Le mie fotografie sono la nascita di un’idea in forma visuale. Io un sacco di volte ragiono per immagini, quindi durante lo scatto trovo la collocazione di qualcosa che è dentro di me. Nel caso del fotogiornalismo si tratta di qualcosa che percepisco quando ho a che fare con una persona. Quando fotografo racconto ciò che sto vedendo e vivendo, conscia che non esiste una visione oggettiva.

Com’è nata l’idea del progetto?
Per il momento si chiama working progress, perché do i titoli ai progetti a lavoro ultimato. L’idea è nata durante un master in fotogiornalismo con il docente Sandro Iovine, mentre si stava parlando della condizione di noi ragazzi giovanissimi, che ci stiamo affacciando sul mondo del lavoro; siamo tendenzialmente calpestati dalle condizioni economiche in cui ci troviamo, spesso non possiamo costruire un futuro e siamo considerati numeri più che persone. Inizialmente pensavo di lavorare su maschi e femmine, poi ho scelto di stringere il campo e focalizzarmi sulle ragazze in quanto sono una donna anche io. L’impianto delle fotografie è sempre lo stesso: ritratti ambientati, sguardo in macchina del soggetto, luce naturale che entra dalla finestra. La scelta della camera è nata perché avevo bisogno di raccontare un luogo in cui le ragazze si sentissero loro stesse e che parlasse di loro. Alle ragazze chiedo di vestirsi e truccarsi come si sentono più belle ed è meraviglioso vedere come tutte abbiano idee differenti. Alcune sono completamente struccate, altre hanno un trucco leggermente più pesante, nessuna è stata particolarmente vistosa, ma se anche fosse ben venga. Siamo tutte diverse ed è meraviglioso.

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Che macchina fotografica usi?
Per il progetto utilizzo una Canon 5D Mark III, mentre come obiettivo ho scelto un 28 mm f/1.8. Spesso utilizzo anche una Fujifilm xt10, una macchina fotografica mirrorless molto più piccola, con scatto silenziato per seguire le persone in una situazione di vita quotidiana, per evitare che il rumore della macchina distragga i presenti.

Come allestisci il set fotografico delle camere delle ragazze?
Le fotografie sono spontanee, lascio alle ragazze la completa libertà. Non chiedo mai, per esempio, di mettere a posto le camere disordinate. Nel fotogiornalismo non si cerca mai di ricreare un set, l’obiettivo è essere il più fedele possibile a ciò che sto vedendo.

Come reagiscono le ragazze alla situazione? Tu come ti approcci a loro?
Io cerco di essere molto tranquilla e aperta. Non tendo a formalizzare, anzi, più uno si scioglie, meglio è. Con alcune ho scattato subito e poi abbiamo chiacchierato, con altre abbiamo chiacchierato anche due ore e poi scattato la foto. Lo scatto in sé dura cinque minuti, massimo dieci. La
chiacchierata pre o post scatto è uno dei momenti più importanti perché entri in contatto con la persona e questo è il vero valore aggiunto del progetto secondo me.
Ho notato che molte ragazze hanno scelto di posare con un libro. Secondo te, come mai?
Non saprei. C’è sicuramente una passione per la lettura. In verità ci sono sia libri sia manga. Mi fa molto piacere, perché siamo in una società in cui spesso viene anteposto lo strumento elettronico al libro (e-book, tablet). Significa che siamo ragazze che abbiamo voglia di capire, imparare, conoscere.

Silvia, 23 anni, Corsico (MI)
Come possiamo interpretare la scelta di altri oggetti? A me ha colpito il piccolo trattore, ma ci sono anche la palla di pallavolo o gli strumenti musicali.
Sono le passioni delle ragazze. Il trattore appartiene ad una ragazza che studia cura e benessere animale, che è innamorata del mondo dei pastori e ama stare in mezzo alle stalle. La palla da pallavolo appartiene ad una ragazza che gioca ad alti livelli, lo sport per lei è anche una forma di retribuzione.

Come contatti le ragazze in tutta Italia?
Tramite passaparola. Sono partita da una gruppo di amiche, ma sono arrivata al quinto, sesto step di passaparola. Così fotografo ragazze che non conosco.

Cosa prevedi di fare con questo progetto?
Mi piacerebbe proporlo editorialmente soprattutto a riviste femminili, ma anche ad altri. Vorrei realizzare un libro, ma tale progetto avrebbe dei costi elevati.

Come prevedi il tuo futuro tra dieci anni?
Mi piacerebbe moltissimo riuscire ad entrare nell’universo del fotogiornalismo per raccontare il mondo in cui vivo. Viaggiare, zaino in spalla e macchina fotografica … Costerebbe fatica, ma farebbe parte del gioco.

Che città hai visitato grazie al progetto?
Paesini di tutta la Lombardia, ma anche Roma. Sono in programma Padova, Verona, Torino, Firenze e Bologna.

Letizia, 22 anni, Crema (CR)

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“L’altra parte di me”, omosessualità a teatro per le scuole, intervista a Daniele Camiciotti

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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L’Associazione Teatro2 ha intenzione di portare nelle scuole l’adattamento teatrale di L’altra parte di me di Cristina Obber, la storia di due giovani ragazze che si innamorano e vivono la propria storia d’amore attraverso svariate difficoltà. Daniele Camiciotti, presidente e fondatore dell’associazione, ci ha parlato dell’iniziativa.

Ciao Daniele, raccontaci come è nata l’Associazione Teatro2.

L’associazione Teatro2 è nata nel 2002 a Milano ad opera di un gruppo di appassionati di teatro che ha voluto pensare ad un’associazione che avesse come punto di riferimento i giovani. L’associazione è attiva su diversi fronti: l’insegnamento del teatro nelle scuole tra Lombardia e Piemonte, corsi serali intermedi e avanzati, teatro extrascolastico.

Vi occupate spesso di tematiche sociali?

No, ma è capitato che ci occupassimo anche di tematiche sociali, abbiamo fatto per esempio uno spettacolo sulla mafia ambientato a Locri, un testo chiamato Sinfonia del diavolo sulla Shoah. Adesso è il turno di uno spettacolo a tematica LGBT con l’intento preciso di prevenire il bullismo omofobico nelle scuole.

Parlaci del progetto L’altra parte di me.

Il progetto L’altra parte di me è nato semplicemente leggendo l’omonimo libro. Un paio d’anni fa ho letto il romanzo, mi è piaciuto molto perché è attuale e vero, così ho deciso di contattare l’autrice per proporre un adattamento teatrale. A Cristina Obber l’idea è piaciuta, si è creata una grande sintonia. Abbiamo cercato negli anni scorsi dei finanziamenti, ma a vuoto, soprattutto perché in questo periodo le persone spendono poco così le attività culturali ne risentono. Da circa un mese è partita un’attività di crowdfunding per reperire soldi attraverso donazioni da privati o associazioni. Abbiamo bisogno di 10 000 euro per la prima e dieci rappresentazioni nei teatri di tutta Italia, per questo motivo la cifra è alta e ambiziosa.

Di cosa parla lo spettacolo?

Il tema centrale è essere se stessi e la storia d’amore. La trama segue la vita di due ragazze, è una storia di crescita fatta di esperienze positive ma anche negative come liti e prese in giro. Una delle ragazze, stufa di tutto questo parlare di sé, tappezza tutta una stanza con la parola “lesbica”. Alcune compagne di scuola mettono sul profilo Facebook della ragazza immagini di porno lesbico per prenderla in giro. Il finale è positivo, il messaggio che vuole passare l’autrice è che l’amore vince tutto. “Di amare non si decide, accade”, è frase che ricorre nel testo. Le ragazze superano le difficoltà grazie all’amore, che è un valore universale che va oltre il sesso, alla fine vengono accettate dai genitori e vivono una bella storia d’amore insieme.

Raccontaci qualche informazione sulla compagnia dell’Associazione.

La compagnia stabile è formata da uomini e donne che lavorano insieme da tanti anni, hanno appena prodotto l’Alcesti. L’altra parte di me è una produzione nuova, se riusciremo a raccogliere i fondi necessari faremo dei casting con nuovi attori e la produzione partirà da zero, anche perché noi abbiamo solo due donne nella compagnia, di età troppo matura per interpretare delle ragazze adolescenti.

Come mai avete scelto di parlare proprio di omofobia?

E’ un tema attuale e soprattutto vogliamo prevenire i fenomeni di bullismo omofobico che spesso avvengono nei contesti scolastici. Ci sono ragazzi che sono discriminati a causa del proprio orientamento sessuale in età adolescenziale. Abbiamo deciso di trattare questo tema spinoso per rendere consapevoli dell’origine di queste discriminazioni e fare un discorso di accettazione. Anche recentemente c’è stato un caso di bullismo e si sono verificati dei suicidi. Cerchiamo di partire dalle scuole parlare di apertura e soprattutto per passare l’idea che è profondamente sbagliato essere discriminati per il proprio orientamento sessuale, una persona deve essere libera di essere se stessa, di parlare, di confrontarsi e di acquisire maggiore consapevolezza e rispetto.

Come mai proprio il libro della Obber?

Perché l’ho letto casualmente e mi è piaciuto molto, ha un li linguaggio giovanile, fresco e diretto. Siccome mi occupo per lavoro di teatro per ragazzi ho deciso di unire le due cose. Inoltre non ci sono molti testi che trattano di tematiche adolescenziali legati al mondo delle lesbiche, è una tematica poco affrontata nella letteratura. Si trovano per lo più libri su storie d’amore tra adulte.

Avete già preso contatti con le scuole?

Non abbiamo ancora preso contatti perché la produzione partirà solo se raggiungeremo un budget specifico. Prenderemo però contatti in seguito. La prima si terrà a giugno a milano, ma poi lo spettacolo verrà proposto all’interno dei contesti scolastici. Ci aspettiamo reazioni positive, come quelle che l’autrice ha riscontrato presentando il proprio romanzo nelle scuole di tutta Italia. E’ stato affermato che era ora che ci fosse qualcuno che parlasse di queste tematiche impegnative all’interno dei contesti scolastici perché sono argomenti che non si affrontano tutti i giorni. Io mi aspetto una reazione positiva e di accettazione a questo spettacolo.

Non avete paura che qualcuno vi accusi di portare il gender nelle scuole?

Non abbiamo paura. Mi rendo conto che è una tematica spinosa che potrebbe dar fastidio. Francamente non mi interessano le reazioni perché io considero questo tema molto importante e penso che far prevenzione e far conoscere queste tematiche legate al bullismo omofobico sia fondamentale, lo considero una necessità in un momento come questo in cui i fenomeni di bullismo sono in grande misura presenti. So che ci sarà qualcuno che storcerà il naso, che ci bollerà come eretici e che ci caccerà con dell’acqua santa. Supero però queste cose perché sono molto motivato, credo molto nel testo e nell’adattamento teatrale e ritengo che sia fondamentale trattare di questi temi. Se incontrerò delle persone che storceranno il naso o mi diranno che non sono interessati, benissimo, ci rivolgeremo altrove.

Avete modificato la trama nell’adattamento teatrale?

No, il testo mi è piaciuto molto. Abbiamo fatto modifiche minime legate all’adattamento teatrale. E’ difficile rendere a teatro per esempio il mare o alcuni contesti che ci sono nel libro. Siamo stati molto fedeli nel complesso. Abbiamo anche ripreso parti del testo.

Io non posso entrare. Episodio di razzismo a Lissone

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

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Il 19 novembre 2017 si è verificato al Lola Living Bar di Lissone (MB) un grave episodio di razzismo in quanto ad una famiglia multietnica non è stato consentito di entrare nel locale per un aperitivo. Abbiamo intervistato la protagonista dell’accaduto, Annebeatrice Adesanya, una studentessa di veterinaria prossima alla laurea classe 1992, di madre italiana e padre nigeriano.

Ciao Anne, ci racconti la tua versione dei fatti?

Il 19 novembre 2017 avevo intenzione di festeggiare il mio compleanno presso il Lola Living Bar di Lissone. Prima di presentarmi al locale ho effettuato la prenotazione telefonicamente, poi ho ribadito il numero dei miei invitati mediante un messaggio su Facebook e uno su Whatsapp. Vorrei sottolineare che nessuno mi aveva detto che per entrare in quel locale ci saremmo dovuti tutti vestire classici o eleganti. Ci siamo recati al locale, ognuno con mezzi propri e ci siamo incontrati all’esterno, nel parcheggio. Eravamo presenti io, mio fratello Anthony, la sua fidanzata italiana, il mio ragazzo Morad di origini marocchine, mia madre, una mia amica italiana e in seguito ci ha raggiunto mio padre.

Si è avvicinato il buttafuori del locale e ha chiesto se avevamo la prenotazione, noi abbiamo risposto di sì. Il proprietario è entrato nel locale, subito dopo è uscito e si è messo alla porta. Ci siamo avvicinati per entrare dopo che mio padre ci ha raggiunto, il buttafuori ci ha fatto aspettare cinque minuti fuori dopo aver detto che aveva già riferito all’interno della mia prenotazione . Io non ho mai detto il mio nome quindi lui non ha controllato la mia prenotazione. Ha detto che stavano controllando. Dopo cinque minuti mio fratello chiede di poter entrare all’interno del locale perché sente freddo. Fuori c’era una temperatura bassa. Il buttafuori ci ha detto che dovevamo continuare ad aspettare fuori. Ho chiesto spiegazioni riguardo alla prenotazione e mi ha risposto che il tavolo c’era ma non potevamo entrare. Abbiamo iniziato ad innervosirci. A questo punto è uscito il proprietario, che ha fatto parlare il buttafuori, il quale ha sostenuto che noi non potevamo entrare per problemi di abbigliamento. Sono stati presi di mira il mio ragazzo Morad e mio fratello Anthony. Il mio fidanzato era vestito con dei Jeans, delle scarpe Air Force basse nere e grigie, una giacca parca con maniche in pelle e verde militare e un cappellino. Mio fratello aveva pantaloni neri, scarpe bianche, giacca nera. Nel frattempo, nel locale entravano ragazzi vestiti in modo simile.

Ho chiamato i carabinieri, una signora ha chiesto quale fosse l’emergenza, ho risposto che non mi facevano entrare in un locale perché avevo pelle nera. Mi hanno passato i carabinieri che hanno chiesto di parlare con i proprietari del locale, i quali si sono rifiutati di rispondere. E’ arrivata una pattuglia. I carabinieri sono andati a chiedere spiegazioni all’interno mentre venivano registrati i documenti di un gruppo rappresentante per avere un verbale. I carabinieri si occupano non delle questioni legali ma di quelle penali (come una rissa, per esempio), di conseguenza non potevano intervenire se non per sottolineare il fatto che noi non eravamo potuti entrare all’interno del locale.

Il proprietario ha sostenuto che l’unico motivo per cui non ci avevano fatti entrare era il cappellino del mio ragazzo, ma mio fratello ha ribadito che il cappellino si poteva togliere senza problemi. Nonostante ciò, non hanno voluto che noi entrassimo.

Ma voi alla fine avevate il permesso di entrare e vi siete rifiutati di entrare in quanto offesi…

Esattamente.

Sei soddisfatta dell’intervento dei carabinieri?

Non  sono soddisfatta perché pensavo che potessero fare di più di un semplice verbale e oltre il constatare che io dentro quel locale non sono potuta entrare, però ho capito il loro punto di vista, mi hanno fatto intendere che il comportamento del proprietario del locale non era adeguato. Le loro parole testuali sono state: “Noi non potremmo sbilanciarci però…” Mi hanno consigliato di interpellare un avvocato per farmi sostenere in una causa.

Quali altri provvedimenti stai prendendo?

Io e la mia famiglia abbiamo deciso in comune accordo, in quanto erano tutti presenti, di prendere un avvocato. Oltre a questo abbiamo chiamato la stampa (Il cittadino). Seguendo il loro consiglio, ho mandato una mail all’UNAR, un’associazione contro le discriminazioni razziali, spiegando l’accaduto. Mi hanno risposto che mi appoggeranno e stanno valutando la questione per capire “chi deve fare cosa”. Ho inoltre inviato una segnalazione alle Iene e una a Striscia la notizia. Striscia mi ha risposto e mi ha fatto una breve intervista per valutare l’accaduto, mi ha chiesto se sono disposta ad apparire in volto.

Cosa speri di ottenere?

Delle scuse pubbliche, perché sono stata trattata come nessuno mi ha mai trattato in vita mia. E’ inaudito che nel 2017 ci siano discriminazioni del genere e spero che la mia sia un’azione di sensibilizzazione nei confronti di chi giudica una persona da come appare e dal colore della pelle. In Italia e nel mondo oggi ci sono tantissime persone di colore, non voglio che qualcuno valuti e stereotipizzi un essere umano per il colore della pelle perché, come non tutti i neri sono spacciatori o assassini, i napoletani non sono delinquenti,  gli zingari non ti fanno del male e via dicendo. Non vorrei che si facesse di tutta l’erba un fascio.

Che consiglio daresti a chi si trova in una situazione simile?

Prima di tutto di mantenere la calma anche se è molto difficile, perché vivendo un fatto simile in prima persona il primo istinto è quello di aggredire, perché è come se ti stessero violando in qualche modo. E’ umiliante. Da tutte le altre persone intorno poi c’è stata pochissima solidarietà. Se mi fossi trovata dall’altra parte sicuramente avrei detto o fatto qualcosa. Consiglierei anche di non fermarsi davanti a queste cose, di andare avanti e di denunciare.

Che atteggiamento adotti in simili situazioni?

Cerco di mantenere la calma, perché ho capito che l’ignoranza è molto difficile da combattere. Di fronte ad una persona ignorante, stupida e maleducata cerchi di mantenere la calma e di capire cosa sta succedendo.

Ti è mai capitato in passato un fatto simile?

E’ la prima volta che mi capita una cosa del genere. Sicuramente ho provato, ad esempio andando in una gioielleria, oppure entrando in un negozio molto costoso, che mi guardassero come se io non mi potessi permettere i loro prodotti. Però col tempo ho smesso di farci caso. E’ anche vero che sono stati casi molto isolati. Un evento come quello capitato a Lissone non mi è mai capitato.

Secondo te perché il locale ha adottato questo comportamento?

E’ una bella domanda, è una cosa a cui non so rispondere e sto aspettando che rispondano loro.

Secondo te perché accadono episodi simili?

Uno dei problemi principali sicuramente sono i media, perché come abbiamo visto negli ultimi tempi ci sono tantissimi telegiornali, social e politici che cercano di attribuire agli immigrati colpe che non hanno, come per esempio la mancanza di lavoro o la crisi economica.

Secondo te come potrebbe migliorare la situazione?

Migliorare la situazione è difficile, ma col tempo succederà, perché sempre più persone si troveranno a sposare e ad avere dei figli con persone che sono straniere. Aumenterà il numero della popolazione mulatta e si inizierà ad aprire gli occhi.

La situazione dei neri in Italia migliorerà quindi secondo te?

Sì, però anche l’Italia deve migliorare.

Mi fai qualche esempio di episodi in cui ti sei sentita accettata?

In tutte le discoteche di milano non ho mai avuto problemi ad entrare, a scuola mi sono sempre trovata bene con i professori, lo stesso vale per l’università. Non mi sono mai sentita inadeguata in una situazione per il colore della mia pelle.

Sei mai riuscita a cambiare l’opinione di una persona che ti stava discriminando?

No, perché raramente le persone ti discriminano.

Magari non una discriminazione palese, mi riferisco ad un atteggiamento un po’ “freddo” nei tuoi confronti.

Non ne ho mai incontrati. Riesco ad avere un buon rapporto con tutti.

Cosa vorresti dire ai padroni del locale?

Che hanno fatto una pessima figura. Che non hanno nemmeno avuto il coraggio davanti ai carabinieri di “continuare per la loro strada”, perché quando sono arrivate le forze dell’ordine hanno cambiato opinione. Non avrebbero dovuto per nessuna ragione cambiare punto di vista e mentire, perché non è corretto.

Pensi che la discriminazione in Italia influenzerà il tuo futuro?

E’ una cosa a cui ho pensato molte volte in realtà. Perché è una cosa che vivi, senti come parlano le persone in giro. Penso che da un lato potrebbe discriminarmi  e che il colore della mia pelle potrebbe essere un ostacolo, dall’altro ho fiducia che le cose cambieranno. Potrei tranquillamente trovare il lavoro dei miei sogni e andare avanti, per fortuna non tutte le persone sono uguali.

Cosa ti aspetti dalle istituzioni?

Mi aspetto appoggio, maggiore sensibilizzazione riguardo discriminazioni non solo razziali. E’ ovvio che il colore della pelle è il fattore più colpito, ma vengono colpite anche le persone meno abbienti, che hanno qualche disturbo, o che non riescono a socializzare con gli altri. Vorrei che si attuasse una politica di sensibilizzazione anche per questa causa.

La situazione all’estero secondo te è migliore?

Sì. Ho viaggiato molto, sono stata a Parigi, a Praga, a Berlino, e ho visto un popolo che è completamente diverso dal nostro. Ci sono un sacco di coppie miste, di persone di colore, che vanno in giro tranquillamente.

Tu non hai ancora utilizzato e forse non vuoi usare la parola razzismo. Si può usare in questo caso?

Secondo me sì. Questo è un vero e proprio razzismo. Anche se non detto esplicitamente perché naturalmente è un reato essere razzisti. Però questo è un esempio di quello che è in realtà il razzismo.

Scrive l’autrice di questo articolo:

Una piccola curiosità: l’amica italiana presente sul posto ero io,  e posso confermare la sua versione dei fatti. Conosco Annebeatrice da anni e mai mi sarei aspettata di assistere ad una scena simile. Mi sono vergognata di essere italiana e mi auguro che la percezione dei neri in Italia migliori per la mia amica, la sua famiglia e tutte le persone di colore nel nostro paese.

Intervista con Francesco Guccini, Intervista al Maestrone all’Arcimboldi di Milano

Articolo pubblicato su “Lo sbuffo”

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Venerdì 24 febbraio il teatro Arcimboldi di Milano ha ospitato Incontro con Francesco Guccini con la partecipazione dei Musici, il gruppo che accompagnava la voce del Maestrone durante i suoi concerti. Guccini ha ormai cessato di cantare del 2013 ma, fortunatamente per i suoi fan, non ha ancora perso la voglia di scrivere libri e di rilasciare interviste, come quella che si è tenuta a Milano. L’intervista è stata condotta da Bertoncelli, critico musicale e giornalista aspramente contestato nella storica canzone Avvelenata.

Dall’ultima tournée, Guccini si presenta più invecchiato soprattutto nei movimenti, ma non ha abbandonato il pullover rosso che spesso indossa in pubblico. La platea ha accolto il Maestrone con un’ovazione e Guccini ha risposto con l’umiltà che lo caratterizza e un’arguta battuta di spirito. Ha saputo raccontare il proprio passato con una grande abilità oratoria e una straordinaria simpatia, infatti ha divertito il pubblico con non poche esilaranti battute. La qualità dei contenuti non è però stata all’altezza dell’abilità del narratore, infatti gli appassionati di Guccini e coloro che avevano dimestichezza con le sue interviste e biografie non hanno scoperto nulla di nuovo sul cantautore. Altra pecca dell’incontro è stato l’impianto stereo del teatro, infatti coloro che sedevano sui palchi facevano fatica a sentire la voce del Maestrone.

Bertoncelli è rimasto nell’ombra per la maggior parte dell’intervista, restando in silenzio dopo aver posto le proprie sintetiche domande al maestrone. Al termine dell’intervista, il giornalista e il cantautore hanno assicurato di hanno essere amici nonostante l’aspro riferimento a Bertoncelli nell’Avvelenata. Quest’ultimo ha persino ottenuto una certa popolarità grazie a tale episodio.

 

L’intervista è durata un’ora, dopo la quale Guccini si è congedato per lasciare spazio alla musica. I Musici sono composti da cinque componenti: chitarra, basso, batteria, sassofono, tastiera. Tra tutti ricordiamo alla chitarra Juan Carlos Biondini, noto a tutti come Flaco, grande amico del Maestrone. I Musici hanno accompagnato Guccini per gran parte della sua carriera, il loro supporto è stato fondamentale per lui. Ancora oggi, sebbene Guccini abbia smesso di cantare, il complesso porta la musica del cantautore in giro per l’Italia affinché sia ancora possibile gustare le sue note in un live.

Ascoltare i brani di Guccini cantati da un’altra voce trasmette una certa malinconia, eppure il concerto è stato interessante e coinvolgente, soprattutto per gli a soli di sassofono. Il Maestrone era solito aprire i propri concerti con Canzone per un’amica e concluderli con La locomotiva, ma i Musici hanno preferito infrangere la tradizione e seguire un altro ordine. La locomotiva ha ricevuto uno strepitoso applauso dopo il verso “la fiaccola dell’anarchia” per l’evidente riferimento politico, inoltre il pubblico ha manifestato più volte la propria approvazione nel corso dell’intero concerto, ma l’esibizione non ha riscosso l’entusiasmo dei concerti di Guccini di un tempo: dopotutto mancava lui, il grande protagonista. Chissà se Guccini ha seguito il concerto dietro le quinte o se, considerata l’età, se n’era andato a dormire.

L’incontro di Milano, che è riuscito a riempire la platea come molte altre interviste di Guccini, non è stato il primo e non sarà l’ultimo evento di questo genere, infatti Guccini vi aspetta a Sanremo, presso il Teatro Ariston, venerdì 28 aprile e a Cesena, presso il Carisport, sabato 13 maggio. Si spera che il pubblico continui ad essere numeroso, si tratta delle ultime opportunità di incontrare il Maestrone dal vivo prima che il peso degli anni si faccia troppo pesante. Una cosa è certa: Guccini non è più giovane e arzillo, pertanto le sue uscite in pubblico trasmettono solo tanta malinconia.

 

Fonti:

http://www.ticketone.it/

http://teatroarcimboldi.it/event.php?id=592

http://www.francescoguccini.net/i-musici-di-francesco

 

 

Intervista a giovani modelle

74473 Il mondo della moda è frequentato non solo da celebrities, ma anche da giovani modelle sconosciute che praticano questo affascinante mestiere come seconda professione o semplicemente per hobby. Si tratta di un lavoro che può essere anche molto faticoso, perché le ragazze sono tenute a “stare in piedi molte ore sui tacchi e sorridere sempre”, ma anche molto gratificante, infatti può offrire l’occasione di “fare viaggi molto belli, per esempio in Grecia o in Marocco.

Ci svelano i segreti del mestiere Elisa Mogicato, una ragazza di 23 anni laureata in Scienze della Comunicazione occasionalmente hostess, e Veronica, una ventottenne con Diploma perito aziendale che lavora come hostess e fotomodella. Gloria, di anni 25 e laureata in Scienze dell’organizzazione e management, ci racconta invece il punto di vista di chi seleziona le ragazze per le serate.

Elisa ci spiega come entrare in contatto con le agenzie di moda: “Per diventare Hostess o modella bisogna trovare le agenzie che se ne occupano, via internet o tramite conoscenze. Molte di queste chiedono di vederti dal vivo prima di assumerti, per valutare se il tuo aspetto è lo stesso delle fotografie. Io non ho un contratto a lungo termine, infatti ogni volta che vengo chiamata firmo un contratto diverso.” Veronica conferma: “Per fare la modella bisogna inviare il proprio curriculum e le proprie foto alle agenzie e in seguito sostenere dei casting per le varie attività. I contratti sono occasionali, vengono stipulati esclusivamente per il lavoro per la quale ti hanno scelta.”

Farsi conoscere dalle agenzie può essere piuttosto difficoltoso, infatti solo “quando capiscono che sei affidabile ti chiamano molto spesso”, ci informa Elisa e Veronica aggiunge: “La concorrenza è tanta e ogni servizio ha bisogno di canoni e requisiti fisici diversi”.

Vogliamo sapere quante ore lavorano al mese le ragazze, ma Elisa non sa fornirci informazioni: “E’ difficile quantificare le ore lavorative o i giorni di lavoro in quanto dipende dal periodo dell’anno.” Veronica invece è più precisa, infatti ci informa: “Siccome faccio questo lavoro da tanto tempo, riesco a lavorare circa 20 giorni al mese circa. Le ore variano in base alla tipologia del servizio da svolgere.” Ci rivela dati precisi anche per quanto riguarda i pagamenti: “In media sono 100€ al giorno, ma non si può stabilire un compenso medio. Dipende dal cliente e dal tipo di mansioni svolte.

Entrambe sono d’accordo sul fatto che l’aspetto più faticoso della loro professione è calzare tacchi vertiginosi per ore e apparire sorridenti e disponibili nonostante la stanchezza, inoltre Veronica ci rivela che “l’aspetto più “difficile” è relazionarsi ogni giorno con persone diverse, che può essere anche un lato positivo.

Siccome l’età avanza e il requisito fondamentale per fare la modella è la giovinezza, Elisa ci confida che preferirebbe dedicarsi “ad altro perché è un lavoro che puoi praticare solo fino a quando sei giovane” e Veronica conferma le parole della collega.

Vogliamo capire come mai lavorare nella moda è il sogno di molte ragazzine. Veronica ci rivela che “sono molti i momenti gratificanti: vedere un servizio fotografico riuscito bene o addirittura il semplice fatto di essere richiamata dallo stesso cliente perché è piaciuto il tuo modo di lavorare.

Dietro la promessa di grandi soddisfazioni possono celarsi dei pericoli, infatti Elisa ci avverte: “alcune vengono raggirate perché si affidano ad agenzie fasulle, che chiedono alle ragazze di pagare onerosi book fotografici per poter lavorare con la suddetta agenzia.” Veronica invece nega: “Che io sappia, no. Ma può capitare, come può capitare a qualunque ragazza in qualsiasi professione.

Gloria ha 25 anni, una laurea economica in tasca e seleziona le ragazze per i vari servizi. Le chiediamo di spiegarci in che cosa consiste la sua professione: “Le mie mansioni sono varie, io lavoro per un ufficio che si occupa di eventi e serate, dove ho il compito di scegliere e gestire diverse modelle e ragazze immagine per le serate e spiegargli il lavoro da fare. Questo lo definisco il mio lavoro principale, ma non avendo l’obbligo di presenziare in ufficio continuo parallelamente il mio lavoro da modella con i clienti con cui ho lavorato in passato, visto che sono ancora giovane e posso sfruttare questo lavoro fin quando posso.” Ci racconta poi brevemente come ha iniziato questa professione: “Un’amica, una modella e hostess che lavora sempre seriamente, mi ha contattata per questa posizione.

Il primo passo è rintracciare le modelle: “Principalmente contatto io le più valide tramite Facebook o contatti di conoscenza; talvolta può accadere che molte mi contattino perché interessate, allora tramite casting le conosco e le seleziono.

La “scuderia” di Gloria è molto numerosa, infatti le sue ragazze sono “in totale una cinquantina, dipende dai periodi”. Gloria è molto esigente: “Oltre ad avere bella e impeccabile presenza, le ragazze devono essere affidabili, solari e dinamiche.

Abbiamo chiesto a Gloria se le è mai successo di non avere a disposizione abbastanza ragazze per una serata. Ecco la sua risposta: “Può capitare, soprattutto con le ragazze nuove appena inserite, che non prendendo seriamente l’impiego e disdicono all’ultimo; questo mi causa improvvise chiamate e e-mail per cercare di rimpiazzarle, coprendo sempre i buchi, perché il mio lavoro consiste anche in questo!

L’attività di Gloria presenta molte difficoltà, per esempio “essere sempre impeccabile e a disposizione per tutte le richieste fatte dai miei capi, ad esempio più ragazze per la serata, outfit particolari a tema o sostituzioni per quelle che non lavorano bene ma, soprattutto, avere ‘la patata bollente’ di comunicarlo alle ragazze.

Il suo lavoro però può dare molte soddisfazioni: “Quando un evento viene particolarmente bene e tutto funziona alla perfezione, il merito è delle ragazze ma anche mio.

Vogliamo poi sapere quanto tempo dedica a questa attività: “Lavoriamo molto, generalmente 6 gg la settimana, ma la mia presenza non sempre è necessaria”.

E’ nelle mani dei ‘filosofi del tornio’ la ripresa italiana, parola di Antonio Calabrò

Il segreto per la ripresa è costituito da industrie all’avanguardia gestite da imprenditori, manager e ingegneri di cultura, dei ‘filosofi del tornio‘ consapevoli dell’importanza dell’impresa nella vita sociale della collettività. E’ su questo concetto che si sviluppa il saggioLa morale del tornio, pubblicato da Egea, di Antonio Calabrò -Senior Advisor Cultura di Pirelli & C. e Responsabile del gruppo Cultura di Confindustria. Le imprese italiane sono, secondo l’Autore, forti e degne di essere apprezzate dai mercati internazionali, grazie alla secolare cultura del bello e della qualità radicata nel territorio italiano.

L’Expo è la riprova insieme del peggio dell’Italia e del meglio dell’Italia. Una straordinaria capacità realizzativa“, la nostra sfida èuna sfida culturale“. Calabrò ci accoglie così, nell’elegante sede di Via Bicocca degli Arcimboldi della Pirelli, per questa lunga chiacchierata sulla cultura alla radice della ripresa. […]

http://www.lindro.it/0-cultura/2015-04-14/173642-il-tornio-ci-salvera

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Said, mi racconti il Senegal?

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Said è un bel ragazzo di 22 anni ricoverato nel mio stesso reparto che, dopo aver letto la bozza degli articoli dedicati a Manuel (clicca qui e qui per leggerli), ha deciso di farsi intervistare sul suo paese d’origine, il Senegal.

– Grazie, Said! Allora, cosa mi vuoi raccontare? – domando con un ampio sorriso d’incoraggiamento.

Said resta in silenzio, il suo sguardo si abbassa, serra le labbra carnose e i suoi occhi grandi diventano pensierosi, poi mi risponde un timido e cavernoso: – Non lo so

– Dai, su, non essere timido, puoi raccontarmi quello che vuoi!- lo incito

Potrei raccontarti la storia di Kirikù

– Solo se è diversa dal cartone animato – rispondo con gentile fermezza.

Bè, Kirikù è uscito da solo dal ventre di sua madre e, appena nato, sapeva già correre. – Niente da fare, non ci siamo proprio, siamo anni luce da una storia interessante per il mio blog.

– Said, scusami ma questa storia la conosco già… – Rispondo, mentre il mio amico sospira deluso e, dopo qualche secondo, ricomincia a raccontare.

Vedi, il Senegal è un paese molto diverso dal vostro. Da noi le persone sono sempre allegre e cordiali, voi invece siete sempre seri e vi arrabbiate per niente. In Senegal la gente si aiuta a vicenda e le famiglie non vivono separate… Non so come spiegarmi… Una coppia vive vicino ai cognati e ai cugini, insieme si aiutano; non come fate voi. Poi noi abbiamo un grande rispetto per gli anziani, non li trattiamo come voi. Qui in Italia, non appena uno diventa troppo vecchio, lo sbattete in un ospizio. Noi no, noi lo rispettiamo, non ci verrebbe mai in mente di fare una cosa del genere.

Mi sento un po’ offesa dalle sue parole: mi rendo conto che tutto ciò che ha detto è vero, però sono troppo schifosamente “politically correct” per parlare così sfacciatamente dei paesi altrui e le sue critiche mi hanno un pochino offesa. Istintivamente cerco una giustificazione storica alle mancanze di cui l’Italia è stata appena accusata: – Anche da noi era così prima, ai tempi dei miei nonni, quando l’Italia era un paese contadino… – mi zittisco immediatamente, ricordandomi che lo scopo di un’intervistatrice mettere a proprio agio l’intervistato restando imparziale. C’era mancato poco che gli sbrodolassi in faccia una lezione sulla graduale mutazione della famiglia italiana dal dopoguerra ad oggi, le drammatiche conseguenze dell’invecchiamento della popolazione in una società che rinnega la vecchiaia e la morte o le analogie tra le critiche che lui aveva appena rivolto all’Italia e ciò che i Meridionali rimproverano ai Settentrionali.

Vorrei non aver mai aperto bocca, ma ormai Said deve avere avvertito la mia irritazione perché ha bruscamente cambiato argomento: – In Senegal c’è un lago rosa. – Afferma solennemente.

– Ah sì? Ma che figata!!!

Sì, l’acqua è rosa. E tu puoi andare in barca, pescare e fare il bagno nel salatissimo Lago Rosa, il Lago Retba.

– Perché è rosa? –

In che senso?

Per quale motivo l’acqua è rosa? C’è qualche sostanza particolare nell’acqua? Oppure il fondale è costituito da materiale rosa? –

Non lo so… boh!

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Avevo appena ricevuto quel genere di risposta che avrebbe fatto venire il latte alle ginocchia di qualunque intervistatore. e si inizia a parlare di un argomento, poi devi trattarlo in maniera approfondita, non si può rispondere “Non lo so”! Questa volta però non dico nulla, cerco di mettere a mio agio l’intervistato con il più gentile dei sorrisi. Il sorrisone falso e ruffiano ha funzionato, infatti Said ricomincia a parlare!

Devi sapere che in Senegal non si può fare del male ai gatti perché ciascuno di loro è protetto da un angelo custode. Se si osa maltrattarne uno porta sfiga, un po’ come da voi per i gatti neri. Non so cosa siano questi esseri, puoi chiamarli angeli custodi o… spiriti. Anche gli uccelli sono protetti dagli spiriti, perciò fare loro del male porta sfortuna. In verità tutti gli animali hanno degli spiriti protettori, anche se non viene detto in modo esplicito.

Oh, finalmente del buon materiale su cui scrivere!

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– E poi? – domando incuriosita

E poi cosa?

– Come continua la storia?

Finisce così, è solo una credenza del Senegal. Cos’altro vuoi sapere?

– Raccontami quello che vuoi – chiedo spazientita, ormai ho perso ogni speranza di ottenere un racconto esauriente dal mio amico.

Per esempio?

– Raccontami una storia. Che ne so… Parlami di una festa popolare.

Beh, in Senegal non ci sono feste nazionali religiose perché nel mio paese convivono religioni differenti: oltre ai Musulmani ci sono i Cristiani Copti… Io sono Musulmano e una festa che mi piace molto è la grande preghiera collettiva che si svolge al termine del Ramadam.

– Chissà che festeggiamenti …

No, è una grande preghiera, preghiamo tutti insieme. E basta.

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Immagine tratta da http://www.atlantic.com

Mi rendo conto che Said è un uomo di poche parole: enuncia i fatti in maniera sintetica e precisa, senza perdere troppo tempo nelle descrizioni dettagliate e particolareggiate che invece servirebbero a me. E’ impossibile ottenere da lui i dati necessari per scrivere un articolo scorrevole e non soltanto perché Said non sa raccontare, ma anche perché mi ritiene troppo italiana per comprendere il suo paese E come si fa a raccontare il Senegal ad un’italianotta che non c’è mai stata? Come sradicarla dalla malinconica corsia d’ospedale in cui si trova e farle assaporare i suoni e i colori dell’Africa? Said non ha nulla di cui parlarmi, eppure sembra deciso a proseguire l’intervista, infatti mi rivela:

Quando eravamo piccoli giocavamo a far rotolare in avanti dei cerchi di ferro, sospingendoli con dei bastoni. Era un gioco molto divertente, ma anche molto difficile: per non far cadere il cerchio era necessario colpirlo solo dal basso e in maniera non troppo forte. Dovevamo inoltre cercare un terreno senza sassi e ben spianato, altrimenti le pietre ostacolano la sua corsa.

– Ma dai?! Ci giocavano anche i nostri nonni!

Già. Ci giocano un po’ dappertutto.

Serro le labbra per non iniziare uno dei miei soliti monologhi da sapputella su I giochi dei fanciulli di Brugel o sull’Antica Grecia e continuo ad ascoltare.

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E poi ci sono i Serign. I Serign sono degli eruditi studiosi di religione musulmana che sostengono di avere il dono della veggenza e mettono le loro capacità al servizio della popolazione. Il Serign ti offre una bottiglia d’acqua in cui ha pregato e che devi usare per lavarti, in modo tale da purificarti dal male; dopo aver pregato, devi bere tre sorsi d’acqua da una seconda bottiglia. Solitamente ci si rivolge ai Serign per purificarsi dal male, dal malocchio o dalle malattie, oppure per richiedere una pozione magica.
Ci sono un sacco di incantesimi per curare le malattie… Uno di questi, utilizzato da un popolo che non è il mio, prevede di strofinare alcune piante su un sasso per poi applicarle sulle ferite.
Infine ci sono gli Imam, che riescono a far rinvenire i matti pregando mentre pongono le mani sulla loro nuca. L’Imam è una sorta di sacerdote, ma a differenza dei vostri preti si può
sposare. In città l’Imam è più che altro uno studioso del Corano, perciò le sue preghiere sono più potenti di quelle delle persone comuni. Alcuni Imam studiano anche il francese.

– Ecco Said, questa si che è una storia!

Sì, è interessante. Adesso però sono stanco, vado a dormire, buonanotte!

Mi ritrovo così tutta sola nella corsia dell’ospedale semideserta con il quadernetto ancora aperto sulla pagina che avevo riservato a Said, con tante tracce interessanti e nessuna vera storia da raccontare.

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Immagini tratte da weheartit.it