Il sessismo ad Hollywook

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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E’ difficile parlare di sessismo sul grande schermo, Internet abbonda di pareri contrastanti e così numerosi che è difficile trarre delle conclusioni, ma indubbiamente Hollywood discrimina le donne.

Nell’ormai lontano 1985 la fumettista Allison Bechdel realizzò una tavola per denunciare il sessismo nel cinema, creando il celeberrimo Bechdel Test. Per misurare la presenza e l’importanza delle donne nei film, bisogna porsi tre semplici domande. Ci sono almeno due donne con ruoli importanti nel film? Le due donne parlano tra loro? Conversano su qualcosa che non riguardi un uomo? Se si può rispondere affermativamente a tutte e tre le domande, allora il film non è sessista. Molte delle pellicole più amate nella storia del cinema non superano il test, tra queste citiamo Harry Potter, Star Wars, Pulp Fiction; il principale film ad aver passato l’esame negli anni Ottanta è Alien, ma ultimamente sono comparsi anche dei grandi successi come The Hunger Games, The Iron Lady, Frozen e Savages.

Non tutti ritengono che il test sia valido, per esempio il critico cinematografico svedese Hynek Pallas lo giudica inutile e fazioso: “Ci sono fin troppi film che passano il Bechdel Test e non aiutano affatto la società ad essere migliore o più paritaria e altrettanti film che non lo passano ma sono meravigliosi su tanti altri fronti”. E come classificare le opere come Gravity? La trama prevede che un uomo e una donna nuotino soli nello spazio, non è possibile sottoporre il film al test. Infine i film storici, in cui la donna tenderà a ricoprire un ruolo subalterno perché nell’epoca dei fatti sarebbe stata effettivamente discriminata, non supererebbero l’esame.

Un altro criterio per giudicare l’importanza delle donne al cinema è misurare il numero di battute riservate ai personaggi appartenenti a tale genere. La Disney ha avuto un andamento altalenante: Biancaneve prevede un perfetto equilibrio di battute tra i due sessi, ma in Aladin, capolavoro più recente, la bella Jasmin pronuncia solo il 10 percento delle battute; con Brave si è verificato un recupero perché la protagonista ha il 75 percento delle battute. Forse tale criterio non è affidabile.

Secondo un altro metro, si dovrebbero prendere in considerazione le tipologie di complimenti che i personaggi femminili ricevono. Per quanto riguarda la Disney, i primi lungometraggi prevedevano apprezzamenti solo sull’aspetto fisico per le fanciulle, durante il Rinascimento Disney invece sono aumentate le critiche positive sulle capacità e le azioni delle principesse. Nelle ultime pellicole gli stereotipi femminili vengono ribaltati, pertanto le protagoniste sono apprezzate anche per qualità non tipicamente femminili. Sicuramente nel corso degli anni c’è stato un miglioramento da questo punto di vista.

Per quanto riguarda le aspettative di carriera per una donna nel mondo del cinema, Hollywood è sessista: dal 1960 al 2012, solo 4 film con una protagonista donna e prospettiva femminile hanno vinto l’Oscar, la prima regista a vincere il riconoscimento ha inoltre ritirato la statuetta nel 2009, mentre sino al 2012 le registe nominate all’ambito premio sono quattro. Andando al cinema, si incontreranno più film con protagonisti maschili e nel 2012 solo il 16% dei protagonisti sono donne tra tutti i lungometraggi realizzati. I film con protagonisti maschili non solo sono maggiori di numero, ma sono anche più celebrati dagli ascolti e dalla critica e presto scopriremo insieme il motivo. Ma proseguiamo con i numeri: nel 2012 i votanti all’Academy hanno 62 anni d’età media, sono per il 94% bianchi e uomini per il 77%; nello stesso anno il 98% dei film candidati all’Oscar sono stati diretti da uomini, l’84% sono stati scritti da uomini e il 70% hanno un maschio come protagonista. Purtroppo le donne non hanno problemi ad identificarsi in un protagonista maschio, mentre gli uomini farebbero fatica ad appassionarsi alle avventure di un’eroina, secondo una credenza diffusa: per questo motivo Hollywood, affezionato al pubblico maschile, predilige personaggi e artisti uomini.

Anche quando si parla di donne protagoniste, le fanciulle in questione sono sempre giovani, magre, attraenti e, soprattutto, bianche. Negli anni Novanta c’è stato un leggero aumento di donne protagoniste e soprattutto di attrici non caucasiche, ma la percentuale è scesa nel decennio successivo. Queste donne protagoniste sono le regine incontrastate dei film Chick-Flick, un termine denigratorio che indica tutte quelle pellicole rivolte ad un pubblico femminile che trattano temi molto romantici e zuccherosi. Fortunatamente, oggi giorno molte di tali opere sono diventate inguardabili e vengono considerate il trionfo degli stereotipi. Le eroine di tali film sono, per esempio, la manager autoritaria e esigente che ha consacrato la propria vita al successo, che eventualmente rinuncerà alla carriera per l’amore, oppure la sciatta che si trasforma in una prima donna affascinante e bellissima, ma fa innamorare il proprio uomo per le proprie qualità interiori.

Le storie d’amore sono commedie melense e banali: due persone che si odiano ma finiscono per amarsi, si frequentano per scommessa per poi trasformarsi in una coppia stabile, qualcuno che finge di essere diverso comprendendo solo dopo che il segreto del successo è essere se stessi, oppure lei muore, ma sacrificandosi cambia in meglio l’uomo che ama. Naturalmente non tutti i film del genere sono spazzatura: Harry ti ripresento Sally è un capolavoro, Thelma & Louise è addirittura un lungometraggio femminista; purtroppo la maggior parte di tali opere sono assolutamente stereotipate e prive di spessore. Il problema non è l’esistenza in sé di film appartenenti a tale categoria, purtroppo però le donne compaiono solamente in tale genere, come se a loro interessasse solo trovare l’amore.

Ci sarebbero poi le protagoniste degli action movie, da Kill Bill a Tomb Raider o Wonder Woman, ma si tratta di prodotti rivolti ad un pubblico maschile, perché la donna bellissima che interpreta tali ruoli è fortemente sessualizzata. Per quale motivo una donna sentirebbe il bisogno di indossare completini sexy in una situazione in cui ci si deve sporcare le mani come un combattimento?

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“Suffragette”, la lotta per i diritti civili delle donne.

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Suffragette

Suffragette è un film del 2015 della regista Sarah Gavron e della sceneggiatrice Abi Morgan, che racconta la lotta delle donne per il diritto di voto nei primi anni del Novecento. Il tema principale sono naturalmente i diritti civili delle donne, ma vengono trattati anche argomenti altrettanto importanti come il lavoro minorile, i diritti dei carcerati, dei lavoratori e quelli dei manifestanti. Alcune scene del film sono state girate nel Palazzo di Westminster, sede del Parlamento del Regno Unito.

La vicenda è ambientata a Londra nel 1912, la protagonista è Maud Watts (Carey Mulligan) che lavora in una lavanderia da quando aveva sette anni in condizioni di sfruttamento, abuso e rischio per la salute. Dipingendo un ritratto della situazione dei lavoratori nelle lavanderie londinesi e la giovanissima età di alcune dipendenti, il film parla dei diritti dei lavoratori e dei bambini. Nonostante la povertà e la difficile condizione sociale, la protagonista si è guadagnata un ruolo di tutto rispetto nella lavanderia e si è sposata con Sonny, con il quale ha avuto il piccolo George.

Maud entra in contatto con le suffragette sul luogo di lavoro e gradualmente si appassiona alla lotta delle femministe, soprattutto grazie alla collega Violet. Maud si avvicina al femminismo al fianco di Edith Ellyn (interpretata dalla bellissima e celebre Helena Bonham Carter), una farmacista locale che gestisce con il marito una base segreta delle suffragette, e Alice, un’attivista dell’alta borghesia. La lotta per i diritti delle donne si è svolta attraverso azioni aggressive da parte di entrambe le fazioni: le femministe hanno dovuto intraprendere azioni radicali e violente di disobbedienza civile perché era l’unico modo per ottenere l’attenzione dello stato, le autorità hanno attuato una politica di repressione che violava i diritti fondamentali dell’uomo. La polizia ha per esempio attaccato le manifestanti indifese, le detenute in prigione vengono sottoposte a torture. La società inoltre isola e diffama le suffragette, infatti Maud perderà il figlio e il lavoro per i propri ideali.

Ciò che colpisce non sono solo le leggi incivili che limitavano la libertà delle donne, ma anche la mentalità con cui i mariti si approcciavano alle consorti: un uomo si sente in dovere non solo di difendere la moglie, ma anche di decidere circa tutto ciò che riguarda la sua vita, perciò il marito di Edith si sente legittimato a rinchiudere la farmacista in un armadio per impedirle di partecipare ad un’azione politica, come se la donna fosse una sua proprietà. Un marito ha inoltre il diritto di cacciare la moglie di casa se lo desidera e di privarla del figlio, su cui una madre non può esercitare alcun diritto.

Le suffragette al cinema sono state rappresentate soprattutto nel film di Mary Poppins, perciò i più le associano all’immagine che tale film diffonde di loro, dipingendole come delle simpatiche borghesi che si riuniscono per bere il tè e sfilano sorridenti per le strade di Londra. In verità le suffragette erano misere operaie sfruttate e abusate, che non avevano nulla da perdere e pertanto erano disposte a tutto per affermare i propri diritti; il film racconta egregiamente la reale condizione di queste eroine della storia. Abi Morgan scava nei diari e negli archivi alla ricerca di donne e ragazze che hanno rinunciato alla propria posizione sociale per la lotta, oppure di persone come Emily Davison, che ha sacrificato la propria vita sotto il cavallo di re Giorgio V per attirare l’attenzione dei media (alcuni tuttavia sospettano che, differentemente da quanto racconta il film, la morte della donna sia stato un incidente, perchè nella tasca del suo cappotto era presente un biglietto per tornare a casa). Emily Davison è un personaggio del film, al termine del quale compaiono alcune scene del suo funerale. La sceneggiatrice si racconta, rivelando alcune preziose informazioni sulla ricerca che ha preceduto la scrittura dell’opera: “Non c’erano molti documenti scritti dalle suffragette perché la maggior parte di loro erano analfabete e non avevano nemmeno il tempo per imparare a scrivere”.

Nella storia di Maud compaiono dei personaggi storici: la professionista di arti marziali Edith Garrud, che nel 1913 organizzò dei corsi simpaticamente chiamati suffrajitsu per insegnare alle suffragette a difendersi con il jujitsu dai poliziotti, fusa con il personaggio di un’altra femminista realmente esistita, Edith New, una delle prime a compiere atti di disobbedienza civile. Compare inoltre Emmeline Pankhurst, interpretata dalla divina Meryl Streep anche se si tratta di un ruolo secondario, fondatrice nel 1903 e leader del WSPU e una delle più note e importanti figure del movimento suffragista. Le due donne sono state interpretate da due star del cinema pur non essendo le protagoniste e compaiono sulla locandina del film; probabilmente le autrici hanno voluto mettere in risalto tali personaggi proprio attraverso la scelta di attrici illustri.

Il film termina con l’elenco delle date in cui tutti gli stati del mondo hanno adottato il suffragio universale maschile e femminile.

USA, quando le carceri sono popolate soprattutto da neri

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Cosa sappiamo noi Italiani del funzionamento del sistema carcerario americano? Pochissimo, se escludiamo quanto ci mostra il telefilm Orange is the new black, che racconta i dissidi tra le prigioniere di un carcere femminile e l’azienda privata che gestisce l’istituto penitenziario. E’ tuttavia difficile distinguere la realtà dalla finzione, soprattutto perché molte delle avventure affrontate da Piper e le sue amiche sono alquanto improbabili.
La realtà che ci mostra il documentario Netflix 13th è molto più cruda e drammatica: gli Stati Uniti sono abitati dal 6% della popolazione mondiale e comprendono il 25% dei detenuti del pianeta, quasi tutti afroamericani. Il documentario è scandito dalle tappe di una lunga linea del tempo che inizia con la fine della schiavitù e arriva sino ai nostri giorni, mostrando come il numero dei carcerati aumenta vertiginosamente di anno in anno. Gli episodi sono intervallati dai ritornelli di alcune canzoni rap che raccontano la tragica condizione degli afroamericani ingiustamente incarcerati, le storie sono raccontate attraverso interviste di esperti e video storici dei telegiornali o film d’epoca.
Con la fine della schiavitù afroamericana, l’economia del paese, sino a poco prima fondata sullo sfruttamento dei neri, andava ricostruita. Siccome il tredicesimo emendamento della costituzione proibiva ogni forma di schiavitù eccetto quella cui possono essere sottoposti i criminali, si è pensato di trovare un astuto escamotage per incatenare la popolazione nera: la prigione. Complice il Ku Klux Klan quanto le istituzioni, si è diffuso lo stereotipo del negro stupratore, avido, violento e criminale, da temere, perseguire penalmente e rinchiudere. Era l’epoca della segregazione, dei pestaggi, dei linciaggi per strada ma anche delle esecuzioni sommarie da parte di una folla inferocita. Alcuni video agghiaccianti mostrano una realtà che turba profondamente lo spettatore, proponendo scene di violenza che sembrano appartenere ad un mondo lontanissimo, eppure tutto ciò accadeva solo pochi decenni fa.
L’epoca di Nixon diventa più infida: non si parla apertamente di razzismo o di incarcerazione dei neri, però si parla di necessità di sicurezza e di lotta contro la droga, tutto ciò porta inevitabilmente ad un incremento dell’incarcerazione degli afroamericani e dei difensori dei loro diritti civili. Si consolida l’immagine del nero pericoloso, uno stereotipo che si diffonde anche presso la stessa comunità afroamericana. Le immagini ora sono a colori, tratte da vecchi telegiornali e meno violente, ma non per questo meno angoscianti: giovani neri ammanettati caricati sui furgoni della polizia, in attesa di lunghi anni di carcere per reati che non hanno commesso o per crimini minori. Sotto Regan, si diffonde la crak, una droga molto diffusa tra i neri. Il semplice possesso di questa sostanza è punito molto più severamente rispetto a quello della cocaina, ciò comporta un’incarcerazione di massa degli afroamericani.
“Tre colpi e sei fuori” significa che, dopo tre reati gravi, scatta autonomamente l’ergastolo; è questa la nuova politica statunitense. Si garantisce inoltre che un detenuto sconti sempre almeno l’85% della pena, senza ricevere premi per buona condotta o altro. Tutto ciò ha comportato un sovrappopolamento delle carceri americane, famiglie divise e padri che non hanno visto crescere i loro figli, anche per aver commesso un semplice reato minore.
Dopo Nixon e Regan in America è diventato quasi impossibile candidarsi alla presidenza senza proporre un giro di vite nei confronti dei criminali, un giovane nero su tre è destinato a finire in prigione almeno una volta nella sua vita e le percentuali non sono affatto migliorate perché il sistema carcerario è diventato un business gestito da aziende private, alle quali conviene che gli istituti penitenziari siano pieni. Lo scenario di Orange is the new black, in cui una compagnia cinica e spietata gioca con le vite delle detenute per trarne profitto, non è più una finzione drammatica ma la realtà dei fatti, con la sola distinzione che la popolazione carceraria non è equamente suddivisa tra tutte le etnie che vivono negli Stati Uniti, ma c’è una netta maggioranza di neri ed ispanici.
Dimenticatevi soprattutto le romantiche, bellissime e acculturate Piper ed Alex delle classi più agiate nel ruolo delle protagoniste, perché in America chi è ricco può facilmente uscire di prigione pagando la cauzione; sarebbe stato più corretto attribuire il ruolo di prima donna dietro le sbarre ad una sorella del ghetto. Un’altra violazione dei diritti umani è costituita dal patteggiamento: ai criminali colti in flagrante viene offerto di patteggiare ammettendo le proprie colpe, chi si rifiuta e accetta di essere processato rischia un inasprimento della pena; ne consegue che gli arrestati accettano di essere incriminati anche per i reati che non hanno commesso. Un giovane ragazzo ha rifiutato il patteggiamento perché era innocente e ha atteso il processo in prigione; si è tolto la vita qualche anno dopo aver ottenuto la libertà. Un altro grave problema è il reinserimento degli ex detenuti nella società, in quanto sarà molto difficile per loro trovare lavoro, affittare una casa e, in generale, muoversi liberamente negli Stati Uniti con la fedina penale sporca.
Il documentario richiede una certa dose di attenzione perché tratta argomenti seri e complessi, inoltre turba profondamente lo spettatore per la crudezza dei temi trattati. Nonostante ciò, merita di essere visto perché tutti dovrebbero conoscere la tragica violazione dei diritti umani che è in corso negli Stati Uniti attraverso quella che può essere considerata una nuova forma di schiavitù.

Il movimento Me Too

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Aristotele disse che “la dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli“. Ne consegue che anche i personaggi che maggiormente possiedono successo e potere nella nostra società, come le star del cinema e del mondo dello spettacolo in generale, possono non avere una dignità, nonostante i molteplici riconoscimenti sociali. Le vicende che circondano il movimento Me Too hanno messo in discussione la dignità di molti artisti e personaggi dello show business, oltre ad aver posto l’accento sulla tematica della violenza sulle donne, in particolare nel mondo del lavoro.

Ma partiamo dal principio. Il movimento Me Too è una campagna femminista finalizzata alla denuncia delle violenze subite dalle donne, in particolare sul posto di lavoro. Tutto è cominciato dopo la pubblicazione delle inchieste giornalistiche sugli abusi sessuali commessi dal produttore statunitense Harvey Weinstein, focalizzando l’attenzione dell’opinione pubblica su quanto ci sia di torbido dietro le quinte dello show business. L’uomo, un potente impunito, è stato accusato da diverse artiste, che sono state credute pur senza processi e prove, un dato non scontato perchè, sino a pochi decenni fa, una donna veniva considerata priva di dignità se subiva un abuso e non sempre veniva creduta. Harvwy Weinstein è stato denunciato da diverse artiste, tra cui  Asia Argento, Salma Hayek, Rose McGowan, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Cara Delevingne, Mira Sorvino, Rosanna Arquette e Lea Seydoux.

Nell’ottobre 2017 il movimento ha avuto una diffusione virale nel mondo dei social grazie ad un hastag avente la funzione di dimostrare quanto sia alta la frequenza delle molestie sessuali subite dalle donne, raccontando la drammatica storia delle vittime. L’hastag era il nome del movimento che significa “anch’io”, perchè la denuncia di una donna induceva una compagna a prendere la parola e a raccontare un episodio di violenza capitato a lei.

Sempre nel 2017, il movimento Me Too è stato scelto come persone dell’anno dal Time e, sulla copertina del celebre giornale, sono state immortalate, vestite di nero, cinque donne fiere e determinate: Ashley Judd, tra le prime cinque star ad accusare Wensttein; Taylor Swift, che ha vinto una causa per molestie sessuali contro il dj David Muller; Adama Iwu, che ha creato il sito We said enough per denunciare le molestie nel mondo del lavoro e della politica; Susan Fowler, ex ingegnere informatico di Uber che, con una denuncia per molestie sessuali, ha portato al licenziamento il Ceo e altri venti dipendenti; Isabel Pascual, una raccoglitrice di fragole messicana che ha raccontato pubblicamente le minacce ricevute per aver denunciato gli abusi.

L’italiana che ha maggiormente contribuito al movimento è Asia Argento, che ha parlato pubblicamente dello stupro che ha subito da parte di Weinstein a Cannes nel 1997, quando l’attrice aveva 21 anni. Il suo contribuito è stato fondamentale per la crescita del Me Too, anche se da molti è stata contestata in quanto risulterebbe sospetto denunciare uno stupro a distanza di anni. A ciò altri hanno ribattuto che molte vittime di violenza non trovano la forza per denunciare, contribuendo così a coprire il proprio aggressore, oppure ci riescono solo dopo anni, una volta superato il trauma.

Asia Argento era dunque un’eroina quando Jimmy Bennet, oggi ventiduenne, ha rivelato di aver subito un’aggressione sessuale da parte della star quando l’attore e musicista aveva diciassette anni. L’attrice lo avrebbe risarcito con 380 mila dollari, ma l’esperienza traumatica avrebbe comportato per Bennet un crollo emotivo talmente potente da averlo condizionato sul set. Asia Argento è stata accusata in seguito agli sms divulgati da Rain Dove, la compagna di Rose McGowan, nei quali la figlia del regista di film horror confessa di aver avuto un rapporto sessuale con Bennet, all’epoca minorenne.

Harvey Weinstein ha colto l’occasione al volo per tentare di riscattare la propria immagine e affossare il movimento Me Too infatti, in una dichiarazione a Fox News, il suo avvocato Benjamin Rafman ha accusato l’attrice italiana di “un incredibile livello di ipocrisia”, infatti l’episodio di violenza sul ragazzo “dovrebbe dimostrare a tutti quanto malamente le accuse contro Weinstein siano state effettivamente crollate”. L’episodio potrebbe avere gravi ripercussioni sulla carriera di Asia, infatti persino Sky si è pronunciato al riguardo sostenendo che, se i fatti saranno confermati, la star non parteciperà al programma X Factor.

L’attrice è stata allontanata dal movimento proprio da Rose McGowan, un’artista che l’aveva sostenuta con ardore nelle sue battaglie: la donna non solo ha preso le distanze da lei, ma l’ha paragonata a Weinstein, allontanandola dal Me Too con una lettera facilmente rintracciabile in Internet.

L’episodio ha scatenato un acceso dibattito e ha sollevato opinioni contrastanti. Non è escluso che una vittima possa essere anche un carnefice, pertanto una persona può essere stata violentata in un episodio e aver violentato in un altro; ne consegue che il movimento Me Too non è ipocrita come è stato affermato da Weinstein, soprattutto perché ha avuto degli effetti positivi nello smascherare le molestie nel mondo dello spettacolo e nella difesa delle donne in generale. Ciò non toglie che, se Asia ha veramente commesso uno stupro, merita di essere punita ed è evidente che la donna ha calpestato la propria dignità macchiandosi di una colpa gravissima e, come ha detto il produttore, anche di ipocrisia. Molti sostengono che Asia sia stata incastrata per risollevare l’immagine di Weinstein; anche se non ci sono prove concrete al riguardo, bisogna tenere in considerazione tale ipotesi.

Ma una donna può stuprare? La questione è controversa, perché sicuramente le violenze subite dalle donne sono un fenomeno molto più diffuso e grave, però anche le vittime maschili meritano considerazione. Secondo il giornale online Bossy, anche gli uomini vengono stuprati, nelle stesse dinamiche in cui le vittime sono le donne. Gli uomini però hanno problemi ben maggiori rispetto alle donne perché non esistono centri di accoglienza, numeri verde o sportelli per supportarli inoltre, quando sporgono denuncia, spesso il loro caso viene trattato con sufficienza. L’uomo violentato inoltre si vede privato della propria virilità e accusato di omosessualità da una società omofoba (specie se lo stupratore è un uomo, ma anche se l’aggressore è una donna), pertanto la vittima tenderà a nascondere l’accaduto, coprendo il proprio carnefice.

Il fenomeno Me Too ci mostra come, dietro i lustrini e i riflettori, il mondo dello spettacolo possa anche essere privo di dignità e quanto sia allarmante il fenomeno delle violenze sessuali sul lavoro.

Fantascienza e psicologia in “Maniac”

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Avete presente i vecchi film di fantascienza anni Ottanta che ci fanno esclamare, ridendo sotto i baffi: “Ma allora è così che i nostri genitori si immaginavano il futuro?” Dal 21 settembre 2018 Netflix propone una nuova serie tv, Maniac, che racconta la complicata relazione di amicizia e forse d’amore di due malati psichici, che si sottopongono ad un esperimento per risolvere i propri problemi. La regia di Cary Fukunaga e la scrittura di Patrick Somerville hanno sfornato un piccolo capolavoro.

L’ambientazione è un non tempo in cui le macchine e i costumi sono creati secondo la moda di quarant’anni fa e la tecnologia prevede hardware mastodontici e cavi al posto del wi-fi, ma la scienza offre miracoli che nemmeno ai nostri giorni possiamo immaginare: computer che provano emozioni e droghe in fase di sperimentazione che consentono di rielaborare i traumi. Il futuro immaginato dagli sceneggiatori prevede amicizie in affitto e una diffusa difficoltà nello stringere rapporti personali, rendendo il mondo di Maniac più simile ad una distopia. Le scenografie del laboratorio in cui si svolgono i test, con luci al neon, ambienti claustrofobici privi di finestre e effetti speciali anni Ottanta, sembrano un omaggio a Kubrick e sono determinanti nella creazione di un’atmosfera fantascientifica della vecchia scuola.

Ma Maniac è anche la storia di una relazione. I due protagonisti, Owen Milgrim (Jonah Hill) ed Annie Landsberg (Emma Stone), sono rispettivamente uno schizofrenico paranoico e una borderline, che si incontrano ad un esperimento per testare un nuovo farmaco sugli esseri umani. Lui vorrebbe guarire dalla sua difficoltà a scindere realtà e allucinazioni e salvarsi da una vita mediocre, lei cerca solo la droga da cui è dipendente, la prima delle tre pastiglie dell’esperimento, che le consente di rivivere il trauma in cui è morta sua sorella. Le pastiglie somministrate durante i test consentono di vivere dei sogni terapeutici per rielaborare i traumi, ma i sogni dei due giovani sono collegati perché i due si amano, anche se nel corso della prima stagione non lo hanno ancora capito e pensano di essere solo amici.

Svolge un ruolo portante il tema della psicologia, non soltanto perché i due protagonisti sono affetti da due patologie, dipinte egregiamente dalla recitazione dei due artisti. La serie tv parla anche di rapporti interpersonali, della rielaborazione del lutto da parte di un computer che prova sentimenti e di un disturbo sessuale dovuto ad un malsano rapporto con i genitori, che si potrebbe ricollegare al complesso edipico freudiano. Unica pecca, la facoltà di un farmaco che consente di rielaborare i traumi di guarire anche disturbi, come la schizofrenia paranoica e il disturbo borderline. Un disturbo può affliggere anche una persona che ha avuto una vita serena e non ha esperienze negative da rielaborare e può essere controllato con le terapie ma non superato, per questo motivo la serie è inesatta e trasmette un messaggio errato sulle malattie mentali. Anche la protagonista di Ragazze interrotte era borderline e, come in quel caso, l’opera non analizza a fondo le caratteristiche della malattia: tale disturbo non consiste semplicemente in maleducazione e rispondere male alle persone, è una realtà molto più complessa. La schizofrenia del personaggio principale maschile ricorda invece Beautiful mind: anche Owen combatte per distinguere realtà e finzione e la serie trasmette il sottointeso messaggio che la mente umana è bella perchè varia e articolata, inoltre ciascuno di noi è pazzo a modo suo. Owen si comporta come se fosse rintontito dai farmaci, invece afferma più volte di non assumere sostanze; si tratta di una grave pecca, perchè ancora una volta si raffigurano in modo errato le malattie psichiche.

La continua alternanza tra vita reale e dimensione onirica ricorda molto Inception. Come nel celebre film, il finale è aperto: non sarà una trottola a stabilire se i protagonisti si trovano in un sogno, ma la presenza di due animali che solitamente appaiono durante il sonno indotto dai farmaci. Sarà un caso o una citazione voluta?

Siccome nei sogni i disturbi psichici svaniscono e le personalità dei personaggi diventano più carismatiche e vincenti, la recitazione degli attori muta radicalmente a seconda del contesto, consentendoci di osservare come può cambiare il volto di un attore in base del ruolo. I dialoghi svolgono una funzione predominante nella struttura della serie, lasciando ampio margine di azione agli attori per mostrare le loro capacità.

E’ interessante soffermarsi anche sulla struttura del telefilm. La prima puntata è dedicata interamente a Owen, la seconda ad Annie, dalla terza invece i protagonisti assumono lo stesso rilievo. Il complicato rapporto tra i due scienziati che conducono l’esperimento è una storia parallela: il genio problematico e la sua saggia e matura compagna nonché braccio destro sono un duo perfetto

“Chiamatemi Anna”, in attesa della terza stagione

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Chiamatemi Anna è una serie tv firmata Netflix che si ispira al celeberrimo romanzo Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery, dato alle stampe nel 1908. La prima stagione di sette episodi è uscita nel 2017, la seconda di dieci puntate risale al 2018 e i fan sono attualmente in attesa della terza, per la quale è confermata la realizzazione di dieci episodi. L’adattamento è un’opera di Moira Walley-Beckett.

La protagonista è Anna, una ragazzina dai capelli rossi non particolarmente carina ma carismatica, intelligente, logorroica, accanita lettrice, romantica e con una fervida immaginazione. La piccola è orfana ed ha vissuto una serie di esperienze traumatiche sia in orfanotrofio sia presso le famiglie che l’anno adottata o l’hanno ingaggiata per badare ai figli naturali. Anna verrà adottata da una coppia di fratelli non sposati in età avanzata, Marilla e Matthew Cuthbert; inizialmente la coppia avrebbe voluto un maschio e non accettano la ragazzina giunta per un errore dell’orfanotrofio, ma presto impareranno ad amare Anna. In seguito ad una serie di fraintendimenti e al suo carattere esuberante, Anna faticherà non poco a farsi accettare dai compaesani e dalla famiglia. La prima stagione è particolarmente tragica e si sofferma sul faticoso inserimento di Anna nella nuova famiglia tra traumi, abbandoni e incomprensioni, la seconda invece assume tinte più spensierate in quanto racconta la vita della protagonista ad integrazione già avvenuta nel villaggio.

L’attrice che interpreta Anna non è una ragazzina graziosa, conformemente al personaggio, ma ha un volto molto caratteristico, difficile da dimenticare e straordinariamente espressivo. Le doti recitative di Amybeth McNulty, questo è il nome della giovane artista, sono precoci e sapientemente coltivate, perciò ci auguriamo per lei una straordinaria carriera.

La protagonista e molti dei personaggi principali sono bambini alla soglia della pubertà, tuttavia la serie tv non è rivolta solo agli adolescenti in quanto affronta tematiche molto serie come la condizione femminile nei primi del Novecento, il lavoro minorile, la povertà, l’analfabetismo dilagante, la discriminazione degli afroamericani, l’omosessualità, il corretto modo in cui un insegnante deve approcciarsi ai ragazzi, l’educazione dei figli, il bullismo, l’obsoleta mentalità dei primi del Novecento e molto altro ancora. Solitamente i personaggi si approcciano a tali tematiche secondo il seguente schema narrativo: in un primo momento si mantengono ancorati alla mentalità ottocentesca, che allo spettatore appare antiquata e controproducente, ma grazie alla riflessione e all’empatia maturano il proprio personale ed evoluto punto di vista adottando un approccio moderno, novecentesco se non addirittura del terzo millennio. Nel villaggio si diffonde pace e armonia grazie alla maturazione culturale, ne consegue che si crea una situazione quasi anacronistica, perchè la mentalità moderna sconfigge quella dell’epoca in cui è ambientato il racconto.

Talvolta trionfa il regresso, come quando i due truffatori fanno cadere il villaggio in preda alla febbre dell’oro. Il villaggio era accecato dalla sete di ricchezza e dall’ottusità, salvo pochi personaggi con cui lo spettatore si schierava, provando un senso di sdegno e ingiustizia. Anche quando il villaggio non mostra di avere un atteggiamento moderno, il telefilm trasmette un messaggio in favore del progresso e della mentalità del pubblico.

Conformemente a quanto crediamo noi spettatori del terzo millennio, ciascuno dei personaggi del telefilm appare simpatico e intrigante nella sua unicità, perchè essere diversi è un valore a scapito del conformismo. Ne consegue che Anna si differenzia dal gruppo dei suoi amichetti per la passione per la letteratura, la sua dolce amica Diana risalta per il suo talento come pianista, Gilbert è un brillante studente, Cole è uno straordinario artista e Ruby è molto romantica.

E’ doveroso menzionare i costumi di scena, finalizzati ad identificare immediatamente la classe sociale del personaggio per rappresentare la disparità sociale che piagava l’epoca di Anna. Ma i costumi rappresentano anche la mentalità e la personalità dei personaggi: Marilla ha un atteggiamento molto puritano e non sopporta le donne e le ragazze troppo eleganti, di conseguenza gli abiti della figlia adottiva Anna sono molto più sobri di quelli delle compagne; Diana è di famiglia benestante, pertanto i suoi vestitini saranno raffinatissimi; gli indumenti del bracciante Jerry sono umili e anonimi; la maestra tanto amata da Anna è invece una ribelle senza corsetto e, talvolta, indossa i pantaloni.

L’azione si svolge in Canada – il telefilm è dopotutto una produzione Canadese- nei primi del Novecento, ciò è evidente dal clima freddo, dalla fauna boscosa e dai continui riferimenti spazio-temporali. Le scene sono state girate in Ontario, anche se parte delle riprese si svolsero sull’Isola del Principe Edoardo, in cui è ambientato il romanzo.  Gilbert nei suoi viaggi approda ai tropici, ravvivando l’atmosfera introducendo un paesaggio completamente differente da quello in cui si svolge la vicenda di Anna.

Nonostante il telefilm abbia ottenuto successo e sia un prodotto di qualità, merita una nota negativa la sigla, che ritrae Anna ed alcuni animaletti in una folta vegetazione; le immagini ricordano un’illustrazione d’epoca, la colonna sonora assomiglia ad un brano country. Il breve video è stato realizzato al computer in modo molto poco realistico e lo zampino di qualche programma di videomaking risulta troppo evidente, pertanto si è guadagnato una bocciatura.

 

Atypical, una serie tv sull’autismo

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Atypical è una serie tv firmata Netflix, giunta alla seconda stagione, che racconta la storia di formazione di Sam, un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, e le vicende che coinvolgono i suoi cari, le cui vite sono fortemente influenzate dalla malattia del protagonista. La serie è nata da un’idea di Robia Rashid ed è diretta da Seth Gordon.

Sam vorrebbe emanciparsi e avere una vita normale e una ragazza, ma incontra svariate difficoltà dovute alla sua malattia: la sua ossessiva passione per i pinguini e l’Antartide lo rendono un personaggio bizzarro, si agita negli spazi affollati e rumorosi al punto da dover indossare una cuffia antirumore nei corridoi a scuola, non riesce a leggere i significati impliciti nelle conversazioni ed è troppo sincero, ha problemi di ansia, pratica dei rituali e gesti ossessivi e, quando si agita, è affetto da tic nervosi. Nonostante ciò il ragazzo riuscirà ad avere successo nella vita, intenerendo il pubblico. Il teenager infatti ha ottimi voti a scuola, soprattutto in biologia, ha successo al lavoro, troverà una ragazza e manterrà degli ottimi rapporti con i suoi parenti e amici, emancipandosi dalla famiglia.

Casey è la sorella minore di Sam, ma siccome suo fratello è autistico è come se fosse la maggiore, infatti è molto protettiva e aiuta l’eroe della serie in molte situazioni. Non è facile avere un fratello con la sindrome di Asperger, ma Casey riuscirà a distinguersi nelle gare di atletica delle high school americane. La mamma dei due ragazzi, Elsa,  è una donna iperprotettiva e talvolta soffocante nei confronti di Sam. Elsa ha investito tutte le proprie energie nella famiglia di cui è la colonna portante, ma tale scelta di vita l’ha resa fortemente insoddisfatta; ne conseguirà che tradirà il marito con un barista. Il padre è la figura genitoriale che ha avuto maggiori difficoltà ad accettare la malattia di Sam perciò in passato ha commesso degli errori, ma si è riscattato. Zahid è il migliore amico e consigliere di Sam, i due ragazzi lavorano insieme presso un negozio di elettronica. Il giovane ha una personalità carismatica, sa persuadere Sam a seguire i propri consigli che spesso si rivelano molto utili, naturalmente quando Sam non li fraintende a causa della sua tendenza a seguire solo il significato letterale delle frasi e all’incapacità di adeguare i suggerimenti alle circostanze. Paige è la prima fidanzata di Sam, una biondina intelligente e sensibile ma spesso logorroica che affronterà una serie di difficoltà per entrare nel complicato mondo del suo ragazzo.

Il telefilm permette di conoscere alcune caratteristiche dell’autismo come i sintomi del disturbo, ma è stato fortemente criticato perché non rappresenta le reali condizioni di vita degli affetti da sindrome di Asperger, come i loro pensieri e le loro difficoltà quotidiane. Il web abbonda di pareri vaghi e discordanti, spesso provenienti da fonti non autorevoli. Sarebbe interessante leggere l’analisi di un esperto di disturbi dello spettro autistico per stabilire quanto Atypical sia realistico, purtroppo in rete non è disponibile nulla di tal genere.

Il telefilm è un’opera su una malattia, certo, ma gli spettatori possono immedesimarsi in Sam perché si tratta di un liceale con tutti i problemi tipici della sua età e non è poi così diverso dagli altri ragazzi. Il disturbo di Sam genera situazioni divertenti, ma la sua peculiarità non viene mai ridicolizzata, perché il pubblico è indotto a provare empatia per lui. La trama è attraversata da una comicità velata, che rende leggeri anche i momenti di maggiore tensione drammatica.

La voce narrante appartiene a Sam, che descrive il comportamento dei vari personaggi paragonandolo a quello degli animali antartici. Si tratta di una scelta particolarmente poetica, che rappresenta la difficoltà con cui l’eroe tenta di interpretare il mondo, nonostante la malattia gli imponga di considerare i suoi simili come degli animali strani e incomprensibili.