Satira e sadomaso in “Bonding”

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Bonding è una serie tv Netflix che parla di sadomaso, uscita il 24 aprile e che ha subito conquistato il pubblico. Dimenticatevi Cinquanta sfumature di grigio: il romanticismo melenso stile harmony è bandito e le dinamiche del sadomaso sono trattate con realismo e rispetto, presentando dei personaggi che affrontano il sesso in modo sano e pulito anziché gli atteggiamenti possessivi e maschilisti di Christian Grey.
L’autore Rightor Doyle ha pensato di avvicinare il sadomaso ad un pubblico che non lo pratica o che prova ribrezzo per tali attività mediante un linguaggio semplice e immediato, che ha la straordinaria capacità di avvicinare tutti gli uomini e creare il dialogo: il riso, una satira spietata e irriverente che non risparmia nessuno. La comicità è dietro l’angolo, smussa anche i momenti più tragici e ci ricorda che siamo tutti esseri umani, indipendentemente da ciò che facciamo sotto le lenzuola. In rete si vocifera che Rightor Doyle si è ispirato alla propria esperienza personale, ma fortunatamente non si specifica in quale ramo del sadomaso sia specializzato. Bonding rappresenta per l’autore anche il debutto come regista e la scrittura della prima opera importante, dopo aver collaborato a tre episodi di The Walker, di cui è stato anche l’attore protagonista.
I personaggi principali sono due amici di vecchia data e ex fidanzati che si incontrano nella Grande Mela dopo il college. Zoe Levin è Tiff, la dominatrice sadomaso più apprezzata di New York, si tratta di una mora dal carattere deciso e alcuni problemi con l’affettività e le proprie emozioni. Brendan Scannell è invece Pete, uno squattrinato omosessuale dai capelli rossi che accetta di diventare l’assistente della ragazza per pagarsi l’affitto. Grazie al sadomaso, il giovane acquisterà consapevolezza della propria forza e accrescerà la propria autostima. Lei studia psicologia, affronta senza timore un professore che molesta una studentessa e inizia a frequentare un ragazzo apparentemente superficiale e grezzo, che tuttavia si dimostra empatico e sensibile. Lui è invece è un comico con il terrore del pubblico ed è l’unico omosessuale di Manatthan a ricercare una storia d’amore stabile e romantica, in un mondo in cui i gay newyorkesi prediligono le avventure occasionali e il sesso disimpegnato.
A fare da contorno, tanti personaggi con i gusti sessuali più svariati: un uomo ama essere umiliato e farsi orinare addosso, un altro è attratto dai pinguini, una coppia è costituita da un uomo che ama il solletico e una donna che adora picchiare, il fidanzato di Tiff adora essere guardato mentre defeca. Nonostante la spregiudicatezza dei temi trattati il telefilm è molto pudico, infatti non sono visibili scene erotiche in quanto si privilegia il riso e la dissacrazione di tutto. Anche i completini in lattice della protagonista sono molto coprenti, ne consegue che l’opera non sfocia mai nella volgarità e non offende la sensibilità di nessuno.
Nonostante il tema innovativo e l’intelligenza con cui affronta argomenti delicati, il telefilm è un fallimento perché i tratti psicologici dei personaggi sono appena abbozzati: i personaggi secondari sono Caricature di se stesse, sono l’emblema di un determinato gusto sessuale anziché personalità a tutto tondo che non si esauriscono in ciò che fanno a letto; i personaggi principali invece sono delineati con superficialità, senza scavare a fondo nella loro psiche. L’autore ha cercato di mantenere un tono leggero, senza sfociare nel tragico, ma forse ha esagerato, poiché la comicità trionfa solo se sapientemente dosata con la serietà. I momenti gravi abbondano, per esempio quando la protagonista chiede scusa al suo fido compagno, eppure il tono resta sempre leggero, come se l’autore avesse paura ad inserire un elemento tragico. Il bondage diventa una pratica con cui i protagonisti “combattono” mentre bisticciano, l’effetto è a prima vista piacevole ma impedisce di trasmettere la dovuta gravità alle varie situazioni.
Sono molto importanti i valori basi che il telefilm trasmette. Innanzi tutto, l’amore e il sesso non devono mai essere vissuti con vergogna, purchè ci sia benessere e rispetto, inoltre gli stereotipi su ciò che significa essere uomo e donna sono costrutti sociali che impediscono alle persone di esprime se stessi. Una maglietta indossata dal fidanzato di Tiff ci rivela che anche gli uomini possono essere femministi e il fatto che i protagonisti scelgano come partner dei personaggi sessualmente e affettivamente ordinari dimostra che l’autore non vuole celebrare il sadomaso a scapito della sessualità “classica”: entrambe sono soluzioni valide e importanti, che non necessariamente si escludono a vicenda.

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La rivincita di Salieri e qualche critica al film “Amadeus”

Quando il nostro animo brucia di passione per una disciplina vorremmo essere i primi in quel campo, eppure spesso siamo condannati alla mediocrità, all’incapacità di distinguerci dalla massa. Se poi siamo surclassati da individui dall’esistenza lasciva e che disprezziamo profondamente, è inevitabile nutrire per loro una commistione di venerazione e odio. Secondo il film Amadeus di Forman (1984) è ciò che accadde a Antonio Salieri quando venne superato dal genio dello spensierato e irresponsabile Mozart. l compositore di corte italiano fu portato alla follia dalla brutalità dei propri sentimenti e provocò la morte del genio indiscusso Mozart. Anni più tardi, vecchio e rinchiuso in manicomio, Salieri confessa ad un prete i propri peccati in un lungo e appassionato flash back.

Mozart non è il solo protagonista della pellicola: un ruolo in primo piano è rivestito anche da Antonio Salieri, che prima giurò di non toccare donna per dedicarsi completamente a glorificare Dio con la propria musica, successivamente però bestemmia quando si rende conto di essere stato sconfitto dal talento di Mozart e si ribella al Creatore, dedicandosi alla distruzione di colui che considera essere la Voce di Dio. Molto è stato scritto su Mozart, ma è doveroso rivalutare la figura di Antonio Salieri, uno dei più grandi maestri del classicismo e orgoglio della musica italiana, ingiustamente passato alla storia per un’invidia che non ha mai provato e un omicidio che non ha mai commesso.

Il film non rende affatto giustizia ad Antonio Salieri, un compositore a tutto tondo che si è dedicato alla musica classica e all’operistica: le sue opere vengono suonate sbrigativamente solamente per evidenziarne l’inferiorità rispetto alle note di Mozart. Il lungometraggio menziona più volte le origini italiane di Salieri attraverso la sua predilezione per intriganti stuzzichini italiani, infatti il compositore proveniva dalla Repubblica di Venezia e la sua origine e formazione italiana era molto apprezzata presso la corte asburgica, ove era maestro di cappella e compositore, spesso anche a scapito degli artisti locali, che non godevano del prestigio dei musicisti italiani. Il maestro si distinse anche nell’insegnamento, tra i suoi allievi più celebri possiamo menzionare Beethoven, Schubert, LIszt, Czerny e Hummel, ma l’eccellenza della sua scuola di composizione non viene nemmeno accennata nel film.

Purtroppo il nome del musicista è stato infangato dall’accusa di rivalità con Mozart, di plagio e di aver provocato il decesso del salisburghese, dicerie assolutamente false che tuttavia hanno ispirato molte opere d’arte e persino un film. Salieri non avrebbe avuto motivo di invidiare Mozart perché all’epoca era un compositore molto celebre, mentre Mozart raggiunse il successo solo dopo la sua morte, avvenuta in povertà e disgrazia, come ricorda la pellicola. I due inoltre erano in ottimi rapporti, infatti uno dei figli di Mozart, Franz Xaver Wolfgang, è stato allievo di Salieri. Lo stile compositivo dei due artisti è infine molto simile, al punto che difficilmente in alcuni casi un orecchio esperto potrebbe distinguere le note di Salieri da quelle di Mozart.

I primi segni di rivalità risalirebbero al 1783. Quando Mozart si lamenta in una lettera indirizzata al padre Leopold che Salieri gli fu preferito come insegnante di musica della principessa del Wurttemberg. Nel 1786 Le nozze di Figaro furono un fallimento e Mozart accusò di ciò Salieri di aver boicottato l’esecuzione, ma l’italiano in quel periodo si trovava in Francia; l’anno successivo il salisburghese fu nominato maestro di pianoforte della principessa. Tali episodi non compaiono nel film: il regista Forman descirve Mozart come disinteressato all’insegnamento, inoltre il giovane scapestrato non sospetterà mai di Salieri nella pellicola, anzi, lo considererà suo amico sino all’ultimo, quando gli detterà il Requiem.

Secondo Thayer, Mozart sarebbe stato istigato contro Salieri dal poeta Giovanni Battista Casti, rivale del poeta di corte Lorenzo Da Ponte, che ha scritto alcuni libretti per Mozart; tale fatto non viene tuttavia menzionato dal film. Un valido esempio di come Salieri non provasse alcun sentimento negativo nei confronti di Mozart è il fatto che, quando fu nominato Kapellmeinster, anziché occuparsi per l’evento di un’opera propria, si dedicò alla riedizione de Le nozze di Figaro.

Sebbene nei quaderni di Beethoven, allievo di Salieri, si menzioni l’avvelenamento di Mozart da parte dell’italiano, sembrerebbe un fatto privo di alcun fondamento, che tuttavia ispirò moltissimi artisti, come Puskin e  Rimskij-Korsakov. Il film di Forman si ispira al dramma di Shaffer. ammorbidendo i caratteri negativi del personaggio di Salieri. L’analisi storica del film è maggiormente approfondita rispetto all’opera teatrale e compare una straordinaria innovazione: la vicenda è narrata da Salieri stesso quando, vecchio e rinchiuso in un manicomio, si confessa ad un giovane prete più per deriderlo che per redimere i propri peccati.

Per concludere, il film Amadeus può essere considerato coinvolgente e accattivante, ma non è una fedele ricostruzione storica dei fatti e infanga la memoria di Antonio Salieri.

 

 

 

 

 

Tutto su Emma Watson

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Ci sono attori che compaiono sul grande schermo già svezzati e nel pieno delle proprie capacità, altri invece sono cresciuti sotto lo sguardo dei fan, raggiungendo l’apice del successo quando ancora non avevano la piena consapevolezza del significato della gloria ottenuta. E’ il caso di Emma Watson, che ha interpretato Hermione Granger, il celebre braccio destro di Harry Potter, e a distanza di anni dall’ultimo capitolo della saga è ancora difficile scindere l’attrice dal personaggio. Sia la star del cinema sia la maghetta sono oggi due icone dei Millennial e rappresentano una generazione che ha sognato leggendo i libri di J.K. Rowling.
Emma Charlotte Duerre Watson è nata il 15 Aprile 1990 a Parigi, città dove visse per i primi cinque anni della sua vita; si tratta dunque di una Millennial amata dai Millennial. Dopo il divorzio dei genitori, gli avvocati Jacqueline e Chris, la bambina si trasferì in Inghilterra con la madre. Emma entrò alla Lynam, la scuola materna dell’eccellente Dragon School di Oxford, dove si dedicò con successo alla poesia e al teatro, vincendo a sette anni la competizione poetica Daisy Pratt e recitando in The Sea di James Reeves.
A otto anni Emma viene descritta come una bambina brillante: eccellente studentessa, membro di un gruppo di dibattito, amante dell’arte per la quale vinse una borsa di studio, appassionata sportiva (sci e hockey su prato) e, naturalmente, attrice dilettante.
Quando aveva nove anni, Emma fu scelta per un’audizione per il ruolo di Hermione Granger, i cui esaminatori stavano setacciando le scuole di tutto il paese alla ricerca della bambina ideale per interpretare il personaggio. Emma fu entusiasta sin dall’inizio perché amava la saga di Harry Potter e il personaggio di Hermione Granger era il suo preferito: nulla poteva arrestare la tenacia di una bambina appassionata. Dopo otto audizioni, Emma venne convocata ai Leavesden Studios, dove le venne comunicato che era stata scelta per la parte e le vennero presentati i colleghi Daniel Radcliffe e Rupert Grint; Emma aveva solo dieci anni, l’età in cui ha interpretato Harry Potter e la pietra filosofale.
Nel primo film della saga conosciamo una Emma piccola e innocente, con una tecnica recitativa ancora grezza ma carica di passione. Il pubblico resta conquistato dal suo nasino e impara ad amarla, osservandola crescere nei film successivi. L’adolescente sboccia proprio sullo schermo e affina le proprie doti da attrice in Harry Potter, gli spettatori si divertono a osservare come il suo corpo cambia con il trascorrere degli anni.
Emma dunque è una persona determinata e vincente come Hermione, si potrebbe quasi dire che l’attrice abbia portato un po’ del proprio vissuto nel personaggio, se non fosse che la maghetta è nata dalla penna di J.K. Rowling. Hermione potrebbe essere considerata una Millennial perché è uno degli idoli della nostra generazione e la saga è ambientata negli anni Novanta. Secondo alcuni è un’icona della forza femminile poiché rappresenta una ragazzina che, sfruttando la propria intelligenza, supera ogni difficoltà, secondo altri è una femminista apparente, in quanto subordinata alla figura di Harry Potter. Ciò che conta è la capacità di Hermione di ispirare bambine e teenagers in ogni angolo del globo e la rivincita per i secchioni che comporta il suo personaggio.
La scelta di Emma per tale ruolo non ha rispettato fedelmente l’immaginazione di J.K. Rowling, infatti la protagonista femminile era descritta come una bimba dai capelli indomabili, mentre la chioma di Emma appare perfettamente curata, soprattutto negli ultimi film. Il fatto che tutti restino stupiti quando, al Ballo del ceppo, Hermione si trasforma in una splendida fanciulla grazie al vestito, lascia inoltre presupporre che il personaggio sia il classico topo di biblioteca un po’ trascurato, eppure i completini inossati da Emma nei vari film sono semplici ma ricercati. Probabilmente per impressionare sul grande schermo è necessario privilegiare l’estetica, mentre la lettura affida alla fantasia del lettore il compito di rendere gradevole un personaggio.
Emma ha vinto molto premi per le sue performance: l’AOL Moviegoer Award per la Migliore Attrice, il Phoenix Film Critics Society Award per la migliore Interpretazione Giovanile, Migliore Attrice agli ITV National Movie Awards. Emma è stata inoltre la più giovane a comparire sulle copertine di Teen Vogue e Tatler, inoltre ha tenuto un discorso presso la Oxford Union. Nonostante la brillante carriera da star, Emma non ha mai abbandonato gli studi e, proprio come Hermione, ha conseguito degli ottimi risultati a scuola.
Non tutti sanno che Emma ha ottenuto il brevetto da sub Open Water della PADI, si diletta a ballare e cantare e ama cucinare; è inoltre appassionata di moda.
Nel 2010 Emma si tagliò i capelli, dando una svolta alla sua immagine e nel 2011 interpretò uno dei personaggi principali di Noi siamo infinito. Nel 2015 è stata inoltre protagonista di La Bella e la Bestia, infine è stata inserita tra le cento persone più influenti del TIME.

La pedagogia ne “L’attimo fuggente”

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La seguente analisi de L’attimo fuggente (1989) di Peter Weir, con Robin Williams, non vuole commentare il film da un punto di vista cinematografico, ma studiarne le opinioni sulla pedagogia.

La vicenda è nota a tutti. In un college maschile rigoroso e tradizionale, un professore dai metodi rivoluzionari insegna ai propri studenti a cogliere l’attimo (carpe diem), a pensare con la propria testa e ad amare la poesia. Seguendo gli insegnamenti ricevuti, il giovane Neal Perry si ribella al padre e si avvicina al teatro ma, quando il genitore decide di iscriverlo nell’esercito, il ragazzo si suicida. Il professore diventa il capro espiatorio della scuola, ma i suoi studenti non lo abbandonano.

La vicenda è ambientata in un college maschile vecchio stile negli anni Cinquanta, prima che la rivoluzione degli anni Sessanta e Settanta mettesse in discussione la pedagogia tradizionale. Più volte nel film si afferma che gli adolescenti sono troppo giovani per pensare con la propria testa, il rigore e la disciplina sono sostenuti dai professori con fermezza, inoltre la funzione della scuola è considerata la trasmissione di nozioni mnemoniche, lo scopo è l’ammissione al college. Alcune scene del film descrivono brevemente l’ambiente in cui i ragazzi sono chiamati a studiare: compiti difficili e faticosi da un giorno all’altro per chimica, un approccio mnemonico e arido al latino, aule studio in cui non è concesso radunarsi per parlare, nemmeno a bassa voce, punizioni corporali per coloro che infrangono le regole. La ragione di tali metodi è guidare gli allievi verso le prestigiose professioni dei genitori, tutti borghesi facoltosi. Non sembra esserci scampo alla tradizione e all’ordine in un metodo pedagogico antico, ottocentesco, classico.

In questo ambiente claustrofobico viene affidata la cattedra di letteratura al professor Keating, che adotta un approccio radicalmente opposto. L’atteggiamento nei confronti degli studenti è più informale, continua a dare del Lei ai ragazzi ma scherza con loro, chiacchiera e offre dei consigli di vita. Le sue lezioni sono molto teatrali, si tratta di veri e propri monologhi con pause ad effetto, frasi colme di figure retoriche e una personalità estremamente carismatica, in modo tale da conquistare l’attenzione e la simpatia dei ragazzi. Spesso interrompe il discorso per fare delle domande ai ragazzi, coinvolgendoli attivamente nel discorso. Per sottolineare alcuni concetti importanti, utilizza degli esempi pratici e delle metafore che prevedono di lasciare i banchi della classe e compiere attività inusuali, altamente simboliche in modo tale da rimanere impresse nella mente: per trasmettere il messaggio che siamo tutti destinati a morire e che dobbiamo cogliere l’attimo, mostra le foto degli alunni della scuola dei decenni precedenti; per insegnare che ciascuno di noi è diverso dagli altri, fa marciare gli studenti come la camminata di ognuno sia unica; per dimostrare quanto sia importante il proprio punto di vista, sale in piedi sulla cattedra.  Il professore segue un programma diverso da quello imposto dalla scuola, saltando alcuni capitoli del libro, inoltre non è un mero insegnante di nozioni, ma trasmette anche importanti lezioni di vita e l’amore per la disciplina. I principi pedagogici che il professore segue appartengono alla filosofia trascendentalista che, secondo Bronson Alcott, dovrebbero essere alla base dell’educazione dei giovani: individualismo, libero pensiero, anticonformismo, spirito critico, crescita e sviluppo di sé.

Non solo i ragazzi trovano più piacevoli le lezioni di Keating, ma iniziano a manifestare un profondo amore per la poesia, approfondendo l’argomento anche al di fuori delle lezioni nella Setta dei poeti estinti. In effetti il metodo di Keating è più moderno e la sua efficacia è scientificamente provata. Nonostante ciò, gli insegnamenti di Keating portano anche alla morte il povero Neil Perry: opporsi alle istituzioni e all’ordine costituito in nome dell’autenticità dell’esistenza  seguendo il trascendentalismo può portare infatti a emarginazione, dolore, solitudine, rassegnazione; lo stesso Thoureau, padre della dottrina filosofica, ebbe una vita infelice e colma di fallimenti. Sebbene il libero pensiero comporti sofferenza e difficoltà è indispensabile all’essere umano, infatti il film ha una conclusione positiva in quanto i ragazzi, ribellandosi contro la scuola per appoggiare il professore licenziato ingiustamente, dimostrano di essere diventati uomini adulti indipendenti e consapevoli.

Per quanto riguarda l’insegnamento della propria materia, Keating dimostra di avere un approccio moderno, ma sotto certi aspetti anche controproducente. Per il professore non è importante semplicemente che i ragazzi imparino delle nozioni, in quanto vorrebbe trasmettere la passione per la poesia. I concetti di critica o tecnici vengono omessi dal programma strappando letteralmente il capitolo dalla pagina, inoltre alcuni argomenti, come il realismo, vengono ignorati. Quest’ultima scelta del professore andrebbe giustificata perché a noi sembrerebbe un aspetto negativo dei suoi metodi didattici, inoltre riteniamo che un insegnante dovrebbe trasmettere l’amore per la propria disciplina senza omettere le nozioni tecniche. E’ invece efficace leggere Shakespeare imitando gli attori del cinema, per renderlo più piacevole e per spronare gli studenti ad immaginare come si potrebbero rappresentare in teatro le opere del Bardo.

“La duchessa” e la triste situazione delle donne nel settecento

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La duchessa è un film del 2008 che racconta la discriminazione e la violazione dei diritti umani subita dalle donne nel Settecento. L’opera è stata nominata agli Oscar 2009 per i migliori costumi e la migliore scenografia, vincendo l’ambita statuetta dorata per la prima categoria. L’unico difetto della pellicola è che si rivolge ad un pubblico solamente femminile, evitando di coinvolgere gli uomini nel dibattito sui diritti delle donne.

Il film è la trasposizione cinematografica di Georgiana, biografia di Georgiana Spencer, duchessa del Devonshire, scritta da Amanda Foreman. Georgiana, simpaticamente chiamata G dai suoi cari, viene data in sposa a diciassette anni al severo e anaffettivo duca di Devonshire. L’uomo è disinteressato a lei come persona, tutto ciò che chiede è un erede maschio e obbedienza. Georgiana diventa una personalità molto apprezzata tra i nobili inglesi e ottiene molti successi in politica schierandosi con i Whing, purtroppo l’erede tarda ad arrivare in quanto nascono due bambine e il conte tradisce ripetutamente la protagonista. La giovane diventa molto amica di Bess, una donna percossa e poi cacciata dal marito che ha perso ogni diritto di frequentare i suoi figli. Bess diventa l’amante del conte e ottiene da lui la facoltà di vivere con i propri ragazzi: G inizialmente soffre molto per il tradimento, in seguito comprende che i due si amano e accetta la loro relazione. Il conte continuerà a stuprare la protagonista per ottenere il tanto desiderato erede maschio, sino all’effettiva nascita del bambino.

Quando G si innamora del giovane politico dei Whing Gray, resta incinta e decide di andare a vivere con lui, non ottiene il benestare dal marito che la ricatta: se la giovane vuole continuare a crescere i propri figli, dovrà cessare di frequentare Gray e lasciare a lui la piccola che porta in grembo. L’amore di madre vince l’amore sentimentale, perciò G decide di restare con il conte, accettando di frequentare la figlia illegittima solamente durante delle brevi visite. Bess, che non è affatto un personaggio negativo come potrebbe sembrare inizialmente, appoggia alla protagonista: la aiuta a intrattenere una relazione clandestina con Gray e la assiste durante la gravidanza illegittima.

Il film è drammatico, tragico, triste e malinconico, l’atmosfera è claustrofobica come la sofferta vita di G. Il ritmo è moderatamente lento: non ci sono scene d’azione, i dialoghi sono la colonna portante. Tutto ciò è condito da una colonna sonora discreta ma efficace nel ricreare un’atmosfera struggente, tipica dei romanzi rosa tristi e travagliati, che si rivolgono prevalentemente ad un pubblico femminile. Non vogliamo criticare a prescindere il genere del film in quanto è giusto che le persone che adorano piangere davanti al grande schermo siano accontentate, tuttavia sarebbe utile che la questione dei diritti delle donne sia proposta anche agli uomini, magari trattando temi che potrebbero piacere ad entrambi i sessi. Per esempio, svolge un ruolo piuttosto importante nel film la politica, tuttavia dei Whing apprendiamo solamente che lottavano per un non meglio precisato concetto di “libertà“; sarebbe stato interessante approfondire la storia dei partiti politici inglesi del Settecento. Sarebbe stato inoltre interessante inserire in alcune scene delle usanze tipiche settecentesche, invece i comportamenti dei personaggi sono piuttosto simili ai nostri.

La protagonista è inoltre una donna perfetta, priva di difetti: giovane, bellissima, determinata, spavalda, carismatica, vincente, con una passione, secondo i canoni dell’epoca tipicamente maschile, come la politica. Il ruolo è stato assegnato ad una celebrità del calibro di Keira Christina Knightley, che ha interpretato protagoniste con una personalità simile (anzi, identica) in altri film, molto spesso in costume come in La duchessa: dopo essersi conquistata l’affetto del pubblico nel 2002 in Sognando Beckham quando era ancora una ragazzina, l’anno seguente ha ottenuto il suo primo grande successo nel primo capitolo dei Pirati dei Caraibi; nel 2005 ha interpretato Elizabeth Bennet in Orgoglio e pregiudizio; nel 2008 ha vinto degli importanti riconoscimenti per Espiazione;  nel 2012 recita in Anna Karenina; nel 2014 escono Tutto può cambiare e The Imitation Game; nel 2016 infine è il turno di Collateral Beauty. La profonda sofferenza della protagonista non viene trasmessa mediante i dialoghi, ma attraverso struggenti primi piani del viso disperato della protagonista; il volto di Keira è estremamente espressivo, riesce a esprimere contemporaneamente determinazione, ribellione, fragilità e dolore. Il solo problema del personaggio di G è un eccessiva perfezione: analizzando la trama, non si troverà un solo difetto nella protagonista, fatta eccezione per una irrimediabile sfortuna che la condanna ad una vita di sofferenza. Si tratta del personaggio ideale per far scattare nella mente delle spettatrici un meccanismo di identificazione, infatti una giovane donna che guarda il film desidera ardentemente di assomigliare a Georgiana, ma al tempo stesso si sente fortunata a non essere lei in quanto, vivendo nel XXI secolo, non subirà mai analoghe ingiustizie. E’ sempre meglio diffidare dei modelli di perfezione: i personaggi ordinari sono più simpatici ed evitano di provocare un senso di inadeguatezza nelle giovani donne.

Anche il personaggio del conte è poco approfondito: le crudeli scelte dell’antagonista infatti non sono solo dettate dal costume dell’epoca, ma anche da un’incapacità di provare empatia, interesse e affetto per i propri simili. Ma cosa ha portato il conte ad essere così? Inoltre nessuno è un concentrato di puro odio e malvagità, ma il conte non sembra possedere alcuna caratteristica positiva a parte la sua passione per i cani oppure, nell’ultima scena, quando confida a Georgiana di invidiare i propri figli poiché, in quanto bambini, possono vivere spensieratamente. Ne risulta un antagonista superficiale, un orco che sembra provenire da una favola anzichè da una storia realmente accaduta, privo di cedimenti o debolezze umani e creato appositamente per risultare odioso, senza approfondire il punto di vista maschile nella rigorosa e soffocante società Settecentesca.

Infine è doveroso ricordare che, rispetto alla biografia, abbondano le imprecisioni storiche, che piegano la realtà in favore della tragedia. Il pubblico dovrebbe essere educato all’amore per la storia, anzichè ai drammi rosa, soprattutto considerando che la biografia di Georgiana non necessita di essere modificata per risultare avvincente.

Il risultato è un film leggero, ideale per strappare qualche lacrima ad una casalinga, ma privo di profondità. I costumi e le scenografie, apprezzati durante la premiazione degli Oscar 2009, sono realistici ed efficaci, ma non è il caso di spingersi oltre nelle lodi della pellicola. Quando i film sulle problematiche femminili si rivolgeranno anche agli uomini, forse avremo fatto un passo avanti verso la parità dei generi.

 

“Il primo re”, un film in protolatino

foto-il-primo-re-1-lowIl primo re, regia, produzione e sceneggiatura di Matteo Rovere, è uscito nelle sale italiane il 31 gennaio 2019 per raccontare come la storia della nostra penisola ebbe inizio: sono infatti protagonisti Romolo e Remo, la vicenda narrata è la fondazione di Roma.

La trama è nota a tutti gli appassionati di storia: il 753 a.C. due fratelli uniti da un legame indissolubile e con un’indole da leader litigano per il predominio sul villaggio da loro fondato; dalla morte di Remo verrà fondata Roma, guidata da Romolo. Lo spettatore non si reca al cinema per il finale della storia, ciò che conta è l’accurata ricostruzione di un periodo storico che non siamo abituati a vedere sul grande schermo. Il Gladiatore ci ha infatti abituati alla rappresentazione di Roma imperiale, abbiamo anche opere riguardanti l’Urbe repubblicana, ma raramente viene ricostruito il Lazio preromano.

Rovere e i co-sceneggiatori Filippo Gravino e Francesca Manieri si sono ispirati a tutte le fonti storiche a disposizione: Tito Livio, Plutarco, ma anche la storiografia più recente, creando un film che coniugasse l’avventura fantasy di Game of Thrones e un approccio più realistico e brutale, come L’ultimo dei Mohicani, Braveheart, e la filmografia di Mel Gibson.

Il cast è interamente italiano, così come la regia e il set, il trucco prostetico, stunt, effetti speciali, combattimenti e costumi; tuttavia il film è frutto di una co-produzione internazionale tra Italia e Belgio. Per essere un film italiano, il budget di 8 milioni è altissimo. Alessio Lapice e Alessandro Borghi interpretano i due gemelli: Remo in un primo momento appare un leader forte e carismatico, capace di guidare i propri uomini come un vero primus inter pares e di salvare il fratello, ma quando peccherà di ybris contro gli dei segnerà la sua rovina; Romolo invece è più riflessivo, meno impetuoso e rispetta i Numi (sebbene le divinità non siano quelle del pantheon classico), pertanto si guadagnerà il favore del popolo a scapito del fratello.

Gli attori che interpretano i protagonisti si sono allenati per mesi nel combattimento corpo a corpo con lance, spade, mazze chiodate, asce e a mani nude. Il combattimento dei protolatini tuttavia non è un elegante duello di scherma, ma una rude e bestiale zuffa, in cui si possono anche cavare gli occhi al nemico a mani nude: il risultato sono avvincenti e brutali combattimenti, che mantengono lo spettatore con il fiato sospeso.

I costumi sono molto diversi dalle toghe e dai calzari cui siamo abituati, in quanto i personaggi indossano maglie di tessuto grezzo marrone, oppure pellicce o strisce di cuoio, che lasciano spesso in vista i villosi peli del petto. Il guerriero proto latino è sporco di sangue e di fango, inoltre il suo corpo è percorso da numerose ferite e cicatrici infette.

Le riprese principali sono iniziate l’otto settembre 2017 e sono terminate a dicembre dello stesso anno; si sono svolte interamente nella regione Lazio, nel Bosco del Foglino nelle oasi naturalistiche della Farfa e Manziana e nei comuni di Nettuno, Viterbo e Manciana. Le terre in cui sorgerà Roma appaiono ostili, selvagge e pericolose, ovunque regnano le paludi in quanto le zone che circondano il Tevere non sono ancora state disboscate. Niente templi o palazzi di marmo, ma capanne di paglia immerse nella selva. Il film è stato girato con l’utilizzo di luce naturale e in formato anamorfico.

La lingua del film è il protolatino, antecedente al latino arcaico: tale lingua è stata ricostruita dai semiologi dell’Università della Sapienza, che hanno colmato le lacune dovute all’oblio della storia ibridando ceppi di indo-europeo. Il risultato è una lingua incomprensibile senza i sottotitoli, ma in cui è possibile distinguere alcuni termini del latino classico; si tratta di una soluzione originale ed estremamente evocativa. Ecco cosa raccontano i semiologi: «abbiamo lavorato con archeologi e storici, che insieme ai linguisti e ai semiologi hanno supportato il progetto con l’obiettivo comune di creare una narrazione moderna, composta però da elementi storicamente attendibili». Lo scopo di tale soluzione, secondo Rovere, è calare lo spettatore nella realtà della vicenda. Per la medesima ragione, le scene d’azione del film sono state girate mediante l’utilizzo di effetti speciali pratici, controfigure e numerose comparse.

Gli usi, i costumi, i culti religiosi e i combattimenti sono stati ricreati con estrema fedeltà storica, tuttavia la sceneggiatura è poco precisa per quanto riguarda il trattamento dei defunti. In una scena una vittima di Remo viene sepolta, inoltre tale personaggio chiede in punto di morte al fratello di essere sepolto, invece verrà cremato su una pira. E’ possibile che nello stesso villaggio si pratichi sia la sepoltura sia la cremazione?

Se gli sceneggiatori hanno curato con particolare attenzione la cultura dei popoli latini, non hanno menzionato le culture con cui gli antenati dei romani entravano in contatto. Le caratteristiche della civiltà etrusca infatti sono appena menzionate, in particolare attraverso l’aruspicina e il culto delle vestali, invece non compaiono i greci e tutti gli altri popoli italici.

Billy Elliot e la lotta agli stereotipi di genere

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Esistono attività da maschio e da femmina? Se un bambino pratica un’attività che gli stereotipi attribuiscono alle femminucce è omosessuale? Nel 2000 il film Billy Elliot, scritto da Lee Hall e diretto da Stephen Daldry, affronta queste importanti tematiche, ispirandosi alla vita del ballerino Philip Mosley. Siamo all’inizio del Terzo Millennio e gli omosessuali e le questioni sulle espressioni di genere non avevano ancora conquistato il pubblico delle serie tv, perciò il messaggio ancora attuale del film ebbe una straordinaria risonanza mediatica.

Jamie Bell interpreta il protagonista, un ragazzino di undici anni che ha dato il nome alla pellicola e che vuole diventare un ballerino classico. Purtroppo Billy proviene da una famiglia di minatori in pieno sciopero del 1984, quando Margaret Thatcher voleva chiudere le miniere, in un’epoca storica in cui l’omosessualità e tutto ciò che può essere vagamente associato ad essa viene condannato.

Il film ha un importante valore pedagogico perché afferma che i bambini ed i ragazzi devono seguire le proprie inclinazioni indipendentemente dagli stereotipi. Nonostante Billy si sia accorto di avere un talento naturale per la danza, inizialmente si oppone alla propria natura, sostenendo che i maschi devono svolgere attività più virili, come la boxe. Mrs. WIkinson gli pone una domanda cruciale: –Ti diverti?– Una persona deve dedicarsi a ciò che più lo rallegra, non a quello che la società ha scelto per lui. Billy Elliot non è affatto portato per la boxe e non prova piacere nel praticarla, pertanto non ha alcun motivo di dedicarsi a tale sport; la danza è la sua passione, Billy prova una naturale inclinazione per la danza pertanto è fondamentale per lui studiare tale arte. Si tratta di un principio che dovrebbe essere alla base dell’educazione dei ragazzi, è in gioco la loro felicità e il loro successo nella vita.

Coloro che non seguiranno la propria vocazione si ritroveranno a vivere la triste storia della nonna di Billy Elliot, un’anziana signora appassionata di danza come il nipote che, nonostante la demenza senile, rimpiange di non aver potuto diventare una ballerina professionista. La frequenza con cui nomina la danza nelle conversazioni è commuovente, la nonnina addirittura danza di nascosto in pantofole nella propria stanza. Non è possibile cambiare l’indole di una persona, per il bene di ciascuno è necessario seguire le proprie inclinazioni.

Il film si domanda inoltre se la danza è un’attività da omosessuali. Billy è un ragazzino virile: indossa vestiti da maschio e mai calcherebbe il palcoscenico in tutù, ha atteggiamenti da giovanotto, flirta con le ragazzine della sua età e più volte afferma di non essere omosessuale. Non esistono attività da maschio o da femmina, esistono i maschi e le femmine, che possono dedicarsi a ciò che desiderano. Billy Elliot ha un approccio molto maschile alla danza, non c’è nulla di femminile in lui. Dal film si evince inoltre che i pregiudizi sui ballerini sono sbagliati, infatti un danzatore ha il corpo di un atleta e può essere molto muscoloso, coerentemente con quanto richiesto ad un uomo negli anni Ottanta. L’eterosessualità del protagonista appare ancor più evidente quando si confronta con un vero ragazzo omosessuale, il suo amico Michael. Michael non si dedica ad attività che gli stereotipi classificano come femminili, tuttavia ha una forte passione per il travestitismo, infatti ruba i vestiti della madre e della sorella, inoltre ha degli atteggiamenti molto affettuosi nei confronti di Billy che inducono lo spettatore a sospettare che ne sia infatuato. Paragonando il comportamento di Billy con quello di Michael, lo spettatore trae la conclusione che praticare un’attività tipicamente femminile non ha nulla a che vedere con l’omosessualità.

Nella scena finale, in cui un Billy ormai adulto si appresta a ballare il Lago dei cigni, compare la coreografia di Matthew Bourne, molto discussa ma anche di grande successo, comparsa per la prima volta in scena a Londra nel 1995; il coreografo ha portato in scena l’opera con un corpo di ballo interamente maschile, introducendo nel balletto classico il tema dell’omosessualità. Con tale scelta significativa, si vuole indicare che i tempi sono ormai maturi per accettare l’omosessualità nella società e che non esistono nella danza come nella vita ruoli da maschio o da femmina.

Tali importanti principi educativi verranno appresi dal padre di Billy, un uomo frustrato dal lungo sciopero e dalla recente morte della moglie, che vorrebbe che il figlio diventasse un minatore come tutti gli uomini della famiglia. Non si tratta di un cattivo padre perché ama molti i propri due figli, tuttavia una mentalità arretrata e maschilista lo induce ad assumere dei comportamenti tossici nei confronti del figlio e a compiere delle scelte sbagliate. La frustrazione lo porterà inoltre ad assumere dei comportamenti verbalmente aggressivi, che faranno soffrire molto il povero Billy Elliot. Fortunatamente, il protagonista avrà la forza di convincere il padre ad appoggiarlo nella sua carriera di ballerino.