USA, quando le carceri sono popolate soprattutto da neri

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Cosa sappiamo noi Italiani del funzionamento del sistema carcerario americano? Pochissimo, se escludiamo quanto ci mostra il telefilm Orange is the new black, che racconta i dissidi tra le prigioniere di un carcere femminile e l’azienda privata che gestisce l’istituto penitenziario. E’ tuttavia difficile distinguere la realtà dalla finzione, soprattutto perché molte delle avventure affrontate da Piper e le sue amiche sono alquanto improbabili.
La realtà che ci mostra il documentario Netflix 13th è molto più cruda e drammatica: gli Stati Uniti sono abitati dal 6% della popolazione mondiale e comprendono il 25% dei detenuti del pianeta, quasi tutti afroamericani. Il documentario è scandito dalle tappe di una lunga linea del tempo che inizia con la fine della schiavitù e arriva sino ai nostri giorni, mostrando come il numero dei carcerati aumenta vertiginosamente di anno in anno. Gli episodi sono intervallati dai ritornelli di alcune canzoni rap che raccontano la tragica condizione degli afroamericani ingiustamente incarcerati, le storie sono raccontate attraverso interviste di esperti e video storici dei telegiornali o film d’epoca.
Con la fine della schiavitù afroamericana, l’economia del paese, sino a poco prima fondata sullo sfruttamento dei neri, andava ricostruita. Siccome il tredicesimo emendamento della costituzione proibiva ogni forma di schiavitù eccetto quella cui possono essere sottoposti i criminali, si è pensato di trovare un astuto escamotage per incatenare la popolazione nera: la prigione. Complice il Ku Klux Klan quanto le istituzioni, si è diffuso lo stereotipo del negro stupratore, avido, violento e criminale, da temere, perseguire penalmente e rinchiudere. Era l’epoca della segregazione, dei pestaggi, dei linciaggi per strada ma anche delle esecuzioni sommarie da parte di una folla inferocita. Alcuni video agghiaccianti mostrano una realtà che turba profondamente lo spettatore, proponendo scene di violenza che sembrano appartenere ad un mondo lontanissimo, eppure tutto ciò accadeva solo pochi decenni fa.
L’epoca di Nixon diventa più infida: non si parla apertamente di razzismo o di incarcerazione dei neri, però si parla di necessità di sicurezza e di lotta contro la droga, tutto ciò porta inevitabilmente ad un incremento dell’incarcerazione degli afroamericani e dei difensori dei loro diritti civili. Si consolida l’immagine del nero pericoloso, uno stereotipo che si diffonde anche presso la stessa comunità afroamericana. Le immagini ora sono a colori, tratte da vecchi telegiornali e meno violente, ma non per questo meno angoscianti: giovani neri ammanettati caricati sui furgoni della polizia, in attesa di lunghi anni di carcere per reati che non hanno commesso o per crimini minori. Sotto Regan, si diffonde la crak, una droga molto diffusa tra i neri. Il semplice possesso di questa sostanza è punito molto più severamente rispetto a quello della cocaina, ciò comporta un’incarcerazione di massa degli afroamericani.
“Tre colpi e sei fuori” significa che, dopo tre reati gravi, scatta autonomamente l’ergastolo; è questa la nuova politica statunitense. Si garantisce inoltre che un detenuto sconti sempre almeno l’85% della pena, senza ricevere premi per buona condotta o altro. Tutto ciò ha comportato un sovrappopolamento delle carceri americane, famiglie divise e padri che non hanno visto crescere i loro figli, anche per aver commesso un semplice reato minore.
Dopo Nixon e Regan in America è diventato quasi impossibile candidarsi alla presidenza senza proporre un giro di vite nei confronti dei criminali, un giovane nero su tre è destinato a finire in prigione almeno una volta nella sua vita e le percentuali non sono affatto migliorate perché il sistema carcerario è diventato un business gestito da aziende private, alle quali conviene che gli istituti penitenziari siano pieni. Lo scenario di Orange is the new black, in cui una compagnia cinica e spietata gioca con le vite delle detenute per trarne profitto, non è più una finzione drammatica ma la realtà dei fatti, con la sola distinzione che la popolazione carceraria non è equamente suddivisa tra tutte le etnie che vivono negli Stati Uniti, ma c’è una netta maggioranza di neri ed ispanici.
Dimenticatevi soprattutto le romantiche, bellissime e acculturate Piper ed Alex delle classi più agiate nel ruolo delle protagoniste, perché in America chi è ricco può facilmente uscire di prigione pagando la cauzione; sarebbe stato più corretto attribuire il ruolo di prima donna dietro le sbarre ad una sorella del ghetto. Un’altra violazione dei diritti umani è costituita dal patteggiamento: ai criminali colti in flagrante viene offerto di patteggiare ammettendo le proprie colpe, chi si rifiuta e accetta di essere processato rischia un inasprimento della pena; ne consegue che gli arrestati accettano di essere incriminati anche per i reati che non hanno commesso. Un giovane ragazzo ha rifiutato il patteggiamento perché era innocente e ha atteso il processo in prigione; si è tolto la vita qualche anno dopo aver ottenuto la libertà. Un altro grave problema è il reinserimento degli ex detenuti nella società, in quanto sarà molto difficile per loro trovare lavoro, affittare una casa e, in generale, muoversi liberamente negli Stati Uniti con la fedina penale sporca.
Il documentario richiede una certa dose di attenzione perché tratta argomenti seri e complessi, inoltre turba profondamente lo spettatore per la crudezza dei temi trattati. Nonostante ciò, merita di essere visto perché tutti dovrebbero conoscere la tragica violazione dei diritti umani che è in corso negli Stati Uniti attraverso quella che può essere considerata una nuova forma di schiavitù.

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Il movimento Me Too

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Aristotele disse che “la dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli“. Ne consegue che anche i personaggi che maggiormente possiedono successo e potere nella nostra società, come le star del cinema e del mondo dello spettacolo in generale, possono non avere una dignità, nonostante i molteplici riconoscimenti sociali. Le vicende che circondano il movimento Me Too hanno messo in discussione la dignità di molti artisti e personaggi dello show business, oltre ad aver posto l’accento sulla tematica della violenza sulle donne, in particolare nel mondo del lavoro.

Ma partiamo dal principio. Il movimento Me Too è una campagna femminista finalizzata alla denuncia delle violenze subite dalle donne, in particolare sul posto di lavoro. Tutto è cominciato dopo la pubblicazione delle inchieste giornalistiche sugli abusi sessuali commessi dal produttore statunitense Harvey Weinstein, focalizzando l’attenzione dell’opinione pubblica su quanto ci sia di torbido dietro le quinte dello show business. L’uomo, un potente impunito, è stato accusato da diverse artiste, che sono state credute pur senza processi e prove, un dato non scontato perchè, sino a pochi decenni fa, una donna veniva considerata priva di dignità se subiva un abuso e non sempre veniva creduta. Harvwy Weinstein è stato denunciato da diverse artiste, tra cui  Asia Argento, Salma Hayek, Rose McGowan, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Cara Delevingne, Mira Sorvino, Rosanna Arquette e Lea Seydoux.

Nell’ottobre 2017 il movimento ha avuto una diffusione virale nel mondo dei social grazie ad un hastag avente la funzione di dimostrare quanto sia alta la frequenza delle molestie sessuali subite dalle donne, raccontando la drammatica storia delle vittime. L’hastag era il nome del movimento che significa “anch’io”, perchè la denuncia di una donna induceva una compagna a prendere la parola e a raccontare un episodio di violenza capitato a lei.

Sempre nel 2017, il movimento Me Too è stato scelto come persone dell’anno dal Time e, sulla copertina del celebre giornale, sono state immortalate, vestite di nero, cinque donne fiere e determinate: Ashley Judd, tra le prime cinque star ad accusare Wensttein; Taylor Swift, che ha vinto una causa per molestie sessuali contro il dj David Muller; Adama Iwu, che ha creato il sito We said enough per denunciare le molestie nel mondo del lavoro e della politica; Susan Fowler, ex ingegnere informatico di Uber che, con una denuncia per molestie sessuali, ha portato al licenziamento il Ceo e altri venti dipendenti; Isabel Pascual, una raccoglitrice di fragole messicana che ha raccontato pubblicamente le minacce ricevute per aver denunciato gli abusi.

L’italiana che ha maggiormente contribuito al movimento è Asia Argento, che ha parlato pubblicamente dello stupro che ha subito da parte di Weinstein a Cannes nel 1997, quando l’attrice aveva 21 anni. Il suo contribuito è stato fondamentale per la crescita del Me Too, anche se da molti è stata contestata in quanto risulterebbe sospetto denunciare uno stupro a distanza di anni. A ciò altri hanno ribattuto che molte vittime di violenza non trovano la forza per denunciare, contribuendo così a coprire il proprio aggressore, oppure ci riescono solo dopo anni, una volta superato il trauma.

Asia Argento era dunque un’eroina quando Jimmy Bennet, oggi ventiduenne, ha rivelato di aver subito un’aggressione sessuale da parte della star quando l’attore e musicista aveva diciassette anni. L’attrice lo avrebbe risarcito con 380 mila dollari, ma l’esperienza traumatica avrebbe comportato per Bennet un crollo emotivo talmente potente da averlo condizionato sul set. Asia Argento è stata accusata in seguito agli sms divulgati da Rain Dove, la compagna di Rose McGowan, nei quali la figlia del regista di film horror confessa di aver avuto un rapporto sessuale con Bennet, all’epoca minorenne.

Harvey Weinstein ha colto l’occasione al volo per tentare di riscattare la propria immagine e affossare il movimento Me Too infatti, in una dichiarazione a Fox News, il suo avvocato Benjamin Rafman ha accusato l’attrice italiana di “un incredibile livello di ipocrisia”, infatti l’episodio di violenza sul ragazzo “dovrebbe dimostrare a tutti quanto malamente le accuse contro Weinstein siano state effettivamente crollate”. L’episodio potrebbe avere gravi ripercussioni sulla carriera di Asia, infatti persino Sky si è pronunciato al riguardo sostenendo che, se i fatti saranno confermati, la star non parteciperà al programma X Factor.

L’attrice è stata allontanata dal movimento proprio da Rose McGowan, un’artista che l’aveva sostenuta con ardore nelle sue battaglie: la donna non solo ha preso le distanze da lei, ma l’ha paragonata a Weinstein, allontanandola dal Me Too con una lettera facilmente rintracciabile in Internet.

L’episodio ha scatenato un acceso dibattito e ha sollevato opinioni contrastanti. Non è escluso che una vittima possa essere anche un carnefice, pertanto una persona può essere stata violentata in un episodio e aver violentato in un altro; ne consegue che il movimento Me Too non è ipocrita come è stato affermato da Weinstein, soprattutto perché ha avuto degli effetti positivi nello smascherare le molestie nel mondo dello spettacolo e nella difesa delle donne in generale. Ciò non toglie che, se Asia ha veramente commesso uno stupro, merita di essere punita ed è evidente che la donna ha calpestato la propria dignità macchiandosi di una colpa gravissima e, come ha detto il produttore, anche di ipocrisia. Molti sostengono che Asia sia stata incastrata per risollevare l’immagine di Weinstein; anche se non ci sono prove concrete al riguardo, bisogna tenere in considerazione tale ipotesi.

Ma una donna può stuprare? La questione è controversa, perché sicuramente le violenze subite dalle donne sono un fenomeno molto più diffuso e grave, però anche le vittime maschili meritano considerazione. Secondo il giornale online Bossy, anche gli uomini vengono stuprati, nelle stesse dinamiche in cui le vittime sono le donne. Gli uomini però hanno problemi ben maggiori rispetto alle donne perché non esistono centri di accoglienza, numeri verde o sportelli per supportarli inoltre, quando sporgono denuncia, spesso il loro caso viene trattato con sufficienza. L’uomo violentato inoltre si vede privato della propria virilità e accusato di omosessualità da una società omofoba (specie se lo stupratore è un uomo, ma anche se l’aggressore è una donna), pertanto la vittima tenderà a nascondere l’accaduto, coprendo il proprio carnefice.

Il fenomeno Me Too ci mostra come, dietro i lustrini e i riflettori, il mondo dello spettacolo possa anche essere privo di dignità e quanto sia allarmante il fenomeno delle violenze sessuali sul lavoro.

Fantascienza e psicologia in “Maniac”

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Avete presente i vecchi film di fantascienza anni Ottanta che ci fanno esclamare, ridendo sotto i baffi: “Ma allora è così che i nostri genitori si immaginavano il futuro?” Dal 21 settembre 2018 Netflix propone una nuova serie tv, Maniac, che racconta la complicata relazione di amicizia e forse d’amore di due malati psichici, che si sottopongono ad un esperimento per risolvere i propri problemi. La regia di Cary Fukunaga e la scrittura di Patrick Somerville hanno sfornato un piccolo capolavoro.

L’ambientazione è un non tempo in cui le macchine e i costumi sono creati secondo la moda di quarant’anni fa e la tecnologia prevede hardware mastodontici e cavi al posto del wi-fi, ma la scienza offre miracoli che nemmeno ai nostri giorni possiamo immaginare: computer che provano emozioni e droghe in fase di sperimentazione che consentono di rielaborare i traumi. Il futuro immaginato dagli sceneggiatori prevede amicizie in affitto e una diffusa difficoltà nello stringere rapporti personali, rendendo il mondo di Maniac più simile ad una distopia. Le scenografie del laboratorio in cui si svolgono i test, con luci al neon, ambienti claustrofobici privi di finestre e effetti speciali anni Ottanta, sembrano un omaggio a Kubrick e sono determinanti nella creazione di un’atmosfera fantascientifica della vecchia scuola.

Ma Maniac è anche la storia di una relazione. I due protagonisti, Owen Milgrim (Jonah Hill) ed Annie Landsberg (Emma Stone), sono rispettivamente uno schizofrenico paranoico e una borderline, che si incontrano ad un esperimento per testare un nuovo farmaco sugli esseri umani. Lui vorrebbe guarire dalla sua difficoltà a scindere realtà e allucinazioni e salvarsi da una vita mediocre, lei cerca solo la droga da cui è dipendente, la prima delle tre pastiglie dell’esperimento, che le consente di rivivere il trauma in cui è morta sua sorella. Le pastiglie somministrate durante i test consentono di vivere dei sogni terapeutici per rielaborare i traumi, ma i sogni dei due giovani sono collegati perché i due si amano, anche se nel corso della prima stagione non lo hanno ancora capito e pensano di essere solo amici.

Svolge un ruolo portante il tema della psicologia, non soltanto perché i due protagonisti sono affetti da due patologie, dipinte egregiamente dalla recitazione dei due artisti. La serie tv parla anche di rapporti interpersonali, della rielaborazione del lutto da parte di un computer che prova sentimenti e di un disturbo sessuale dovuto ad un malsano rapporto con i genitori, che si potrebbe ricollegare al complesso edipico freudiano. Unica pecca, la facoltà di un farmaco che consente di rielaborare i traumi di guarire anche disturbi, come la schizofrenia paranoica e il disturbo borderline. Un disturbo può affliggere anche una persona che ha avuto una vita serena e non ha esperienze negative da rielaborare e può essere controllato con le terapie ma non superato, per questo motivo la serie è inesatta e trasmette un messaggio errato sulle malattie mentali. Anche la protagonista di Ragazze interrotte era borderline e, come in quel caso, l’opera non analizza a fondo le caratteristiche della malattia: tale disturbo non consiste semplicemente in maleducazione e rispondere male alle persone, è una realtà molto più complessa. La schizofrenia del personaggio principale maschile ricorda invece Beautiful mind: anche Owen combatte per distinguere realtà e finzione e la serie trasmette il sottointeso messaggio che la mente umana è bella perchè varia e articolata, inoltre ciascuno di noi è pazzo a modo suo. Owen si comporta come se fosse rintontito dai farmaci, invece afferma più volte di non assumere sostanze; si tratta di una grave pecca, perchè ancora una volta si raffigurano in modo errato le malattie psichiche.

La continua alternanza tra vita reale e dimensione onirica ricorda molto Inception. Come nel celebre film, il finale è aperto: non sarà una trottola a stabilire se i protagonisti si trovano in un sogno, ma la presenza di due animali che solitamente appaiono durante il sonno indotto dai farmaci. Sarà un caso o una citazione voluta?

Siccome nei sogni i disturbi psichici svaniscono e le personalità dei personaggi diventano più carismatiche e vincenti, la recitazione degli attori muta radicalmente a seconda del contesto, consentendoci di osservare come può cambiare il volto di un attore in base del ruolo. I dialoghi svolgono una funzione predominante nella struttura della serie, lasciando ampio margine di azione agli attori per mostrare le loro capacità.

E’ interessante soffermarsi anche sulla struttura del telefilm. La prima puntata è dedicata interamente a Owen, la seconda ad Annie, dalla terza invece i protagonisti assumono lo stesso rilievo. Il complicato rapporto tra i due scienziati che conducono l’esperimento è una storia parallela: il genio problematico e la sua saggia e matura compagna nonché braccio destro sono un duo perfetto

“Chiamatemi Anna”, in attesa della terza stagione

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Chiamatemi Anna è una serie tv firmata Netflix che si ispira al celeberrimo romanzo Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery, dato alle stampe nel 1908. La prima stagione di sette episodi è uscita nel 2017, la seconda di dieci puntate risale al 2018 e i fan sono attualmente in attesa della terza, per la quale è confermata la realizzazione di dieci episodi. L’adattamento è un’opera di Moira Walley-Beckett.

La protagonista è Anna, una ragazzina dai capelli rossi non particolarmente carina ma carismatica, intelligente, logorroica, accanita lettrice, romantica e con una fervida immaginazione. La piccola è orfana ed ha vissuto una serie di esperienze traumatiche sia in orfanotrofio sia presso le famiglie che l’anno adottata o l’hanno ingaggiata per badare ai figli naturali. Anna verrà adottata da una coppia di fratelli non sposati in età avanzata, Marilla e Matthew Cuthbert; inizialmente la coppia avrebbe voluto un maschio e non accettano la ragazzina giunta per un errore dell’orfanotrofio, ma presto impareranno ad amare Anna. In seguito ad una serie di fraintendimenti e al suo carattere esuberante, Anna faticherà non poco a farsi accettare dai compaesani e dalla famiglia. La prima stagione è particolarmente tragica e si sofferma sul faticoso inserimento di Anna nella nuova famiglia tra traumi, abbandoni e incomprensioni, la seconda invece assume tinte più spensierate in quanto racconta la vita della protagonista ad integrazione già avvenuta nel villaggio.

L’attrice che interpreta Anna non è una ragazzina graziosa, conformemente al personaggio, ma ha un volto molto caratteristico, difficile da dimenticare e straordinariamente espressivo. Le doti recitative di Amybeth McNulty, questo è il nome della giovane artista, sono precoci e sapientemente coltivate, perciò ci auguriamo per lei una straordinaria carriera.

La protagonista e molti dei personaggi principali sono bambini alla soglia della pubertà, tuttavia la serie tv non è rivolta solo agli adolescenti in quanto affronta tematiche molto serie come la condizione femminile nei primi del Novecento, il lavoro minorile, la povertà, l’analfabetismo dilagante, la discriminazione degli afroamericani, l’omosessualità, il corretto modo in cui un insegnante deve approcciarsi ai ragazzi, l’educazione dei figli, il bullismo, l’obsoleta mentalità dei primi del Novecento e molto altro ancora. Solitamente i personaggi si approcciano a tali tematiche secondo il seguente schema narrativo: in un primo momento si mantengono ancorati alla mentalità ottocentesca, che allo spettatore appare antiquata e controproducente, ma grazie alla riflessione e all’empatia maturano il proprio personale ed evoluto punto di vista adottando un approccio moderno, novecentesco se non addirittura del terzo millennio. Nel villaggio si diffonde pace e armonia grazie alla maturazione culturale, ne consegue che si crea una situazione quasi anacronistica, perchè la mentalità moderna sconfigge quella dell’epoca in cui è ambientato il racconto.

Talvolta trionfa il regresso, come quando i due truffatori fanno cadere il villaggio in preda alla febbre dell’oro. Il villaggio era accecato dalla sete di ricchezza e dall’ottusità, salvo pochi personaggi con cui lo spettatore si schierava, provando un senso di sdegno e ingiustizia. Anche quando il villaggio non mostra di avere un atteggiamento moderno, il telefilm trasmette un messaggio in favore del progresso e della mentalità del pubblico.

Conformemente a quanto crediamo noi spettatori del terzo millennio, ciascuno dei personaggi del telefilm appare simpatico e intrigante nella sua unicità, perchè essere diversi è un valore a scapito del conformismo. Ne consegue che Anna si differenzia dal gruppo dei suoi amichetti per la passione per la letteratura, la sua dolce amica Diana risalta per il suo talento come pianista, Gilbert è un brillante studente, Cole è uno straordinario artista e Ruby è molto romantica.

E’ doveroso menzionare i costumi di scena, finalizzati ad identificare immediatamente la classe sociale del personaggio per rappresentare la disparità sociale che piagava l’epoca di Anna. Ma i costumi rappresentano anche la mentalità e la personalità dei personaggi: Marilla ha un atteggiamento molto puritano e non sopporta le donne e le ragazze troppo eleganti, di conseguenza gli abiti della figlia adottiva Anna sono molto più sobri di quelli delle compagne; Diana è di famiglia benestante, pertanto i suoi vestitini saranno raffinatissimi; gli indumenti del bracciante Jerry sono umili e anonimi; la maestra tanto amata da Anna è invece una ribelle senza corsetto e, talvolta, indossa i pantaloni.

L’azione si svolge in Canada – il telefilm è dopotutto una produzione Canadese- nei primi del Novecento, ciò è evidente dal clima freddo, dalla fauna boscosa e dai continui riferimenti spazio-temporali. Le scene sono state girate in Ontario, anche se parte delle riprese si svolsero sull’Isola del Principe Edoardo, in cui è ambientato il romanzo.  Gilbert nei suoi viaggi approda ai tropici, ravvivando l’atmosfera introducendo un paesaggio completamente differente da quello in cui si svolge la vicenda di Anna.

Nonostante il telefilm abbia ottenuto successo e sia un prodotto di qualità, merita una nota negativa la sigla, che ritrae Anna ed alcuni animaletti in una folta vegetazione; le immagini ricordano un’illustrazione d’epoca, la colonna sonora assomiglia ad un brano country. Il breve video è stato realizzato al computer in modo molto poco realistico e lo zampino di qualche programma di videomaking risulta troppo evidente, pertanto si è guadagnato una bocciatura.

 

Atypical, una serie tv sull’autismo

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Atypical è una serie tv firmata Netflix, giunta alla seconda stagione, che racconta la storia di formazione di Sam, un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, e le vicende che coinvolgono i suoi cari, le cui vite sono fortemente influenzate dalla malattia del protagonista. La serie è nata da un’idea di Robia Rashid ed è diretta da Seth Gordon.

Sam vorrebbe emanciparsi e avere una vita normale e una ragazza, ma incontra svariate difficoltà dovute alla sua malattia: la sua ossessiva passione per i pinguini e l’Antartide lo rendono un personaggio bizzarro, si agita negli spazi affollati e rumorosi al punto da dover indossare una cuffia antirumore nei corridoi a scuola, non riesce a leggere i significati impliciti nelle conversazioni ed è troppo sincero, ha problemi di ansia, pratica dei rituali e gesti ossessivi e, quando si agita, è affetto da tic nervosi. Nonostante ciò il ragazzo riuscirà ad avere successo nella vita, intenerendo il pubblico. Il teenager infatti ha ottimi voti a scuola, soprattutto in biologia, ha successo al lavoro, troverà una ragazza e manterrà degli ottimi rapporti con i suoi parenti e amici, emancipandosi dalla famiglia.

Casey è la sorella minore di Sam, ma siccome suo fratello è autistico è come se fosse la maggiore, infatti è molto protettiva e aiuta l’eroe della serie in molte situazioni. Non è facile avere un fratello con la sindrome di Asperger, ma Casey riuscirà a distinguersi nelle gare di atletica delle high school americane. La mamma dei due ragazzi, Elsa,  è una donna iperprotettiva e talvolta soffocante nei confronti di Sam. Elsa ha investito tutte le proprie energie nella famiglia di cui è la colonna portante, ma tale scelta di vita l’ha resa fortemente insoddisfatta; ne conseguirà che tradirà il marito con un barista. Il padre è la figura genitoriale che ha avuto maggiori difficoltà ad accettare la malattia di Sam perciò in passato ha commesso degli errori, ma si è riscattato. Zahid è il migliore amico e consigliere di Sam, i due ragazzi lavorano insieme presso un negozio di elettronica. Il giovane ha una personalità carismatica, sa persuadere Sam a seguire i propri consigli che spesso si rivelano molto utili, naturalmente quando Sam non li fraintende a causa della sua tendenza a seguire solo il significato letterale delle frasi e all’incapacità di adeguare i suggerimenti alle circostanze. Paige è la prima fidanzata di Sam, una biondina intelligente e sensibile ma spesso logorroica che affronterà una serie di difficoltà per entrare nel complicato mondo del suo ragazzo.

Il telefilm permette di conoscere alcune caratteristiche dell’autismo come i sintomi del disturbo, ma è stato fortemente criticato perché non rappresenta le reali condizioni di vita degli affetti da sindrome di Asperger, come i loro pensieri e le loro difficoltà quotidiane. Il web abbonda di pareri vaghi e discordanti, spesso provenienti da fonti non autorevoli. Sarebbe interessante leggere l’analisi di un esperto di disturbi dello spettro autistico per stabilire quanto Atypical sia realistico, purtroppo in rete non è disponibile nulla di tal genere.

Il telefilm è un’opera su una malattia, certo, ma gli spettatori possono immedesimarsi in Sam perché si tratta di un liceale con tutti i problemi tipici della sua età e non è poi così diverso dagli altri ragazzi. Il disturbo di Sam genera situazioni divertenti, ma la sua peculiarità non viene mai ridicolizzata, perché il pubblico è indotto a provare empatia per lui. La trama è attraversata da una comicità velata, che rende leggeri anche i momenti di maggiore tensione drammatica.

La voce narrante appartiene a Sam, che descrive il comportamento dei vari personaggi paragonandolo a quello degli animali antartici. Si tratta di una scelta particolarmente poetica, che rappresenta la difficoltà con cui l’eroe tenta di interpretare il mondo, nonostante la malattia gli imponga di considerare i suoi simili come degli animali strani e incomprensibili.

Disincanto incanta Netflix

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Matt Groening ha fatto il tris: dopo aver criticato la società americana disegnando una città popolata da uomini gialli ne I Simoson e averci trasportato nel futuro con Futurama, ha ideato un mondo ambientato nel Medioevo delle fiabe in Disincanto. La prima stagione è uscita il 17 agosto su Netflix ed è stata un successo.

La protagonista è Bean, una principessa bruttina, con i dentoni da coniglio e un rozzo carattere da ubriacona che cerca disperatamente di non sposarsi per interesse, ribellandosi ad un padre burbero e autoritario. Suoi compagni inseparabili sono un elfo chiamato Elfo, scappato dal regno dei suoi simili per provare emozioni che non siano una perenne insensata felicità, e Lucy, un demone che dovrebbe condurre la fanciulla sulla via del male per ordine di oscuri quanto ignoti antagonisti, ma che sarà invece il suo braccio destro.

I vari elementi del fiabesco e della società feudale sono presentati con ironia e sarcasmo, inoltre i topoi del genere fantasy sono capovolti: il malefico Lucy si rivela il miglior consigliere mentre la bontà degli elfi rende sempliciotti, il consigliere del re organizza orge massoniche e le fate sono delle squillo. Disincanto non è un cartone animato per bambini, infatti sono presenti sesso, alcool, gioco d’azzardo, violenza gratuita, droga, ingiustizia sociale, lavoro minorile, prostituzione e molto altro ancora. Si abbattono i luoghi comuni col sorriso e la battuta rende più leggeri anche i momenti più tragici. Groening infatti “vuole raccontare vita e morte, amore e sesso, e di come continuare a ridere in un mondo pieno di sofferenza e idioti”.

Le dieci puntate di Groening non sono episodi indipendenti tra loro come Futurama e I SImpson, ma seguono un filo conduttore, sebbene ogni avventura sia costituita da una propria storia. La matita dell’artista è ben riconoscibile soprattutto nello stile con cui disegna le creature antropomorfe, tuttavia le linee di Disincanto sono molto diverse da Futurama e I Simpson: il fiabesco regna incontrastato attraverso colori brillanti e linee morbide. Gli effetti delle pozioni magiche e degli incantesimi sono stati creati con dei particolari effetti speciali differenti dal colore pieno del cartone animato, inoltre i liquidi sono semitrasparenti.

Le animazioni sono state ideate dai Rough Draft Studios, che hanno già partecipato alla realizzazione di Futurama, con la produzione esecutiva di Matt Groening e Josh Weinstein. Disincanto (Disenchantment in inglese) è la prima opera di Matt Groening per Netflix dopo la lunga collaborazione con 20th Century Fox Television, dalla quale sono nati I Simpson e Futurama.

La prima puntata svolge una funzione introduttiva in quanto vengono presentati tutti i personaggi principali. Le avventure della principessa Bean sono irriverenti e incalzanti, ma a il finale della serie lascia alquanto a desiderare poiché compare un antagonista inaspettato e la vicenda si complica eccessivamente. Ma lasciamo al pubblico il compito di stabilire se la serie è ben riuscita; nel complesso, Groening ha fatto centro per la terza volta.

Fumetto e anarchia in “V per Vendetta”

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V per Vendetta è un capolavoro del 2005 diretto da James Mc Taigues, grazie al quale la maschera di Guy Fawkes è diventata simbolo di ribellione e anarchia.

La storia, tratta dalla graphic novel omonima di Alan Moore e David Lloyd, riguarda un supereroe mascherato, invincibile nel combattimento con le armi bianche, conosciuto con il nome in codice V, scampato a degli esperimenti su cavie umane e desideroso di vendicarsi contro il regime totalitario e distopico che lo ha trasformato in un mostro. Sua fedele alleata è Evey Hammond, interpretata da Natalie Portman, una ragazza orfana che gradualmente viene contagiata dai suoi ideali.

Il regime totalitario che affligge l’Inghilterra ricorda molto la nazione di 1984 di Orwell per l’importanza che riveste la televisione nella vita dei cittadini. Le notizie vengono manipolate dal dittatore e dal suo staff e trasmesse principalmente dal piccolo schermo, ma gradualmente il popolo impara a diffidare di tali informazioni e si ribella, grazie soprattutto alle azioni sovversive di V. Il regime dittatoriale ha preso il potere diffondendo un’epidemia e controlla la popolazione soprattutto con coprifuoco e eliminando dalla circolazione gli oppositori, dopo averli arrestati e incappucciati.

V si ispira al personaggio di Guy Fawkes, un cattolico sovversivo che tentò di far saltare in aria il parlamento inglese con il re protestante Giacomo I e i parlamentari nel 1605. Gli ideali che spinsero l’attentatore ad agire non hanno nulla a che vedere con l’anarchia e spesso tale personaggio assume una connotazione negativa nella storia dell’Inghilterra, come è accaduto per esempio nell’ultimo best seller di Ken Follet La colonna di fuoco. La sua maschera bianca con il pizzetto nero è diventata tuttavia un simbolo di rivolta anche in cortei politici reali.

Il regime dittatoriale si è caratterizzato per l’eliminazione di ogni persona “diversa”, per motivi politici, come nel caso dei genitori di Evey, religiosi, in quanto è stato per esempio perseguitato l’Islam, e per l’orientamento sessuale. A questo proposito, la narrazione si interrompe per raccontare la triste vicenda di Valerie, un’attrice lesbica che è stata imprigionata insieme a V, al quale racconta la propria storia scrivendola su un rotolo di carta igienica. Anche l’arte è bandita, V infatti collezione nei sotterranei in cui vive ogni oggetto artistico e reperto archeologico che riesce a sottrarre tra quelli confiscati dal governo.

Il film colpisce per le frasi e gli aforismi pronunciati soprattutto da V, che si esprime come uno scrittore d’altri tempi. Un occhio attento nota alcune imprecisioni. Come fa una piccola carica di esplosivo trasportato da una metropolitana a far esplodere l’intero parlamento inglese, compreso il Big Bang? Come si è procurata Evey il suo documento falso? Come a fatto V a sapere dove la ragazza si era nascosta quando era fuggita dalla dimora sotterranea? Se V è stato geneticamente modificato, quale sono esattamente i suoi poteri oltre ad una straordinaria bravura nella scherma? Si tratta tuttavia di mancanze marginali.

Questo film è consigliato ad ogni ribelle, anarchico e sognatore. Anche se sarebbe impossibile per un uomo solo rovesciare uno stato nel mondo reale, V resta comunque un’icona nel mondo del fumetto e del cinema.