Il remake de “La mummia” delude

Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

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CONTIENE SPOILER

“A volte ci vuole un mostro per combattere un mostro”

Il remake de La mummia si rivela una fallimento, un insensato miscuglio di antico Egitto, crociati e Dr. Jeckyll & Mr Hyde che, unendo il gotico al fantasy-storico, lascia insoddisfatto lo spettatore. La delusione è resa particolarmente amara dall’intensa campagna promozionale con cui è stato lanciato il film, che aveva lasciato sperare che il prodotto fosse di ben altra qualità.

Protagonista della vicenda è la principessa Ahmanet che, dopo aver ucciso il padre faraone e il fratellastro per ereditare il trono e aver iniziato un rituale demoniaco per riportare il dio del male Seth sulla terra, viene sepolta viva in Irap. Un invecchiato Tom Cruise nei panni di un affascinante tombarolo risveglia la mummia e la sua maledizione, diventando così il prescelto per portare a compimento il rito interrotto: dopo essere stato pugnalato con un’arma maledetta, potrebbe diventare l’invincibile erede di Seth sulla terra e il compagno della principessa egizia. Naturalmente Tom Cruise rinuncerà al male e sconfiggerà la crudele faraona, superando anche le proprie meschinità interiori che lo hanno portato a profanare tombe e a spezzare il cuore della bella bionda co-protagonista.

La trama sarebbe stata avvincente se non fosse stato per l’inserimento di elementi che poco hanno a che vedere con l’antico Egitto e che hanno portato ad un calo di stile rispetto ai primi film della saga. La principessa ha il potere di risvegliare i  morti e di controllare in particolare gli scheletri di alcuni crociati. Le antiche bende della mummificazione però hanno poco a che vedere con le cotte di maglia dei soldati di Cristo, i quali erano anche piuttosto ridicoli in quanto sembravano gli zombie di Thriller di Michael Jackson. E’ inoltre inspiegabile come tali personaggi potessero nuotare nel Tamigi nonostante le pesanti cotte di maglia.

Uno dei personaggi principali della vicenda è il Dr. Jeckyll, il quale suo malgrado è condannato a trasformarsi in Mr. Hyde. L’intrusione di un personaggio del più classico dei romanzi gotici è una stonatura che abbassa la qualità del film in quanto non ha nulla a che vedere con l’antico Egitto. Nello studio del dottore compaiono inoltre teschi di vampiri e altre mostruosità che sacrificano una possibile ambientazione egizia in favore dell’horror fantastico e, come abbiamo già accennato, del gotico. Anche le scenografie erano poco egiziane e molto dark: il colore dorato della sabbia del deserto e delle piramidi è stato sacrificato in nome del grigio e del nero.

Una nota positiva deriva dalla scelta di affidare il ruolo principale della mummia ad una donna anziché ad un uomo. La prescelta nei panni della protagonista è stata Sofia Boutella, una bellissima ballerina algerina che ha incantato il pubblico con un corpo mozzafiato e sofisticate acrobazie, effettuate aggrappandosi alle catene che la imprigionavano in una scena.

Una scena particolarmente accattivante riguarda il disastro aereo causato dalla maledizione della mummia, girato con vivido realismo. Le riprese sono state effettuate in un’area a gravità zero, dopo una preparazione di diversi mesi da parte del cast per poter affrontare l’impresa. La scena è stata girata in un vero aereoplano, chiamato vomit comet, ad altitudini differenti, così da generare periodi di circa venticinque secondi in assenza di gravità. L’impossibilità di poter determinare a priori gli effettivi movimenti degli attori in quel lasso di tempo ha conferito alle riprese un certo grado di improvvisazione e indeterminatezza che il regista Alex Kurtzman ha considerato essenziale nella riuscita delle stesse.

Dieci e lode per quanto riguarda gli effetti speciali, sebbene gli zombie cupi, decomposti e ciondolanti siano apparsi un po’ scontati. Le impetuose tempeste di sabbia, le esplosioni nelle scene d’azione e il make up cadaverico e decomposto della mummia erano estremamente efficaci e hanno reso il film accattivante.

Fonti:

http://www.mymovies.it/film/2017/themummy/

“Una fuga d’amore” di Anderson

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Una fuga d’amore, il cui titolo originale è Moonrise Kingdom, è un film del 2012 di Wes Anderson, ambientato in un’isola fittizia del New England nel 1965.

Sam (Jared Gilman) e Suzy (Kara Hayward) sono due emarginati di dodici anni: il primo, un orfano ritenuto psicologicamente instabile e pericoloso, è il membro più impopolare della propria truppa di Scout; la seconda è una cleptomane (si diverte a rubare i libri della biblioteca della scuola), violenta e associale, che appartiene ad una famiglia problematica nonostante la patina di perfetta famigliola borghese. I due si sono innamorati nel corso di una recita parrocchiale in cui venne rappresentata l’opera di Britten Noye’s Fludde, Sam faceva parte del pubblico con la sua truppa di Scout e Suzy interpretava il ruolo del corvo. Dopo essersi scambiati lettere per un anno, i giovani innamorati decidono di fuggire lungo un antico percorso indiano. La fuga è resa possibile in quanto Sam, esperto scoutista, sa come sopravvivere nella natura selvaggia, ma ben presto la coppia verrà scoperta dall’intera truppa Scout di Sam, che si è lanciata all’inseguimento del compagno, i genitori di Suzy e il comandante Sharp.

Dopo quest’ultima bravata, i genitori affidatari di Sam hanno deciso di restituire il ragazzo agli assistenti sociali, i quali hanno già inviato un loro rappresentante (di cui ignoriamo il nome, il regista ha deciso di chiamarlo semplicemente con il minaccioso appellativo di Assistenti sociali) per ritirarlo e trasferirlo in una sorta di orfanotrofio, in cui il ragazzo potrebbe ricevere trattamenti psichiatrici invasivi come l’elettroshock. Sam e Suzy decidono dunque di fuggire ancora, questa volta con l’aiuto della truppa di Scout.

Come colonna sonora è stata effettuata una scelta raffinata: Variazione e fuga su un tema di Henry Purcell di Benjamin Britten. All’inizio del film vengono ripresi i tre fratellini di Suzy all’interno di una scenetta famigliare mentre ascoltano un vinile che propone un ascolto guidato del brano musicale. Come suggerisce il titolo, il pezzo è costituito da una parte in cui l’intera orchestra suona il tema di Purcell e delle brevi variazioni effettuate dalle varie sezioni dell’orchestra. Tali variazioni compariranno come colonne sonore nel corso dell’opera. Non è la prima volta che Purcell viene scelto come colonna sonora di un film: Music for the funeral of queen Mary the Second è infatti diventata il celeberrimo motivo di Arancia Meccanica di Kubrik.

La presentazione dell’ambientazione non viene affidata soltanto alla cinepresa, infatti compare un personaggio secondario dell’opera, un cartografo che partecipa al ritrovamento dei due fuggiaschi, che pronuncia due brevi discorsi introduttivi. Tutto ciò provoca un effetto di straniamento nello spettatore e l’intervento del regista nella realizzazione del film diventa più evidente.

L’atmosfera del film è fortemente vintage per l’ambientazione negli anni Sessanta e favolistica per le presentazioni del cartografo e per la presenza di scene fortemente teatrali, che rendono la trama piuttosto irreale. Non mancano inoltre situazioni buffe e surreali che rallegrano le varie scene del film: lo spettatore non sa mai cosa aspettarsi.

Il film si conclude con un classico happy end: Suzy ritorna a casa con la famiglia, Sam viene adottato dal comandante Sharp. Si tratta di una conclusione sviluppata in modo poco approfondito, in quanto l’analisi psicologica del poliziotto è piuttosto debole e si può dire altrettanto del suo rapporto con il ragazzino. Nonostante ciò si tratta di un ottimo e insolito film, che tratta l’amore adolescenziale con ironia e rispetto.

‘My mad fat diary’ Recensione

‘My mad fat diary’ avrebbe avuto tutte le carte in regola per essere un telefilm interessante.

Rae, la protagonista, ha 16 anni e pesa 105 kg, ciò significa che questo telefilm affronta con estremo realismo tematiche come l’obesità, la bulimia, l’autolesionismo, gli attacchi di panico, il ricovero in ospedale psichiatrico e molto altro ancora. Rae però sta cercando di costruirsi una nuova vita tra scuola, amici e ragazzi, mostrando ai giovani telespettatori che è possibile uscire anche dalle situazioni più difficili.
L’intera vicenda è ambientata nel lontano 1996 perciò la musica è rigorosamente di quel periodo, i cellulari sono una rarità e l’abbigliamento è molto grunge. Come si deduce dal titolo, Rae ha un diario segreto, la stesura del quale funge da collante tra le puntate. Il diario e la colonna sonora iniziale sono decorati con schizzi e collage in stile Riot Grrrls. Quando la voce narrante di Rae commenta la scena spesso vengono introdotti degli simpatici schizzi nello stesso stile.
Ciò che più vi colpirà è il sarcasmo e la simpatia di Rae, che affronterà ogni difficoltà sempre con uno stoico sense of humour.

Terminato l’elenco delle caratteristiche positive, è giunto il momento di bacchettare i creatori perché non hanno prestato abbastanza attenzione a certi particolari tutt’altro che trascurabili.
Innanzi tutto manca l’elemento comico. In ogni telefilm che si rispetti c’è un pazzo che fa sganasciare dalle risate che sia Barney di ‘How I met your mother’, Steve di ‘Otto sotto un tetto’, l’inrviente di ‘Scrubs’ o Joy di ‘Friends’… soltanto in Inghilterra potevano fare telefilm senza personaggi comici!
Il ritmo del racconto inoltre è troppo lento non solo perché Rae rimugina troppo,  ma anche perché la lentezza è proprio un difetto del regista.

Il mio parere personale è che questi telefilm da sedicenni non sono degni di una 22enne come me, ma vi pubblico ugualmente il link qui sotto:

http://www.filmpertutti.eu/my-mad-fat-diary/

La BBC racconta Jane Eyre

Qualche settimana fa ho rinvenuto nel mare magnum di Youtube una miniserie televisiva del 2006 dedicata ad uno dei miei personaggi preferiti, la signorina Jane Eyre protagonista dell’omonimo libro di Charlotte Bronte. Si tratta della storia di una brillante istitutrice cresciuta in collegio che si innamora del tutore della propria allieva, il burbero ma sensibile Signor Rockester, il quale nasconde un terribile segreto…

Lo sceneggiato è piuttosto fedele al romanzo, anche se sono stati apportati alcuni piccoli cambiamenti. Jane innanzi tutto è troppo solare e aggressiva rispetto al personaggio immaginato dalla Bronte, che è un po’ più imbronciato e, come si dice in gergo, “si fa un sacco di pacchi”. Le scene e i dialoghi sono riportati piuttosto fedelmente, sebbene gli sceneggiatori abbiano deciso di aggiungere alcuni dettagli che, pur non modificando la trama in modo sostanziale, hanno modificato radicalmente l’atmosfera cui eravamo abituati leggendo le pagine del romanzo. Gli incantevoli landscapes inglesi, la tenuta dei Rockester e ogni altro ambiente in cui è ambientata la vicenda appaiono infatti lievemente più allegri e movimentati rispetto al libro, o forse semplicemente a come li ha immaginati la mia mente. Nonostante ciò, mi sembra una miniserie ben fatta, da gustare tutta d’un fiato durante un pomeriggio in cui non si ha nulla da fare.

Purtroppo in questi giorni sono sotto esame perciò non ho tempo da dedicare al blog, ma presto tornerò con un sacco di nuovi interessantissimi post.

A presto

Glory Road, il basket si trasforma in una lezione di storia

Può lo sport trasformarsi in una straordinaria lezione di storia? La risposta è sì grazie a Glory Road, un film del 1996 di James Gartner e prodotto dalla Walt Disney Pictures.

Fino al 1965 il mondo della pallacanestro era diviso in due: al gioco “fighetto” delle ricche università dei bianchi si contrapponeva il basket underground del ghetto fatto di schiacciate, numeri al palleggio e tutti quegli spettacolari giochetti che oggi ci fanno sognare durante le partite di NBA. Uno gioco spaccato in due dal razzismo, che impediva ai neri di sognare qualcosa di più di un posto in panchina durante le partitelle del liceo.

A cambiare le sorti di uno dei più amati sport americani fu Don Haskins che fu chiamato ad allenare i Texas Western Miners, la squadra maschile del college di El Paso in Texas, dopo aver brillantemente condotto alla vittoria un gruppetto di ragazze del liceo: per trasformare in una potenza una squadra finanziariamente abbandonata a se stessa e priva di giocatori vincenti, Haskins recluta giovani campioni afroamenricani nei campetti dei quartieri delle metropoli, dove il basket è la sola grande passione per una generazione di ragazzi cresciuti nella discriminazione.

Il risultato è uno squadrone composto da cinque bianchi e sette fuoriclasse neri che riescono a giocare una brillante regular season con 23 vittorie e 1 sola sconfitta, nonostante le forti pressioni e le aggressioni razziste subite nel corso del campionato. Affrontando la tensione con grinta e unità, i campioni del Texas riescono ad aggiudicarsi l’ingresso al torneo finale della NCAA del 1966 e a vincere, sconfiggendo in finale i Wildcats della University of Kentucky con un vantaggio di 72 a 65 con un quintetto di soli afroamericani.

Il film, uscito due anni prima della morte di Haskins, non racconta che l’allenatore allenò la squadra di El Paso dino al 1999, collezionando 719 vittorie contro 353 sconfitte e guadagnandosi nel 1997 l’inserimento nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, mentre la celebre squadra del 1966 è stata inserita nella Basketball Hall of Fame.

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I campioni scendono in campo, immagine tratta da static.thecia.com.au

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La storia di uno sport, la storia di una nazione

Questo film offre una valida occasione per tuffarsi in un epoca in cui il palchet veniva calcato in All Star e calzoncini attillati, le Cheer Leader portavano la gonna lunga come in Grease e i tiri alla lunetta potevano essere effettuati come meglio si credeva, senza il piegamento del polso che tutti conosciamo.

Se nel vostro cuore non rimbalza un pallone arancio e nero e se poco sapete di questo straordinario gioco chiamato pallacanestro, potete semplicemente gustare una suggestiva ambientazione anni ’60. Nonostante il film racconti prevalentemente l’epico campionato dei Texas Western Miners, scoprirete numerosi riferimenti agli eventi più importanti dell’epoca: in un piccolo televisore del salotto di Haskins vengono per esempio trasmesse alcune angoscianti immagini dal Vietnam, il Rock N’ Roll rallegra i viaggi in bus durante le trasferte, le ricche fanciulle bianche in tribuna sfoggiano i caratteristici capelli impomatati e il movimento delle Pantere Nere offre speranza a coloro che di fatto erano cittadini di serie B.

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Vincere

“Vuoi mollare? Te ne vuoi andare? Se molli ora, mollerai ogni giorno che vivrai!”

Come suggerito dal titolo, uno dei temi portanti del film è la lotta per la vittoria. Se la vita è spietata, se la politica e la società lo sono ancora di più, un giocatore di basket ha tutte le carte in regola per raggiungere i propri obiettivi dentro e fuori dal campo perché… beh, perché ad un cestista piace vincere, noi giocatori di basket siamo lottatori nati.

Il film colpisce dritto al cuore grazie alle frasi epiche pronunciate dai vari personaggi nel corso del film, che ci ricordano con quale spirito dobbiamo affrontare una grande sfida: come dice Bobby Joe Hill prima della finale NCAA, “Non è niente di speciale….una semplice giornata al campetto”.

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Giudizio finale

Glory Road non può mancare nel bagaglio culturale di ogni sportivo, ma anche di tutti coloro che sono appassionati di storia americana: anche se lo sport è solo un gioco molto spesso si trasforma nello specchio della nostra società, poiché molte grandi battaglie sociali sono state combattute proprio nei campetti e nelle piste dagli atleti più famosi della storia.

L’unica pecca di questo film è il tono malinconicamente epico con cui vengono girate le scene d’azione. Comprendo benissimo la necessità del regista di enfatizzare il pathos che può evocare il ricordo del campionato dei Texas Miners nel ’66, ma il basket non è una tragedia Shakespeariana, in campo c’è spazion soltanto per adrenalina, azione, battaglia e per il sapore della sfida.

Un’ultima nota personale… Siccome il film tratta il rapporto tra gli afroamericani e la pallacanestro, io avrei scelto come musica di accompagnamento un sound più allegro delle malinconiche note di blues che risuonano in molte scene del film, che non trasmettono l’elettrizzante magia della competizione sportiva. Personalmente avrei chiamato in causa Ray Charles, Aretha Francklin o qualche altra icona della musica degli anni ’60, che abbia scritto pezzi più coerenti con il tema del film.

Chronicles, quando i soperpoteri danno alla testa

Chronicles, realizzato dal regista Josh Trank e dallo sceneggiatore Max Landis, è la storia di tre liceali che, dopo avere scoperto in un tunnel sotterraneo uno strano minerale fosforescente, hanno acquisito il potere della telecinesi. Ben lungi dal voler salvare il mondo, il trio si gode la propria adolescenza tra giochi di prestigio, scherzi agli sconosciuti e lezioni di volo per il cielo di Siattle sino a quando Andrew, il più potente ma problematico del gruppo, entra in crisi in seguito ad un forte disagio dovuto a serie problematiche famigliari e difficili rapporti interpersonali con i compagni di scuola.

Gli autori fingono che la pellicola sia stata realizzata mediante il montaggio di video girati dai personaggi del film mediante telecamere, cellulari o tablet, video a circuito chiuso o riprese dei telegiornali.

Clicca QUI per leggere la trama completa.

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Una pietra miliare per il found footage

Chronicles è un film girato in formato found footage e in stile mockumentary o falso documentario. Non conoscete il significato dei due termini? Niente paura, prima di intraprendere la stesura di questa recensione anche io non ci capivo un tubo. Si tratta dei due generi filmici cui appartiene la pellicola di Josh Trank.

  • Found footage: film realizzati parzialmente o interamente con un girato preesistente, riassemblato in un nuovo contesto. Nel caso specifico di Chronicles, ogni scena è stata girata appositamente per il film ma, nella finzione narrativa, proviene da riprese effettuate dai vari personaggi nel corso stesso dello svolgimento dei fatti e montate successivamente;
  • Mockumentary: si tratta di falsi documentari girati da registi che “si prendono gioco” dello spettatore, proponendo una storia fittizia come un fatto realmente accaduto. Come suggerisce il titolo stesso, il film è la “cronaca” di quanto sarebbe accaduto se tre comunissimi adolescenti di Siattle acquisissero dei superpoteri.

Come afferma il regista stesso “La nostra è la generazione Youtube”, perciò le telecamere sono ovunque nella nostra vita come in quella dei personaggi del film: alcuni si improvvisano video-maker per passione, come l’introverso protagonista Andrew, che utilizza la telecamera come filtro tra se stesso e il mondo che lo circonda, e Casey, la fidanzata video-blogger del giovane telecinetico Matt; altri invece riprendono semplicemente ciò che accade di interessante intorno a loro brandendo webcam, smartphone o tablet. Sono inoltre installate ovunque telecamere a circuito chiuso che filmano i personaggi a loro insaputa e i telegiornali riprendono la realtà per informarci di quanto succede nel mondo e memorizzare su nastro la memoria collettiva della popolazione. Ciascuna di questa attività di video editing ha permesso, naturalmente nella finzione narrativa, di riprendere le cronache dei tre telecinetici di Siattle per trasformarle in un found footage.

Chronicles tuttavia si discosta di film appartenenti allo genere. Prima della pellicola di Trank, la trama dei film found footage comprendeva il racconto del modo in cui i filmati giungono in possesso del realizzatore del montaggio e offriva una giustificazione alla realizzazione del film all’interno del contesto narrativo; in Chronicles invece nulla lascia intendere che esista un soggetto responsabile della rielaborazione dei filmati né si racconta come tale operazione sia stata possibile, considerando che molti video vengono distrutti o dispersi nel corso stesso dello svolgimento dei fatti.

E’ il caso delle riprese realizzate all’interno del tunnel sotterraneo: è evidente che, dopo aver acquisito i superpoteri mediante il surriscaldamento del minerale fosforescente, accade qualcosa che induce i tre ragazzi a fuggire e, durante la corsa, la telecamera in funzione viene rotta e forse persino abbandonata all’interno della grotta; nel corso della battaglia finale, assistiamo all’accidentale uccisione da parte di Andrew di un uomo che filmava lo scontro con un cellulare alla finestra del proprio appartamento e non è chiaro se lo smartphone sia sopravvissuto al proprio padrone; non è chiaro infine come possa rimanere intatta la telecamera della scena finale, in cui viene abbandonata accesa tra le nevi del Tibet. Ma ammettiamo che ogni filmato sia stato salvato e conservato in attesa di essere rielaborato dal regista-narratore: chi sarebbe riuscito a reperirli tutti per realizzare il montaggio? Si potrebbe girare un film solo sulla ricerca dei filmati … Il falso documentario risulta dunque effettuato da un misterioso narratore onnisciente che non è dissimile dall’anonima voce narrante onnisciente di un romanzo.

L’espediente narrativo del finto documentario induce lo spettatore a ritenere che il regista-narratore stia riportando l’esposizione dei fatti oggettivamente, astenendosi da ogni commento con la professionalità di un giornalista di cronaca e la sensibilità di uno scrittore verista. L’occhio della telecamera è tuttavia una guida che filtra la nostra percezione dei fatti e ci mostra soltanto quello che il regista-narratore vuole raccontarci: il film dunque non è esente dall’esporre un opinione, che più precisamente è una critica alla struttura standard dei supereroi dei fumetti e una denuncia delle problematiche più comuni tra i giorni nostri come la violenza in famiglia, l’emarginazione sociale, il bullismo, la scarsa autostima e la solitudine.

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Un raffinato utilizzo della cinepresa

Le caratteristiche dei video mutano a seconda della situazione in cui, secondo la trama del film, sarebbero stati girati, offrendoci un eccellente esempio di … possiamo chiamarlo metacinema o metadocumentario?

Le riprese iniziali sono state effettuate da Andrew, il quale è un video maker piuttosto maldestro (abbondano infatti i tremolii ed i movimenti bruschi tipici della camera a spalla gestita da un principiante) di cui riusciamo a vedere il volto solo indirettamente, magari attraverso la fugace ripresa del suo riflesso in uno specchio. L’abilità alla ripresa migliorano col tempo, così il giovane cameraman acquisisce una maggiore padronanza della macchina, realizza riprese più raffinate e ogni tanto trova il coraggio di concedere il suo volto all’obiettivo; essendo diventata poi più soddisfacente la propria vita sociale, il ragazzo rafforza la propria autostima e concede il suo volto all’obiettivo. Dopo aver acquisito il potere della telecinesi, Andrew comanda la cinepresa a distanza così viene ripreso come ogni altro personaggio.

Casey è invece una documentarista eccellente quando si tratta di realizzare il filmato di una recita scolastica, ma la qualità dei suoi video cala bruscamente quando viene direttamente coinvolta nell’azione perché cessa di avere il controllo assoluto della telecamera. I “cameramen occasionali”, specie se si avvalgono di strumenti non professionali come i cellulari, realizzano invece dei prodotti di qualità veramente scadente; le telecamere a circuito chiuso hanno un’immagine fissa e non centrata rispetto agli eventi narrati. Siccome le telecamere sono anche oggetti di scena, i video vengono influenzati e talvolta rovinati dall’azione.

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Cosa accade quando i poteri vengono acquisiti da tre scalmanati

La vicenda presenta delle analogie con le avventure dei fumetti Marvel, infatti riguarda le avventure di adolescenti che acquisiscono dei poteri mediante un misterioso minerale. Il trio tuttavia non è affatto animato dal nobile proposito di salvare il mondo: Matt, uno dei tre ragazzi, propone ad un certo punto di sfruttare il proprio potere per aiutare le persone, ma non fa nulla di concreto in questa direzione. I superpoteri vengono invece percepiti come un’opportunità per rendere più spassosa la realtà, realizzando dei piccoli scherzi da adolescenti scapestrati che ben presto provocheranno dei danni seri a terzi. I tre supereroi non sono crudeli, sono semplicemente giovani, immaturi e desiderosi di divertirsi, proprio per questo i superpoteri rovineranno per sempre le loro vite…

Come un vero antagonista dei fumetti americani Andrew, incapace di affrontare le dure prove cui la realtà lo ha sottoposto come le violenze di un padre alcolizzato, la morte della madre e gli atti di bullismo dei compagni di scuola, si trasforma in un folle distruttore con manie di onnipotenza e incapace di provare pietà per i propri simili. A differenza dei fantasiosi e suggestivi travestimenti dei nemici dei supereroi dei fumetti, le soluzioni escogitate da Andrew sono solo la grottesca e angosciante manifestazione di un disturbo psicologico: la vecchia divisa da pompiere del padre, tra l’altro di qualche taglia di troppo, sembra uno scafandro sformato sul suo giovane corpo; affermare con voce disumana di essere il Superpredatore dopo aver ammazzato degli innocenti non incute timore o ammirazione, semplicemente manifesta la gravità del delirio di un pazzo. Sebbene il film derivi dalla tendenza degli ultimi anni di destrutturalizzare la figura del supereroe classico di cui per anni sono state narrate le avventure nei comics e sul grande schermo, Trank ha abolito ogni diretto riferimento al mondo dei supereroi poiché era intenzionato a creare dei personaggi che fossero assolutamente umani nonostante il sovrumano potere.

A questo proposito il regista afferma: “Ho sempre cercato di fare in modo che ne uscisse una pellicola ‘normale’, per cui il mio modello non è stato Spider-Man ma possiamo, invece dire, che lo è stato Stand By Me. Tutto questo per dirvi che non mi interessa che la gente si soffermi sugli effetti visivi quando i protagonisti volano e volteggiano per le strade di Seattle. Quello che mi preme maggiormente è che il pubblico arrivi a conoscere bene la psicologia dei personaggi, dove attraverso la demolizione dell’identità del supereroe c’è di ben più importante una demolizione dell’etica, maggiormente importante e sentita visto che parliamo di un gruppo di tre amici”.

I protagonisti di Chronicles sono dunque degli antieroi dei cavalieri in calzamaglia, i spuperpoteri sono un mero pretesto per sconvolgere le loro vite e dare il via alla narrazione. La fragilità e l’immaturità dei tre telecinetici, la devastazione psichica e fisica che porterà Andrew alla morte e la semplicità con cui Matt combatte contro di lui suggeriscono che nella vita reale non possiamo essere salvati dai supereroi della Marvel: abbiamo più che altro bisogno di imparare a stringere i denti, convivere serenamente con chi ci sta vicino e resistere con tutte le nostre forze alle fragilità interiori che ci affliggono nonostante le avversità della vita.

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La realizzazione del film

Il lungometraggio, una co-produzione tra Usa e Uk della 20th Century Fox che è uscito in America il 3 febbraio 2012 ed è arrivato nelle sale italiane il 9 maggio dello stesso anno, è stato realizzato con un budget veramente ridotto (15 milioni di dollari circa), ma ha ottenuto un grande successo al botteghino guadagnando 126 milioni di dollari in tutto il mondo: spesa minima e massimo guadagno per un’inedita e brillante rielaborazione di generi di tendenza come il found footage e il mockudocumentary, la Fox è stata così soddisfatta dei risultati ottenuti che ha recentemente proposto la realizzazione di un sequel, da cui purtroppo è stato tagliato fuori Max Landis, il sceneggiatore del primo episodio. Lo scarso budget a disposizione non ha tuttavia ostacolato un interessante utilizzo degli effetti speciali che, pur non prevedendo nulla di troppo sofisticato e costoso per le tecnologie attuali, hanno saputo intrattenere sapientemente lo spettatore. Nel video sottostante è possibile assistere alla realizzazione banale ma ingegnosa delle scene di volo.

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Voto finale: 8

La lentezza e la confusione delle scene iniziali del film può indurre ad abbandonare la visione perché si tratta di scene di ordinaria conversazione tra normalissimi ragazzi americani, realizzati per gioco dai personaggi stessi, ma presto il film diventa più coinvolgente e si merita pienamente il bell’8 che gli ho attribuito.

Procuratevene una copia, ragazzi, perché questo film merita davvero!

Analisi di “Agora”, un film di Alejandro Amenàbar

Agora è un film di Alejandro Amenàbar del 2009 che racconta il sacrificio di Ipazia, unica brillante studiosa donna della biblioteca di Alessandria, uccisa da alcuni monaci fondamentalisti protocristiani.

Si tratta di un lungo che ha saputo sin dall’inizio conquistarsi un occhio di riguardo dai parte dei media per non poche ragioni: oltre al fascino che circonda il personaggio di Ipazia e alla costruzione di una TRAMA avvincente e apprezzabile nonostante le numerose forzature storiche, si tratta di una delle poche pellicole della storia del grande schermo ad aver sfidato il dissenso del Vaticano per aver osato raccontare i massacri e le ingiustizie commesse dai proto cristiani in epoca tardo antica.

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Un’eroina bellissima

Kαλὸς καὶ ἀγαθός, bello e buono: con questa espressione si indicava nell’antica Grecia l’ideale di perfezione umana da un punto di vista etico ed estetico, vale a dire un individuo in cui fossero riscontrabili sia la bellezza fisica sia il valore morale.

Come ogni eroina che si rispetti, Ipazia è sempre stata rappresentata nel corso dei secoli con una massiccia dose di bellezza e bontà e Amenàbar, ben consapevole di quanto il carisma e il sex appeal degli attori sia determinante nella riuscita di un progetto cinematografico, non ha nessuna intenzione di opporsi alla tradizione: la scienziata alessandrina viene infatti interpretata da Rachel Weisz, che la triologia de La mummia ci ha abituati a riconoscere nei panni di una romantica, avventurosa e un po’ maldestra bibliotecaria degli anni d’oro dell’archeologia. Come cantava Guccini, “Gli eroi son tutti giovani e belli”, e Ipazia, che per quel che ne sappiamo avrebbe anche potuto essere una topa di biblioteca racchia e bisbetica, non fa eccezione.

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Consacrata alla scienza

Corpo mozzafiato sotto la severa tunica da studiosa alessandrina, capelli raccolti in una sobria ma raffinata treccia francese per scoprire lo splendido viso, caratterino autoritario, intraprendente e dolcissimo. Sebbene non si abbandoni mai ad atteggiamenti provocatori, Ipazia ha tutte le carte in regola per sbaragliare il cuoricino e gli ormoni di ogni maschione della biblioteca della capitale d’Egitto e, essendo l’unica studiosa donna tra soli uomini, non c’è studioso, docente o discepolo che non cada ai suoi piedi. L’avvenente filosofa tuttavia è decisa ad evitare ogni coinvolgimento sessuale o affettivo. Ma come fa a resistere?

Il povero Oreste, il ricciolino più affascinante d’Egitto interpretato da Oscar Isaac (che figo!), non esita a paragonarla alla perfezione della musica pur di conquistarla, ma la giovane non solo ignora le sue avance con la piena approvazione del padre Teone (quale donna avrebbe accettato di sottomettersi ad un marito padrone, in tempi duri come quelli? Quale padre degno di tale nome vorrebbe soffocare con il matrimonio la libertà della figlia? Nemmeno io lo avrei sposato, ma sarei stata più che favorevole alla convivenza o ad una semplice avventura perrchè si tratta veramente di un bel ragazzo!), ma umilia pubblicamente il giovanotto offrendogli in dono un fazzolettino sporco del proprio sangue mestruale. Un gesto un po’ eccessivo nei confronti di un ometto innamorato e di noi donne tutte soprattutto in quanto, nel porgere il singolare omaggio, Ipazia ha insinuato che nella femmina ci sia qualcosa di impuro rispetto al maschio. Speriamo che il gesto di Ipazia si tratti di una provocazione…

Il regista racconta in un’intervista: “Le cronache dell’epoca raccontano che non si sposò e non ebbe figli e dedicò tutta la sua vita alla filosofia e alla scienza. Ho discusso del personaggio con Rachel Weisz, l’interprete di Ipazia, le ho spiegato che non volevo nessuna implicazione sessuale o amorosa con i suoi studenti perché l’ipotesi più attendibile è che sia morta vergine. Purtroppo non è rimasto nulla dei suoi studi e dei suoi scritti, per cui ho potuto permettermi qualche libertà da questo punto di vista.” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Si tratta di una scelta che non è stata affatto apprezzata dal pubblico, perché le questioni sentimentali al cinema non possono essere solo accennate: o si omettono completamente, o si inventano di sana pianta qualora le fonti storiche non vengano in aiuto, oppure si specifica per quale motivo la protagonista è determinata a restare vergine. Il pubblico vuole sapere!

Da un punto di vista contenutistico invece Amenàbar è stato saggio a non manipolare, almeno sotto questo aspetto, la biografia di Ipazia: la scienziata è infatti una martire della scienza, una scomoda macchia di sangue sulla coscienza della Chiesa e un’icona nella storia e nella scienza femminile, non sarebbe giusto attribuirle una scelta di vita che non fosse veramente sua soltanto per intrattenere gli spettatori. Qualunque siano le ragioni della studiosa, è triste notare come un gran numero di donne elleniche abbiano dovuto rinunciare all’amore, al sesso e agli affetti famigliari per dedicarsi ad occupazioni un tempo precluse al genere femminile: non è necessario restare vergini per studiare matematica, ipotizzare un collegamento tra le due cose è estremamente offensivo nei confronti di tutte le donne ed è dunque giusto rispettare la triste scelta di Ipazia.

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La mia analisi

Non sono un’esperta di cinema, però secondo me Ipazia vorrebbe trovare il moroso. Il suo problema è che è circondata da maschietti un po’… stronzi!

Innanzi tutto la poverina viene costretta a decidere tra matrimonio e carriera, tra libertà e amore; si tratta di una scelta che nessuna donna dovrebbe mai compiere, a cui molto spesso non viene nemmeno concessa la facoltà di decidere autonomamente, così il matrimonio si trasforma in sottomissione. Oreste sembrerebbe un ottimo partito ma commette un errore essenziale: per conquistare Ipazia la paragona alla musica. Ipazia ride e gli risponde con un fazzoletto sporco di sangue per ricordare che le donne devono essere ammirate in ogni aspetto della loro femminilità, non c’è nessun bisogno di idealizzarle per negare quelle parti che a molti piace considerare impure. Anche la scena in cui non si lascia sedurre per osservare le stelle non sarebbe disinteresse verso Oreste, il ragionamento alla base del comportamento della ragazza è molto simile a quello che induce i maschietti a rifiutare il sesso il giorno della finale dei mondiali: se stai per risolvere un dilemma matematico che potrebbe cambiare le sorti dell’umanità il sesso è rimandato… o no?

Infine arrivano i Cristiani, che sembrano incapaci di scindere amore e sottomissione; la libertà individuale di Ipazia si trasforma a questo punto in uno scomodo ideale politico da soffocare. La matematica riesce a salvarsi proprio grazie all’amore, seppur non ricambiato. Cari maschietti, madre natura vi ha fatto più forti di noi non per sottometterci, ma per aiutarci. E voi chi vorreste essere, degli amici o dei despoti?

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La violenza sulle donne

E’ doveroso aprire una piccola parentesi dal sapore femminista.

Ipazia non viene massacrata soltanto per essersi rifiutata di abbandonare la propria filosofia pagana e di sottomettersi al predominio cristiano, ma anche in quanto donna indipendente e influente nella comunità alessandrina. Nel marzo del 415 infatti la studiosa fu brutalmente catturata mentre faceva ritorno alla sua abitazione in lettiga, dopodiché fu spogliata e uccisa mediante dei cocci ed ogni sorta di atroce sevizia (le furono per esempio cavati gli occhi) per volere del vescovo Cirillo. Le sue spoglie furono poi smembrate e date alle fiamme.

«Secondo le cronache Ipazia fu letteralmente fatta a pezzi, volevo una fine più sopportabile per il pubblico, ho scelto la lapidazione, che fa anche parte della realtà di oggi in alcuni paesi.» (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Nel film infatti il massacro viene notevolmente addolcito: rifiutatasi di fuggire, Ipazia si consegna spontaneamente ai monaci parabolani che, dopo averla svestita, le tolgono la vita mediante la lapidazione ma poco prima del massacro l’ex schiavo Davo, innamorato follemente della padrona, l’aiuta a perdere i sensi per non provare dolore mentre la donna osserva con rimpianto l’oculus della cupola che in prospettiva assume la forma di un ellisse,  una figura geometrica che Ipazia studiò approfonditamente. Ipazia non è dunque di un normale individuo, poiché della donna chiamata Ipazia sono sopravvissute pochissime testimonianze, ma di una martire della scienza, anzi, di più, di un Cristo ateo sacrificatosi per l’umanità, come il regista stesso racconta in un’intervista.

Amenàbar ha reso la vicenda di Ipazia accessibile al grande pubblico anche grazie a interventi che addolciscono la realtà storica, tuttavia forse sarebbe stato più corretto non celare la sofferenza di Ipazia dietro esigenze narrative e raccontare tutto il male che ha dovuto subire.

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Una studiosa in anticipo sui tempi

Siccome le opere di Ipazia sono state distrutte, nessuno conosce quale sia stato il suo contributo alla scienza; le fonti dell’epoca sono tuttavia concordi nell’affermare che ha rivestito un ruolo primario tra gli intellettuali dell’epoca.

Amenàbar attribuisce alla studiosa teorie che poco hanno a che vedere con le conoscenze scientifiche dell’Ellenismo, ma che appartengono invece alla Rivoluzione Scientifica. “Purtroppo non è rimasto nulla dei suoi studi e dei suoi scritti, per cui ho potuto permettermi qualche libertà da questo punto di vista. Ma è un peccato che non sia rimasto niente.” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

Attribuendole delle verità che mai la studiosa avrebbe potuto affermare, il regista rende immediatamente evidente il falso, trasformando così un brillante contributo alla scienza in qualcosa di straordinario, conferendo all’intera vicenda un sapore più gustoso per gli amanti del grande schermo. Scegliendo nello specifico le scoperte di Galileo e Keplero, Amenàbar decide di trattare degli argomenti conosciuti anche dai meno acculturati, rendendo l’opera accessibile ad un pubblico molto ampio.

Nel film Ipazia è un’insigne maestra del Sistema Tolemaico, che all’epoca si stava consolidando a scapito di tutte le altre teorie formulate, e riflette con i propri discepoli su quesiti che sarebbero poi stati risolti solo durante la Rivoluzione Scientifica. Rielaborando le teorie di Aristarco  e intuendo l’esistenza del principio d’inerzia, il primo a teorizzare un sistema eliocentrico, l’Ipazia del film ipotizza che la Terra gira intorno al Sole e, mediante il cono di Apollonio, intuisce la forma ellittica delle orbite dei corpi celesti.  Il regista lascia inoltre intendere che, se la studiosa non fosse stata uccisa, il modello astronomico di Keplero sarebbe stato anticipato di 12 secoli.

La filosofa riflette inoltre sulla possibile esistenza di altri mondi oltre a quello terrestre. Dimostrando di possedere una visione dell’universo e dell’esistenza umana molto simile a quella contemporanea, caratterizzata da una sensazione di smarrimento nei confronti del caos dell’esistenza. Un tale approccio può anche essere dovuto ai considerevoli mutamenti politici in atto in quel periodo.

Il regista a mio parere avrebbe dovuto elaborare più accuratamente l’aspetto scientifico-filosofico del film. Come avrebbe potuto infatti Ipazia anticipare Galileo senza effettuare alcuna osservazione empirica dell’universo? E una volta giunta alle sue stesse conclusioni, perché non considera il suo modello una speculazione su cui discutere con gli altri filosofi? Dopotutto non possedeva un cannocchiale per scrutare la volta celeste e l’astrolabio di sua invenzione non era sufficiente per dribblare i maestri del Seicento.

Mi rendo conto che ipotizzare che la bella Ipazia avesse anche inventato il pensiero scientifico sarebbe risultato eccessivo, ma mi stupisco che il regista non abbia percepito la necessità di ipotizzare con quale approccio filosofico la scienziata del film si sia relazionata con le sue stesse teorie.

Mi sorprende inoltre che il regista non abbia affrontato le implicazioni filosofiche della teorizzazione di un sistema eliocentrico con orbite ellittiche sulla percezione dell’universo. Prima delle straordinarie intuizioni di Keplero, l’umanità era abituata ad immaginare l’essere come una meccanismo perfetto costituito da forme perfette: stiamo parlando di sfere e circonferenze, figure dotate di un solo fuoco. Considerando le orbite dei corpi celesti come degli imperfetti ellissi, i fuochi da prendere in considerazione diventano due, di cui uno solo è occupato da una stella; l’universo geometrico e finito di Tolomeo si trasforma così in un enorme entità informe e priva di centro, dove la Terra occupa solo una posizione marginale.

Mi si spezza il cuore senza un centro” afferma un’emozionatissima Ipazia nel corso dell’elaborazione della rivoluzionaria teoria, descrivendo lo smarrimento che devono aver provato gli scienziati del ‘600 scoprendo di non essere altro che degli insignificanti puntini dispersi nell’universo. Ci sarebbe piaciuto molto fantasticare su quali avrebbero potuto essere le teorie filosofiche formulate da uno studioso alessandrino sulle basi di scoperte scientifiche dell’età moderna, purtroppo il regista non era affatto interessato ad approfondire tale argomento.

Il regista si è inoltre dimenticato di menzionare il fatto che Ipazia non era soltanto un’eccellente astronoma, ma era anche a capo della scuola neoplatonica presso la biblioteca della città. Si tratta di un’omissione tutt’altro che trascurabile, considerando che avrebbe permesso di giustificare l’importanza di Ipazia nella biblioteca senza appellarsi a scoperte scientifiche effettuate 12 secoli dopo la sua nascita.

Mi rendo conto, caro Amenàbar, che preferisci l’astronomia alla filosofia, ma avresti dovuto cercare di accontentare un po’ tutti, affrontando entrambi gli argomenti!

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Il sistema eliocentrico di Copernico, da Wikipedia

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La biblioteca di Alessandria

Secondo me se non avessero distrutto la Biblioteca alessandrina oggi l’uomo sarebbe arrivato su Marte” (Maria Pia Fusco, 20.04.2010, Agorà. Amenàbar: “Il martirio di Ipazia è un’accusa contro l’intolleranza”, la Repubblica).

La scene cruciali della vicenda sono ambientate nella biblioteca di Alessandria, ove Ipazia è uno degli insegnanti e degli studiosi più apprezzati. La biblioteca di Alessandria è rappresentata nel film come un enorme palazzo in pietra cui si accede attraverso un’imponente scalinata e ornato con elementi decorativi egizi; al centro della cupola dell’edificio principale è situato un oculus non dissimile da quello del Pantheon di Roma. Innumerevoli papiri sono conservati su scaffali di legno, sebbene è più probabile che nella realtà fossero inseriti in loculi scavati all’interno delle pareti.

Nel film i tesori della biblioteca vengono distrutti in una scena memorabile, enfatizzata dapprima dall’inquadratura dei papiri lanciati in aria che “svolazzano” in prossimità dell’oculus e dal capovolgimento della telecamera che riprende i parabolani intenti nella loro spaventosa opera di distruzione, successivamente da un’inquadratura aerea che riprende, accellerandoli, i caotici movimenti dei monaci che si aggirano come tante minacciose formichine nere per i cortili della biblioteca. In seguito gli edifici della biblioteca verrano utilizzati dai cristiani per attività pubbliche di vario genere.

In verità la distruzione della biblioteca iniziò molti anni prima della nascita di Ipazia, a causa di un incendio inavvertitamente provocato dalle truppe di Giulio Cesare; un’intera sezione dell’edificio chiamata Serapeum fu invece distrutta dal fuoco nel corso del III secolo. Altri tumulti, capitanati dal patriarca della città (cristianizzata) Teofilo, avvennero nel 415 e culminarono proprio con la morte di Ipazia, come ci viene raccontato dal film, tuttavia la biblioteca venne definitivamente distrutta solo dopo la conquista islamica dell’Egitto.

Nel 642 o 646 (la datazione è controversa), il secondo califfo dell’Islam Omar ibn al-Khattāb pronunciò la famosa frase: “Se il contenuto dei libri si accorda con il Corano, noi possiamo farne a meno, dal momento che il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme, non c’è alcun bisogno di conservarli.” E i rotoli della biblioteca iniziarono ad essere impiegati come combustibile per i bagni termali di Alessandria. Secondo Eutichio erano circa quattromila, perciò ci vollero sei mesi per bruciarli tutti.

I volumi conservati nella biblioteca erano circa 700 000 e la loro distruzione fu una terribile perdita per l’umanità. Il regista trasmette magistralmente la drammaticità dell’evento con un memorabile scambio di battute avvenuto poco prima dell’ingresso dei parabolani nella biblioteca. Ipazia ordina angosciata al proprio schiavo Davo: “Salva solo le opere importanti! Lascia stare quelle minori!” e l’allievo risponde smarrito: “Quali sono le opere minori?”.

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I cristiani come antagonisti

Agora è il primo film in cui i protocristiani rivestono un ruolo da antagonista: i monaci vengono infatti rappresentati come dei rozzi, barbuti e ignoranti fanatici nerovestiti che impongono con la violenza e l’inganno la propria fede, interpretando letteralmente le Scritture e utilizzando la religione per giustificare i crimini più ignobili nei confronti delle altre dottrine religiose e correnti di pensiero. La telecamera si trasforma nel critico occhio del giornalista per riprendere le scene di barbarie, raccontando i fatti come se si trattassero di eventi di cronaca; dei dialoghi estremamente incisivi portano invece in scena le riflessioni alla base dei folli gesti dei fanatici.

Agora critica inoltre l’incapacità dei credenti di qualsiasi religioni di accantonare le differenze e le ostilità per convivere in amicizia, apprezzando le somiglianze che li accomunano e stimandosi reciprocamente. Secondo il regista infatti il film “Ma non vuole offendere la Chiesa, è contro l’intolleranza e il fanatismo, da qualunque parte provenga.”

La filosofia pagana non permette all’umanità soltanto di interrogarsi sui grandi misteri della natura senza fidarsi ottusamente di un libro per progredire scientificamente, ma anche di continuare a dubitare per migliorare se stessi e evitare di commettere errori. Proprio per questo motivo Ipazia si rifiuta di convertirsi alla religione dominante: non può esserci libertà, ricerca e pace nella sottomissione, inoltre l’uomo ha bisogno di potersi mettere costantemente in discussione. “Voi non potete dubitare delle cose in cui credete” afferma Ipazia in una memorabile scena del film “Io devo”.

La salvezza dunque risiede nel dubbio, nella ricerca e nel confronto con gli altri; la fede non è errata in sé, ma può portare all’incapacità di ragionare con la propria testa e di accettare la diversità altrui, inoltre può essere sfruttata per la manipolazione delle masse, com’è evidente nella sua strumentalizzazione da parte delle prime autorità cristiane per prendere il potere.

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Il Cristianesimo secondo Amenàbar

Il Cristianesimo è stata la prima dottrina schierata contro la schiavitù: essendo tutti uguali in quanto figli di Dio, abbiamo il diritto all’uguaglianza sociale e il dovere di amarci reciprocamente. Il risultato di tale affermazione è stata la diffusione a macchia d’olio della nuova religione soprattutto tra gli schiavi e i ceti meno abbienti, che per la prima volta si sentivano considerati e rispettati dalla società; nel film lo schiavo Davo abbandonerà per lo stesso motivo la propria padrona Ipazia, nonostante la stima e l’amore che prova per lei, per vivere in libertà.

Nel conflitto ideologico che costituisce uno dei temi centrali del film Amenàbar evoca la polemica nietzschiana nei confronti del Cristianesimo: sebbene la schiavitù sia stata ufficialmente abolita (per essere poi trasformata in servitù della gleba nel Medioevo, ma questo è un altro discorso), siamo diventati tutti schiavi nei confronti di una nuova autorità oppressiva, Dio stesso. L’uguaglianza quindi non è un presupposto per perseguire la massima felicità, ma un minimo comune denominatore che annienta la liberta e la diversità di ciascuno e la vita stessa è una forma di schiavitù nei confronti dei Cieli: uno solo Dio sostituisce tutte le divinità, una sola dottrina schiaccia ogni possibile pensiero.

In Agora la contrapposizione tra fede e filosofia si concretizza anche in due differenti scuole di retorica: da una parte troviamo infatti la scuola attica dei filosofi, che privilegia un’esposizione chiara e razionale dei contenuti per condividere con razionalità e chiarezza le proprie opinioni con gli interlocutori, dall’altra la retorica asiana, con cui i cristiani tentano di impressionare emotivamente i fedeli con uno stile “stupefacente”, che nel film è accompagnato anche da falsi miracoli e da insulsi gesti rituali.

La scuola ateniese può essere anche sfruttata per persuadere del falso (i sofisti ne erano maestri), ma nel caso specifico del film gli studiosi se ne avvalgono per condividere le proprie conoscenze e ricercare il vero insieme ai propri colleghi, perseguendo il bene comune; i cristiani invece mirano al predominio e non esitano ad ingannare e offendere pur di riuscire nei propri scopi, ciò è evidente per esempio nella scena in cui camminano sulle braci pur di impressionare le masse e gettano un filosofo tra le fiamme, oppure quando celebrano i funerali di un vescovo tra enfatiche cerimoniosità per commuovere i fedeli raccolti in preghiera. [NB: si tratta di un mio parere personale, mi assumo le responsabilità di quanto ho scritto in questi due paragrafi]

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Un film scomodo per il Vaticano

Agora è stato distribuito nelle sale dei cinema occidentali nel 2009, ma è giunto in Italia con un anno di ritardo, più precisamente il 23 aprile 2010, in seguito alle polemiche scatenate dalla Chiesa.

Dopo che le barbarie dei parabolani, la crudeltà di un vescovo venerato come un santo e le responsabilità della chiesa nella distruzione della meravigliosa cultura pagana furono accolte dalla Cei con un ostile silenzio stampa e qualche commento stizzito tra i membri della commissione, iniziò una lunga serie di polemiche circa la proiezione del filmnella nostra penisola. Sono ancora visibili oline i commenti del popolo di Internet al riguardo, è stata persino indetta una petizione per richiedere la distribuzione in Italia di Agora.

Consapevole delle polemiche che avrebbe suscitato il film si dice lo stesso regista: «Quello che abbiamo raccontato spiega l’autore di Mare dentro è un periodo del cristianesimo mai portato al cinema. Ma il film non vuol essere offensivo nei confronti dei cristiani, piuttosto un forte atto di denuncia contro l’intolleranza. Volevo far vedere che la storia di allora non è così diversa dal nostro presente: certo, il cristiano di oggi non uccide, ma altre forme di estremismo sì». Pensate a proposito, prosegue Amenábar, «che Agora è stato vietato ad Alessandria d’Egitto per timore che potesse scatenare violenze da parte dei musulmani nei confronti della minoranza cristiana. Come vedete la storia si ripete»” (Gabriella Gallozzi, 20.04.2010, “Alejandro Amenábar: Il Vaticano ha nascosto la mia «Ipazia» con una coltre di silenzio”, l’Unità).

E’ inoltre significativo notare come il trailer italiano abbia subito delle modifiche per non affrontare direttamente le tematiche bollenti del film. A questo proposito, vi consigliamo di leggere l’interessante articolo di donnapratica.com:

http://www.donnapratica.com/articoli/2010/04/06/esce-in-italia-il-film-agor%C3%A0-ipazia-ma-il-trailer-italiano-%C3%A8-diverso-dallestero

E’ infine molto triste apprendere che il film è stato censurato nella città di Alessandria perché avrebbe potuto provocare delle aggressioni nei confronti delle minoranze cristiane in cità da parte delle maggioranze islamiche. Mutano le dottrine in conflitto, dunque, ma non le ragioni che inducono gli uomini a massacrarsi a vicenda.

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Un film contro i crimini protocristiani, ma non contro il Cristianesimo

Contrariamente da quanto hanno pensato in molti, Agora non è affatto ostile al messaggio di libertario ed egualitario di Cristo. I veri cristiani credono infatti che gli uomini debbano essere tutti uguali e si aiutano l’un l’altro, poiché ritengono che il miracolo di Cristo sia visibile nello sguardo di chi chiede aiuto.

Il regista dunque non ha nulla contro la dottrina cristiana in sé, ma condanna aspramente ogni situazione in cui il credo di una religione viene elevato a modello unico (immagine) di ciò che dovrebbe pensare e pronunciare l’essere umano, precludendo così il pensiero umano, oppure quando la religione viene strumentalizzata dalle autorità.

Secondo Amenàbar inoltre anche alla cultura pagana spetta una massiccia dose di critiche per non aver mai riconosciuto alcun diritto agli schiavi. La stessa Ipazia non è un esempio di perfezione proprio per l’atteggiamento autoritario e schiavista con cui si rivolge ai suoi servi, pur trattandoli con una considerazione maggiore rispetto a molti altri aristocratici pagani. Il film non è dunque una cieca critica contro i cristiani, ma una costruttiva proposta di riflessioni su tematiche sociali riguardanti avvenimenti che, pur essendosi verificati più di un millennio fa, ci riguardano ancora da vicino.

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Anacronismi

Il regista ha manipolato, forse un po’ brutalmente, le fonti storiche per rendere più accattivante la trama del film. Oltre alle modifiche descritte in precedenza, è singolare notare come Sinesio, ispirato ad un religioso realmente esistito sia stato trasformato in una persona completamente differente dal personaggio storico.

Come si viene a sapere da Encomio alla calvizie, uno scritto di Sinesio di Cirene, il discepolo di Ipazia  era calvo, non dotato della folta criniera dell’attore del film; lo studioso inoltre non era celibe e nemmeno casto, ma era sposato ed era padre di tre figli e non avrebbe potuto trovarsi ad Alessandria nel 415, quando morì Ipazia, poiché morì due anni prima, nel 413. In vita fu un intellettuale tollerante e animato da un convinto spirito filosofico ma non fu mai dogmatico, infatti scrisse in una lettera indirizzata al fratello nel 410: «Non mi stancherò mai di ripetere che il saggio non deve forzare le opinioni degli altri, né lasciarsi forzare nelle proprie».

Altra grave imprecisazione, l’accusa di stregoneria rivolta ad Ipazia: i protocristiani ne combinarono parecchie, ma la caccia alle streghe non aveva ancora avuto inizio, o semplicemente aveva un altro nome.

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Giudizio finale: 8

Ho apprezzato moltissimo questo film poiché ha trattato delle tematiche che mi stanno molto a cuore, tuttavia non gli ho attribuito un voto troppo alto perché avrei preferito che il regista si attenesse maggiormente alle fonti storiche, anche a costo di realizzare un film di nicchia, accessibile soltanto a pochi intellettualoidi. Il film inoltre presenta alcune imperfezioni per quanto riguarda il montaggio e il ritmo della narrazione, troppo lento e non sufficiente armonico per garantire il giusto coinvolgimento emotivo; il regista inoltre non è stato capace di amalgamare correttamente le tre tematiche del film (il filone politico, scientifico e sentimentale), facendo così risultare la narrazione sbrigativa e poco esaustiva in diverse scene del film.

Ciò non significa che non vi sto consigliando di correre in biblioteca a prenotare il dvd di Agora, si tratta di un film che tutti dovrebbero conoscere, soprattutto noi donne.

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