Una eterosessuale al Gay Pride

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Sabato 30 giugno 250.000 persone si sono radunate in piazza Duca D’Aosta per partecipare al Gay Pride di Milano. Il corteo ha sfilato e ballato per le strade sino a Porta Venezia, lungo il tratto che Google Maps ha segnato con i colori dell’arcobaleno. Ai momenti di ilarità come il flash mob si sono alternati attimi più seri di protesta in favore dei diritti LGBT, come il toccante discorso del sindaco Sala. Al termine della sfilata i manifestanti hanno mostrato i due lati di una bandiera alternandoli: uno raffigurava la bandiera italiana, l’altro i colori dell’arcobaleno. La parola d’ordine era #civilimanonabbastanza.
Molti pensano che il Gay Pride non sia un ambiente per eterosessuali in quanto la battaglia per i diritti civili riguarda solamente la comunità LGBT, eppure se una persona condivide gli ideali di amore e uguaglianza sociale promossi dalla manifestazione dovrebbe scendere in piazza. La comunità LGBT è discriminata per il semplice fatto di essere una minoranza, se gli etero li sostenessero i suoi membri non avrebbero più nulla da temere, perciò la presenza dei privilegiati eterosessuali al Pride è importantissima, anzi, vitale. In piazza sabato si potevano incontrare molte coppie eterosessuali tenersi per mano, oppure gruppi di amici formati da etero e gay che festeggiavano insieme.
Il Gay Pride è una festa commuovente perché si incontrano centinaia di migliaia di persone che nella vita quotidiana affrontano diverse difficoltà di integrazione a causa del proprio orientamento sessuale, ma in quella data possono ridere, scherzare, urlare, ballare e bere birra spensieratamente. Sarebbe bello che fosse così tutti i giorni, anche se la società sta cambiando e aumentano esponenzialmente gli episodi di confronto e scambio tra omosessuali e non. Per un eterosessuale partecipare al Pride non è altrettanto emozionante, non proverà la stessa gioia di chi fa parte della comunità, ma si sentirà comunque accettato e accolto perché al Gay Pride il suo orientamento sessuale non ha importanza, ciò che conta è amare e rispettare gli altri.
Sfatiamo un mito sul Gay Pride: non è una carnevalata. A Milano le persone in costume erano pochissime e le loro maschere erano molto sobrie e creative. Le drag queen erano delle elegantissime dive, non certo dei volgari fenomeni da baraccone. Portate dunque i vostri figli, perché non c’è nulla che possa turbare le loro giovani menti, infatti alcuni bambini si sono affacciati dai balconi per salutare i manifestanti. La maggior parte delle persone erano gente comune che festeggiava con allegria misurata e civile, per lo più giovani sui vent’anni. Non cera nulla di sovversivo, nulla che potesse turbare l’integrità della famiglia cosiddetta tradizionale, solo persone che volevano divertirsi e rivendicare i loro diritti.
Il Gay Pride è anche una festa di puro divertimento, potete infatti seguire un carro e ballare sulle note di Lady Gaga o Raffaella Carrà, bevendo fiumi di birra e sfoggiando indumenti arcobaleno. Sabato 30 giugno a Milano faceva molto caldo, ma l’arsura non ha fermato la voglia di ballare di ragazzi provenienti da tutta la Lombardia. Non aveva nessuna importanza se il tuo vicino al corteo era etero o gay, ciò che contava era far tremare corso Buenos Aires sotto le urla e sentirsi parte del gruppo.
Se siete eterosessuali poco avvezzi agli ambienti LGBT forse non capirete il significato di tutto ciò che vi circonda, per esempio è difficile capire come mai un uomo sui quarant’anni si fosse travestito da centurione (o da spartano, era un costume poco realistico e non era molto chiaro a quale popolo antico appartenesse), ma non aveva importanza: era un bellissimo e simpaticissimo travestimento, perciò limitatevi ad apprezzare la citazione classica e ad augurargli ogni bene.
Durante il Gay Pride si possono imparare molte cose. Innanzi tutto scoprirete che tutti hanno amici gay, perché gli omosessuali sono dappertutto: a scuola, al lavoro, nelle palestre, nelle associazioni, al supermercato, nel vostro condominio … Non ha senso dunque dire “anche io ho amici gay”, perché i gay sono talmente numerosi che è naturale conoscere almeno uno di loro. Dite invece “io non ho paura di frequentare una persona gay”. Inoltre gli ambienti LGBT sono esattamente come gli ambienti etero, in quanto si balla allo stesso modo, si beve allo stesso modo, si ride allo stesso modo e la gente … anche la gente è la stessa! L’unico modo per distinguere un etero da un omosessuale è vederli limonare in mezzo alla strada, perché non c’è alcuna differenza tra loro. E’ strano affermare delle simili verità perché dovrebbero essere concetti scontati, insegnati ai ragazzini nelle scuole, ma purtroppo non è ancora così.
Prima di concludere, è doveroso precisare che, se l’autrice di questo articolo si è sentita accolta al Gay Pride pur essendo eterosessuale, dovreste partecipare anche voi, qualunque sia il vostro orientamento.

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L’autista del trenino. Ordinarie storie di una cassiera.

Bastano 1500 battute per raccontare un’emozione? Oggi vi parlerò di un lavoro fuori dall’ordinario. 

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Quell’estate il supermercato aveva messo a disposizione dei bambini un trenino, sul quale fare il giro della galleria ascoltando le canzoni dei cartoni animati. Il trenino iniziava la sua corsa alle otto del mattino, quando il supermercato apriva, e terminava il suo viaggio alle sette di sera, un’ora prima della chiusura; per tutto questo tempo l’autista, una simpatica ragazza di trent’anni, doveva guidare ascoltando ininterrottamente lo stesso cd delle canzoni di Cristina D’Avena. Il suo lavoro era monotono e stressante, l’unico diversivo era suonare la campanella per avvertire i passanti di spostarsi. La giovane autista però non si perdeva d’animo e cantava a squarciagola, con un allegro sorriso sul viso, le canzoni dei cartoni animati. Le casse dell’impianto stereo sovrastavano la sua voce, così nessuno seppe mai se era stonata o intonata, però la sua allegria era contagiosa. Noi cassiere ci domandavamo come facesse a resistere senza avere un esaurimento, perché ascoltare lo stesso cd per una giornata intera può essere destabilizzante. Per quanto mi riguardava, l’arrivo del trenino vicino alle casse mi rallegrava perché mi distraeva dal lavoro ricordandomi l’infanzia. Poco importa se si trattava di una manciata di secondi (il trenino impiegava un attimo ad allontanarsi), ogni occasione era buona per cantare Holly e Benji, Lady Oscar, Robin Hood, Batman… I bambini poi erano una gioia a vedersi, avrebbero dato qualunque cosa pur di salire su quel lento mezzo colorato.

I preservativi. Ordinarie storie di una cassiera.

Bastano 1500 battute per fare ridere? E’ la prima volta che mi cimento in un testo comico e non saprei giudicare il risultato, perciò vi prego di scrivere nei commenti cosa ne pensate. Buona lettura.

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A noi cassiere non importa nulla se comprate dei preservativi. Battiamo i prodotti talmente velocemente da ignorare ciò comprate, spesso non distinguiamo una confezione di profilattici da una crema antiverruche. Eppure voi clienti vi vergognate mentre comprate tali articoli, fareste meno scenate se vi stessimo vendendo della droga.

I maschi ostentano indifferenza: mani in tasca, passo ciondolante, sguardo serio. Giocherellano con le chiavi nervosamente e si rammaricano di non possedere una borsetta come le signore, così nascondono l’acquisto in un sacchetto. Le signore sono più furbe, infatti mimetizzano i preservativi in uno spesone da duecento euro, così i figlioletti non si accorgono del singolare prodotto acquistato dalla mamma, oppure lo scambiano per un medicinale, non sapendo nemmeno che cosa siano gli strani palloncini prodotti dalla Durex.

Le più imbarazzate sono le coppiette che si presentano in cassa per comprare solo i preservativi, in occasione di un’imminente scopata. Timidi e rossi in viso, si tengono per mano come se noi fossimo chiamate a giudicare i loro coiti.

I migliori sono i fidanzati di qualche cassiera:

–          Amore, posso venire in cassa da te? Così non mi vergogno …

Le ragazze pazientemente spiegano che non si possono servire i parenti e che nessuno giudica i clienti per i loro acquisti. Che vadano pure in un centro commerciale lontano se si vergognano tanto.

Siamo talmente abituate a battere preservativi che ormai non ci scandalizziamo più. Mettetevi in coda, pagate e fate l’amore.

Dieci euro in centesimi. Ordinarie storie di una cassiera.

Ci sono persone che risparmiano diligentemente ogni centesimo per pagarsi una cena. Oggi racconterò la loro storia. Bastano 1500 battute per raccontare un’emozione? Sperò di sì, perché queste persone mi hanno colpito nel profondo.

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Una cassiera è tenuta ad accettare qualsiasi forma di pagamento, purché sia valida. Ciò significa che se un cliente desidera pagare dieci euro in centesimi, la malcapitata non può tirarsi indietro. Alcune persone sono così povere da accumulare i ramini per pagarsi la cena, spesso costituita da latte e biscotti qualora se la passino particolarmente male, cosce di pollo e birra se hanno qualche spicciolo in più (lavorando in cassa ho scoperto che gli africani adorano il pollo).

Dopo avermi fatto battere i prodotti, i clienti svuotano sacchettini di plastica colmi di monetine sul bancone, che devo contare una per una. Non riesco a provare pietà per la povertà, perché contare tutti quegli spiccioli è un’attività faticosa, soprattutto a fine giornata. Le cassiere solitamente sono felici di ricevere moneta, ma in questi casi non abbiamo abbastanza spazio nel cassetto, così il cliente viene accolto con una silenziosa imprecazione. Una volta ho dovuto chiedere ad una collega di suddividere il denaro in pacchetti da un euro in una cassa vuota dietro la mia, mentre io mi occupavo dei clienti.

Certe volte la cifra offerta dai clienti è leggermente inferiore al totale, non so se si tratta di una loro svista o se il poveretto sta tentando di risparmiare qualche centesimo. Non posso regalare nulla perché non si tratta di soldi miei, così chiedo inflessibile al cliente il denaro mancante. Mi sento una stronza, ma ho bisogno di lavorare e non posso fare sconti a nessuno.

Le mogli dei giocatori. Ordinarie storie di una cassiera.

Possono bastare 1500 battute per trasmettere un’emozione? Speriamo che lo scritto di oggi vi trasmetta sensazioni positive, perché vi voglio parlare di un episodio allegro, che contrasti la tristezza di quanto vi ho raccontato le volte precedenti.

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Anche le cassiere hanno dei momenti di gloria. Può capitare infatti che un cliente offra loro un cioccolatino, oppure che si presenti in cassa un vip. L’anno scorso ho servito le compagne e i figli di alcuni famosi giocatori di basket di serie A e l’evento mi ha rallegrato la giornata.

Erano allegre, belle e simpatiche, discorrevano in un americanaccio fitto di cui non comprendevo una parola. Non erano più ragazzine ma vestivano in stile hip hop, così sembravano più delle ballerine di Beyonce che delle madri di famiglia. Avevano comprato un sacco di cose inutili: un giochino per il cane (una di loro era entusiasta perché gingilli simili non se ne trovavano in America), merendine e regali per i figli. Anche i bambini erano vestiti alla moda ed erano bellissimi con i capelli afro acconciati in treccine sottili.

Una delle donne si rivolse a me in inglese, ma non capii una parola. Avete presente quando si guarda un telefilm americano in lingua originale? E’ molto più difficile, perché l’accento marcato rendeva incomprensibile quello che la ragazza stava dicendo.

Pagarono in dollari ed io ero emozionata perché non avevo mai visto una banconota degli USA; avevo l’impressione di maneggiare i soldi del Monopoli. Il denaro americano è enorme, ho dovuto piegare la banconota per inserirla nella cassa. Digitai l’importo in dollari sul computer della cassa e la macchina calcolò in automatico il resto in euro. Consegnai il denaro e lo scontrino alle clienti e mi dedicai felice al cliente successivo.

Attacchi di panico. Ordinarie storie di una cassiera.

Possono bastare 1500 battute per trasmettere un’emozione? Oggi voglio raccontarvi un’esperienza che mi è capitata mentre lavoravo come cassiera e mi ha colpito per la crudeltà delle persone.

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Per una cassiera i clienti sono solo numeri, nessuna dipendente presta attenzione a ciò che accade alle persone in coda. Mi ero accorta che una signora stava sgridando un gruppo di adolescenti perché non la facevano passare ma, siccome non erano fatti miei, continuavo a battere diligentemente i codici a barre.

Quando fu il turno della signora, i nostri occhi si incontrarono. La donna aveva gli occhi lucidi e il volto imperlato di sudore, le tremavano le mani, i capelli erano spettinati e la voce era roca e cavernosa.

–          Signora, sta bene? Vuole sedersi un attimo?

–          No, grazie, dico solo che quei ragazzi avrebbero potuto lasciarmi passare. Sto male… ho un attacco di panico… è morto mio marito da poco… – Gridò mentre mi porgeva tremando il denaro per pagare la spesa.

Insistetti affinché si sedesse e mi consentisse di chiamare aiuto, ma la signora se ne andò, dandomi dell’incompetente per non averla aiutata.

I clienti successivi non ebbero nessuna pietà:

– I ragazzi non erano tenuti a lasciarla passare. La signora è stata maleducata.

– Se soffri di attacchi di panico, non venire al centro commerciale.

– Se una persona sta male deve segnalarlo, non aggredire chi la circonda.

Mi indignai. – Durante un attacco di panico si fatica a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. I ragazzi non hanno fatto nulla di male, ma la signora merita comprensione.

Una cliente rise sprezzante.

– Ripeto, se soffri di attacchi di panico, non venire al centro commerciale.

Ma tu non sei Tiziano Ferro. Ordinarie storie di una cassiera.

Ho scritto questo racconto breve, ispirato ad una storia vera che mi è capitata lavorando come cassiera, per partecipare ad un concorso letterario. Siccome non lo considero abbastanza incisivo per vincere la competizione, ho deciso di pubblicarlo qui e di scriverne un altro completamente differente. Spero che vi piaccia. In cassa si incontrano persone molto diverse da quelle che siamo abituati a frequentare e la protagonista del racconto mi ha colpito, turbato e commosso. Possono bastare 1500 battute per trasmettere un’emozione?

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Sono una cassiera, nel mio lavoro ho incontrato persone di ogni sorta. Non era la prima volta che creava problemi, le guardie in borghese iniziavano a seguirla non appena varcava le porte scorrevoli. Un tempo era stata bella ed era molto curata, sebbene i suoi vestiti fossero troppo giovanili per i suoi anni, ma la droga aveva scavato il suo viso. Mi accorsi troppo tardi che era in coda da me perché le cassiere non hanno mai tempo per osservare i clienti, la riconobbi dalla voce quando aveva già iniziato a litigare con una persona che conosceva. Un fratello? Un compagno del centro di recupero? Non ebbi modo di saperlo. L’uomo se ne andò insultandola pesantemente e lei rimase in coda silenziosa ma agitata.
Fu il suo turno. Iniziò a frugare nella borsetta farfugliando “sacchetto”, interpretai il suo gesto come se stesse cercando il portafoglio e avesse bisogno di una borsa. Battei il sacchetto, ma lei mi guardò furente. Non saprei riportare esattamente le sue grida, perché erano confuse come quelle di un ubriaco. O di una drogata. Non so cosa avesse assunto, ma certamente non era sobria.
– Signora, non posso stornare il sacchetto. Sono solo nove centesimi.
Alle mie spalle era comparsa una guardia. Le intimò di attendere che stornassimo il sacchettino, di calmarsi, di rispettare gli altri clienti e di lasciarmi lavorare.
La donna abbandonò la spesa, si concentrò per riordinare le parole nella mente annebbiata e mi gridò:
– Tu sei bella come Laura Pausini, ma lui non é Tiziano Ferro.