La pistola della cassiera. Ordinarie storie di una cassiera.

Questo articolo ha partecipato al concorso Coop for words.

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Il mestiere della cassiera è molto faticoso e quel bambino rendeva il mio lavoro impossibile: urlava a squarciagola indicando l’ovetto Kinder, mentre la madre appoggiava stressata la spesa sul rullo, tenendo in braccio la sorellina. Mi pulsava la testa e i dieci minuti di pausa erano un miraggio lontano, ma il mio piccolo cliente non aveva intenzione di lasciarmi lavorare tranquilla. Dovevo trovare una soluzione. “Ciao, tesoro, vuoi vedere la mia pistola?” Il piccolo abbandonò gli ovetti e mi guardò con sguardo interrogativo. “Eccola qua!” esclamai orgogliosa, esibendo la pistola con cui battevo i codici a barre. Il bambino allungò la manina per afferrarla, facendomi rabbrividire: non potevo certo offrire uno strumento elettronico a quel piccoletto. “Mi spiace, non posso dartela, mi serve per sconfiggere i cattivi” gli strizzai l’occhio “Però, se vuoi, ti faccio vedere come spara.” La piccola peste annuì impaziente, mentre continuavo a battere i prodotti perché il lavoro non poteva essere interrotto per giocare con un bambino. La madre osservava la scena divertita, scaricando esausta la spesa, mentre io chiedevo al piccolo di mostrarmi il braccio cicciottello. Azionai la pistola sul suo palmo, indicandogli la linea rossa del raggio infrarossi. Il bambino rise, il mio mal di testa ebbe tregua, la madre finì di scaricare la spesa senza rallentare la fila e il centro commerciale incassò il denaro. Tutti vissero felici e contenti e io passai al cliente successivo.

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Giulia Bossi e Maria Giovanna Piano raccontano Grazia Deledda

Questo articolo è stato pubblicato da Lo Sbuffo

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Sabato 8 settembre la Libreria delle Donne, storico luogo di ritrovo femminista milanese, ha organizzato come evento di apertura della stagione una serata dedicata a Grazia Deledda, scrittrice sarda celebre per essere stata la prima donna italiana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1926, estromessa per decenni dal canone ma piacevolmente riscoperta negli ultimi anni.

La conferenza è stata aperta dalla dott.ssa Giulia Bossi, giovane docente di Lettere laureata con una tesi  su Elsa Morante e una profonda passione per le autrici del Novecento, nonchè redattrice de Lo Sbuffo. L’insegnante si è accorta che le autrici donne della letteratura italiana erano presenti nel manuale dei suoi ragazzi segregate in un capitoletto intitolato La sensibilità femminile, inoltre lo spazio a loro dedicato era notevolmente inferiore rispetto a quello riservato ai colleghi uomini. Sembrerebbe dunque che nel Novecento italiano non siano esistite scrittrici donne. Giulia Bossi ha scelto di spiegare alla classe Grazia Deledda, fornendo lei stessa il materiale ai suoi studenti. La giovane donna ha raccontato la propria esperienza alla platea con toni appassionati, trasmettendo il proprio trasporto per la professione di insegnante e le materie umanistiche.

La docente prosegue con la biografia di Grazia Deledda. L’autrice, osteggiata persino dai lettori sardi, studiò sino alla quarta elementare, poi proseguì gli studi come autodidatta anche grazie al padre, giurista amante della poesia. A quindici anni scrisse i primi romanzi d’appendice e subì l’influenza di autori russi come Dostoevskij e Tolstoj. I primi romanzi riguardarono la denuncia sociale, poi lo stile della Deledda assunse le caratteristiche che l’hanno resa popolare. L’autrice raccontò di una forza degli avi radicata nelle coscienze, di un tabù religioso nelle terre di Sardegna, di un forte senso di colpa dovuto al peccato. La Deledda non si abbandonò mai all’introspezione psicoanalitica, preferì invece affidare alla descrizione del paesaggio il compito di raccontare la psiche dei personaggi; infine troviamo una commistione tra riti mitici e Cristianesimo. Il Meriodione atemporale e ancestrale di Elsa Morante è stato indubbiamente influenzato dal premio Nobel sardo.

Pirandello, che la Deledda privò del Nobel, era fortemente geloso dell’autrice, infatti sosteneva che avesse una mente da uomo e nel 1905 descrisse nel romanzo Suo marito il rapporto d’amore catastrofico tra due personaggi che rappresenterebbero la Deledda e il suo consorte e agente letterario Palmiro. In verità la coppia si amava profondamente, mentre Pirandello e la moglie affetta da problemi mentali avevano un rapporto fondato sulla gelosia.

Giulia Bossi dialoga con Maria Giovanna Piano, una filosofa e insegnante sarda curatrice dell’Ifold (Istituto Formazione Lavoro Donne) di Cagliari, nel settore studi e ricerche. La filosofa presenta il proprio libro Onora la madre, relativo all’autorità femminile nei romanzi della Deledda, in vendita presso la Libreria delle donne. Nonostante Giulia Bossi abbia notato l’assenza della Deledda tra gli autori studiati a scuola, la Piano afferma che il canone sia stato fatto dalla Deledda. L’autrice avrebbe inoltre “sardinizzato” l’Italia mentre i connazionali di altre regioni italianizzavano la Sardegna. La trama dei romanzi farebbe scontare ai personaggi la sola colpa di essere vivi. Grande tema dell’opera è il matriarcato mistico: agli uomini spetta l’agire pratico, mentre le donne, anche se apparentemente si “agitano” di meno, sono il vero fulcro dell’azione narrativa.

L’educazione religiosa nei bambini

Articolo pubblicato dalla casa editrice Tlon attraverso il giornale online Lo Sbuffo.

Se cercate informazioni in rete sull’educazione religiosa resterete delusi, perché la Chiesa raramente diffonde informazioni tecniche sull’argomento: al più troverete titoli di manuali di argomento religioso difficili da reperire, ma sono pochi gli articoli divulgativi al riguardo. Abbondano invece i testi scritti nel sermo humilis con cui il clero si rivolge ai fedeli, in cui si invitano i genitori e le istituzioni ad insegnare ai bambini i basilari valori della Chiesa, l’amore e l’amicizia, oltre naturalmente la fede in Dio. Si tratta di raccomandazioni generiche e lapalissiane. Un argomento di grande interesse è invece il dibattito sull’insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole. La rete, come la popolazione italiana, è suddivisa in favorevoli e contrari, in ragazzi che partecipano alle lezioni e altri che abbandono l’aula, con o senza l’appoggio delle famiglie.

Per conoscere il punto di vista della Chiesa, analizzeremo un articolo pubblicato il 9 gennaio 2017 da Orsola Vetri su Famiglia Cristiana: Ora di religione, cinque buoni motivi per non perderla. L’articolo insiste sul fatto che le lezioni non tratterebbero solo la religione cattolica, ma anche cultura e orientamento, necessari a fedeli e non credenti per comprendere il senso della vita. Si lamenta poi la scarsa frequentazione dei ragazzi dell’ora di religione, che viene considerata un momento formativo e di riflessione.

Vengono poi citate le parole del Cardinal Angelo Bagnasco, pronunciate durante la Giornata di sensibilizzazione alla scelta dell’ora di religione: l’insegnamento viene presentato come un elisir contro la fragilità e lo smarrimento interiore, un espediente per imparare a “fare sintesi” e per rendere il giovane non un’enciclopedia, ma una persona matura; anche per il suo valore culturale, l’ora di religione è un momento di chiarificazione e equilibrio, utile per comprendere il tempo e la società che abitiamo e per dialogare con tutti.

Angelo Bertolone, professore di religione e autore di un blog che tratta dell’argomento, afferma che la sua materia affronta la ricerca del senso della vita e elenca cinque motivi per cui i ragazzi non dovrebbero abbandonare le sue lezioni. Innanzi tutto difende il diritto dell’ora di religione di essere una materia scolastica citando la legislazione: “La  Repubblica  Italiana,  riconoscendo  il  valore  della  cultura  religiosa  e  tenendo  conto  che  i  principi  del  cattolicesimo  fanno  parte  del  patrimonio  storico  del  popolo  italiano,  continuerà  ad  assicurare,  nel  quadro  delle  finalità  della  scuola,  l’insegnamento  della  religione  cattolica  nelle  scuole  pubbliche  non  universitarie  di  ogni  ordine  e  grado”. Forse per ragioni di sintesi, non si sofferma sulla storia dell’ora di religione, sullo stimolo ricevuto sotto il fascismo.

Il secondo motivo riprende il tema del dialogo menzionato dal Cardinale, in quanto sostiene che per essere aperti al confronto con tutti è bene conoscere le tradizioni, la religione e la cultura in cui l’Italia affonda le proprie radici; per tale ragione l’IRC non si occupa solo del Cattolicesimo, ma di tutte le religioni, stringendo anche collaborazioni con le comunità religiose non cristiane del territorio italiano. Il decalogo non specifica però che gli insegnanti di religione non sono approvati dalle guide spirituali di tali religioni ma dalla diocesi, pertanto il punto di vista con cui ci si approccia alle realtà non cristiane è sempre cattolico.

Come terzo punto viene sottolineata la preparazione e la competenza degli insegnanti, che seguono corsi di aggiornamento presso università accreditate dal MIUR  e i corsi del Servizio IRC della diocesi. Insegnanti e professori sono competenti non solo nel campo dell’istruzione, ma anche dell’educazione. L’intervento della Chiesa in un compito pubblico come l’istruzione viene dunque presentato come una garanzia di qualità.

La penultima ragione riguarda il fatto che, durante l’ora di religione, si trattano le domande esistenziali, aiutando i giovani ad affrontare più serenamente i momenti di crescita, ad avere uno scopo della vita, a comprendere che l’esistenza è un cammino di ricerca e ad apprezzare lo studio, la cultura e soprattutto la vita. L’autore riconosce dunque implicitamente che l’ora di religione cattolica educa ad essere religiosi e a credere nei valori del Cristianesimo.

Il quinto e ultimo punto apprezza il fatto che l’IRC è l’unica materia che si può scegliere (un’affermazione valida soltanto per gli studenti più giovani), inoltre si ribadisce che non è necessario essere credenti per frequentare le lezioni.

Come controparte abbiamo deciso di analizzare quanto ha affermato l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), che sul suo sito ha dedicato un’intera pagina all’IRC. L’associazione analizza ogni aspetto tecnico dell’ora di religione riportando dati e statistiche e, naturalmente, inserendo la propria opinione in brevi ma incisivi commenti.

L’associazione tratta brevemente la storia dell’IRC, precisando che nella Italia postunitaria gli studenti seguivano l’ora di religione solo durante le scuole elementari, mentre nel 1923 il primo governo fascista lo rese obbligatorio e nel 1929 l’IRC fu esteso alle scuole medie e superiori.

Un protocollo addizionale del concordato afferma che “l’IRC […] è impartito in conformità della dottrina della Chiesa”, pertanto l’UAAR ritiene che l’ora di religione serva alla Chiesa per educare secondo la il Cattolicesimo, cosa che dovrebbe fare solo nelle parrocchie. Durante la lezione possono essere illustrate anche altre religioni, ma secondo un punto di vista cattolico e ciò è estremamente riduttivo.

Come prescrive il Codice di diritto canonico: «L’Ordinario del luogo si dia premura che coloro, i quali sono deputati come insegnanti della religione nelle scuole, anche non cattoliche, siano eccellenti per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica». Con ciò si sostiene che lo stato non ha il controllo di tale insegnamento, a prova di tale mancanza si cita il fatto che Berlinguer, in un’intervista a Famiglia Cristiana, ha affermato di non sapere cosa si insegni durante le lezioni.

L’articolo tratta inoltre le possibili opzioni per uno studente che non vuole avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica: partecipare ad attività didattiche e formative, studiare altre materie, uscire dalla scuola. Quest’ultima opzione non è praticabile per le famiglie che non possono curare i bambini durante le ore di lezione, inoltre la Chiesa si è opposta a collocare la materia a inizio o fine lezioni, una soluzione che potrebbe agevolare gli studenti che non vogliono recarsi a scuola durante l’ora di religione e dunque favorirebbe l’abbandono dell’IRC.

Apprendiamo inoltre che lo studio dell’IRC o dell’ora alternativa offrono un credito scolastico, utile nel punteggio di ammissione all’esame di stato delle scuole superiori. Per tale ragione hanno fatto ricorso la chiesa valdese e le chiese evangeliche, ma hanno fallito perché i ricorrenti “non hanno notificato le controparti”, impresa impossibile dato che si tratterebbe di tutti gli studenti che frequentano l’ora di religione.

Il numero degli studenti che si avvalgono dell’IRC diminuisce proporzionalmente all’aumento della loro età, in coincidenza con la possibilità di scegliere autonomamente se partecipare, dunque è evidente quanto sia influente il condizionamento famigliare. Le regioni centro-settentrionali sono le più laiche, mentre al sud frequentano quasi tutti. In una metropoli come Milano il numero dei partecipanti precipita e quasi duecento classi sono del tutto prive di IRC.

L’articolo evidenzia il fatto che gli insegnanti sono scelti dalla curia e che lo Stato che paga il loro stipendio non ha alcun controllo su di loro; tutto ciò è in contraddizione con la laicità dello Stato. Ogni dodici mesi gli insegnanti devono chiedere il nulla osta alla diocesi, che può anche revocare il permesso di esercitare per motivi come una “condotta morale pubblica in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa”. Una professoressa in stato di gravidanza non approvata dalla diocesi è stata licenziata, la donna ha tentato di riottenere il posto per vie legali, ma invano. Non è dato sapere il costo dell’IRC per lo stato perché i siti ministeriali non ne fanno cenno. L’articolo azzarda un calcolo approssimativo di tale spesa, si tenga presente che, quando in una classe un solo studente si avvale dell’insegnamento della religione Cattolica, gli viene assegnato un insegnante per sé anziché inserirlo in un’altra classe, così lo spreco è notevole. La Chiesa si è opposta alla riduzione di tale spesa, lamentando una riduzione occupazionale.

Per concludere, Famiglia Cristiana difende soprattutto la qualità dei contenuti dell’ora di religione, che sarebbero poi le caratteristiche del Cattolicesimo, invece l’UAAR espone con criterio il funzionamento dell’IRC e ne critica molteplici aspetti, non propone apertamente una soluzione ma implicitamente non solo dissuade i ragazzi dal partecipare alle lezioni, ma consiglia anche di abolire l’insegnamento stesso. E’ un dato di fatto che i ragazzi, non appena sono abbastanza grandi da scegliere autonomamente se partecipare alle lezioni, abbandonano i banchi per dedicarsi ad un’ora di studio o, più comunemente, divertirsi fuori dall’istituto.

Il Gay Pride di Milano

Articolo pubblicato da Lo Sbuffo.

Ecco la seconda versione dell’articolo Una eterosessuale al Gay Pride, in cui ho cercato di essere più impersonale e puntuale nel riferire i fatti.

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Sabato 30 giugno, 250.000 persone si sono radunate in piazza Duca D’Aosta per partecipare al Gay Pride di Milano. Il corteo ha sfilato e ballato per le strade sino a Porta Venezia e, per l’occasione, Google Maps ha segnato sulle sue mappe il tragitto percorso dai carri con i colori dell’arcobaleno. I momenti di ilarità come il flash mob si sono alternati ad attimi più seri di protesta in favore dei diritti LGBT+, come il toccante discorso del sindaco Sala, che ha affermato di essere d’accordo su alcune cose con il ministro Fontana, ma non certo sui diritti. Salito sul palco, il sindaco ha salutato i manifestanti affermando che: «Milano è casa vostra». Ha poi invitato a pensare con la propria testa e ad accompagnare Milano verso il cambiamento. Al termine della sfilata i manifestanti hanno mostrato i due lati di una bandiera, alternandoli: uno raffigurava la bandiera italiana, l’altro i colori dell’arcobaleno. La parola d’ordine era #civilimanonabbastanza.

La folla era tale da rendere impossibile la partecipazione dei singoli a tutte le attività, basti pensare che le persone erano talmente numerose che non c’era campo. La maggior parte dei manifestanti, soprattutto i più giovani, ha dunque potuto solo accodarsi a uno dei carri più festosi, ballare al ritmo di Lady Gaga e Raffaella Carrà e bere fiumi di birra, dopo aver indossato indumenti arcobaleno o essersi tinti il volto con colori accesi. Tutto ciò non ha affatto sminuito la il valore della festa, ma ha reso il Pride una delle manifestazioni politiche più divertenti e colorate di Milano.

Ma chi sono i partecipanti del Gay Pride? Gente comune, che ha sfilato con atteggiamenti civili e composti rivendicando la libertà di amare. I più erano ventenni, ma hanno aderito anche persone più avanti con gli anni. I passanti hanno accolto serenamente la parata: non solo non si sono verificate ostilità, ma molti hanno interagito con i manifestanti e scattato fotografie. Dalle finestre si affacciavano milanesi curiosi, che venivano salutati con un boato dalla folla. All’evento hanno partecipato anche bambini, non solo membri delle famiglie arcobaleno, ma anche appartenenti alle cosidette famiglie tradizionali, che si affacciavano dai balconi per osservare i carri.

Alla parata erano presenti anche molti eterosessuali, molti dei quali erano riconoscibili perché tenevano per mano il proprio partner. I manifestanti hanno mostrato di accogliere calorosamente coloro che non appartengono alla comunità LGBT+ e di accettare il loro sostegno, purché si assuma un atteggiamento aperto e tollerante nei confronti di chi è diverso dalla maggioranza. La parata è concepita come un momento di orgoglio e libertà non solo per la comunità LGBT+, ma anche per le altre minoranze, siano etniche, religiose o altro, e per i privilegiati membri della maggioranza che si sentono parte di una comunità più ampia e inclusiva.

Se non si considerano le persone vestite con abiti arcobaleno erano ben poche le maschere. Inoltre i riferimenti sessuali, più che osceni e scandalosi, erano scherzosi e autoironici, in modo tale che nessuno potesse sentirsi turbato. Lo scopo di tali travestimenti era affermare l’orgoglio per la propria personalità in un mondo che chiede alla comunità LGBT+ di nascondersi e reprimersi. Molti sostengono che il Gay Pride sarebbe più credibile se si sfilasse con indumenti quotidiani; bisogna invece notare, d’altro canto, che gli omosessuali sono chiamati tutti i giorni a mimetizzarsi tra gli eterosessuali e i travestimenti servono per affermare la propria identità e lanciare una provocazione alla morale comune. Sin dal Medioevo il Carnevale è stato un momento di sovvertimento dell’ordine naturale della società e la comunità LGBT+ ne ha rielaborato il messaggio, capovolgendo i costumi etero in favore di una realtà più inclusiva. I membri della comunità LGBT+, in ogni caso, hanno assunto durante la parata atteggiamenti composti e non si sono spinti oltre dei teneri baci o riferimenti giocosi alla sessualità. Molti ritengono che sarebbe allora doveroso istituire anche un Etero Pride, non considerando il fatto che tale festa è in atto tutti i giorni dell’anno e che la maggioranza, non sentendo la necessità di difendere dei diritti già affermati e tutelati, non avrebbe motivo di scendere in piazza.

Infine, le accuse di chi taccia il Gay Pride di essere troppo osceno, una critica rivolta anche da membri della comunità. Le principali accuse sono che le parate «sono ferme agli anni ’70, inquietano potenziali sostenitori della causa, infastidiscono l’opinione pubblica, fanno provocazione gratuita, sono ridicole, oscene, irrispettose». Ma il Pride deve rivendicare ciò che alla società risulta scomodo, ostentando le cose che destabilizzano la maggioranza. Esibendo la propria personalità attraverso una maschera si chiede all’altro di accettare la propria identità, e in questo senso il Pride si configura come l’evento che accoglie tutti. Infatti, bisogna imparare ad accettare una persona oscena, perché si tratta prima di tutto una persona.

Attacco di panico in cassa

Articolo proposto a Oltre il giardino.

Ho deciso di ampliare uno scritto che ho proposto qualche tempo fa. Ecco il risultato.

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Per una cassiera i clienti sono solo numeri, nessuna dipendente presta attenzione a ciò che accade alle persone in coda. Passavo meccanicamente i prodotti allo scanner china sul monitor, senza incontrare lo sguardo delle persone che sfilavano di fronte a me e ignorando i loro volti anonimi per concentrarmi sul tempo che mi separava dalla tanto agognata pausa di dieci minuti. Quanto mancava? Mezz’ora. Accidenti, dovevo attendere ancora mezz’ora ma avevo già bisogno di andare in bagno. Nel frattempo mi ero accorta che una signora stava sgridando un gruppo di adolescenti perché non le cedevano il turno ma, siccome non erano affari miei, continuavo a battere diligentemente i codici a barre. E’ risaputo inoltre che, in questi casi, i ragazzini hanno sempre torto, sono sempre loro i maleducati. La signora non aveva bisogno di me, sapeva difendersi da sola.

Le voci degli altri clienti si mescolarono a quelle della signora e dei ragazzini, ma non mi importava: continuavo a lavorare e a cercare di non pensare al mal di schiena. Dopo ore seduta a spostare i prodotti da un lato all’altro della cassa mi facevano sempre male i muscoli, avrei avuto bisogno di sgranchirmi le gambe. Che se la sbrigassero da soli, dopotutto erano tutti adulti.

Quando fu il turno della signora, i nostri occhi si incontrarono. La donna stava piangendo e aveva il volto imperlato di sudore, le tremavano le mani, i capelli erano spettinati e la voce era roca e cavernosa. Frugava nella borsa con evidente agitazione mentre il respiro affannoso le sollevava il petto.

– Signora, sta bene? Vuole sedersi un attimo? – chiesi preoccupata. Mi domandavo cosa avrei dovuto fare in una situazione del genere. Chiamare una guardia? Un medico? La cassa centrale?

– No, grazie, dico solo che quei ragazzi avrebbero potuto lasciarmi passare. Sto male… ho un attacco di panico… è morto mio marito da poco… – Gridò respirando affannosamente, mentre mi porgeva tremando il denaro per pagare la spesa.

Insistetti affinché si sedesse e mi consentisse di chiamare aiuto, ma la signora se ne andò, dandomi dell’incompetente per non averla aiutata. Inutile discutere con i pazzi, dicono le nonne, però personalmente ritenevo di avere cercato di aiutarla, ero stata la più gentile e professionale delle cassiere. Mi chiesi dove avessi sbagliato. Un pensiero maligno si insinuò nella mia mente: ma proprio in cassa da me doveva venire, non mi bastava la pipì e il mal di schiena? Subito mi pentii del mio egoismo e rivolsi un pensiero gentile alla signora.

La storia potrebbe concludersi tra le mie perplessità e l’irrequieta necessità di una pausa, ma i clienti successivi non avevano intenzione di dimenticare l’accaduto, così iniziarono a discutere sull’episodio.

– I ragazzi non erano tenuti a lasciarla passare. La signora è stata maleducata. – affermò una ragazza indignata

– Se soffri di attacchi di panico, non venire al centro commerciale. – rise una trentenne con il suo stesso sorriso, forse sua sorella.

– Se una persona sta male deve segnalarlo, non aggredire chi la circonda. – sentenziò un cliente incanutito.

Mi indignai. – Invece di creare problemi alla mia cassa, avrebbero dovuto lasciarla passare. Sarebbe stato anche un gesto di umanità, brutti stronzi!-

Non dissi queste parole perchè in cassa il cliente ha sempre ragione e, poiché la signora si era allontanata sulle proprie gambe senza aggravare la situazione, non c’era ragione di sprecare energie per difenderla. Optai per una risposta più diplomatica:

– Durante un attacco di panico si fatica a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. I ragazzi non hanno fatto nulla di male, ma la signora meritava comprensione. –

La trentenne rise sprezzante. – Ripeto, se soffri di attacchi di panico, non venire al centro commerciale.

Presto terminai di servire i clienti che avevano assistito alla scena, ne seguirono altri identici nei volti annoiati, ma più tranquilli in quanto nessun attacco di panico stava catturando la loro attenzione. Il mio lavoro era ritornato monotono, ma questa volta avevo pensieri più interessanti su cui riflettere rispetto alle mie necessità fisiologiche e al fatto che la pausa era ancora lontana. Mentre battevo meccanicamente i prodotti, mi chiedevo come mai a scuola non insegnassero come gestire chi soffre di attacchi di panico. Hollywood guadagna miliardi producendo film come Ragazze interrotte, ma nessuno spiega come approcciarsi ad una persona in preda ad una crisi. Coloro che lavorano a contatto con il pubblico come le cassiere dovrebbero sapere certe cose, eppure nessuno sembra porsi simili questioni.

L’atteggiamento ottuso dei clienti mi aveva lasciata allibita. Mi sembrava doveroso tollerare comportamenti fuori dall’ordinario, anche incivili o verbalmente aggressivi come quelli di una signora che pretende di saltare la fila e sgrida chi non la lascia passare, nel caso di un’emergenza. Non si tratta di maleducazione, la collettività dovrebbe imparare che una persona in crisi non riesce a preoccuparsi dell’etichetta e deve essere tollerata. Le risate della ragazza poi mi avevano indignata. Non tutti hanno la possibilità di chiedere a qualcuno di fare la spesa al proprio posto, come potrebbe una madre di famiglia evitare di recarsi in un centro commerciale? Inoltre chi ha un problema non dovrebbe segregarsi in casa come se non sapesse badare a se stesso, ma dovrebbe sforzarsi di uscire e affrontare ciò che lo tormenta. L’anziano saccente aveva trattato la signora come se in certe situazioni si sia in grado di agire razionalmente. Non sempre possiamo appellarci alla razionalità quando abbiamo un problema mentale, perciò raramente il primo pensiero di chi sta male è segnalare il proprio malore, anche se ciò sembrerebbe l’azione più logica da compiere. Nessuno di noi aveva capito cosa passasse nella testa della signora in quel momento, ma ciò non esonera dal rapportarci all’altro con empatia, umanità e comprensione.

La società non vuole approcciarsi serenamente alla malattia mentale, molte persone tendono ancora a scappare di fronte al diverso e ad abbandonare chi ha un problema psicologico o psichiatrico. Se una persona si accascia a terra svenuta verrà soccorsa perché la malattia fisica è compatita, ma se una persona ha un problema mentale verrà scansata perché “potrebbe essere pericolosa”.

Non ebbi molto tempo per simili riflessioni perché dovevo concentrarmi sul lavoro, perciò mi chinai sulla cassa e mi sforzai di accelerare il ritmo con cui battevo i prodotti.

Una eterosessuale al Gay Pride

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Sabato 30 giugno 250.000 persone si sono radunate in piazza Duca D’Aosta per partecipare al Gay Pride di Milano. Il corteo ha sfilato e ballato per le strade sino a Porta Venezia, lungo il tratto che Google Maps ha segnato con i colori dell’arcobaleno. Ai momenti di ilarità come il flash mob si sono alternati attimi più seri di protesta in favore dei diritti LGBT, come il toccante discorso del sindaco Sala. Al termine della sfilata i manifestanti hanno mostrato i due lati di una bandiera alternandoli: uno raffigurava la bandiera italiana, l’altro i colori dell’arcobaleno. La parola d’ordine era #civilimanonabbastanza.
Molti pensano che il Gay Pride non sia un ambiente per eterosessuali in quanto la battaglia per i diritti civili riguarda solamente la comunità LGBT, eppure se una persona condivide gli ideali di amore e uguaglianza sociale promossi dalla manifestazione dovrebbe scendere in piazza. La comunità LGBT è discriminata per il semplice fatto di essere una minoranza, se gli etero li sostenessero i suoi membri non avrebbero più nulla da temere, perciò la presenza dei privilegiati eterosessuali al Pride è importantissima, anzi, vitale. In piazza sabato si potevano incontrare molte coppie eterosessuali tenersi per mano, oppure gruppi di amici formati da etero e gay che festeggiavano insieme.
Il Gay Pride è una festa commuovente perché si incontrano centinaia di migliaia di persone che nella vita quotidiana affrontano diverse difficoltà di integrazione a causa del proprio orientamento sessuale, ma in quella data possono ridere, scherzare, urlare, ballare e bere birra spensieratamente. Sarebbe bello che fosse così tutti i giorni, anche se la società sta cambiando e aumentano esponenzialmente gli episodi di confronto e scambio tra omosessuali e non. Per un eterosessuale partecipare al Pride non è altrettanto emozionante, non proverà la stessa gioia di chi fa parte della comunità, ma si sentirà comunque accettato e accolto perché al Gay Pride il suo orientamento sessuale non ha importanza, ciò che conta è amare e rispettare gli altri.
Sfatiamo un mito sul Gay Pride: non è una carnevalata. A Milano le persone in costume erano pochissime e le loro maschere erano molto sobrie e creative. Le drag queen erano delle elegantissime dive, non certo dei volgari fenomeni da baraccone. Portate dunque i vostri figli, perché non c’è nulla che possa turbare le loro giovani menti, infatti alcuni bambini si sono affacciati dai balconi per salutare i manifestanti. La maggior parte delle persone erano gente comune che festeggiava con allegria misurata e civile, per lo più giovani sui vent’anni. Non cera nulla di sovversivo, nulla che potesse turbare l’integrità della famiglia cosiddetta tradizionale, solo persone che volevano divertirsi e rivendicare i loro diritti.
Il Gay Pride è anche una festa di puro divertimento, potete infatti seguire un carro e ballare sulle note di Lady Gaga o Raffaella Carrà, bevendo fiumi di birra e sfoggiando indumenti arcobaleno. Sabato 30 giugno a Milano faceva molto caldo, ma l’arsura non ha fermato la voglia di ballare di ragazzi provenienti da tutta la Lombardia. Non aveva nessuna importanza se il tuo vicino al corteo era etero o gay, ciò che contava era far tremare corso Buenos Aires sotto le urla e sentirsi parte del gruppo.
Se siete eterosessuali poco avvezzi agli ambienti LGBT forse non capirete il significato di tutto ciò che vi circonda, per esempio è difficile capire come mai un uomo sui quarant’anni si fosse travestito da centurione (o da spartano, era un costume poco realistico e non era molto chiaro a quale popolo antico appartenesse), ma non aveva importanza: era un bellissimo e simpaticissimo travestimento, perciò limitatevi ad apprezzare la citazione classica e ad augurargli ogni bene.
Durante il Gay Pride si possono imparare molte cose. Innanzi tutto scoprirete che tutti hanno amici gay, perché gli omosessuali sono dappertutto: a scuola, al lavoro, nelle palestre, nelle associazioni, al supermercato, nel vostro condominio … Non ha senso dunque dire “anche io ho amici gay”, perché i gay sono talmente numerosi che è naturale conoscere almeno uno di loro. Dite invece “io non ho paura di frequentare una persona gay”. Inoltre gli ambienti LGBT sono esattamente come gli ambienti etero, in quanto si balla allo stesso modo, si beve allo stesso modo, si ride allo stesso modo e la gente … anche la gente è la stessa! L’unico modo per distinguere un etero da un omosessuale è vederli limonare in mezzo alla strada, perché non c’è alcuna differenza tra loro. E’ strano affermare delle simili verità perché dovrebbero essere concetti scontati, insegnati ai ragazzini nelle scuole, ma purtroppo non è ancora così.
Prima di concludere, è doveroso precisare che, se l’autrice di questo articolo si è sentita accolta al Gay Pride pur essendo eterosessuale, dovreste partecipare anche voi, qualunque sia il vostro orientamento.

L’autista del trenino. Ordinarie storie di una cassiera.

Bastano 1500 battute per raccontare un’emozione? Oggi vi parlerò di un lavoro fuori dall’ordinario. 

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Quell’estate il supermercato aveva messo a disposizione dei bambini un trenino, sul quale fare il giro della galleria ascoltando le canzoni dei cartoni animati. Il trenino iniziava la sua corsa alle otto del mattino, quando il supermercato apriva, e terminava il suo viaggio alle sette di sera, un’ora prima della chiusura; per tutto questo tempo l’autista, una simpatica ragazza di trent’anni, doveva guidare ascoltando ininterrottamente lo stesso cd delle canzoni di Cristina D’Avena. Il suo lavoro era monotono e stressante, l’unico diversivo era suonare la campanella per avvertire i passanti di spostarsi. La giovane autista però non si perdeva d’animo e cantava a squarciagola, con un allegro sorriso sul viso, le canzoni dei cartoni animati. Le casse dell’impianto stereo sovrastavano la sua voce, così nessuno seppe mai se era stonata o intonata, però la sua allegria era contagiosa. Noi cassiere ci domandavamo come facesse a resistere senza avere un esaurimento, perché ascoltare lo stesso cd per una giornata intera può essere destabilizzante. Per quanto mi riguardava, l’arrivo del trenino vicino alle casse mi rallegrava perché mi distraeva dal lavoro ricordandomi l’infanzia. Poco importa se si trattava di una manciata di secondi (il trenino impiegava un attimo ad allontanarsi), ogni occasione era buona per cantare Holly e Benji, Lady Oscar, Robin Hood, Batman… I bambini poi erano una gioia a vedersi, avrebbero dato qualunque cosa pur di salire su quel lento mezzo colorato.