Carnevale di Schignano 2017

In un paesino sul lago di Como chiamato Schignano si festeggia il Carnevale indossando delle maschere speciali.

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Il Brut indossa una maschera di legno intagliata, vestiti di stracci e porta con sé oggetti strani per far scherzi alla gente che incontra. Rappresenta i poveri.

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Un barbiere non convenzionale sbarba un Brut.

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Un Brut misura il pene ad un passante.

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Il Bell invece indossa pizzi, fiori, merletti e un grosso pancione imbottito. Si pavoneggia per le strade della città ostentando ventagli e ombrellini. Come avrete già capito, rappresenta i ricchi.

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Un Brut si sdraia a terra per farsi fotografare.

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Un Brut in una valigia

 

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La Ciocia (ahimè, non so scrivere in dialetto comasco!) è una vecchia che si aggira per la città urlando le proprie disgrazie, in qualità di unica maschera con la facoltà di parlare. E’ trattenuta dal marito da una corda.

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Un ragazzino si appresta a fare scherzi con l’acqua ai passanti.

 

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Un Bell con la pancia di pizzo.

 

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Un bambino Brut sdraiato a terra per farsi fotografare.

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Tre Brut si riposano prima della sfilata.

 

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Un Brut ha gettato a terra gli oggetti che usa per fare gli scherzi: una vecchia valigia piena di paglia e un ombrello rotto.

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Un simpatico bambino si mette in posa.

 

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I guardiani della saggezza vestiti  di pelle di capra durante la sfilata.

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Un Bell durante la sfilata.

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Un Bell agita il ventaglio.

 

Queste fotografie sono di scarsa qualità: le ho scattate con un misero cellulare e ho deciso di pubblicarle pur essendo assolutamente ignara di fotografia. Se decidete di rubarle, non avete alcun gusto estetico, ma fate pure. Vi prego solamente di citare le fonti.

 

 

The Game (Il Gioco)

 

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Se avete deciso di leggere questo articolo ormai è troppo tardi, siete destinati a partecipare al Gioco sino alla fine dei vostri giorni. In verità state giocando dall’epoca del vostro primo vagito, solo che non lo sapevate. Forse vi state chiedendo cosa sia il Gioco. Sarete subito accontentati, in modo tale da contribuire anche voi alla diffusione di quello che è stato definito un virus mentale.

 

Le origine del Gioco sono ignote, ma è certo che era già presente in Inghilterra vent’anni fa, nel lontano 1996. The Game, chiamato in italiano Il Gioco, è un passatempo per nerd incalliti (come me, come voi, come tutti i lettori di questo blog) il cui scopo è evitare di ricordarsi del gioco stesso. E’ molto più difficile di quanto possa sembrare in quanto, più si cerca di dimenticarsi di qualcosa, più tale concetto si imprime nella nostra mente. WIkipedia, per spiegare il concetto, ha scelto di tirarsela citando Dostoevskij: “cerca di non pensare ad un orso bianco e questo continuerà a venirti in mente”.

 

Il Gioco funziona in modo molto semplice:

 

·         L’intera umanità sta partecipando al gioco;

 

·         Non tutti sono consapevoli di stare giocando (si tratta di coloro che non sono venuti a conoscenza dell’esistenza del Gioco);

 

·         Se si pensa al Gioco, si perde;

 

·         Non è possibile vincere al Gioco, al massimo si può evitare di perdere non pensando ad esso;

 

·         Se si perde, bisogna informare di tale avvenimento un’altra persona, che perderà a sua volta. Per fare ciò è sufficiente affermare di avere perso, oppure di aver appena fatto perdere il vostro interlocutore. In questo modo, anche il vostro compagno perderà; 

 

·         Dopo aver perso, un giocatore può pensare al Gioco senza perdere nella mezz’ora successiva, in quanto non è possibile smettere di pensare volutamente a qualcosa, si può solo attendere che il flusso dei pensieri si allontani spontaneamente da quell’argomento;

 

·         Lo scopo è informare l’intera umanità dell’esistenza del Gioco.

 

Esistono altre varianti del gioco che personalmente non conosco. Secondo la nostra cara WIkipedia, il gioco finirà quando il primo ministro britannico annuncerà pubblicamente “The Game is up”, che significa “Il Gioco è finito”. Una petizione mondiale ha tentato di convincere i politici a porre fine ad un gioco che è stato definito un virus mentale, ma invano. E’ stata realizzata una seconda petizione per far entrare Il Gioco nella legge inglese, obbligando l’intero stato a rispettarne le regole, ma è stata rifiutata in quanto “umoristica e di nessuna rilevanza per le attività statali”.

 

Ora che sapete anche voi in che cosa consiste Il Gioco, andate nel mondo e diffondete il verbo. Prima di leggere questo articolo non avevate alcuna possibilità di perdere in quanto non eravate a conoscenza dell’esistenza del Gioco, ma da questo momento siete destinati a perdere, di tanto in tanto, quanto vi ricorderete di questo articolo e dell’esistenza del Gioco.

 

A proposito, AVETE PERSO!

 

Barbie the Icon al Mudec, qualche critica

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Premetto che mi sto avvicinando sempre più al femminismo e che identifico nella bambolina Barbie l’emblema della donna oggetto che deve apparire sempre bellissima anziché essere una persona di valore, che finge di poter praticare ogni sorta di attività e professione quando mancano all’appello Barbie imprenditore, informatica o ingegnere. Nonostante le mie opinioni, ho amato immensamente Barbie: quando ero piccola ho fatto vivere alle mie bambole delle straordinarie avventure e certe volte ripenso con nostalgia ai giochi di una volta. Non posso inoltre negare che Barbie abbia influenzato cinquant’anni di storia diventando un’icona della moda, seppure in miniatura, che può essere studiata e analizzata al pari della Grande Guerra o della Rivoluzione Francese. Ecco perché mi sono recata al Mudec e ho visitato la mostra Barbie the Icon, perché volevo conoscere il mondo di Barbie e fare un tuffo nel passato, nella mia infanzia.

La mostra si apre con l’esposizione di alcune tra le Barbie più celebri di tutti i tempi, tra cui la prima Barbie, la Teen Age Fashion Model del 1959, riconoscibile per il costume da bagno intero zebrato, e Totally Hair Barbie del 1992, il modello più venduto al mondo, amato dalle bambine per i capelli lunghi fino alle caviglie, divertentissimi da pettinare.

La prima sala offre una rapida panoramica della storia di Barbie proponendo i modelli più conosciuti dagli anni Cinquanta ai nostri giorni. Lungo le pareti viene proposta una linea del tempo in cui gli eventi della storia vengono affiancati alla storia della bambolina. Analizzando con occhio critico questa sala risulta evidente il segreto del successo di Barbie: adeguarsi alle mode del momento copiando gli abiti, le divise e le attività più alla moda. Il modellino di plastica in sé sarà stato modificato al massimo quattro o cinque volte nel corso della vita di Barbie, ciò che caratterizzano i diversi modellini sono i vestiti. Barbie è riuscita a diventare un’icona copiando le icone del mondo reale e fotocopiando se stessa in mille versioni diverse. Ma è giusto insegnare alle bambine che una donna venga caratterizzata dal vestito? Ed è giusto che alle bambine venga proposto un modello dalla così impeccabile esteriorità ma così privo di spessore umano, che si limita ad adeguarsi alle mode del momento?

Nella seconda sala sono esposti dei veri e propri gioielli d’alta moda, dei minuscoli ma preziosissimi abiti realizzati appositamente per Barbie da stilisti di professione: abiti da sera, da sposa, da giorno, etnici, storici, maschere e molto altro. La raffinatezza delle stoffe, delle cuciture, dei ricami e delle perline eguagliano lo sfarzo degli abiti delle più grandi case di moda per donne in carne ed ossa. Barbie diventa dunque un giocattolo per adulti, ma trasformandosi in un oggetto di lusso si tramuta anche in una statua immobile e intoccabile, che può solo essere guardata. Vogliamo veramente che le nostre bambine abbiano come modello di vita una mera statua da ammirare? Non dovrebbero essere spronate a diventare delle donne pensanti e agenti con delle bambole che corrono, ridono, scherzano, studiano, lavorano, lottano…?

Segue un’ampia sala in cui sono esposte le prime case di Barbie (la prima, in cartone, risale agli anni ’60; la seconda è invece una monumentale casa delle bambole in plastica degli anni ’70), la piscina, la macchina, il catamarano, la barca, il camper… Accanto agli arredi in miniatura sono esposti i mobili a grandezza naturale per le camerette delle bambine. Colore dominante: il rosa, quale marchio di femminilità. Io credo che ciascuna bambina debba essere chiamata ad esprimere la femminilità a modo suo, non necessariamente in nome del rosa e della frivolezza come propone il modello Barbie.

La sala si conclude con una piccola vetrinetta occupata da Ken, che a quanto pare non viene ritenuto degno di ulteriore spazio all’interno della mostra, e una vetrina in cui Barbie viene affiancata dalle sue amiche e sorelle, i cui nomi ho dimenticato nel corso degli anni.

Un’ampia teca viene dedicata alle professioni di Barbie: astronauta, pilota, ballerina, hostess, soldatessa (è risaputo che bisogna inculcare il rispetto per la divisa in ogni pargoletta!) … Apparentemente barbie ha praticato ogni sorta di professione esistente, ma non è affatto così. Quando ero piccola ero una bambina strana, infatti mi sarebbe molto piaciuto molto ricevere in regalo una Barbie archeologa, una Barbie motociclista o una Barbie pistolera, una specie di Gangster. Nessuna di queste Barbie è stata prodotta. Navigando su internet ho scoperto che esiste una Barbie paleontologa, ma i suoi vestiti sono ridicoli perché, per inserire un tocco di rosa nel tipico completo color kaki, hanno realizzato una mise orribile. Esistono anche delle Barbie guerriere come Lara Croft e Wonder Woman, ma si tratta sempre di donne sexy e bellissime, perché anche quando combatte Barbie deve restare impeccabile (una qualità non certo utile nella lotta, ma da cui una donna purtroppo non può separarsi). Quando verrà realizzata una Barbie gangster? Su un solo aspetto posso ritenermi soddisfatta: nel 1998 è stata creata una Barbie cestista!

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La sala delle Barbie provenienti da tutto il mondo è un colossale specchietto per le allodole: sarà anche stata creata qualche bambolina dalla pelle nera o gialla per accontentare tutte le popolazioni, ma la protagonista indiscussa degli scaffali dei negozi di giocattoli resta la Barbie bionda con gli occhi azzurri, di nazionalità americana. In questa sala i costumi tradizionali che ho trovato più interessanti sono… quelli italiani! Abbiamo infatti ormai perso la memoria degli abiti delle nostre nonne e Barbie ci aiuta a ricordare. Mi è spiaciuto di non aver incontrato Barbie irlandese, di cui possedevo un modello quando ero bambina.

L’ultima sala è dedicata ai costumi delle grandi icone della moda: Grace Kelly, Rossella Ohara, Audrey Hepburn, Rose del Titanic, Frank Sinatra, Grease, Wonder Woman e Cat Woman. Questi sono solo alcuni dei nomi delle bambole esposte.

La mostra si chiude con due modelli realizzati appositamente in onore del Mudec e con una cassetta delle lettere in cui è possibile scrivere le proprie opinioni circa la mostra. Non ho avuto il tempo di esporre le mie considerazioni perciò lo farò qui, sul mio blog.

Nel complesso la mostra mi ha affascinato perché le Barbie mi piacciono molto, sebbene sia una donna molto diversa dal modello incarnato dalla bambolina. E’ tuttavia evidente che l’allestimento non ha lo scopo di presentare Barbie sotto ogni suo aspetto, infatti non vengono menzionate per esempio le opinioni delle femministe al riguardo, la recente crisi che sta subendo il marchio Barbie, soppiantato sul mercato da altri prodotti, o i numerosi flop riscontrati nel corso della storia, come il ritiro dal mercato di Barbie in gravidanza. Della bambola vengono presentati soltanto gli aspetti positivi mentre vengono oscurati quelli negativi, ne consegue una panoramica parziale e incompleta del prodotto e il messaggio generale della mostra suggerisce che l’iniziativa abbia scopi pubblicitari.

Qualche critica a Expo

Durante la stagione estiva 2015 Milano ospita Expo, un’attrazione che sta attirando un considerevole numero di turisti soprattutto grande all’opera di pubblicizzazione messa in atto dai media. Noi di Acqua e limone ci siamo recati sul posto per esprimere un giudizio al riguardo: molto è stato detto sulla vergognosa corruzione e l’illegalità dietro le quinte di Expo, noi invece vogliamo valutare il prodotto finale e il messaggio che la manifestazione sta trasmettendo ai suoi visitatori.

Le installazioni, costituite in prevalenza da video e altri prodotti altamente tecnologici, sono spesso grandiose e altamente scenografiche, ma il loro messaggio è spesso debole e di difficile identificazione. L’argentina, per esempio, ha realizzato delle sbalorditive macchine in legno che colpiscono lo spettatore e significano… che cosa? Il messaggio sembra essere più chiaro leggendo il profilo dell’Argentina sul sito di Expo, ma non è così immediato durante la visita del padiglione.
Quando il messaggio trasmesso dal padiglione è più comprensibile, esso è caratterizzato da una retorica elementare, basata sulle sensazioni, volta a persuadere il visitatore della grandezza del paese anziché fornire informazioni utili. Forse per trasmettere un messaggio di amore e rispetto per la natura, l’Azerbaigian ha installato dei fiori artificiali dotati di una lampadina che si accende tendendo una mano sopra di essi. Lo spettatore in questo modo non è indotto a riflettere sulle caratteristiche del paese, ma viene persuaso con uno sciocco messaggio di carattere quasi pubblicitario che l’Azerbaigian ama la natura. In che modo l’Azerbaigian tutela il patrimonio naturale? Quali sono le bellezze naturali dell’Azerbaigian? A queste e molte altre domande rispondono dei pannelli digitali con troppe immagini e poche informazioni complete, adatte alla preparazione di un bambino delle elementari anziché di un cittadino di cultura media.
Uno dei padiglioni più ricchi di informazioni è quello dell’Irlanda, ma proprio per questo è risultato noioso per molti visitatori. Il messaggio relativo alla straordinaria bellezza dei paesaggi irlandesi, al loro clima e alla produzione agricola è stato ben strutturato, ma l’assenza di installazioni tecnologiche monumentali lo ha reso poco interessante per coloro che cercavano più intrattenimento che informazioni oggettive. Ciò dimostra che l’Expo ha fallito, perché promuove più il divertimento che la riflessione su una tematica importante come l’alimentazione.

Molti padiglioni sono dedicati ad aziende che hanno pagato per esporre il proprio marchio all’interno di Expo; tali strutture non contribuiscono al dialogo sull’alimentazione in modo costruttivo, ma sono semplicemente delle trovate pubblicitarie. Tra i principali padiglioni pubblicitari citiamo Enel (che relazione esiste tra l’energia e il cibo resterà per noi un mistero), Telecom (altra “intrusa” in un’esposizione dedicata all’alimentazione), Coca Cola, Lindt, McDonald’s. Come si può riflettere sull’alimentazione se i prodotti esposti sono stati scelti per ragioni pubblicitarie, oscurando la concorrenza e senza mostrare l’intera varietà di prodotti disponibili sul mercato? Mi rendo conto che qualche marchio deve pur sponsorizzare la baracca, ma ciò non dovrebbe compromettere la trasmissione di un messaggio etico e rispettoso della varietà del mercato in quanto Expo è un’esposizione universale, non un grande magazzino. Alcuni marchi, come Coca Cola e McDonald’s, meriterebbero di essere criticati, invece vengono rappresentati come dei rispettabili sponsor.

Anche ad Expo le società più forti oscurano le più deboli, ciò avviene non solo circa i prodotti alimentari, ma coinvolge anche gli stati: anziché trattare in modo equo gli stati  partecipanti, expo offre visibilità ai padiglioni più ricchi a scapito di quelli più poveri. Ciò non riguarda soltanto le dimensioni (il padiglione del Brasile, per esempio, è più del doppio del padiglione del Vietnam), ma anche la natura degli elementi esposti. I padiglioni dei paesi ricchi stupiscono infatti i visitatori con tecnologie all’avanguardia e marketing avvincente, i paesi poveri possono solo esporre alcuni prodotti artigianali.
Molti paesi africani subsahariani, tra cui l’Uganda e il Burundi, condividono un unico grande padiglione e devono accontentarsi di uno stanzino ciascuno. Al posto dei video proiettati dai televisori al plasma come gli altri padiglioni, esibiscono dei miseri poster e qualche cimelio artigianale. Unico argomento dei loro padiglioni è il caffè, che viene venduto in piccoli bar, ma non viene affatto affrontato il tema della fame del mondo e i problemi economici della regione. Siamo consapevoli del fatto che tali argomenti avrebbero potuto annoiare un visitatore alla ricerca di svago, ma evitando di affrontarli del tutto è venuto meno lo scopo di expo, che avrebbe dovuto spronare a ragionare sulla situazione mondiale attuale per migliorarla anziché divertire i visitatori come se fosse di un parco dei divertimenti.

Per intrattenere il suo pubblico l’expo ha mostrato solo gli aspetti positivi dell’alimentazione e ha evitato di approfondire i problemi: non solo ha evitato di trattare la questione dell’Africa, ma ha omesso anche le questioni degli ogm e delle piantagioni (noi abbiamo avuto solo un giorno per visitare Expo, pertanto abbiamo dovuto rinunciare a molte attrazioni. Ci auguriamo che Expo abbia affrontato tali problemi nei padiglioni che non abbiamo visitato, ma ne dubitiamo); bisogna invece riconoscere che Expo ha affrontato con efficacia la questione dello spreco nel Padiglione Zero. E’ inoltre meritevole il padiglione della Francia, che ha trattato alcune tematiche urgenti dell’alimentazione in alcuni video.

L’Expo offre a ciascuno stato partecipante l’occasione di effettuare pubblicità, esibendo gli aspetti positivi del proprio paese e occultando quelli negativi: la percezione del mondo trasmessa da Expo è quella di vivere in un pianeta bellissimo in cui sono veramente pochi i problemi, ma sappiamo che non è affatto così. Si tratta di un messaggio fasullo e pericoloso, perché inganna le persone e non le sprona a domandarsi come rendere questo pianeta un posto migliore in cui vivere. Alcuni padiglioni hanno persino effettuato propaganda politica esplicita, il cortometraggio proiettato dalla Cina, per esempio, inizia con un discorso del presidente della nazione e il terzo video del padiglione della Thailandia è un vero e proprio omaggio al re del paese, che viene rappresentato come un magnifico filantropo adorato dai bambini. Gli Stati Uniti proiettano un discorso di MIchelle e Obama all’ingresso del loro padiglione, ma non credo che in questo caso si tratti di propaganda politica perché i coniugi Obama offrono un interessante riflessione sul cibo.

L’oggetto dell’esposizione è il cibo, ma i ristoranti e i bar disseminati per Expo non sono a buon mercato; ne consegue che il visitatore è costretto a selezionare pochi bar e, siccome in pochi desiderano abbuffarsi, la maggior parte predilige pietanze straniere che ha già assaggiato in passato, senza sperimentare la cucina di paesi che non conosce. Tra i padiglioni che abbiamo visitato solo la Polonia offriva degli assaggi (niente di dignitoso però: solo un bicchiere di succo di mela e delle mele essiccate), mentre per sfamarsi a basso prezzo il pubblico è costretto a ripiegare su McDonald’s, la cui presenza ad Expo è vergognosa dato che promuove un regime alimentare dannoso per la salute, o sul supermercato del futuro di Coop (ma è purtroppo un po’ deludente sfamarsi in un supermarket ad una manifestazione dedicata al cibo, nonostante Coop abbia realizzato un padiglione ben strutturato).

Molti dei padiglioni più piccoli si sono rivelati molto più interessanti dei concorrenti di grandi dimensioni perché hanno permesso di scoprire qualcosa di interessante sui paesi che rappresentano esponendo dei prodotti artigianali locali. E’ il caso dell’Ungheria, che ha ospitato nel proprio padiglione degli artigiani al lavoro, e del Vietnam, che ha allestito un piccolo mercatino di souvenir. Sono inoltre molto interessanti gli spettacoli di danze locali che molti padiglioni hanno offerto ai visitatori e le parate delle bande.

Il risultato complessivo di Expo è la creazione di un immenso luna park che non vuole proporre alcuna discussione razionale sul cibo né ambisce a proporre soluzioni su come migliorare il mondo i cui viviamo, ma intrattiene i visitatori con attrazioni futili e la pubblicità di stati e marchi commerciali, che talvolta sfocia in propaganda politica.

Intervista a giovani modelle

74473 Il mondo della moda è frequentato non solo da celebrities, ma anche da giovani modelle sconosciute che praticano questo affascinante mestiere come seconda professione o semplicemente per hobby. Si tratta di un lavoro che può essere anche molto faticoso, perché le ragazze sono tenute a “stare in piedi molte ore sui tacchi e sorridere sempre”, ma anche molto gratificante, infatti può offrire l’occasione di “fare viaggi molto belli, per esempio in Grecia o in Marocco.

Ci svelano i segreti del mestiere Elisa Mogicato, una ragazza di 23 anni laureata in Scienze della Comunicazione occasionalmente hostess, e Veronica, una ventottenne con Diploma perito aziendale che lavora come hostess e fotomodella. Gloria, di anni 25 e laureata in Scienze dell’organizzazione e management, ci racconta invece il punto di vista di chi seleziona le ragazze per le serate.

Elisa ci spiega come entrare in contatto con le agenzie di moda: “Per diventare Hostess o modella bisogna trovare le agenzie che se ne occupano, via internet o tramite conoscenze. Molte di queste chiedono di vederti dal vivo prima di assumerti, per valutare se il tuo aspetto è lo stesso delle fotografie. Io non ho un contratto a lungo termine, infatti ogni volta che vengo chiamata firmo un contratto diverso.” Veronica conferma: “Per fare la modella bisogna inviare il proprio curriculum e le proprie foto alle agenzie e in seguito sostenere dei casting per le varie attività. I contratti sono occasionali, vengono stipulati esclusivamente per il lavoro per la quale ti hanno scelta.”

Farsi conoscere dalle agenzie può essere piuttosto difficoltoso, infatti solo “quando capiscono che sei affidabile ti chiamano molto spesso”, ci informa Elisa e Veronica aggiunge: “La concorrenza è tanta e ogni servizio ha bisogno di canoni e requisiti fisici diversi”.

Vogliamo sapere quante ore lavorano al mese le ragazze, ma Elisa non sa fornirci informazioni: “E’ difficile quantificare le ore lavorative o i giorni di lavoro in quanto dipende dal periodo dell’anno.” Veronica invece è più precisa, infatti ci informa: “Siccome faccio questo lavoro da tanto tempo, riesco a lavorare circa 20 giorni al mese circa. Le ore variano in base alla tipologia del servizio da svolgere.” Ci rivela dati precisi anche per quanto riguarda i pagamenti: “In media sono 100€ al giorno, ma non si può stabilire un compenso medio. Dipende dal cliente e dal tipo di mansioni svolte.

Entrambe sono d’accordo sul fatto che l’aspetto più faticoso della loro professione è calzare tacchi vertiginosi per ore e apparire sorridenti e disponibili nonostante la stanchezza, inoltre Veronica ci rivela che “l’aspetto più “difficile” è relazionarsi ogni giorno con persone diverse, che può essere anche un lato positivo.

Siccome l’età avanza e il requisito fondamentale per fare la modella è la giovinezza, Elisa ci confida che preferirebbe dedicarsi “ad altro perché è un lavoro che puoi praticare solo fino a quando sei giovane” e Veronica conferma le parole della collega.

Vogliamo capire come mai lavorare nella moda è il sogno di molte ragazzine. Veronica ci rivela che “sono molti i momenti gratificanti: vedere un servizio fotografico riuscito bene o addirittura il semplice fatto di essere richiamata dallo stesso cliente perché è piaciuto il tuo modo di lavorare.

Dietro la promessa di grandi soddisfazioni possono celarsi dei pericoli, infatti Elisa ci avverte: “alcune vengono raggirate perché si affidano ad agenzie fasulle, che chiedono alle ragazze di pagare onerosi book fotografici per poter lavorare con la suddetta agenzia.” Veronica invece nega: “Che io sappia, no. Ma può capitare, come può capitare a qualunque ragazza in qualsiasi professione.

Gloria ha 25 anni, una laurea economica in tasca e seleziona le ragazze per i vari servizi. Le chiediamo di spiegarci in che cosa consiste la sua professione: “Le mie mansioni sono varie, io lavoro per un ufficio che si occupa di eventi e serate, dove ho il compito di scegliere e gestire diverse modelle e ragazze immagine per le serate e spiegargli il lavoro da fare. Questo lo definisco il mio lavoro principale, ma non avendo l’obbligo di presenziare in ufficio continuo parallelamente il mio lavoro da modella con i clienti con cui ho lavorato in passato, visto che sono ancora giovane e posso sfruttare questo lavoro fin quando posso.” Ci racconta poi brevemente come ha iniziato questa professione: “Un’amica, una modella e hostess che lavora sempre seriamente, mi ha contattata per questa posizione.

Il primo passo è rintracciare le modelle: “Principalmente contatto io le più valide tramite Facebook o contatti di conoscenza; talvolta può accadere che molte mi contattino perché interessate, allora tramite casting le conosco e le seleziono.

La “scuderia” di Gloria è molto numerosa, infatti le sue ragazze sono “in totale una cinquantina, dipende dai periodi”. Gloria è molto esigente: “Oltre ad avere bella e impeccabile presenza, le ragazze devono essere affidabili, solari e dinamiche.

Abbiamo chiesto a Gloria se le è mai successo di non avere a disposizione abbastanza ragazze per una serata. Ecco la sua risposta: “Può capitare, soprattutto con le ragazze nuove appena inserite, che non prendendo seriamente l’impiego e disdicono all’ultimo; questo mi causa improvvise chiamate e e-mail per cercare di rimpiazzarle, coprendo sempre i buchi, perché il mio lavoro consiste anche in questo!

L’attività di Gloria presenta molte difficoltà, per esempio “essere sempre impeccabile e a disposizione per tutte le richieste fatte dai miei capi, ad esempio più ragazze per la serata, outfit particolari a tema o sostituzioni per quelle che non lavorano bene ma, soprattutto, avere ‘la patata bollente’ di comunicarlo alle ragazze.

Il suo lavoro però può dare molte soddisfazioni: “Quando un evento viene particolarmente bene e tutto funziona alla perfezione, il merito è delle ragazze ma anche mio.

Vogliamo poi sapere quanto tempo dedica a questa attività: “Lavoriamo molto, generalmente 6 gg la settimana, ma la mia presenza non sempre è necessaria”.

ACAB (All Cops Are Bastard): I tatuaggi dei carcerati

L’amicizia con Manuel, un simpatico trentenne conosciuto in ospedale, continua con una lezione sul ruolo del tatuaggio nelle carceri italiane e… siberiane.

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Immagine tratta da qui

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Un tatuaggio da galeotto non è solo un tatuaggio. Un tatuaggio da galeotto, fatto da un vero carcerato mentre sconta la sua pena, è gesto di sfogo, un simbolo di riconoscimento tra detenuti o un atto di protesta contro la crudeltà della galera.

Provate un po’ a pensare al detenuto medio: un giovane spacciatore italiano condannato a tre anni che, dopo sei mesi di galera, decide di marchiare la propria frustrazione sulla propria carne. Se per ogni appassionato di tatuaggi la pelle è una tela su cui raccontare la propria storia, per il carcerato si trasforma in un manifesto di carta straccia, con cui dichiarare pubblicamente la propria condanna ad una non-vita di botte, sbarre e cemento.

La Bibbia di riferimento per comprendere appieno il ruolo del tatuaggio nel mondo della detenzione è Educazione Siberiana di Nicolai Lilin (un libro che personalmente non ho mai letto, ma che la mia fonte cita per aiutarmi a comprendere un universo così distante dalla mia realtà), nel quale si racconta che il tatuaggio in prigione è una vera e propria carta d’identità del criminale, in quanto consente agli altri detenuti di conoscere l’identità del compagno, il reato che ha commesso e, soprattutto, decidere se la sua presenza in galera può essere tollerata o se deve essere eliminato come spia. I tatuaggi metaforici sono poi numerosissimi: le stelle sulle ginocchia, per esempio, indicano l’appartenenza alla mafia russa, in quanto un uomo forte non si inginocchierebbe di fronte a niente.

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In Italia la situazione è molto meno cruenta rispetto ai penitenziari russi, infatti secondo la mia fonte farsi un tatuaggio in una galera italiana è solamente un modo per ammazzare un tempo che non passa mai. L’azione stessa di farsi un tatuaggio dietro le sbarre è inoltre una straordinaria prova di coraggio e ribellione poiché si tratta di un’infrazione estremamente grave: essendo considerato dal regolamento carcerario un atto di autolesionismo, prevede l’annullamento dei 45 giorni di condono ottenuti ogni volta che si trascorrono sei mesi consecutivi in buona condotta.

Anche in Italia i significati dei tatuaggi sono vari, molteplici e spesso … pericolosi! La mia fonte ha paura a riferirmi i significati di molti tatuaggi galeotti, soprattutto dei simboli delle varie famiglie carcerarie di stampo mafioso; mi avverte invece di diffidare da chi si tatua delle lacrime che, come nella maschera di Pulcinella, sgorgano verso l’esterno anziché lungo i lati del naso come nella realtà, poiché tale personaggio potrebbe avere ucciso una persona.

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Il tatuaggio da galeotto si contraddistingue per lo stile “casereccio” con cui viene realizzato. Innanzi tutto la location in cui si svolge l’operazione non è un accogliente negozio del centro ma una squallida cella di quattro metri quadrati, che il prigioniero divide con altri cinque detenuti. Il comodo lettino su cui il tatuatore autorizzato vi chiede di sdraiarvi prima di iniziare l’operazione non è altro che la vostra brandina; se il disegno da realizzare è invece di piccole dimensioni, potete distendere la parte del corpo interessata sul tavolaccio su cui mangiate. Scordatevi le poltroncine imbottite in una sala d’attesa con la musica di sottofondo, i cataloghi con i disegni, l’ago sterilizzato, le garze, l’inchiostro specifico e il disinfettante: in cella questi privilegi sono inesistenti e il detenuto deve accontentarsi dello scarso materiale a disposizione:

  • Un ago da cucito;
  • Un accendino;
  • Un piccolo pezzo di filo di stagno;
  • Un pennarello Uniposca;
  • Un walkman o un oggetto dotato di un impianto elettronico simile;
  • Due pile a stilo, solitamente quelle del telecomando del televisore;
  • Un televisore funzionante;
  • Un compagno di cella che faccia il palo;
  • Un dopobarba;
  • Un po’ di crema idratante;
  • Domopack.

Una volta reperiti tutti gli attrezzi necessari, non vi resta che mettervi all’opera. E’ essenziale evitare di attirare l’attenzione dei secondini, perciò un compagno di cella volenteroso farà il palo per voi posizionandosi di fronte alla porta ferrata, nella tipica posizione con i polsi a penzoloni che sicuramente avrete visto nei film o al telegiornale. Il vostro amico nasconderà agli occhi esterni ciò che sta avvenendo all’interno della cella e vi avvertirà quando avvisterà una guardia carceraria in avvicinamento confidando nel fatto che, qualora il vostro piano dovesse andare storto, voi non farete il suo nome.

Dopo aver detto addio al vostro walkman ed ascoltato per l’ultima volta la vostra canzone preferita, dovete estrarre il motore del piccolo elettrodomestico dall’involucro di plastica: poiché non disponete di un cacciavite o di una cassetta degli attrezzi, la sola soluzione possibile è spaccare il walkman scagliandolo più volte sul pavimento e aiutandovi con le unghie. Scaldate ora il filo di stagno con l’accendino e utilizzatelo per saldare l’ago al motorino del walkman, dopodiché create un circuito chiuso con le pile del telecomando per azionare il dispositivo. Se siete stati dei bravi tuttofare, ora dovreste avere una piccola macchinetta da tatuatore fai-da-te che, una volta azionata, farà vibrare l’ago che inciderà la vostra pelle.

Estraete ora l’inchiostro nero dall’Uniposka e mischiatelo al dopobarba, il cui alcool è il disinfettante più potente a vostra disposizione, sino ad ottenere una miscela omogenea. Ora siete pronti per incidervi il tatuaggio nel derma. Intingete l’ago nella mistura, avvicinatelo alla pelle e … accendete il televisore! Sì, amici carcerati, se pensavate di essere pronti per realizzare il vostro tatuaggio vi siete sbagliati di grosso: siccome la macchinetta produce un ronzio che potrebbe insospettire i secondini, prima di azionarla vi conviene accendere il televisore e alzare il volume sino al massimo consentito dal regolamento carcerario (ebbene sì, quegli stronzi vi hanno tarato pure l’audio della tv). Ora che l’audio del programma televisivo di turno copre il rumore macchinetta, potete procedere con la vostra losca attività clandestina e procedere con il tatuaggio vero e proprio.

William_Holman_Hunt_-_The_Scapegoat

Potete realizzare il tatuaggio da soli, farvi aiutare da un compagno di cella o chiedere aiuto ad un carcerato particolarmente bravo a disegnare. Se non avete al vostro fianco un aiutante esperto, scegliete un soggetto stilizzato, di dimensioni contenute e di facile realizzazione, oppure una scritta, in quanto ogni errore o sbavatura resterà sulla vostra pelle per sempre.

Una volta terminata l’opera dovrete stare molto attenti a mantenere pulito il tatuaggio per evitare l’insorgere di infezioni e ad idratare costantemente la pelle con una crema idratante. Se la cremina Nivea non vi sembrerà la soluzione più indicata poiché preferireste dei medicinali specifici e sicuri, vi conviene rinunciare all’impresa e recarvi da un tatuatore autorizzato una volta scontata la pena, ma così non otterrete un autentico tatuaggio da carcerato.

Adesso che sulla vostra pelle arrossata spicca il vostro tatuaggio, dovete sbarazzarvi delle prove. Avvolgete dunque lo strumento che avete creato nel Domopack più volte e nascondetelo nella vaschetta di carico del water, onde evitare spiacevoli inconvenienti durante le perquisizioni.

Ricordatevi che esistono altri sistemi per realizzare tatuaggi in prigione, certamente non più igienici di quello che mi ha illustrato la mia fonte, ma preferisco attendermi a quanto mi è stato riferito e non approfondire ulteriormente l’argomento.

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La mia fonte ha scelto di tatuarsi sull’interno dell’avambraccio sinistro l’acronimo ACAB, che significa All Cops Are Bastards. L’operazione, assolutamente indolore, è durata tra dieci minuti e un quarto d’ora e le linee del disegno sono piuttosto nette, perciò il tatuaggio ha un bell’aspetto e non è stata versata nemmeno una goccia di sangue. Il significato dell’acronimo non è una mera dichiarazione di ribellione nei confronti delle guardie carcerarie, ma un omaggio all’anarchia. Quando ho chiesto ulteriori spiegazioni, la mia fonte mi ha chiesto di riportare nell’articolo il testuale slogan: – Secondo voi lettori, chi è che rovina l’italia? Quelli in giacca e cravatta o quelli con i tatuaggi? -.

Io non conosco la realtà della prigione e non me la sento di esprimere alcuna opinione sulla testimonianza della mia fonte, tuttavia ritengo che ciascuno di noi abbia il diritto di essere ascoltato e di raccontare la propria storia perciò ho scelto di scrivere questo articolo anche se non posso attestare la veridicità dei contenuti. Parlare di ciò che accade all’interno delle prigioni non mi spaventa: l’Italia è popolata da tante persone tutte diverse e soltanto alcune hanno la fedina penale pulita… talvolta persino la coscienza!

William_Holman_Hunt_-_The_Scapegoat


06 Febbraio 2015

Un anno dopo aver conosciuto Manuel, mi ha contattato un ex carcerato, di cui non citerò il nome, per raccontarmi una realtà differente. Ecco ciò che mi ha rivelato in chat:

“In Italia non esiste il linguaggio o l’appartenenza a qualche famiglia per il tattoo, o almeno al sud è così. Ho letto del tattoo della lacrima, be’, codesto ha tanti significati, in Russia lo usano i cosiddetti ” ladri nella legge” che rappresenta una persona che ha commesso un omicidio, in Italia una volta li usavano i “punk” per esprimere la loro tristezza verso il mondo. E c’è chi lo usa semplicemente per estetica.”

“E non è facile fare in carcere un tattoo, devi stare molto ma molto attento alle guardie, alle infezioni. Io ne ho fatto uno al dito. Con un motorino dello stereo a cuffie, un ago, e via. Per quando riguarda il comportamento nelle prigioni, ripeto. dipende dalle prigioni. “fuori ci possiamo anche ammazzare ma dentro siamo tutti uguali e nessuno può fa’ niente”. Il discorso e un po’ più complicato, ma qua è un casino parlarne. Cmq, non ti lasciare condizionare da persone che si vantano dell’esperienza, dicono un sacco di stronzate per farsi credere chissà cosa. La realtà è un’altra.”

“Il tattoo in carcere non vuol dire proprio niente, io so chi sei tu, e tu sai chi sono io. Punto. Tutto qua. Si fanno per ricordare una madre, un fratello, una ragazza, per estetica, come fuori.”

La mia fonte mi ha consigliato infine un documentario su Youtube per ampliare le mie conoscenze, lo trovate qui sotto:  

Immagini tratte da weheartit.com

Un Tiki polinesiano per Manuel

Durante un recente ricovero nel reparto di ortopedia dell’ospedale di *** ho conosciuto Manuel, che ha accettato di rilasciare una breve ma coinvolgente intervista. Vi prego di non essere troppo bacchettoni e di accettare Manuel per quello che è, uno straordinario personaggio.

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Nonostante  lo sguardo annebbiato e il tono sonnolento, Manuel ha deciso di sfidare la morsa dei farmaci per raccontarmi la storia del suo primo tatuaggio. E’ sera e gli infermieri hanno spento alcune delle luci principali del salottino per invogliarci a ritirarci nelle nostre stanze, ma io non ho alcuna intenzione di accomiatarmi perciò sfido il torpore del sonnifero per ascoltare il racconto di Manuel.

– Qual è stato il tuo primo tatuaggio? – domando mentre i miei occhi si insinuano nel colletto della felpa dell’ex detenuto e cercano di dare una forma a quelle linee che risalgono lungo il suo collo. Manuel intuisce la mia curiosità e sporge il collo verso di me, per mostrarmi il profilo di un alieno con le cuffie tatuato sulla giugulare.

– Un polinesiano. Sulla spalla destra – aggiunge dopo qualche istante di apatia.

– E cosa significa il tuo tatuaggio?

– Rinascita e protezione – lo sguardo del trentenne si perde nel vuoto per un istante, poi sgrana gli occhi e precisa – No, il polinesiano è un tipo di tatuaggio, uno stile. Il significato del mio tatuaggio invece è rinascita e protezione.

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Il piercing chiamato medusa; immagine tratta da qui

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Mentre si sfila la felpa per mostrarmi il capolavoro non si accorge che, tendendo le labbra, la medusa (un piercing applicato sul labbro superiore) quasi sfiora il grosso anello del naso, un massiccio arco d’acciaio a forma di U. Sollevata di poco la manica della maglietta di cotone, il primo tatuaggio di Manuel appare finalmente ai miei occhi.

Si tratta di un complesso motivo tribale che dalla spalla prosegue sino a metà bicipite con un tratto leggermente sfocato dal tempo; il tatuaggio poi prosegue circondando il braccio da quel punto sino alla mano, ma qui l’inchiostro è più netto e brillante poiché si tratta di incisioni realizzati in un periodo successivo. Questo secondo motivo tribale  comprende la sagoma stilizzata del Dio del Sole Maya o Atzeco (Manuel non ricorda con esattezza a quale delle due civiltà si sia ispirato il suo tatuatore) e, sulla mano, alcuni gechi proteggono una sfera decorata che simboleggia l’anima di Manuel, ma non è di loro che il mio amico vuole parlare questa sera.

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Il Dio del Sole cui si probabilmente ispira uno dei tanti tatuaggi di Manuel, immagine tratta qui

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   – La prima metà di questo tatuaggio tribale è il mio primo tatuaggio – racconta Manuel mentre il suo indice bruciacchiato dall’accendino sfiora una magnifica maschera stilizzata, che sfida l’osservatore dal centro della spalla.

Manuel attende la mia reazione silenzioso e immobile come se la nostra conversazione stesse avvenendo in un sogno e, anche se i suoi occhi sonnolenti sembrano attratti da qualcosa al di sopra della mia spalla, so che mi sta ascoltando e che sta attendendo una mia reazione.

– E’ bellissimo! E cosa rappresenta questa faccia? E’ una specie di totem?

Manuel scoppia a ridere, chissà cosa significheranno mai i totem nell’universo dei tatuaggi! No, il volto del tatuaggio di Manuel è un Tiki. Sono felice di aver suscitato nel mio collega di sventure ospedaliere una reazione allegra e spontanea ma la mia curiosità non è ancora sazia. Siccome il mio amico non è un grande appassionato di storia, sfilo il suo massiccio cellulare Samsug da uno dei tasconi dell’enorme tuta che indossa (è da qualche giorno che fraternizziamo dunque posso permettermi questa confidenza) e lascio che sia la rete a raccontarmi tutto ciò che c’è da sapere sul suo tatuaggio.

Il Tiki è una divinità originaria delle Isole Marchesi (Polinesia Francese), che si è gradualmente diffusa in tutto il triangolo polinesiano attraverso l’idolatria di statuette votive a forma di Tiki in roccia o in legno, oppure mediante lo scambio di gioielli di artigianato locale che raffigurano il dio. Con il suo faccione un po’ inquietante e i grandi occhi rotondi, il Tiki è anche uno dei principali soggetti dei tatuaggi polinesiani ed è proprio attraverso l’arte dei tattoo il Tiki ha fatto il giro del mondo, giungendo sino a me attraverso il marchio sulla spalla di Manuel.

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Il tatuaggio di Manuel è più o meno così; immagine tratta da tatuatori.it

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Manuel vorrebbe che gli restituissi il telefono, ma con un sorriso smagliante riesco a trattenere lo Smartphone ancora per qualche minuto, quanto basta per scoprire che il popolo polinesiano presso cui è nato il Tiki sono i Maori. Si tratta di una civiltà politeista la quale credeva che il proprio pantheon antropomorfo vivesse riunito in un’unica società. Le divinità Maori sono dotate di abilità straordinarie: oltre ai poteri sacri del Mana e del Ra’a, le loro divinità avevano una forza sovrumana. Gli dei possono manifestarsi all’uomo mediante varie forme tra cui il To’o, vale a dire un oggetto realizzato con le tecniche artigianali rudimentali della civiltà Maori. Il Tiki è per l’appunto un To’o e veniva utilizzato dagli antichi Maori per vincere il nemico, proteggersi dalle maledizioni e tutelare la propria famiglia.

Vorrei continuare a leggere ma Manuel reclama il proprio telefono ed io educatamente glielo restituisco, domandandomi se sia consapevole dell’antica storia e dello straordinario potere del proprio talismano di pelle e inchiostro.

– Quanto costa un tatuaggio simile?

– Due anni di strada.

– Sì, ma quanto hai pagato per …

Due anni di strada.

Rinuncio ad ottenere una risposta sul prezzo, ma la mia curiosità ormai è una vampa ardente. Cosa significa due anni di strada? I soldi risparmiati nel corso di due anni di vita di strada o … altro? Manuel sembra intuire e miei dubbi e sfida la sonnolenza chimica in cui lo costringono i farmaci per dirmi:

– Ho un lavoro, mi occupo di piercing e trucco permanente. Ho tre brevetti, ciascuno dei quali è stato conseguito in tre paesi europei differenti: Portogallo, Spagna e Italia.

– Come mai all’estero?

– Perché all’estero i brevetti costano meno.

– E come mai hai deciso di fare quel tatuaggio?

– Perché ero giovane e ingenuo.

– Ah, ma allora ti sei pentito?

– No. Però quando l’ho fatto ero giovane e ingenuo.

Le risposte di Manuel sono troppo paratattiche per costruirci una storia, non riesco a capire se ha deciso di farsi fare il primo tatuaggio per smettere di essere giovane e diventare uomo oppure proprio perché si sentiva giovane e aveva bisogno di protezione, di Tiki benevolo che lo proteggesse. Il ragazzo è furbo e sa come attirare la mia attenzione senza raccontarmi i fatti suoi.

– In realtà il tatuaggio per me è un dolore che viene ricordato negli anni, doloroso com’era nel principio. – afferma, sgrammaticatamente solenne – E a me piace soffrire, ma l’ago non mi ha mai fatto male.

Sono sbalordita, ma non dico nulla e attendo che continui a raccontare trattenendo il respiro.

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I veri Tiki polinesiani, immagine tratta qui

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– Prima di scegliere il Tiki ho sfogliato tre cataloghi di tatuaggi. Ho scelto questo qui perché mi piaceva la sua espressione. – afferma battendo il palmo della mano sulla spalla tatuata

– Quanto hanno impiegato per farti questo tatuaggio?

– Ho iniziato il tatuaggio quando avevo 16 anni, ma mia madre lo ha scoperto e mi ha sbattuto fuori di casa. Sono riuscito a terminarlo dopo due anni.

– A quante sedute hai dovuto sottoporti in totale?

– Quattro. Il primo tatuatore era un tizio di Praga di circa 35 anni, mi ricordo che aveva dei cerchi tatuati sul braccio. La seconda era una ragazza, una vera pin up.

– E poi?

– La terza seduta si è svolta a Parigi, ma il tatuaggio è stato ultimato a Rotterdam. Entrambi questi due tipi erano devastatissimi di piercing e tatuaggi.

Resto ammutolita per qualche secondo, consapevole dell’abisso che separa le nostre vite e dell’inverosimilità della nostra conversazione.

– Hai viaggiato tanto?

– Sì, perché non avevo niente di meglio da fare e volevo conoscere. Sono stato in Ungheria, Slovenia, Polonia, Rep. Ceca, Olanda, Francia, Spagna , Portogallo.

Si porta una mano al grosso divaricatore dell’orecchio destro.

Sono stato anche in prigione.