Entrate e siate chiunque vogliate: il fantastico mondo di Extremelot

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Extremelot è un intrigante e accogliente mondo parallelo che accoglie il giocatore ogni sera quando torna a casa, è un piccolo universo perfetto in cui crearsi una seconda vita all’insegna del fantasy. Si tratta di un gioco di ruolo online in cui si può interpretare un personaggio, descrivendo le azioni e le frasi che la creatura pronuncia in una chat. Il giocatore si divertirà a scrivere con uno stile narrativo, molto simile a quello di un romanzo fantasy; i termini arcaici e raffinati, le frasi in latino e tutto ciò che può evocare una comunità medievale saranno accolti con entusiasmo.

Il primo passo consistere nello scegliere il sesso: non è infatti scontato che un giocatore maschio interpreti un cavaliere e che una ragazza scelga una pg (così si chiamano i personaggi) fanciulla. Successivamente viene il turno della razza, si può essere infatti un elfo, un mezzelfo, un umano, un folletto, una fata, un nano, uno gnomo, un hobbit o un kendot. Una volta entrati nel gioco, potrete cambiare razza diventando un mannaro, un angelo o un demone. Ogni razza ha le sue specifiche caratteristiche, per esempio un elfo ha i sensi molto acuti e i capelli lisci, i nani odiano il mare e bevono birra, i folletti vivono in simbiosi con una pianta e possono far spuntare dei fiori ovunque, le fate sono creature di pura energia e possono volare, gli hobbit fumano erba pipa e vivono in una casa su una collina. Infine viene il turno dell’allineamento: preferite un personaggio buono, un malvagio o un neutrale?

Com’è facilmente intuibile, il gioco si ispira a Dungeon & Dragons e al Signore degli anelli, due capisaldi della tradizione fantasy cui i creatori hanno abbondantemente attinto per inventare le varie situazioni in cui i personaggi si muovono. Come in ogni romanzo che si rispetti, i vampiri odiano i lupi mannari, gli angeli combattono contro i demoni, le streghe volano a cavallo di una scopa, i cavalieri buoni duellano contro i cavalieri neri e gli hobbit vivono in una casa su una collina.

All’interno del gioco si è creato un mondo perfetto, un piccolo ecosistema in cui ciascuno ha il suo posto e in cui è possibile trasformarsi in ciò che più si desidera. Ci si può trasformare in un saggio mago, un druido amante della natura, uno spietato monaco di Simeht, una divintà negativa, un prode paladino o un poeta. Potete aprire una bottega, scrivere le cronache di ciò che avviene a Lot o entrare nelle corti dei nobili.

I nobili sono i creatori del gioco, Erik e Petrus, che hanno creato dei personaggi che sono i signori indiscussi della Land;  loro si aggiunge il Barone Pan. I nobili svolgono una doppia funzione: sono i personaggi con il più alto grado all’interno del gioco e risolvono le questioni scomode, come per esempio quando un bug fa sparire i soldi virtuali a qualcuno nel corso di una transizione.

Il gioco è attivo dal 1998 e nei primi anni Duemila contava 50 000 iscritti. Era l’epoca dei giochi di ruolo online e delle realtà virtuali, molto prima che Second Life spadroneggiasse indisturbato in rete. Oggi i giocatori sono diminuiti perché i Social Network sono molto più popolari, tuttavia ogni sera si connettono appassionati a sufficienza da garantire massimi di seicento persone online.

Il gioco è molto appassionante e ha il vantaggio di offrire l’opportunità di esercitarsi nella scrittura, dato che si gioca essenzialmente scrivendo in una chat o in un forum con uno stile molto ricercato. Inoltre il gioco stimola l’empatia, poiché implica di calarsi nei panni di un personaggio fittizio e di vivere una vita immaginaria, descrivendo emozioni che il giocatore non prova, ma sono dovute alla situazione che il personaggio sta vivendo.

Purtroppo però il gioco è anche una sorta di droga: per molti vincere in questo universo parallelo è un aspetto essenziale del quotidiano, un’occasione di riscatto da una vita frustrante, una tana accogliente in cui nascondersi. Extremelot può anche essere un rifugio per i vigliacchi, per tutti coloro che hanno paura della vita reale.

Ma come stabilire chi vince a Lot? Ogni gilda, mestiere o clan è strutturato in rigide gerarchie: più valido è un giocatore e meglio collabora al successo della corporazione, maggiormente salirà nella gerarchia, ma siccome le promozioni vengono stabilite dai master, vale a dire gli “amministratori delegati” di tali gruppi, può capitare che le simpatie personali influenzino eccessivamente il successo di un pg.

Un altro problema riguarda i vantaggi che una persona può trarre dall’anonimato, in quanto nessuno sa chi si cela dietro un personaggio. Una persona adulta può facilmente scindere coloro che vogliono semplicemente giocare dai molestatori e dalle persone con problemi psicologici, i più giovani tuttavia sono prede vulnerabili: si iscrivono a Lot per divertirsi in una comunità fantasy virtuale, ma si ritrovano a interagire con persone poco raccomandabili.

Nonostante ciò, Lot è un mondo fantastico coinvolgente, l’ideale per trascorrere una bella serata invernale quando non si ha organizzato nulla con gli amici. Chi è abbastanza saggio da non lasciarsi coinvolgere eccessivamente e da non dare retta alle persone poco raccomandabili, vi troverà un sano divertimento e delle persone piacevoli con cui chattare.

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Afroamericani nelle prigioni USA: dati allarmanti.

Articolo pubblicato da Lo Sbuffo.

In seguito alla visione del documentario 13th, di cui vi abbiamo parlato QUI, abbiamo scoperto che le prigioni americane sono occupate prevalentemente da neri e, in secondo luogo, da latini. Siccome noi de Lo Sbuffo non ci accontentiamo dei documentari di Netflix quando si tratta di affrontare tematiche gravi, abbiamo deciso di effettuare una ricerca sulle statistiche americane per approfondire la questione. È interessante notare come i dati cambino radicalmente a seconda delle fonti che abbiamo consultato: i siti governativi trattano l’argomento in maniera differente rispetto alle pagine private, anche i risultati sono diversi.

Il primo sito che abbiamo consultato è http://www.bop.gov, il portale delle prigioni federali americane, che enumera dati senza rielaborarli al fine di trarre conclusioni. Le statistiche riguardanti l’etnia dei carcerati sembrano rassicuranti: 58,2% bianchi, 38,1% afroamericani, 1,5% asiatici e 2,3% nativi americani. La disparità tra neri e bianchi non sembra eccessiva e i caucasici addirittura sarebbero in maggioranza, possibile dunque che gli autori del documentario siano dei bugiardi? Abbiamo deciso allora di confrontare i dati con la composizione della popolazione americana generale del 2013 e abbiamo scoperto risultati interessanti: il 77% della popolazione è bianca, soltanto il 12,9% è nera, il 4,6% è asiatica e l’1% amerindia. Se la popolazione carceraria non fosse influenzata dall’etnia, le statistiche riportate dal sito delle prigioni federali e quelle relative alle etnie dell’America intera sarebbero all’incirca simili, invece il numero dei neri è sproporzionato e, nella sua modesta percentuale, anche quello degli amerindi. Non bisogna stupirsi se i bianchi sono in maggioranza anche in prigione, se costituiscono la percentuale più alta della popolazione totale, ciò che conta è che il numero dei neri salga vertiginosamente dietro le sbarre. Le statistiche di bop.gov non sono inesatte, ma non raccontano una problematica importante. Il sito presenta informazioni di difficile interpretazione anche per quanto riguarda l’etnia: il diagramma a torta racconta che gli ispanici sono il 32,2%, mentre tutti gli altri, raggruppati in un unico minestrone di etnie, sono il 67,8%. Il sito non presenta alcun commento ai semplici dati statistici, pertanto non è possibile comprendere il significato di questo grafico senza un’analisi approfondita. La componente ispanica della popolazione carceraria è, tuttavia, quasi la totalità dei detenuti bianchi. Su un dato il documentario e il sito web concordano: la maggior parte dei detenuti sono in carcere per droga, esattamente il 46%.

Il documentario lamenta inoltre un sovrappopolamento delle prigioni in costante aumento da decenni. Abbiamo indagato su http://www.bjs.gov, un altro sito governativo relativo alla giustizia, scoprendo informazioni rassicuranti. Nel 2016, il numero dei carcerati adulti americani è diminuito per il nono anno consecutivo, inoltre dal 2007 al 2016, la porzione di detenuti adulti è calata del 18%, da 3,210 a 2,640 per 100 000 adulti residenti. La percentuale della medesima categoria di persone è nel 2016 la più bassa dal 1993 e il tasso di incarcerazioni è diminuito dal 2009, attualmente è il più basso dal 1996. Sembrerebbe dunque che la situazione stia migliorando ma, per sapere se la percentuale di carcerati è allarmante, dovremmo analizzare il rapporto tra popolazione carceraria e popolazione totale, confrontandolo con quello di un’altra nazione, approfittandone per indagare se le strutture in cui i carcerati sono accolti sono adeguate per ospitare un tale numero di persone. In Italia, ogni 100 000 persone, 98 individui hanno perso la libertà per aver commesso un crimine. Il paragone per gli USA è allarmante nonostante la decrescita.

I valori che abbiamo riportato sono meri dati statistici, dati numerici non ancora sottoposti ad alcuna analisi. Una rapida ricerca online ci permette di scoprire il punto di vista di chi ha elaborato i dati al posto nostro; la versione di molti siti web ha confermato le tesi del documentario. Il primo sito è http://www.prisonpolicy.org, il quale mostra dati statistici che rivelano la problematicità dell’eccessivo numero di neri nelle carceri, prendendo in considerazione sia le prigioni locali sia quelle federali. Un grafico riporta il numero di persone incarcerate per razza ogni 100 000 persone della categoria in esame nel 2010: 2207 neri, 966 latini, 380 bianchi. Questi valori però riguardano non solo le prigioni federali, ma anche quelle locali, in cui sono rinchiuse persone di un ceto sociale più basso perché, per commettere un reato contro una legge federale, generalmente servono potere e ricchezza (questa condizione non è comunque necessaria: chi valica il confine messicano in modo illegale è tendenzialmente in condizioni precarie). L’organizzazione no profit proprietaria del sito combatte contro l’apocalittico scenario dipinto dal documentario, proponendo un grafico che fornisce un’interpretazione della realtà, anziché dati non sottoposti ad alcuna analisi.

Theguardian.com ha i mezzi e le conoscenze per svolgere una ricerca dettagliata ed esaustiva. Se il documentario si concentra sulla storia americana, il giornale online propone dati statistici rielaborati efficacemente in un articolo del 2016. Nelle prigioni statali americane, per ogni bianco ci sono 5,1 neri e in alcuni stati il rapporto sale a 10. Il New Jersey è il peggiore della classe, con 12,2 neri per una persona bianca nelle sue prigioni, seguito da Wisconsin, Iowa, Minnesota e Vermont. Il giornale confronta le statistiche della prigione con quelle della popolazione totale per quanto riguarda Oklahoma (confermando che il ragionamento da noi svolto per quanto riguarda il sito delle prigioni federali è corretto): in tale stato troviamo il maggior numero di afroamericani incarcerati, 2625 per 100 000 residenti, tenendo presente che la nazione è popolata per il 7,7% da neri. In generale, un afroamericano su dieci è stato in prigione. I dati relativi ai latini sono più difficili da calcolare e sono probabilmente sottostimati: il rapporto degli ispanici rispetto ai bianchi è di 1,4 a 1.

Dalle analisi statistiche possiamo trarre come conclusione che le carceri federali hanno una composizione leggermente diversa rispetto a quelle locali, dominate dai neri, e che la popolazione afroamericana è sottoposta a carcerazioni talmente frequenti da poter parlare di violazione dei diritti umani. I siti governativi forniscono semplicemente i dati rilevati con i censimenti, lasciando ai privati il compito di rielaborare i valori per trarre delle conclusioni.

La pistola della cassiera. Ordinarie storie di una cassiera.

Questo articolo ha partecipato al concorso Coop for words ed è arrivato in finale.

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Il mestiere della cassiera è molto faticoso e quel bambino rendeva il mio lavoro impossibile: urlava a squarciagola indicando l’ovetto Kinder, mentre la madre appoggiava stressata la spesa sul rullo, tenendo in braccio la sorellina. Mi pulsava la testa e i dieci minuti di pausa erano un miraggio lontano, ma il mio piccolo cliente non aveva intenzione di lasciarmi lavorare tranquilla. Dovevo trovare una soluzione. “Ciao, tesoro, vuoi vedere la mia pistola?” Il piccolo abbandonò gli ovetti e mi guardò con sguardo interrogativo. “Eccola qua!” esclamai orgogliosa, esibendo la pistola con cui battevo i codici a barre. Il bambino allungò la manina per afferrarla, facendomi rabbrividire: non potevo certo offrire uno strumento elettronico a quel piccoletto. “Mi spiace, non posso dartela, mi serve per sconfiggere i cattivi” gli strizzai l’occhio “Però, se vuoi, ti faccio vedere come spara.” La piccola peste annuì impaziente, mentre continuavo a battere i prodotti perché il lavoro non poteva essere interrotto per giocare con un bambino. La madre osservava la scena divertita, scaricando esausta la spesa, mentre io chiedevo al piccolo di mostrarmi il braccio cicciottello. Azionai la pistola sul suo palmo, indicandogli la linea rossa del raggio infrarossi. Il bambino rise, il mio mal di testa ebbe tregua, la madre finì di scaricare la spesa senza rallentare la fila e il centro commerciale incassò il denaro. Tutti vissero felici e contenti e io passai al cliente successivo.

Giulia Bossi e Maria Giovanna Piano raccontano Grazia Deledda

Questo articolo è stato pubblicato da Lo Sbuffo

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Sabato 8 settembre la Libreria delle Donne, storico luogo di ritrovo femminista milanese, ha organizzato come evento di apertura della stagione una serata dedicata a Grazia Deledda, scrittrice sarda celebre per essere stata la prima donna italiana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1926, estromessa per decenni dal canone ma piacevolmente riscoperta negli ultimi anni.

La conferenza è stata aperta dalla dott.ssa Giulia Bossi, giovane docente di Lettere laureata con una tesi  su Elsa Morante e una profonda passione per le autrici del Novecento, nonchè redattrice de Lo Sbuffo. L’insegnante si è accorta che le autrici donne della letteratura italiana erano presenti nel manuale dei suoi ragazzi segregate in un capitoletto intitolato La sensibilità femminile, inoltre lo spazio a loro dedicato era notevolmente inferiore rispetto a quello riservato ai colleghi uomini. Sembrerebbe dunque che nel Novecento italiano non siano esistite scrittrici donne. Giulia Bossi ha scelto di spiegare alla classe Grazia Deledda, fornendo lei stessa il materiale ai suoi studenti. La giovane donna ha raccontato la propria esperienza alla platea con toni appassionati, trasmettendo il proprio trasporto per la professione di insegnante e le materie umanistiche.

La docente prosegue con la biografia di Grazia Deledda. L’autrice, osteggiata persino dai lettori sardi, studiò sino alla quarta elementare, poi proseguì gli studi come autodidatta anche grazie al padre, giurista amante della poesia. A quindici anni scrisse i primi romanzi d’appendice e subì l’influenza di autori russi come Dostoevskij e Tolstoj. I primi romanzi riguardarono la denuncia sociale, poi lo stile della Deledda assunse le caratteristiche che l’hanno resa popolare. L’autrice raccontò di una forza degli avi radicata nelle coscienze, di un tabù religioso nelle terre di Sardegna, di un forte senso di colpa dovuto al peccato. La Deledda non si abbandonò mai all’introspezione psicoanalitica, preferì invece affidare alla descrizione del paesaggio il compito di raccontare la psiche dei personaggi; infine troviamo una commistione tra riti mitici e Cristianesimo. Il Meriodione atemporale e ancestrale di Elsa Morante è stato indubbiamente influenzato dal premio Nobel sardo.

Pirandello, che la Deledda privò del Nobel, era fortemente geloso dell’autrice, infatti sosteneva che avesse una mente da uomo e nel 1905 descrisse nel romanzo Suo marito il rapporto d’amore catastrofico tra due personaggi che rappresenterebbero la Deledda e il suo consorte e agente letterario Palmiro. In verità la coppia si amava profondamente, mentre Pirandello e la moglie affetta da problemi mentali avevano un rapporto fondato sulla gelosia.

Giulia Bossi dialoga con Maria Giovanna Piano, una filosofa e insegnante sarda curatrice dell’Ifold (Istituto Formazione Lavoro Donne) di Cagliari, nel settore studi e ricerche. La filosofa presenta il proprio libro Onora la madre, relativo all’autorità femminile nei romanzi della Deledda, in vendita presso la Libreria delle donne. Nonostante Giulia Bossi abbia notato l’assenza della Deledda tra gli autori studiati a scuola, la Piano afferma che il canone sia stato fatto dalla Deledda. L’autrice avrebbe inoltre “sardinizzato” l’Italia mentre i connazionali di altre regioni italianizzavano la Sardegna. La trama dei romanzi farebbe scontare ai personaggi la sola colpa di essere vivi. Grande tema dell’opera è il matriarcato mistico: agli uomini spetta l’agire pratico, mentre le donne, anche se apparentemente si “agitano” di meno, sono il vero fulcro dell’azione narrativa.

L’educazione religiosa nei bambini

Articolo pubblicato dalla casa editrice Tlon attraverso il giornale online Lo Sbuffo.

Se cercate informazioni in rete sull’educazione religiosa resterete delusi, perché la Chiesa raramente diffonde informazioni tecniche sull’argomento: al più troverete titoli di manuali di argomento religioso difficili da reperire, ma sono pochi gli articoli divulgativi al riguardo. Abbondano invece i testi scritti nel sermo humilis con cui il clero si rivolge ai fedeli, in cui si invitano i genitori e le istituzioni ad insegnare ai bambini i basilari valori della Chiesa, l’amore e l’amicizia, oltre naturalmente la fede in Dio. Si tratta di raccomandazioni generiche e lapalissiane. Un argomento di grande interesse è invece il dibattito sull’insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole. La rete, come la popolazione italiana, è suddivisa in favorevoli e contrari, in ragazzi che partecipano alle lezioni e altri che abbandono l’aula, con o senza l’appoggio delle famiglie.

Per conoscere il punto di vista della Chiesa, analizzeremo un articolo pubblicato il 9 gennaio 2017 da Orsola Vetri su Famiglia Cristiana: Ora di religione, cinque buoni motivi per non perderla. L’articolo insiste sul fatto che le lezioni non tratterebbero solo la religione cattolica, ma anche cultura e orientamento, necessari a fedeli e non credenti per comprendere il senso della vita. Si lamenta poi la scarsa frequentazione dei ragazzi dell’ora di religione, che viene considerata un momento formativo e di riflessione.

Vengono poi citate le parole del Cardinal Angelo Bagnasco, pronunciate durante la Giornata di sensibilizzazione alla scelta dell’ora di religione: l’insegnamento viene presentato come un elisir contro la fragilità e lo smarrimento interiore, un espediente per imparare a “fare sintesi” e per rendere il giovane non un’enciclopedia, ma una persona matura; anche per il suo valore culturale, l’ora di religione è un momento di chiarificazione e equilibrio, utile per comprendere il tempo e la società che abitiamo e per dialogare con tutti.

Angelo Bertolone, professore di religione e autore di un blog che tratta dell’argomento, afferma che la sua materia affronta la ricerca del senso della vita e elenca cinque motivi per cui i ragazzi non dovrebbero abbandonare le sue lezioni. Innanzi tutto difende il diritto dell’ora di religione di essere una materia scolastica citando la legislazione: “La  Repubblica  Italiana,  riconoscendo  il  valore  della  cultura  religiosa  e  tenendo  conto  che  i  principi  del  cattolicesimo  fanno  parte  del  patrimonio  storico  del  popolo  italiano,  continuerà  ad  assicurare,  nel  quadro  delle  finalità  della  scuola,  l’insegnamento  della  religione  cattolica  nelle  scuole  pubbliche  non  universitarie  di  ogni  ordine  e  grado”. Forse per ragioni di sintesi, non si sofferma sulla storia dell’ora di religione, sullo stimolo ricevuto sotto il fascismo.

Il secondo motivo riprende il tema del dialogo menzionato dal Cardinale, in quanto sostiene che per essere aperti al confronto con tutti è bene conoscere le tradizioni, la religione e la cultura in cui l’Italia affonda le proprie radici; per tale ragione l’IRC non si occupa solo del Cattolicesimo, ma di tutte le religioni, stringendo anche collaborazioni con le comunità religiose non cristiane del territorio italiano. Il decalogo non specifica però che gli insegnanti di religione non sono approvati dalle guide spirituali di tali religioni ma dalla diocesi, pertanto il punto di vista con cui ci si approccia alle realtà non cristiane è sempre cattolico.

Come terzo punto viene sottolineata la preparazione e la competenza degli insegnanti, che seguono corsi di aggiornamento presso università accreditate dal MIUR  e i corsi del Servizio IRC della diocesi. Insegnanti e professori sono competenti non solo nel campo dell’istruzione, ma anche dell’educazione. L’intervento della Chiesa in un compito pubblico come l’istruzione viene dunque presentato come una garanzia di qualità.

La penultima ragione riguarda il fatto che, durante l’ora di religione, si trattano le domande esistenziali, aiutando i giovani ad affrontare più serenamente i momenti di crescita, ad avere uno scopo della vita, a comprendere che l’esistenza è un cammino di ricerca e ad apprezzare lo studio, la cultura e soprattutto la vita. L’autore riconosce dunque implicitamente che l’ora di religione cattolica educa ad essere religiosi e a credere nei valori del Cristianesimo.

Il quinto e ultimo punto apprezza il fatto che l’IRC è l’unica materia che si può scegliere (un’affermazione valida soltanto per gli studenti più giovani), inoltre si ribadisce che non è necessario essere credenti per frequentare le lezioni.

Come controparte abbiamo deciso di analizzare quanto ha affermato l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), che sul suo sito ha dedicato un’intera pagina all’IRC. L’associazione analizza ogni aspetto tecnico dell’ora di religione riportando dati e statistiche e, naturalmente, inserendo la propria opinione in brevi ma incisivi commenti.

L’associazione tratta brevemente la storia dell’IRC, precisando che nella Italia postunitaria gli studenti seguivano l’ora di religione solo durante le scuole elementari, mentre nel 1923 il primo governo fascista lo rese obbligatorio e nel 1929 l’IRC fu esteso alle scuole medie e superiori.

Un protocollo addizionale del concordato afferma che “l’IRC […] è impartito in conformità della dottrina della Chiesa”, pertanto l’UAAR ritiene che l’ora di religione serva alla Chiesa per educare secondo la il Cattolicesimo, cosa che dovrebbe fare solo nelle parrocchie. Durante la lezione possono essere illustrate anche altre religioni, ma secondo un punto di vista cattolico e ciò è estremamente riduttivo.

Come prescrive il Codice di diritto canonico: «L’Ordinario del luogo si dia premura che coloro, i quali sono deputati come insegnanti della religione nelle scuole, anche non cattoliche, siano eccellenti per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica». Con ciò si sostiene che lo stato non ha il controllo di tale insegnamento, a prova di tale mancanza si cita il fatto che Berlinguer, in un’intervista a Famiglia Cristiana, ha affermato di non sapere cosa si insegni durante le lezioni.

L’articolo tratta inoltre le possibili opzioni per uno studente che non vuole avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica: partecipare ad attività didattiche e formative, studiare altre materie, uscire dalla scuola. Quest’ultima opzione non è praticabile per le famiglie che non possono curare i bambini durante le ore di lezione, inoltre la Chiesa si è opposta a collocare la materia a inizio o fine lezioni, una soluzione che potrebbe agevolare gli studenti che non vogliono recarsi a scuola durante l’ora di religione e dunque favorirebbe l’abbandono dell’IRC.

Apprendiamo inoltre che lo studio dell’IRC o dell’ora alternativa offrono un credito scolastico, utile nel punteggio di ammissione all’esame di stato delle scuole superiori. Per tale ragione hanno fatto ricorso la chiesa valdese e le chiese evangeliche, ma hanno fallito perché i ricorrenti “non hanno notificato le controparti”, impresa impossibile dato che si tratterebbe di tutti gli studenti che frequentano l’ora di religione.

Il numero degli studenti che si avvalgono dell’IRC diminuisce proporzionalmente all’aumento della loro età, in coincidenza con la possibilità di scegliere autonomamente se partecipare, dunque è evidente quanto sia influente il condizionamento famigliare. Le regioni centro-settentrionali sono le più laiche, mentre al sud frequentano quasi tutti. In una metropoli come Milano il numero dei partecipanti precipita e quasi duecento classi sono del tutto prive di IRC.

L’articolo evidenzia il fatto che gli insegnanti sono scelti dalla curia e che lo Stato che paga il loro stipendio non ha alcun controllo su di loro; tutto ciò è in contraddizione con la laicità dello Stato. Ogni dodici mesi gli insegnanti devono chiedere il nulla osta alla diocesi, che può anche revocare il permesso di esercitare per motivi come una “condotta morale pubblica in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa”. Una professoressa in stato di gravidanza non approvata dalla diocesi è stata licenziata, la donna ha tentato di riottenere il posto per vie legali, ma invano. Non è dato sapere il costo dell’IRC per lo stato perché i siti ministeriali non ne fanno cenno. L’articolo azzarda un calcolo approssimativo di tale spesa, si tenga presente che, quando in una classe un solo studente si avvale dell’insegnamento della religione Cattolica, gli viene assegnato un insegnante per sé anziché inserirlo in un’altra classe, così lo spreco è notevole. La Chiesa si è opposta alla riduzione di tale spesa, lamentando una riduzione occupazionale.

Per concludere, Famiglia Cristiana difende soprattutto la qualità dei contenuti dell’ora di religione, che sarebbero poi le caratteristiche del Cattolicesimo, invece l’UAAR espone con criterio il funzionamento dell’IRC e ne critica molteplici aspetti, non propone apertamente una soluzione ma implicitamente non solo dissuade i ragazzi dal partecipare alle lezioni, ma consiglia anche di abolire l’insegnamento stesso. E’ un dato di fatto che i ragazzi, non appena sono abbastanza grandi da scegliere autonomamente se partecipare alle lezioni, abbandonano i banchi per dedicarsi ad un’ora di studio o, più comunemente, divertirsi fuori dall’istituto.

Il Gay Pride di Milano

Articolo pubblicato da Lo Sbuffo.

Ecco la seconda versione dell’articolo Una eterosessuale al Gay Pride, in cui ho cercato di essere più impersonale e puntuale nel riferire i fatti.

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Sabato 30 giugno, 250.000 persone si sono radunate in piazza Duca D’Aosta per partecipare al Gay Pride di Milano. Il corteo ha sfilato e ballato per le strade sino a Porta Venezia e, per l’occasione, Google Maps ha segnato sulle sue mappe il tragitto percorso dai carri con i colori dell’arcobaleno. I momenti di ilarità come il flash mob si sono alternati ad attimi più seri di protesta in favore dei diritti LGBT+, come il toccante discorso del sindaco Sala, che ha affermato di essere d’accordo su alcune cose con il ministro Fontana, ma non certo sui diritti. Salito sul palco, il sindaco ha salutato i manifestanti affermando che: «Milano è casa vostra». Ha poi invitato a pensare con la propria testa e ad accompagnare Milano verso il cambiamento. Al termine della sfilata i manifestanti hanno mostrato i due lati di una bandiera, alternandoli: uno raffigurava la bandiera italiana, l’altro i colori dell’arcobaleno. La parola d’ordine era #civilimanonabbastanza.

La folla era tale da rendere impossibile la partecipazione dei singoli a tutte le attività, basti pensare che le persone erano talmente numerose che non c’era campo. La maggior parte dei manifestanti, soprattutto i più giovani, ha dunque potuto solo accodarsi a uno dei carri più festosi, ballare al ritmo di Lady Gaga e Raffaella Carrà e bere fiumi di birra, dopo aver indossato indumenti arcobaleno o essersi tinti il volto con colori accesi. Tutto ciò non ha affatto sminuito la il valore della festa, ma ha reso il Pride una delle manifestazioni politiche più divertenti e colorate di Milano.

Ma chi sono i partecipanti del Gay Pride? Gente comune, che ha sfilato con atteggiamenti civili e composti rivendicando la libertà di amare. I più erano ventenni, ma hanno aderito anche persone più avanti con gli anni. I passanti hanno accolto serenamente la parata: non solo non si sono verificate ostilità, ma molti hanno interagito con i manifestanti e scattato fotografie. Dalle finestre si affacciavano milanesi curiosi, che venivano salutati con un boato dalla folla. All’evento hanno partecipato anche bambini, non solo membri delle famiglie arcobaleno, ma anche appartenenti alle cosidette famiglie tradizionali, che si affacciavano dai balconi per osservare i carri.

Alla parata erano presenti anche molti eterosessuali, molti dei quali erano riconoscibili perché tenevano per mano il proprio partner. I manifestanti hanno mostrato di accogliere calorosamente coloro che non appartengono alla comunità LGBT+ e di accettare il loro sostegno, purché si assuma un atteggiamento aperto e tollerante nei confronti di chi è diverso dalla maggioranza. La parata è concepita come un momento di orgoglio e libertà non solo per la comunità LGBT+, ma anche per le altre minoranze, siano etniche, religiose o altro, e per i privilegiati membri della maggioranza che si sentono parte di una comunità più ampia e inclusiva.

Se non si considerano le persone vestite con abiti arcobaleno erano ben poche le maschere. Inoltre i riferimenti sessuali, più che osceni e scandalosi, erano scherzosi e autoironici, in modo tale che nessuno potesse sentirsi turbato. Lo scopo di tali travestimenti era affermare l’orgoglio per la propria personalità in un mondo che chiede alla comunità LGBT+ di nascondersi e reprimersi. Molti sostengono che il Gay Pride sarebbe più credibile se si sfilasse con indumenti quotidiani; bisogna invece notare, d’altro canto, che gli omosessuali sono chiamati tutti i giorni a mimetizzarsi tra gli eterosessuali e i travestimenti servono per affermare la propria identità e lanciare una provocazione alla morale comune. Sin dal Medioevo il Carnevale è stato un momento di sovvertimento dell’ordine naturale della società e la comunità LGBT+ ne ha rielaborato il messaggio, capovolgendo i costumi etero in favore di una realtà più inclusiva. I membri della comunità LGBT+, in ogni caso, hanno assunto durante la parata atteggiamenti composti e non si sono spinti oltre dei teneri baci o riferimenti giocosi alla sessualità. Molti ritengono che sarebbe allora doveroso istituire anche un Etero Pride, non considerando il fatto che tale festa è in atto tutti i giorni dell’anno e che la maggioranza, non sentendo la necessità di difendere dei diritti già affermati e tutelati, non avrebbe motivo di scendere in piazza.

Infine, le accuse di chi taccia il Gay Pride di essere troppo osceno, una critica rivolta anche da membri della comunità. Le principali accuse sono che le parate «sono ferme agli anni ’70, inquietano potenziali sostenitori della causa, infastidiscono l’opinione pubblica, fanno provocazione gratuita, sono ridicole, oscene, irrispettose». Ma il Pride deve rivendicare ciò che alla società risulta scomodo, ostentando le cose che destabilizzano la maggioranza. Esibendo la propria personalità attraverso una maschera si chiede all’altro di accettare la propria identità, e in questo senso il Pride si configura come l’evento che accoglie tutti. Infatti, bisogna imparare ad accettare una persona oscena, perché si tratta prima di tutto una persona.

Attacco di panico in cassa

Articolo proposto a Oltre il giardino.

Ho deciso di ampliare uno scritto che ho proposto qualche tempo fa. Ecco il risultato.

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Per una cassiera i clienti sono solo numeri, nessuna dipendente presta attenzione a ciò che accade alle persone in coda. Passavo meccanicamente i prodotti allo scanner china sul monitor, senza incontrare lo sguardo delle persone che sfilavano di fronte a me e ignorando i loro volti anonimi per concentrarmi sul tempo che mi separava dalla tanto agognata pausa di dieci minuti. Quanto mancava? Mezz’ora. Accidenti, dovevo attendere ancora un’eternità ma avevo già necessità di andare in bagno. Nel frattempo mi ero accorta che una signora stava sgridando un gruppo di adolescenti perché non le cedevano il turno ma, siccome non erano affari miei, continuavo a battere diligentemente i codici a barre. E’ risaputo inoltre che, in questi casi, i ragazzini hanno sempre torto, sono sempre loro i maleducati. La signora non aveva bisogno di me, sapeva difendersi da sola.

Le voci degli altri clienti si mescolarono a quelle della signora e dei ragazzini, ma non mi importava: continuavo a lavorare e a cercare di non pensare al mal di schiena. Dopo ore seduta a spostare i prodotti da un lato all’altro della cassa mi facevano sempre male i muscoli, avrei avuto bisogno di sgranchirmi le gambe. Che se la sbrigassero da soli, dopotutto erano tutti adulti.

Quando fu il turno della signora, i nostri occhi si incontrarono. La donna stava piangendo e aveva il volto imperlato di sudore, le tremavano le mani, i capelli erano spettinati e la voce era roca e cavernosa. Frugava nella borsa con evidente agitazione mentre il respiro affannoso le sollevava il petto.

– Signora, sta bene? Vuole sedersi un attimo? – chiesi preoccupata. Mi domandavo cosa avrei dovuto fare in una situazione del genere. Chiamare una guardia? Un medico? La cassa centrale?

– No, grazie, dico solo che quei ragazzi avrebbero potuto lasciarmi passare. Sto male… ho un attacco di panico… è morto mio marito da poco… – Gridò respirando affannosamente, mentre mi porgeva tremando il denaro per pagare la spesa.

Insistetti affinché si sedesse e mi consentisse di chiamare aiuto, ma la signora se ne andò, dandomi dell’incompetente per non averla aiutata. Inutile discutere con i pazzi, dicono le nonne, però personalmente ritenevo di avere cercato di aiutarla, ero stata la più gentile e professionale delle cassiere. Mi chiesi dove avessi sbagliato. Un pensiero maligno si insinuò nella mia mente: ma proprio in cassa da me doveva venire, non mi bastava la pipì e il mal di schiena? Subito mi pentii del mio egoismo e rivolsi un pensiero gentile alla signora.

La storia potrebbe concludersi tra le mie perplessità e l’irrequieta necessità di una pausa, ma i clienti successivi non avevano intenzione di dimenticare l’accaduto, così iniziarono a discutere sull’episodio.

– I ragazzi non erano tenuti a lasciarla passare. La signora è stata maleducata. – affermò una ragazza indignata

– Se soffri di attacchi di panico, non venire al centro commerciale. – rise una trentenne con il suo stesso sorriso, forse sua sorella.

– Se una persona sta male deve segnalarlo, non aggredire chi la circonda. – sentenziò un cliente incanutito.

Mi indignai. “Invece di creare problemi alla mia cassa, avrebbero dovuto lasciarla passare. Sarebbe stato anche un gesto di umanità, brutti stronzi!”

Non dissi queste parole perchè in cassa il cliente ha sempre ragione e, poiché la signora si era allontanata sulle proprie gambe senza aggravare la situazione, non c’era ragione di sprecare energie per difenderla. Optai per una risposta più diplomatica:

– Durante un attacco di panico si fatica a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. I ragazzi non hanno fatto nulla di male, ma la signora avrebbe meritato comprensione. –

La trentenne rise sprezzante. – Ripeto, se soffri di attacchi di panico, non venire al centro commerciale.

Presto terminai di servire i clienti che avevano assistito alla scena, ne seguirono altri identici nei volti annoiati, ma più tranquilli in quanto nessun attacco di panico stava catturando la loro attenzione. Il mio lavoro era ritornato monotono, ma questa volta avevo pensieri più interessanti su cui riflettere rispetto alle mie necessità fisiologiche e al fatto che la pausa era ancora lontana. Mentre battevo meccanicamente i prodotti, mi chiedevo come mai a scuola non insegnassero come gestire chi soffre di attacchi di panico. Hollywood guadagna miliardi producendo film come Ragazze interrotte, ma nessuno spiega come approcciarsi ad una persona in preda ad una crisi. Coloro che lavorano a contatto con il pubblico come le cassiere dovrebbero sapere certe cose, eppure nessuno sembra porsi simili questioni.

L’atteggiamento ottuso dei clienti mi aveva lasciata allibita. Mi sembrava doveroso tollerare comportamenti fuori dall’ordinario, anche incivili o verbalmente aggressivi come quelli di una signora che pretende di saltare la fila e sgrida chi non la lascia passare, nel caso di un’emergenza. Non si tratta di maleducazione, la collettività dovrebbe imparare che una persona in crisi non riesce a preoccuparsi dell’etichetta e deve essere tollerata. Le risate della ragazza poi mi avevano indignata. Non tutti hanno la possibilità di chiedere a qualcuno di fare la spesa al proprio posto, come potrebbe una madre di famiglia evitare di recarsi in un centro commerciale? Inoltre chi ha un problema non dovrebbe segregarsi in casa come se non sapesse badare a se stesso, ma dovrebbe sforzarsi di uscire e affrontare ciò che lo tormenta. L’anziano saccente aveva trattato la signora come se in certe situazioni si sia in grado di agire razionalmente. Non sempre possiamo appellarci alla razionalità quando abbiamo un problema mentale, perciò raramente il primo pensiero di chi sta male è segnalare il proprio malore, anche se ciò sembrerebbe l’azione più logica da compiere. Nessuno di noi aveva capito cosa passasse nella testa della signora in quel momento, ma ciò non esonera dal rapportarci all’altro con empatia, umanità e comprensione.

La società non vuole approcciarsi serenamente alla malattia mentale, molte persone tendono ancora a scappare di fronte al diverso e ad abbandonare chi ha un problema psicologico o psichiatrico. Se una persona si accascia a terra svenuta verrà soccorsa perché la malattia fisica è compatita, ma se una persona ha un problema mentale verrà scansata perché “potrebbe essere pericolosa”.

Non ebbi molto tempo per simili riflessioni perché dovevo concentrarmi sul lavoro, perciò mi chinai sulla cassa e mi sforzai di accelerare il ritmo con cui battevo i prodotti.