Elisabeth Siddal, la musa maledetta dei Preraffaelliti

In occasione della mostra dei Preraffaelliti a Palazzo Reale di Milano, vogliamo presentarvi Elisabeth Siddal, poetessa, pittrice e soprattutto musa prediletta dei pittori appartenenti alla corrente artistica che sta celebrando il capoluogo lombardo.

Correva l’anno 1848, epoca di grandi tumulti e rivoluzioni che influenzarono anche l’arte, quando in Gran Bretagna venne fondata la Confraternita dei Preraffaelliti, ascrivibile al simbolismo e che può essere considerata l’equivalente del decadentismo letterario. I tre fondatori furono Millais, soprannominato il Bambino per essere entrato in Accademia a soli dodici anni, Rossetti e Hunt, a cui si unirono in seguito, Brown, Trost RIchrds, Morris, Brune-Jones e Waterhouse. Il loro nome deriva dal fatto che prediligono l’arte medievale e antecedente a Raffaello.

I Preraffaelliti sono dei ribelli: si oppongono infatti ai valori vittoriani e alla pittura accademica, ricreando sulla tela un fiabesco, idealizzato e nostalgico mondo medievale, in contrasto con l’industrializzazione Ottocentesca. Prediligono i temi sociali come per esempio l’immigrazione, argomenti biblici, che trovano ampio spazio alla mostra di Milano, i temi nazionalisti, scene tratte da Shakespeare o da Dante e i paesaggi. Anche l’amore era un tema fondamentale, soprattutto la passione ostacolata dalla diversa condizione sociale dei due amanti, in quanto i Preraffaelliti erano dei bohemien controcorrente, che non necessariamente frequentavano fanciulle della loro stessa estrazione sociale. Solitamente si ispirano ad una scena immaginata, che poi realizzano osservando attentamente il reale.

Elisabeth Siddal non era conforme ai canoni estetici vittoriani, ma era perfetta come modella preraffaellita: magrissima al punto da essere sospettata di anoressia, splendida nelle vesti medievali così diverse dai corsetti vittoriani, incarnava lo stereotipo della donna bisognosa di cure in quanto cagionevole di salute e rossa di capelli, una caratteristica che all’epoca veniva associata al diavolo e alla stregoneria. Il suo aspetto angelico nascondeva un carattere determinato e fiero e un’indole artistica di grande talento.

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Elisabeth Siddal, Lizzie o Sid per parenti e amici, è nota a tutti per aver posato come modella per il più celebre dipinto preraffaellita, l’Ofelia di Millais, in cui la donna vestita di bianco e circondata da fiori viene trascinata morente dalle acque di un fiume. Il poeta realizzò innanzi tutto la vegetazione che circonda il pallido corpo della protagonista, morta suicida per la follia che le causò l’amato Amleto; il paesaggio venne ispirato dipingendo en plein air il fiume Hogsmill, nel Surrey. Successivamente ritrasse Lizzie immersa in una vasca da bagno indossando un abito bianco d’epoca. La modella resistette stoicamente in posa anche quando una delle lampade che dovevano riscaldare l’acqua si spense, ciò le provocò una bronchite (o una polmonite? Le fonti online sono in disaccordo) cronica, che indusse suo padre a chiedere al pittore un risarcimento per le cure mediche. La malattia, che secondo molti era psicosomatica, la indusse ad assumere del laudano, da cui divenne dipendente.

La Siddal apparteneva ad una famiglia benestante di Sheffield nel Middlesex che, quando migrò a Londrà, precipitò alla base della scala sociale. Suo padre Charles era un coltellinaio, ma nonostante ciò ricevette un’istruzione tipica del ceto elevato perché la madre Elisabeth Eleonor Evans era una donna molto orgogliosa e ambiziosa. Elisabeth Siddal nacque, terza di otto figli, un anno dopo la migrazione della famiglia, che abitava a Hatton Garden, un quartiere abitato da persone di diversa estrazione sociale, ma più tardi si trasferì nel distretto di Southwark, a sud di Londra, poiché le condizioni economiche dei Siddal erano peggiorate.

Prima di diventare un’artista e una modella, Lizzie fece la commessa in un negozio di cappelli a Leicester Square, a Cranbourne Street 3, presso la boutique di Mrs Tozer. Fu proprio in tale boutique che il destino di Elisabeth cambiò drasticamente: un giorno entrò in qualità di cliente il giovane pittore Walter Howell Deverell, che fu presentato alla ragazza da un amico che usciva con l’altra commessa del negozio. Elisabeth fu scelta da Deverell come modella per La dodicesima notte, un dipinto a tema Shakespeariano. Il pittore dovette chiedere alla madre di intercedere per lui, in quanto fare la modella era un mestiere malvisto. Fu così che Sid entrò nella cerchia dei Preraffaelliti. Elisabeth Siddal veniva considerata dai Preraffaelliti una stunner, termine utilizzato dalla cerchia per indicare una donna dalla bellezza conforme ai canoni estetici del gruppo, perfetta per diventare la loro musa. Fu modella non solo di Deverell, ma anche di Hunt, Brown e Millais, almeno sino a quando il suo amante e futuro marito Rossetti lo permise.

Ben presto Elisabeth si innamorò si uno dei fondatori della Confraternita, Dante Gabriel Rossetti, un pittore di origini italiane che apparteneva ad un ceto più elevato rispetto a lei. Il vero nome di battesimo del pittore era Charles Gabriel Dante, ma l’artista invertì l’ordine dei nomi in onore di Dante Alighieri, suo soggetto prediletto in molte opere che ritraevano il suo ideale di amore, una passione tormentata e non corrisposta come quella che il poeta fiorentino provava per Beatrice. Rossetti era anche un giornalista ed un poeta, devoto alla corrente del romanticismo.

Per amore Sid lasciò la famiglia e si trasferì in un appartamento in affitto al centro di Londra. Rossetti non fu mai fedele a Elisabeth: la tradì con molte donne, tra cui modelle e alcune compagne di colleghi preraffaelliti, come Annie Miller, l’amante di Hunt, e Jane Burden, che sarebbe diventata la moglie di Morris e con cui Rossetti strinse una relazione stabile alla morte della Siddal, un rapporto che durò molto anni nell’indifferenza o nella negazione del marito della donna.

Lizzie sfruttava la malattia per attirare l’amante, costruendo un rapporto tra malata-bisognosa e galante soccorritore. Come abbiamo già accennato, i malori di Elisabeth erano probabilmente psicosomatici, ma si è ipotizzato che soffrisse anche di depressione, inoltre mangiava molto poco al punto da essere sospettata di anoressia ed era affetta da dipendenza da laudano

La Siddal era l’unica tra le donne dei preraffaelliti ad essere dotata di buone maniere, di un’educazione elevata e a dedicarsi alla poesia e alla pittura, infatti realizzò alcuni splendidi autoritratti. Le altre amanti e modelle provenivano per lo più dai bassifondi e venivano perciò educate dai loro amanti ribelli ma di ceto più elevato. Alcuni dipinti di Sid vennero esposti presso le mostre dei colleghi preraffaelliti e il celebre critico John Ruskin divenne il suo mecenate, fornendole una somma mensile; tale condizione di artista indipendente era molto rara per una donna all’epoca. Con le sue entrate, Lizzie si pagò diversi viaggi: visitò infatti la Francia e, per riprendersi dalla malattia cronica, fece lunghi soggiorni ad Hastings e Bath, note località termali. Quando le sue condizioni di salute si aggravarono, Rossetti la sposò contro il volere della famiglia, che la giudicava una donna dai modi bizzarri e di ceto sociale inferiore; era il maggio 1860, le nozze si celebrarono nella chiesa di S. Clement.

Lizzie si riprese dalla malattia e, quando rimase incinta, e si trasferì nella Red House dei Morris, un’abitazione in perfetto stile preraffaellita, mentre il marito era impegnato a lavorare. Sid purtroppo nel 1861 diede alla luce una bambina morta e la depressione post-partum accrebbe i sintomi della malattia.

L’anno seguente Lizzie e Rossetti andarono a cena con il poeta Swinburne al ristorante La Sablonière. Quando la coppia rincasò ci fu una discussione, così Dante lasciò la moglie a casa per recarsi al Working Men’s College. Quando l’artista ritornò, trovò la Siddal agonizzante poiché aveva ingerito mezza bottiglietta di laudano. Al fianco della donna trovò una lettera d’addio, in cui la modella chiedeva al marito di prendersi cura del fratello Henry, affetto da problemi psichici. La missiva fu bruciata dall’amico Ford Madox per non lasciare prove del suicidio, che all’epoca non solo non consentiva di essere sepolti in terra consacrata, ma gettava disonore sulla famiglia ed era considerato un reato. Lizzie aveva trentadue anni ed era incinta, il suo ultimo atto fu un suicidio proprio come l’eroina shakespeariana Ofelia, a cui prestò il volto nel dipinto di Millais. La polizia aprì un indagine e la morte fu catalogata come accidentale, tuttavia per Londra si sparse il pettegolezzo che Sid si era tolta la vita volontariamente o che addirittura Rossetti l’avesse uccisa.

Nella bara, tra i capelli di Lizzie, venne deposta l’unica copia manoscritta delle poesie che Rossetti aveva composto ispirandosi a lei. L’artista si sentiva perseguitato dal fantasma della moglie: raccontò ad alcuni intimi che la donna gli faceva visita in sogno ogni notte e cercava di mettersi in contatto con lei attraverso sedute spiritiche e medium. Nel 1869 decise di riesumare Elisabeth per recuperare il libro di poesia, che fu dissotterrato di notte per non destare pettegolezzi. Si diffuse la diceria che la salma fosse integra e bellissima, i capelli erano cresciuti a dismisura riempiendo la bara. Rossetti trascorse gli ultimi anni della sua vita tormentato dai propri fantasmi, in preda di depressione e squilibri mentali e affetto da dipendenza dal clorario.

In Beata Beatrix, ritrasse Elisabeth come una bellezza angelicata nei panni di Beatrice, la fanciulla che, con la sua morte, lasciò solo Dante Alighieri. Beatrice, in una scena della Vita Nova, è ritratta in estasi mistica, con gli occhi socchiusi e il volto rilassato. L’incarnato pallido è simbolo della morte precoce, mentre le mani giunte si protendono verso un papavero di oppio, necessario per produrre il laudano. Il fiore è stretto nel becco di una colomba aureolata rossa, il colore della passione e della morte; l’uccello è simbolo dello Spirito Santo. Lizzie era soprannominata anche “the Dove”, colomba, perciò non è casuale la presenza dell’animale, la cui lettura allegorica è confermata da un lettera che Rossetti scrisse all’amico Robertson. Le vesti di Beatrice sono verdi, il colore della speranza e della vita, ma anche grigie, emblema del dolore sepolcrale e della morte.  La meridiana alle spalle di Beatrice indica le nove, ora in cui muore il personaggio dantesco, e età che aveva la ragazza quando Dante la incontrò per la prima volta; il numero nove è anche ricorrente nella struttura della Divina Commedia. Dietro un muretto sono visibili Cupido e Dante che osservano Beatrice lasciare la vita terrena; sullo sfondo spicca la sagoma del Ponte Vecchio di Firenze.

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FONTI:

 

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Intervista a Erika Pezzoli, fotografa di giovani donne.

Articolo Pubblicato su Lo Sbuffo.
Erika pezzoli è una fotografa freelance classe 1995, che sta realizzando un progetto ambizioso e affascinante: fotografare giovani donne di tutta Italia nella loro camera da letto, con un oggetto che le rappresenti.
E’ stata una chiacchierata lunga e intensa, durante la quale abbiamo conversato sugli argomenti più vari: Erika ha una personalità estroversa e determinata, è appassionata di pallavolo e letteratura e sta andando a convivere con il suo ragazzo, con il quale ha adottato un cagnolino. E’ un dolcissimo e vulcanico maschiaccio, a cui non manca la sensibilità di una fanciulla.

Foto bio
Ciao Erika, vuoi presentarti ai nostri lettori?
Mi occupo di fotografia, in particolare di fotogiornalismo. Ho studiato come perito meccanico all’ITIS Galileo Galilei di Crema, poi ho iniziato a lavorare come disegnatore meccanico, dopo due mesi mi sono accorta che stavo perdendo tempo. Andavo a lavorare a Sesto Marelli a Milano, prendendo la metro da San Donato; alla fermata di Palestro sono scesa dalla metropolitana perché non mi sembrava il caso di continuare a fare una cosa in cui non credevo, sono andata fino a Duomo a piedi e ho chiamato mio nonno, che è il mio compagno di giochi e il mio fratello mancato (sono figlia unica). Il nonno mi ha chiesto se non stessi bene, io ho risposto che non sarei più andata a lavorare e lui ha acconsentito. Durante l’ITIS avevo iniziato a studiare fotografia in maniera amatoriale e autodidatta, sia sui libri sia sperimentando. Due giorni dopo ho iniziato fotografia all’università allo IED, con un mese di ritardo.

Di quali progetti ti occupi di solito?
In generale di fotogiornalismo, mi occupo generalmente di seguire dei soggetti di cui voglio raccontare una storia durante la loro vita quotidiana. Ho lavorato quest’estate ad un progetto che si chiama Vent’anni, durante il quale ho seguito ragazzi di venti- ventinove anni che vivono in Trentino Alto Adige in rifugio. Erano otto ragazzi in cinque posti diversi. Poi ho seguito una ragazza a Crema che studia fisica ed è una credente cattolica praticante. In un progetto ho raccontato la depressione di mia nonna e lo straordinario lavoro che mio nonno ha fatto con lei, descrivere ciò che stava accadendo alla mia famiglia è stato terapeutico per me. Sono tutte esperienze molto belle perché non si tratta solo di raccontare quello che ti sta succedendo, nasce un rapporto con le persone che fotografi che ti arricchisce.

Descrivi a parole le tue fotografie.
Le mie fotografie sono la nascita di un’idea in forma visuale. Io un sacco di volte ragiono per immagini, quindi durante lo scatto trovo la collocazione di qualcosa che è dentro di me. Nel caso del fotogiornalismo si tratta di qualcosa che percepisco quando ho a che fare con una persona. Quando fotografo racconto ciò che sto vedendo e vivendo, conscia che non esiste una visione oggettiva.

Com’è nata l’idea del progetto?
Per il momento si chiama working progress, perché do i titoli ai progetti a lavoro ultimato. L’idea è nata durante un master in fotogiornalismo con il docente Sandro Iovine, mentre si stava parlando della condizione di noi ragazzi giovanissimi, che ci stiamo affacciando sul mondo del lavoro; siamo tendenzialmente calpestati dalle condizioni economiche in cui ci troviamo, spesso non possiamo costruire un futuro e siamo considerati numeri più che persone. Inizialmente pensavo di lavorare su maschi e femmine, poi ho scelto di stringere il campo e focalizzarmi sulle ragazze in quanto sono una donna anche io. L’impianto delle fotografie è sempre lo stesso: ritratti ambientati, sguardo in macchina del soggetto, luce naturale che entra dalla finestra. La scelta della camera è nata perché avevo bisogno di raccontare un luogo in cui le ragazze si sentissero loro stesse e che parlasse di loro. Alle ragazze chiedo di vestirsi e truccarsi come si sentono più belle ed è meraviglioso vedere come tutte abbiano idee differenti. Alcune sono completamente struccate, altre hanno un trucco leggermente più pesante, nessuna è stata particolarmente vistosa, ma se anche fosse ben venga. Siamo tutte diverse ed è meraviglioso.

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Che macchina fotografica usi?
Per il progetto utilizzo una Canon 5D Mark III, mentre come obiettivo ho scelto un 28 mm f/1.8. Spesso utilizzo anche una Fujifilm xt10, una macchina fotografica mirrorless molto più piccola, con scatto silenziato per seguire le persone in una situazione di vita quotidiana, per evitare che il rumore della macchina distragga i presenti.

Come allestisci il set fotografico delle camere delle ragazze?
Le fotografie sono spontanee, lascio alle ragazze la completa libertà. Non chiedo mai, per esempio, di mettere a posto le camere disordinate. Nel fotogiornalismo non si cerca mai di ricreare un set, l’obiettivo è essere il più fedele possibile a ciò che sto vedendo.

Come reagiscono le ragazze alla situazione? Tu come ti approcci a loro?
Io cerco di essere molto tranquilla e aperta. Non tendo a formalizzare, anzi, più uno si scioglie, meglio è. Con alcune ho scattato subito e poi abbiamo chiacchierato, con altre abbiamo chiacchierato anche due ore e poi scattato la foto. Lo scatto in sé dura cinque minuti, massimo dieci. La
chiacchierata pre o post scatto è uno dei momenti più importanti perché entri in contatto con la persona e questo è il vero valore aggiunto del progetto secondo me.
Ho notato che molte ragazze hanno scelto di posare con un libro. Secondo te, come mai?
Non saprei. C’è sicuramente una passione per la lettura. In verità ci sono sia libri sia manga. Mi fa molto piacere, perché siamo in una società in cui spesso viene anteposto lo strumento elettronico al libro (e-book, tablet). Significa che siamo ragazze che abbiamo voglia di capire, imparare, conoscere.

Silvia, 23 anni, Corsico (MI)
Come possiamo interpretare la scelta di altri oggetti? A me ha colpito il piccolo trattore, ma ci sono anche la palla di pallavolo o gli strumenti musicali.
Sono le passioni delle ragazze. Il trattore appartiene ad una ragazza che studia cura e benessere animale, che è innamorata del mondo dei pastori e ama stare in mezzo alle stalle. La palla da pallavolo appartiene ad una ragazza che gioca ad alti livelli, lo sport per lei è anche una forma di retribuzione.

Come contatti le ragazze in tutta Italia?
Tramite passaparola. Sono partita da una gruppo di amiche, ma sono arrivata al quinto, sesto step di passaparola. Così fotografo ragazze che non conosco.

Cosa prevedi di fare con questo progetto?
Mi piacerebbe proporlo editorialmente soprattutto a riviste femminili, ma anche ad altri. Vorrei realizzare un libro, ma tale progetto avrebbe dei costi elevati.

Come prevedi il tuo futuro tra dieci anni?
Mi piacerebbe moltissimo riuscire ad entrare nell’universo del fotogiornalismo per raccontare il mondo in cui vivo. Viaggiare, zaino in spalla e macchina fotografica … Costerebbe fatica, ma farebbe parte del gioco.

Che città hai visitato grazie al progetto?
Paesini di tutta la Lombardia, ma anche Roma. Sono in programma Padova, Verona, Torino, Firenze e Bologna.

Letizia, 22 anni, Crema (CR)

I ritratti di Sissi

Negli appartamenti dell’Hofburg, il palazzo reale di Vienna, è stato allestito il museo di Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nota al mondo come la principessa Sissi, in cui sono stati esposti più di trecento oggetti personali dell’imperatrice.

Non è opportuno presentare un museo di oggettica in una rivista d’arte, ma i curiosi possono apprendere ulteriori informazioni al riguardo cliccando sul seguente link: http://www.hofburg-wien.at/it/informazioni-interessanti/museo-di-sisi.html . Nelle sale del museo abbondavano ritratti e fotografie dell’imperatrice realizzati nelle situazioni più svariate e in età molto diverse della regina. Alcuni dipinti sono noti in tutto il mondo, come quello in cui l’imperatrice è ritratta di spalle e mostra la sua splendida chioma castana, lunga quasi sino a terra, che pettinava per circa tre ore al giorno in quanto era ossessionata dalla bellezza e che raccoglieva in elaborate acconciature ottocentesche; altri ritratti sono invece sconosciuti e mostrano un’immagine poco nota dell’aristocratica fanciulla, ma altrettanto affascinante.

Non ho la possibilità di ricordare e menzionare i quadri e le fotografie più belli in esposizione al museo, mi accontenterò di scrivere questo articolo servendomi delle immagini disponibili in rete.

Non è un caso che un’imperatrice sia stata ritratta così tante volte: si trattava di un preciso progetto di propaganda, il popolo infatti aveva la possibilità di conoscere i propri reali soprattutto attraverso quelle immagini. Veniva proposta un’immagine di Sissi felice, armoniosa e innamorata del proprio marito. La sposa perfetta, insomma. Ma Sissi non era affatto questo genere di donna e la rigida etichetta di corte, le incomprensioni con il marito e l’ostilità della suocera la rendevano profondamente infelice e chiusa in se stessa. I sudditi percepivano l’inadeguatezza dell’imperatrice nei confronti del proprio ruolo e non la amavano particolarmente. In questa incisione vediamo Sissi e Francesco Giuseppe giovanissimi, che passeggiano a braccetto all’aria aperta in una splendida, idilliaca bugia propagandistica.

Le seguenti due foto testimoniano l’infelicità di Elisabetta a corte. Si tratta di due fotografie ufficiali, scattate quando la regina aveva solo sedici anni e si era sposata da poco. Il fotografo si era sforzato di farla sorridere ma Elisabetta restò seria, infatti in quel periodo era profondamente stressata per gli impegni di corte che si erano susseguiti dopo il matrimonio, l’assenza di vita privata, l’invadenza della suocera, la solitudine e le incomprensioni con il marito.

Il dipinto più famoso di Elisabetta è stato realizzato nel 1865 da Franz Xaver Winterhalter. L’imperatrice indossa uno splendido abito bianco da gran galà e tra i suoi capelli intrecciati sono fissate delle preziosissime stelle di diamanti, che sono entrati nella storia dell’oreficeria (per saperne di più, leggete questo articolo: http://www.il-mondo-delle-gemme.juwelo.it/sissi-e-la-leggendaria-stella-di-diamanti/ ). In questo periodo Sissi aveva ventisette anni ed era al massimo del suo splendore. Il quadro è abbastanza fedele anche se l’espressione dell’imperatrice è un po’ troppo sdolcinata; per conoscere il vero volto Elisabetta e le reali espressioni del suo viso, dobbiamo affidarci alle fotografie.

Passano gli anni ed Elisabetta non è più una ragazzina, ma una donna forte e decisa, conscia del proprio potere a corte e decisa a far valere la propria volontà contro la suocera, il marito e le convenzioni sociali, anche a costo di essere considerata stravagante. Nelle fotografie appare come una donna orgogliosa, leggermente maliziosa, raramente sorridente e talvolta dura. Conscia della propria bellezza dalla quale era ossessionata, spesso l’imperatrice non cela una certa vanità.

Dopo i trent’anni Elisabetta smise di farsi ritrarre, nonostante avesse una maniacale cura del corpo ai limiti dell’anoressia; i segni dell’età infatti iniziavano a diventare evidenti e l’imperatrice faticava ad accettare il proprio aspetto. Quando Sissi aveva cinquantasette anni, il pittore Armin Horowitz realizzò uno straordinario falso che divenne piuttosto famoso: pur non avendo mai incontrato la regina, dipinse un suo ritratto mediante un abito nero che Sissi era solita indossare e un dipinto del suo volto, realizzato quando la donna aveva 25-30 anni. L’effetto è straordinario: l’imperatrice cinquantenne appare giovane e fresca come una ragazza nel fiore degli anni.

Siccome anche nell’Ottocento i vips erano paparazzati, Elisabetta non usciva mai senza ventaglio o ombrellino per nascondere il suo volto dall’obiettivo degli invadenti fotografi. In alcune fotografie in cui è riuscita a proteggersi, la regina risulta irriconoscibile.

In altre situazioni i fotografi hanno avuto la meglio e sono riusciti ad immortalare, anche se solo parzialmente, il volto di Elisabetta. Nelle due fotografie che vi abbiamo proposto, Elisabetta compare prima nel corso di una silenziosa passeggiata con il marito, poi in compagnia di una dama di corte.

Abbiamo a disposizione una sola fotografia di Sissi in età matura, scattata quando la regina aveva cinquantaquattro anni. Si tratta di una fotografia privata, realizzata nel Natale del 1891, che fu scoperta in una collezione privata del 1986. Proprio a causa dell’unicità di questo reperto, molti sospettano che si tratti di un falso, ma la sala e la sedia su cui è seduta l’imperatrice coincidono con la realtà e la donna che dovrebbe essere Sissi è straordinariamente somigliante con le immagini che abbiamo dell’Elisabetta più giovane.

 

Informaizoni tratte da: 

 

Munch e il suo rapporto con le donne

Il rapporto tra Munch e le donne è forse un argomento inadeguato per una ragazza in quanto sarebbe più interessante se lo affrontasse una mente maschile, ma le opere di Munch sono così affascinanti che ho deciso di intraprendere questa sfida, seguendo la traccia dell’articolo Le donne di Munch di Lucia Imperatore, pubblicato su Psicozoo.it.

Tutti conosciamo Munch per il celeberrimo Urlo, che rappresenta un attacco di panico e una profonda angoscia esistenziale, ma l’artista ha rappresentato il disagio psicologico anche in molte altre opere, soprattutto in quelle che trattano il suo travagliato rapporto con le donne.

A soli cinque anni Edvard Munch perde la madre che, indebolita dalla tisi, muore nel dare alla luce il quinto figlio. Quando il futuro pittore aveva quindici anni morì di tubercolosi la sorella maggiore Sophie, cui Edvard restò vicino sino alla fine. Il padre, un medico, si chiuse in una profonda depressione e morì qualche tempo dopo. Le tre tragiche perdite segnarono profondamente non solo la vita dell’artista e il suo rapporto con le donne, ma anche la sua arte, infatti l’artista ci ha regalato degli splendidi capolavori sulla morte di Sophie.

La fanciulla malata ritrae proprio la sorella Sophie sul letto di morte; esistono ben sei versioni dell’opera. Nella versione del 1885-1886, la fanciulla dai capelli rossi giace a letto su un grosso cuscino bianco mentre una donna dal capo chino e i capelli raccolti le stringe una mano. In primo piano troviamo un bicchiere, di fianco al letto, su un comodino, si trova una bottiglia. Sul lato destro del dipinto è abbozzata una tenda verde.

NOR Det syke barn, ENG The Sick Child

La morte di Sophie viene rappresentata anche ne La morte nella stanza della malata, del 1893. La ragazzina è ritratta di spalle, seduta su una seggiola, accudita dalla zia Karen, che sacrificò la propria esistenza per accudire i figli della defunta sorella. Il padre è di fronte a Sophie con le mani giunte e il capo chino, sembra che stia pregando; sul lato opposto il figlio Andreas, che morirà di polmonite qualche anno più tardi, si appoggia al muro con una mano. In primo piano troviamo Laura seduta mentre Inger rivolge allo spettatore uno sguardo fisso e sofferente. All’artista preme soprattutto la rappresentazione dell’aspetto psicologico, del fatto che i vari personaggi sono ridotti a mere ombre di loro stessi dall’imminente perdita e sono isolati l’uno dall’altro in una profonda solitudine. I soggetti raffigurati non hanno l’età in cui è morta Sophie ma quella in cui è stato realizzato il dipinto, segno che il lutto si è protratto nel tempo. L’arredamento è minimo, risaltano le superfici vuote del pavimento e delle pareti.

Per Munch la donna è dunque una creatura malata, morente, una vittima sacrificale. Amare una donna significa soffrire.

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Qualche anno più tardi Munch andò a Parigi e successivamente a Berlino, qui frequentó gli ambienti bohemien dell’epoca. E’ in questo ambiente che realizza le quattro dissacranti versioni di Madonna tra il 1894 e il 1895, intrecciando con genialità il sacro ed il profano. La Madonna di Munch è nuda ed ha delle provocanti  forme sinuose (accentuate da linee curve che circondano il corpo), la sua pelle è pallida, le braccia sono sensualmente piegate dietro la testa e i capelli neri si spargono sulla tela come tentacoli; ciò che attira maggiormente l’attenzione è il volto, infatti gli occhi sono socchiusi in una sorta di estasi che rendono la donna estremamente provocante. Un’aureola rossa infine evoca i temi della passione e del sangue, tale colore, insieme al nero, sono un evidente riferimento ad eros e thanatos. Una litografia di tale soggetto è ancor più provocatoria, infatti l’artista raffigura in una cornice degli spermatozoi e, in un angolo, un feto raggomitolato, debole e impaurito che è stato interpretato in vari modi come l’infelicità fuori dal grembo materno, la morte, la profanazione di Cristo, l’annichilimento del maschio nei confronti della madre o della donna amata. In ogni caso, il Cristianesimo ne risulta completamente demistificato e viene sostituito dalla venerazione della donna e della passione, anche qualora conduca alla morte.

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Nel 1898 Munch inizió una relazione con Tulla Larsen che si concluse in tragedia: siccome l’artista rifiutava le pressanti richieste di matrimonio della donna, scoppió una violenta lite e Tulla sparó al compagno, che perse così un dito. La donna amata in effetti è per Munch un vampiro, un demone spietato che uccide l’uomo nell’amplesso succhiandogli la linfa vitale. Nonostante ciò l’uomo non può opporsi al desiderio che prova per la donna ed è dunque destinato all’autodistruzione. In Vampiro troviamo un uomo in giacca nera raggomitolato su se stesso mentre una donna, abbracciandolo, si china su di lui per succhiargli il sangue. Il volto della fanciulla è nascosto da lunghi capelli rosso sangue che si spargono come tentacoli sul corpo dell’uomo.

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Mi piacerebbe molto conoscere le impressioni di un uomo circa quest’opera, sapere quanti maschi considerano noi donne dei vampiri. Sarebbe interessante se un ragazzo riscrivesse il post dal suo punto di vista, mi piacerebbe scoprire se noi donne siamo veramente dei vampiri o se semplicemente alcuni uomini non sanno amarci in modo sano. Concludo questo articolo con una domanda rivolta a tutti: si può amare ciò che ci distrugge? Si può amare un vampiro?

La Gioconda, la fanciulla più celebre della storia dell’arte

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Dopo la bravata pubblicitaria di Sgarbi è doveroso trattare una delle donne più famose della storia dell’arte, vale a dire la Monnalisa di Leonardo Da Vinci (1503/1506), nota anche come Gioconda per il suo enigmatico sorriso e per il nome del marito della modella. Turisti da ogni angolo del globo affollano il Louvre per ammirarla per poi restare scioccamente delusi dalle ridotte dimensioni dell’opera (77×53 cm), in verità si tratta di un vero e proprio capolavoro su cui sono state scritte pile di volumi sulla storia dell’arte, il cui mito è sicuramente stato alimentato dal celebre furto verificatosi nel 1911. Cerchiamo di scoprire qualche informazione essenziale su questa straordinaria fanciulla.

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Ma chi era realmente la Gioconda? Vasari  racconta che si trattava della moglie del mercante fiorentino Francesco Giocondo e che il suo vero nome era Lisa Gherardini. Leonardo si affezionò in maniera morbosa al dipinto, così non lo consegnó mai al committente.

La Monnalisa è il primo soggetto ad essere stato ritratto a mezzobusto con le mani in vista, inoltre è estremamente innovativa la realizzazione di un paesaggio alle spalle della donna anziché l’utilizzo di uno sfondo puro. Il paesaggio è sicuramente inventato (sebbene alcuni abbiano tentato ad identificarne la collocazione in Toscana grazie alla presenza del ponticello sulla destra), inoltre la parte a destra della donna e quella alla sua sinistra hanno l’orizzonte a livelli differenti. La Monnalisa posa in una loggia panoramica, ma tale particolare si nota molto poco in quanto l’opera è stata mutilata.

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L’intero dipinto è inoltre in movimento: il paesaggio è avvolto dalle nebbie, ma ponendosi in primo piano diventa più vivo e riusciamo a vedere un ponte e un fiume; la Gioconda invece è raffigurata nel pieno di una torsione e le membra sono su piani diversi. Il celeberrimo enigmatico sorriso varia in base ai punti di osservazione e incarna l’essenza dell’attimo in divenire, ovvero dei sentimenti dell’uomo in continuo mutamento, senza la possibilità di trovare un appiglio in essi. Sono tuttavia ancora in corso degli studi al riguardo, ciò che è certo è che il sorriso della Gioconda si incarna perfettamente con il resto del dipinto.

L’opera inoltre non è un semplice ritratto, infatti Leonardo voleva rappresentare l’ineffabilità della natura e dell’animo umano. Tutto ciò è stato realizzato non solo mediante il sorriso di Lisa Gherardini, ma anche grazie al celebre sfumato ottenuto con sottili velature  di colore, con utilizzo di luce dorata e la resa di un’aria umida e spessa. Si tratta dunque di un’immagine reale, in cui risaltano la visione dell’artista della realtà e della natura, che sono in continuo movimento. La Gioconda rappresenta perfettamente la poetica di Leonardo da Vinci, infatti è stato raffigurato un collegamento tra il singolo fenomeno e la complessità dell’universo, tra il particolare e il tutto. Il paesaggio sullo sfondo è il simbolo della natura naturans, vale a dire del “farsi e disfarsi” e della continua trasformazione della materia attraverso i tre stadi della materia (solido, liquido, gassoso). Monnalisa rappresenta l’ultimo gradino di  questo ordine.

Charles de Tolnay scrisse: « Leonardo ha creato con la Gioconda una formula nuova, più monumentale e al tempo stesso più animata, più concreta, e tuttavia più poetica di quella dei suoi predecessori. Prima di lui, nei ritratti manca il mistero; gli artisti non hanno raffigurato che forme esteriori senza l’anima o, quando hanno caratterizzato l’anima stessa, essa cercava di giungere allo spettatore mediante gesti, oggetti simbolici, scritte. Solo nella Gioconda emana un enigma: l’anima è presente, ma inaccessibile».

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La Gioconda è stata oggetto numerose e divertentissime parodie, la prima delle quali è Monna Lisa che fuma la pipa di Bataille (1883). Il secondo è Marcel Duchamp, che nel 1919 realizza L.H.O.O.Q, la celebre Gioconda baffuta. L’artista dichiarò: “La Gioconda è così universalmente nota e ammirata da tutti che sono stato molto tentato di utilizzarla per dare scandalo. Ho cercato di rendere quei baffi davvero artistici.” L’opera è composta da una riproduzione fotografica della gioconda a cui sono stati semplicemente aggiunti baffi e pizzetto. Le lettere che compongono il titolo, se pronunciate  in francese, compongono la frase “Elle a chaud au cul” (Lei ha caldo al culo), che significa “Lei è eccitata”. Duchamp realizzò diverse versioni dell’opera. L’opera è un inno contro il conformismo, infatti l’artista non intende insultare Leonardo, la tutti coloro che ammirano la Gioconda solamente perché è un opera famosa e non per il suo valore artistico.

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Non possiamo citare tutti gli artisti che hanno reso un simpatico omaggio alla gioconda, i più famosi sono i seguenti: Andy Warhol individuò nella Monnalisa un icona della propria epoca (ma anche di quelle passate, naturalmente), perciò la raffigurò in serie; Banksy realizzò numerose parodie dell’opera; Botero non resistette alla tentazione di raffigurare la celebre modella cicciottella come i soggetti dei suoi quadri; infine Basquiat la raffigurò con un sorriso sinistro.

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L’opera è stata realizzata su una tavola di pioppo molto sottile, pertanto con il trascorrere del tempo l’opera si è danneggiata: il pannello si è incurvato e si è aperta una fessura sul vetro; a ciò si aggiungono due terribili atti vandalici effettuati mediante dell’acido e il lancio di un sasso. Per evitare altri danni la Gioconda è esposta dietro ad una teca infrangibile, con temperatura ed umidità controllate, e non viene più prestata ad altri musei.

Quella meravigliosa persona che fu Frida Kahlo

Il 6 luglio è stato il compleanno (l’articolo verrà pubblicato il 15 luglio su  “Are you art?”) di una donna che è diventata un’icona in Messico e in tutto il mondo per la propria arte e per una straordinaria personalità: Frida Kahlo. Definirla solamente un’artista è un affronto perché Frida era anche una militante comunista che amava profondamente il proprio paese, una femminista ed è diventata un’icona molto amata dalla comunità Lgbt perché era bisessuale dichiarata e non celava le proprie avventure amorose con altre donne.

Frida si distingueva inoltre per una personalità affascinante. In un mondo in cui ad una donna è richiesto essenzialmente di essere bella per avere successo, lei non nascondeva i piccoli difetti che la caratterizzavano, come le sopracciglia unite e i baffetti che ben conosciamo attraverso i suoi quadri, eppure, secondo la critica d’arte americana Hayden Herrera, Frida Kahlo sapeva essere incantevole: «Quasi bella, aveva lievi difetti che ne aumentavano il magnetismo. Le sopracciglia formavano una linea continua che le attraversava la fronte e la bocca sensuale era sormontata dall’ombra dei baffi. Chi l’ha conosciuta bene sostiene che l’intelligenza e lo humour di Frida le brillavano negli occhi e che erano proprio gli occhi a rivelarne lo stato d’animo: divoranti, capaci di incantare, oppure scettici e in grado di annientare. Quando rideva era con carcajadas, uno scroscio di risa profondo e contagioso che poteva nascere sia dal divertimento sia come riconoscimento fatalistico dell’assurdità del dolore»

La biografia dell’artista è nota per essere attraversata da una lunga serie di disgrazie, ma Frida Kahlo ha saputo affrontare tali sfide con un’energia straordinaria, la stessa che illumina i suoi quadri di tinte allegre e vivaci anche quando affronta le tematiche più buie. Nonostante sia nata nel 1907, sostenne di essere nata nel 1910 per far coincidere la propria data di nascita con lo scoppio della rivoluzione messicana, segno di una profonda passione politica.

Fu perseguitata dalla sfortuna sin da bambina, infatti a sei anni si ammalò di poliomelite e, sebbene guarì, la gamba destra rimase meno sviluppata. A diciotto anni durante un incidente in tram un corrimano di metallo le trapassò il copro. In seguito all’incidente sarà costretta ad indossare un busto ortopedico cron cui si ritrarrà nell’opera che vedete sotto. Si tratta di una Frida squartata sino a mostrare la colonna vertebrale in frantumi, che indossa il busto ortopedico, dalla pelle disseminata di tanti piccoli chiodi e con le lacrime agli occhi, eppure la giovane sembra fiera e bellissima, la coperta che le cinge la vita sembra una gonna.

In seguito all’incidente inoltre Fida non riuscirà a portare a termine diverse gravidanze e il primo aborto, che risale al 1930, è stato raffigurato nel quadro qui sotto. Frida è sdraiata su un letto nuda, giace sul suo sangue e in una mano tiene dei fili cui sono collegati dei macabri palloncini. Uno tra questi è un feto, che incombe su di lei. L’aborto era un argomento non facile da affrontare in quegli anni e sicuramente Frida Kahlo è stata in anticipo sui tempi. Il suo coraggio è straordinario soprattutto perché l’opera tratta un episodio di vita privata.

I postumi dell’incidente in bus la perseguiranno per tutta la vita, infatti subirà  trentadue interventi chirurgici. Tuttavia fu proprio durante la lunga permanenza a letto che Frida iniziò a dipingere, ritraendo il proprio riflesso in uno specchio appeso sopra il letto.

Gli autoritratti sono sempre stati i suoi soggetti preferiti, infatti scrive all’amico Carlos Chavez: «Dato che i miei soggetti sono sempre stati le mie sensazioni, i miei stati d’animo e le reazioni profonde che man mano la vita suscitava in me, ho spesso oggettivato tutto questo in autoritratti, che erano quanto di più sincero e reale potessi fare per esprimere quel che sentivo dentro e fuori di me». Molte altre artiste seguiranno il suo esempio attingendo alla propria vita e ai propri traumi per realizzare i propri quadri. Tra i numerosi autoritratti di Frida ho scelto di proporvi Autoritratto con scimmie.

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In un altro dipinto, Frida si ritrae con una collana di spine avente un uccellino per ciondolo. Intorno a lei svolazzano delle farfalline azzurre e dei fiori alati e posano dietro di lei una scimmia e un gatto.

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Nel 1928 Frida conosce Diego Rivera e nel 1929 i due si sposano. Si tratta di una relazione turbolenta, caratterizzata da tradimenti, separazioni, un breve divorzio, riconciliazioni.

Frida Khalo si spense il 13 luglio 1954, all’età di quarantasette anni, nella sua casa natale, che attualmente è un museo dedicato all’artista, che proprio in questo periodo ritrarrà dei coloratissimi e vivaci cocomeri in un cielo sereno con la scritta “Viva la vida”, per manifestare la propria gioia di vivere. Sul suo diario  lasciò inoltre una scritta provocatoria inneggiante alla vita.

E’ notevole l’impegno politico e sociale che traspare nell’opera Unos cuoantos piquetitos, in cui viene denunciato un caso di femminicidio. Il titolo è un riferimento a come l’assassino definì al processo le coltellate, “solo qualche piccola punzecchiatura”.

Le mie opere preferite di Frida Kahlo sono molto più allegre. La prima è L’abbraccio dell’amore e dell’universo, la terra, io, DIego e il signor Xòlotl, in cui Diego Riviera viene abbracciato da Frida che viene abbracciata dalla terra e da diverse divinità Messicane in un gesto molto materno e femminile. L’opera esprime una concezione femminile del creato e tratta tematiche molto profonde sull’esistenza.

Il secondo raffigura l’immagine che tutti noi vediamo quando facciamo il bagno, vale a dire la punta dei nostri piedi che affiora dall’acqua contro il marmo. Tante piccole fantasiose immagini navigano inoltre nella vasca, animando la fantasia dell’artista.

Su Internet sono disponibili svariate informazioni su Frida, io vi consiglio in particolare questa pagina di citazioni dell’artista e questa galleria.

 

FONTI

Le eleganti dive di Mucha

(Questo articolo è stato pubblicato su “Are you art?”)

Mucha ha segnato il nostro immaginario collettivo con le elegantissime figure femminili di sua creazione, diventando uno dei principali esponenti dell’Art Nouveau. In occasione della mostra allestita a Palazzo Reale a Milano, questo mese scopriremo insieme uno stile che ha segnato la moda di un’epoca, influenzando settori come poster, settori d’interni, illustrazioni, pubblicità, architettura, teatro e design.

Lo stile di Mucha è inconfondibile, si impara a riconoscerlo dopo aver ammirato una sola sua opera e presto ne capirete la ragione. Prendiamo per esempio la fanciulla raffigurata qui sotto, ne La danza.

La giovane viene ritratta al centro di un’area verticale, in una composizione estremamente elegante e raffinata. La sua sensualità non eccede nella provocazione erotica perché Mucha, che spesso realizzava opere per la pubblicità e i poster, temeva la censura, ma in questo caso l’osservatore resta comunque piacevolmente colpito dalla gamba nuda, la trasparenza appena accennata delle vesti e dal piccolo seno coperto. Non ho ancora ammirato un’opera in cui Mucha si sia spinto oltre la raffigurazione di un seno nudo. Il corpo della ragazza è incorniciato da un’elaborata decorazione floreale con farfalle e da una mezzaluna ornata da piacevoli disegni, che ricorda a mio parere un’aureola o le mandorle in cui venivano raffigurati i personaggi più importanti nell’arte sacra medievale (ma non sono sufficientemente esperta per azzardare una simile interpretazione in ambito pittorico). L’ornamento principale della fanciulla è costituito dalle onde disegnate dallo svolazzo dei lunghi capelli, abilmente acconciati con dei fiori, e delle vesti; entrambi sono piacevolissimi da osservare ma irrealizzabili in natura.

Simili caratteristiche sono riscontrabili pressochè in ogni opera di Mucha e sono l’oggetto principale di ogni sua opera. Che la fanciulla sia la personificazione della danza è inoltre un aspetto secondario, l’occhio viene infatti immediatamente colpito dallo stile della fanciulla, che diventerà non solo una moda, ma una vera e propria icona dell’Art Nouveau anche a rischio, a mio parere, di diventare persino ripetitivo.

Siccome le mie conoscenze sull’artista derivano principalmente dalla mostra di Palazzo Reale, vi parlerò dei manifesti che Mucha realizzò per Sarah Bernhardt, una delle più celebri attrici teatrali e cinematografiche dell’Ottocento, soprannominata La voce d’oroe La divina.

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Il manifesto qui sopra annunciava ai passanti che La Divina avrebbe recitato ne La samaritana presso il Theatre de la Renaissance. E’ evidente che l’artista ha dovuto piegare l’opera alla sua funzionalità, infatti compaiono tutte le informazioni riguardanti lo spettacolo negli appositi spazi, per condurre gli spettatori a teatro. La Bernhardt era una vera e propria diva e ammirarla era probabilmente lo scopo principale per cui gran parte del pubblico si recava a teatro, perciò lo stile di Mucha era perfetto per lei: l’attrice era così il solo soggetto dipinto ed era rappresentata come una dea. Le vesti e l’anfora sono i soli elementi che identificano il tema della rappresentazione, che riveste un ruolo secondario, inoltre anche in questo caso lo sguardo dello spettatore è catturato dalle decorazioni, che siano le morbide onde dei capelli della fanciulla, le pieghe delle vesti, le stelline che circondano il suo corpo o i motivi che incorniciano la scena. Lo stile di Mucha è un marchio di garanzia sulla qualità dello spettacolo e un valido espediente per aumentare il fascino della diva del palcoscenico.

Diverse aziende dell’epoca hanno scelto di farsi pubblicità mediante manifesti firmati da Mucha, le cui opere in questo settore possono essere considerate arte a tutti gli effetti.

La prima pubblicità che analizzeremo insieme riguarda un marchio molto noto ancora oggi, la Nestlè. Nonostante il manifesto sia diverso dai cartelloni pubblicitari cui siamo abituati, tale opera presenta uno stile molto moderno rispetto alla maggior parte dei dipinti che ho ammirato a Palazzo Reale, in cui l’aspetto artistico prevaleva su quello pubblicitario a scapito della visibilità del prodotto, che spesso non veniva nemmeno raffigurato o era oscurato dalle figure delle fanciulle. Qui troviamo, oltre al nome del prodotto e ad una chiara indicazione dei destinatari dello stesso (i bambini), una piccola immagine del barattolo in vendita. Non siamo tuttavia in grado di capire che genere di alimento sia pubblicizzato perché l’artista ha privilegiato l’aspetto estetico e narrativo della pubblicità, vale a dire la rappresentazione di una madre che prepara una sorta di pappina per il suo bambino. I contorni rossi delle coperte del bambino, delle scritte pubblicitarie, di alcuni elementi delle decorazioni e i fulvi capelli della madre si oppongono al bianco e all’azzurro del mosaico dell’”aureola”, delle vesti della madre e delle lenzuola del neonato. L’immancabile dama si è per l’occasione trasformata in un perfetto angelo del focolare ottocentesco: candida come una Madonna, elegantissima in abito da sera, amorevole con il proprio figlio; in lei è riconoscibile lo stile dell’artista, che  si è adeguato a ciò che la società si aspettava da una donna all’epoca, vale a dire che fosse una madre e una moglie impeccabile. Il bambino, il consumatore finale del prodotto, è rappresentato in primo piano.

La prossima pubblicità ha un’impostazione molto simile a quelle che potremo trovare nei decenni successivi e riguarda un’azienda produttrice di cioccolata.

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Si noti come l’impaginazione abbia caratteristiche più moderne: il prodotto è ben visibile nella parte inferiore dell’opera e l’immagine raffigura, almeno in questo caso, una delle modalità in cui è possibile fruire il prodotto, ovvero bevendolo in una tazza. La scena non rappresenta la solita fanciulla divinizzata cui Mucha ha abituato il suo pubblico, ma uno scambio quotidiano di tenere attenzioni tra una donna e dei bambini. La donna indossa indumenti quotidiani che, sebbene siano ancora piuttosto “svolazzanti” secondo lo stile che sappiamo ormai riconoscere, sono piuttosto ordinari. La firma di Mucha è riconoscibile nelle spirali di fumo che creano delle decorazioni sinuose nella parte superiore del dipinto. Il semicerchio è sostituito dalla scritta “chocolat ideal”.

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Per quanto riguarda l’arte fine a se stessa, è doveroso citare i numerosi gruppi di personificazioni, come per esempio Le arti, cui appartiene La danza che abbiamo nominato prima, e Pietre preziose, composto da quattro opere: Rubino, Ametista, Smeraldo e Topazio. Ogni opera è monocroma, naturalmente dello stesso colore della pietra che rappresenta, e raffigura una fanciulla seduta con un fiore in primo piano. Si noti l’assoluta assenza a qualunque riferimento alla pietra, eccetto al colore che domina nell’opera, in favore dell’eleganza e della sensualità della fanciulla. La mostra di Palazzo Reale ha scelto come simbolo dell’iniziativa la fanciulla dello smeraldo, forse per la posa e lo sguardo da femme fatale, o per l’inquietante testa di serpente su cui poggia. Mucha ha rappresentato anche le quattro ore del giorno e le stagioni, aggiungendo anche alcuni elementi distintivi come per esempio la neve per l’inverno e il sonno per la notte.

Mi tremano i polsi nel criticare un grande artista come Mucha, ma personalmente preferisco immagini di donne forti, intraprendenti, coraggiose e ribelli: le icone di eleganza non mi hanno mai particolarmente affascinato. Tuttavia ho trattato simili argomenti in altri post e non vorrei ripetermi.