“La bella addormentata” al Carcano

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Il Teatro Carcano di Milano a Capodanno ha ospitato La bella addormentata, ispirata al racconto di Gian Battista Basile e musicata da Cajkovskij. Il regista e coreografo è Fredy Franzutti del Balletto del Sud, che ha voluto raccontare la fiaba preferita della sua infanzia ambientandola nelle sue terre, al Sud, all’epoca di sua madre e dei suoi nonni.

Questa favola infatti non è ambientata in un fiabesco periodo senza tempo come tutti i racconti per bambini, ma ha una collocazione spazio temporale ben precisa: Salento, Seconda guerra mondiale. La favola originale è stata stravolta e modernizzata, ma le innovazioni rispettano la musica originale di Cajkovskij e i punti cruciali del racconto.
Volendo essere precisi, non ci sono riferimenti alla guerra nel primo atto, tuttavia la famiglia in cui nasce la piccola Aurora non ha sangue nobile, suo padre è semplicemente un uomo molto potente vestito alla moda degli anni Quaranta. La casa è affollata di donne per la nascita della piccola, tutte rigorosamente vestite di nero secondo le usanze del Sud. Si tratta di una scelta un po’ forzata e non particolarmente apprezzata dal pubblico perché gli spettatori del balletto classico sono abituati ad abiti colorati e sfarzosi, non stracci miseri e scuri. La protesi che avrebbe dovuto simulare la gravidanza della madre era inoltre troppo morbida e poco realistica, ma probabilmente è stata realizzata in questo modo per assecondare i movimenti della ballerina.

In occasione del battesimo, compare un simpatico pretino e due chierichetti che evocano la religiosità del Salento. Le tre fatine presenti nel lungometraggio della Disney sono state sostituite da una zingara vestita in rosa e lilla, i cui movimenti hanno incantato il pubblico. I riti meridionali relativi al battesimo prevedono infatti delle tradizioni pagane per augurare gioia e prosperità al neonato e la zingara sarebbe la sacerdotessa di tale profano rito. Purtroppo la famiglia di Aurora si è dimenticata di invitare la maga ufficiale del paese, che si reca a palazzo infuriata per lanciare il celebre maleficio. La strega, una vecchia ingobbita, viene scacciata dalla zingara.

Nel primo atto, Aurora compie sedici anni durante gli anni Cinquanta e gioca allegramente con i suoi amici a ruba bandiera in giardino, alla presenza dei genitori. Gli sguardi dei giovanotti sono tutti per lei e, su iniziativa del padre, compare una sfera stroboscopica e iniziano le danze tipiche di una discoteca, anche se i ballerini non rinunciano ai passi sulle punte. Si tratta di una soluzione originale e inaspettata, che consente al coreografo di abbattere i limiti della danza classica e di evocare l’atmosfera degli anni Cinquanta. Ad un certo punto, giunge una figura travestita che porge ad Aurora un pacco dono; la fanciulla lo apre ed estrae, anziché un fuso, una tarantola, animale che tesse e può pungere, inoltre appartiene alla fauna del sud. La misteriosa venuta è in verità la strega, che ora indossa tacchi, un lungo vestito lilla e una parrucca biondo platino. Il ballerino che la interpreta è in verità un uomo, che si muove come una donna goffa che vorrebbe essere aggraziata, ma invano. Il personaggio non risulta spaventoso ma simpatico e, a tratti, persino comico. La giovane cade preda di un sonno profondo simile alla morte, ma fortunatamente giunge la zingara lilla che pronuncia la famosa profezia per salvarla.

Nel secondo atto la villa e i suoi abitanti vengono immobilizzati da un sonno senza sogni per cinquant’anni. Studiosi e antropologi di tutto il mondo si recano nel Salento per studiarne le tradizioni e cercare la villa in cui giace la Bella Addormentata. Anziché un principe, giunge l’antropologo Ernesto, vestito di beige come un esploratore. Lo studioso si perde nel bosco alla ricerca della villa, ma fortunatamente incontra la zingara, che gli consiglia di inseguire degli uccellini blu come il mare. I due animali sono interpretati da un maschio e una femmina, vestiti con tutù tradizionali blu elettrico, forse i costumi più belli dell’intera rappresentazione. I loro passi pimpanti ed energici sono vivaci proprio come lo zampettio di due uccellini. Ernesto incontra la strega ma la sconfigge senza difficoltà, poi finalmente bacia la sua amata, risvegliandola.

Il terzo ed ultimo atto è dedicato al matrimonio; la trama è praticamente inesistente e compaiono semplicemente i festeggiamenti, in cui i personaggi, strega con boa rosso compresa, si abbandonano a balli di gruppo con movenze tipiche delle grandi feste o dei villaggi turistici, ma senza rinunciare alla grazia del balletto classico.

Purtroppo la musica è registrata e i costumi si potrebbero definire troppo poco elaborati, ma le coreografie sono incantevoli e inusuali in quanto fondono la tradizione della musica classica con la vitalità dei passi di danza moderni, pur senza rinunciare alle punte. Le coreografie sono spartane: un fondale e delle quinte in bianco e nero, forse per evocare le antiche fotografie del primo Novecento, decorate con immagini che ricordano i cartoni animati, ricollegandosi al tema delle fiabe per bambini.

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“Suffragette”, la lotta per i diritti civili delle donne.

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Suffragette è un film del 2015 della regista Sarah Gavron e della sceneggiatrice Abi Morgan, che racconta la lotta delle donne per il diritto di voto nei primi anni del Novecento. Il tema principale sono naturalmente i diritti civili delle donne, ma vengono trattati anche argomenti altrettanto importanti come il lavoro minorile, i diritti dei carcerati, dei lavoratori e quelli dei manifestanti. Alcune scene del film sono state girate nel Palazzo di Westminster, sede del Parlamento del Regno Unito.

La vicenda è ambientata a Londra nel 1912, la protagonista è Maud Watts (Carey Mulligan) che lavora in una lavanderia da quando aveva sette anni in condizioni di sfruttamento, abuso e rischio per la salute. Dipingendo un ritratto della situazione dei lavoratori nelle lavanderie londinesi e la giovanissima età di alcune dipendenti, il film parla dei diritti dei lavoratori e dei bambini. Nonostante la povertà e la difficile condizione sociale, la protagonista si è guadagnata un ruolo di tutto rispetto nella lavanderia e si è sposata con Sonny, con il quale ha avuto il piccolo George.

Maud entra in contatto con le suffragette sul luogo di lavoro e gradualmente si appassiona alla lotta delle femministe, soprattutto grazie alla collega Violet. Maud si avvicina al femminismo al fianco di Edith Ellyn (interpretata dalla bellissima e celebre Helena Bonham Carter), una farmacista locale che gestisce con il marito una base segreta delle suffragette, e Alice, un’attivista dell’alta borghesia. La lotta per i diritti delle donne si è svolta attraverso azioni aggressive da parte di entrambe le fazioni: le femministe hanno dovuto intraprendere azioni radicali e violente di disobbedienza civile perché era l’unico modo per ottenere l’attenzione dello stato, le autorità hanno attuato una politica di repressione che violava i diritti fondamentali dell’uomo. La polizia ha per esempio attaccato le manifestanti indifese, le detenute in prigione vengono sottoposte a torture. La società inoltre isola e diffama le suffragette, infatti Maud perderà il figlio e il lavoro per i propri ideali.

Ciò che colpisce non sono solo le leggi incivili che limitavano la libertà delle donne, ma anche la mentalità con cui i mariti si approcciavano alle consorti: un uomo si sente in dovere non solo di difendere la moglie, ma anche di decidere circa tutto ciò che riguarda la sua vita, perciò il marito di Edith si sente legittimato a rinchiudere la farmacista in un armadio per impedirle di partecipare ad un’azione politica, come se la donna fosse una sua proprietà. Un marito ha inoltre il diritto di cacciare la moglie di casa se lo desidera e di privarla del figlio, su cui una madre non può esercitare alcun diritto.

Le suffragette al cinema sono state rappresentate soprattutto nel film di Mary Poppins, perciò i più le associano all’immagine che tale film diffonde di loro, dipingendole come delle simpatiche borghesi che si riuniscono per bere il tè e sfilano sorridenti per le strade di Londra. In verità le suffragette erano misere operaie sfruttate e abusate, che non avevano nulla da perdere e pertanto erano disposte a tutto per affermare i propri diritti; il film racconta egregiamente la reale condizione di queste eroine della storia. Abi Morgan scava nei diari e negli archivi alla ricerca di donne e ragazze che hanno rinunciato alla propria posizione sociale per la lotta, oppure di persone come Emily Davison, che ha sacrificato la propria vita sotto il cavallo di re Giorgio V per attirare l’attenzione dei media (alcuni tuttavia sospettano che, differentemente da quanto racconta il film, la morte della donna sia stato un incidente, perchè nella tasca del suo cappotto era presente un biglietto per tornare a casa). Emily Davison è un personaggio del film, al termine del quale compaiono alcune scene del suo funerale. La sceneggiatrice si racconta, rivelando alcune preziose informazioni sulla ricerca che ha preceduto la scrittura dell’opera: “Non c’erano molti documenti scritti dalle suffragette perché la maggior parte di loro erano analfabete e non avevano nemmeno il tempo per imparare a scrivere”.

Nella storia di Maud compaiono dei personaggi storici: la professionista di arti marziali Edith Garrud, che nel 1913 organizzò dei corsi simpaticamente chiamati suffrajitsu per insegnare alle suffragette a difendersi con il jujitsu dai poliziotti, fusa con il personaggio di un’altra femminista realmente esistita, Edith New, una delle prime a compiere atti di disobbedienza civile. Compare inoltre Emmeline Pankhurst, interpretata dalla divina Meryl Streep anche se si tratta di un ruolo secondario, fondatrice nel 1903 e leader del WSPU e una delle più note e importanti figure del movimento suffragista. Le due donne sono state interpretate da due star del cinema pur non essendo le protagoniste e compaiono sulla locandina del film; probabilmente le autrici hanno voluto mettere in risalto tali personaggi proprio attraverso la scelta di attrici illustri.

Il film termina con l’elenco delle date in cui tutti gli stati del mondo hanno adottato il suffragio universale maschile e femminile.

“Le cognate”, una commedia con Anna Valle

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Il teatro Martinitt di Milano, dal 29 novembre al 16 dicembre, propone una commedia leggera e frizzante, Cognate – cena in famiglia, che si rivolge ad un pubblico desideroso di divertirsi affrontando temi di evasione. Il testo è di Éric Assous e la regia di Piergiorgio Piccoli, mentre nel cast compare una star del calibro di Anna Valle, che fortunatamente interpreta un ruolo volto ad esaltare le sue doti recitative oltre che la sua straordinaria bellezza, in quanto il suo personaggio è una donna ordinaria e il costume di scena che indossa non sottolinea certo il bel fisico della reginetta di bellezza, Miss Italia 1995.

Il tempo dell’azione è la nostra contemporaneità: non si menziona l’anno preciso in cui si svolgono i fatti, però si nomina il femminicidio e compaiono dei cellulari con una suoneria moderna come elementi appartenenti al nostro presente. Il luogo è un paese di campagna nella periferia di Milano.

La trama è semplice e per nulla intricata. Tre fratelli e le rispettive consorti si ritrovano per una cena nella casa di campagna di uno dei tre. Si preannuncia una serata in nome di relazioni formali e di apparenza, ma una delle mogli ha invitato una giovane, avvenente, civettuola e sessualmente disinibita e libertina ragazza, Talia, che ha rapporti ambigui con ciascuno dei tre uomini: i fratelli sono rispettivamente l’avvocato, il dentista e il datore di lavoro di Talia e non amano parlare di ciò alle mogli. Le tre cognate, Matilde, Cristina e Nicole, diventano immediatamente gelose e iniziano ad indagare un eventuale rapporto amoroso tra i loro mariti e la giovane, mentre gli uomini cadono nel panico e cercano in ogni modo di negare l’evidenza. Scoppiano rancori e bisticci, ma anche alleanze inaspettate che vorrebbero far ridere, ma non riescono a coinvolgere particolarmente lo spettatore. Complici dialoghi troppo lunghi, lenti e difficili da seguire per uno spettacolo che vorrebbe essere comico, le risate tardano ad arrivare, anche se un paio di volte il pubblico si è concesso qualche sorriso tiepido e composto.

Argomento principe della comicità è il sesso, con la seduzione esuberante di Talia e le indagini gelose delle cognate, ma si tratta sempre di battute fini, mai volgari anche quando si racconta che uno dei tre fratelli ha salutato Talia chiamandola “bella gnoccolona”, oppure quando si parla di tradimenti e gravidanze indesiderate. La morale non apertamente specificata della vicenda è che, dietro una cordiale formalità, anche nelle migliori famiglie regna il tradimento, la menzogna e la sessualità promiscua. Tutto ciò fa sorridere e rende lo spettacolo adatto alle famiglie e a quelle persone che non amano il teatro sperimentale, in favore di uno stile più tradizionale.

La recitazione era molto realistica e spontanea, è stata lodevole la scena in cui Cristina e Matilde si picchiano, o quella in cui compiono un gesto quasi analogo i tre fratelli. I dialoghi sono la colonna portante dello spettacolo e, con qualche rara eccezione, la prossemica e i movimenti degli attori sul palcoscenico sono piuttosto statici perché l’intera azione si svolge in un interno: la recitazione diventa così una piccola danza in cui ci si avvicina o ci allontana di poco, ci si alza e ci si siede in uno spazio ristretto. Uno spettatore distratto non se ne accorge nemmeno, ma ogni piccolo spostamento conferisce dinamismo all’azione.

Merita una nota negativa la scenografia, una sala da pranzo di un’ordinaria casa di campagna. Gli arredi erano troppo finti e non caratterizzavano la situazione, perciò risultavano insipidi. In particolare, non avevano alcuna coerenza con il resto dell’arredamento dei cuscini rosa confetto appoggiati su due sedie e la statua di un fenicottero rosa: nessuno arrederebbe in quel modo casa propria e avevano poco a che vedere con la personalità dei padroni dell’abitazione. I costumi maschili erano ordinari e sembravano degli indumenti utilizzati da persone realmente esistenti, ma i personaggi femminili erano vestiti con vestaglie buffe, esteticamente brutte e fuori moda, inoltre non caratterizzavano la loro personalità e non facevano risaltare le forme delle tre attrici, che erano delle belle donne e la cui bellezza avrebbe meritato maggior risalto, anche se il ruolo della femme fatale spettava a Talia. Due di loro indossavano delle sottospecie di vestaglie sformate dai colori spenti, Anna Valle portava invece un vestito marrone. Le foto pubblicate sul sito web del teatro ritraggono gli attori in abiti da sera neri molto eleganti, promettendo una realtà molto diversa. Erano invece molto graziosi il vestitino da sera di Talia e i suoi tacchi.

Consigliamo questo spettacolo a chi desidera trascorrere una serata spensierata, senza riflettere, ma non cerca spettacoli dalla comicità raffinata.

“Attila”, la prima del teatro La Scala di Milano

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Il 7 dicembre è un giorno importante per Milano: si tratta del santo patrono Sant’Ambrogio, è la sera in cui La Scala inaugura la nuova stagione con uno spettacolo di grande spessore proiettato in mondovisione, accogliendo tra i suoi stucchi dorati e i velluti scarlatti le più alte personalità del panorama italiano. Lo spettacolo è stato trasmesso su diversi maxischermi sparsi per il capoluogo lombardo, inoltre, l’assessore alla cultura ha assistito al secondo atto presso il carcere di San Vittore, dove è stata effettuata una proiezione.

Smocking per gli uomini e raffinati abiti da sera per le signore, l’evento di gala è per molti un’occasione per intrecciare prestigiose relazioni sociali e sfoggiare la propria ricchezza, ma è significativo che tale scopo sia perseguito in uno dei templi della cultura italiana, promuovendo l’arte nostrana in tutto il mondo. La prima è anche un’occasione per omaggiare l’Italia, salutando con un lungo applauso Mattarella e consorte, che sorridono al pubblico dal palco reale, e suonando l’Inno di Mameli prima dell’overture. Noi de Lo Sbuffo non abbiamo ricevuto l’ambito invito per partecipare alla prima, né abbiamo la possibilità di pagare l’esorbitante prezzo del biglietto (2500 euro in platea), perciò abbiamo assistito all’evento davanti alla televisione come la maggior parte degli italiani interessati all’opera lirica, sintonizzandoci su Rai1 alle 17.45.

Attila è un’opera giovanile di Giuseppe Verdi, il libretto è stato scritto da Temistocle Solera ispirandosi alla tragedia Attila, Koig der Hunnen di Zacharias Werner. Negli ultimi anni la prima de La Scala ha ospitato opere italiane, segno che Piermarini vuole focalizzare l’attenzione sulla produzione del bel paese. Verdi è uno dei più celebri compositori della nostra nazione e l’orgoglio della città di Milano, perciò la scelta di tale opera ha uno straordinario significato. Attila debuttò alla Fenice di Venezia il 17 marzo 1846, la vicenda intrigò Verdi per i tre protagonisti: Attila, Ezio e Odabella. Siccome il compositore non era soddisfatto del libretto, chiese a Francesco Maria Piave di effettuare alcuni cambiamenti, purtroppo Solera si offese e non collaborò più con il musicista. La prima fu un fiasco, ma oggi l’opera è piuttosto rappresentata ed apprezzata nei teatri, pur non essendo tra le più famose opere di Verdi.

La Scala è uno dei più prestigiosi teatri al mondo, perciò i maestri coinvolti sono i migliori sul panorama internezionale: il direttore musicale è il celebre Riccardo Chailly, uno dei più grandi e conosciuti maestri italiani, mentre il regista è Davide Livermore. Il protagonista, Attila, è il basso Ildar Abdrazakov, la cui voce cavernosa ha caratterizzato magistralmente l’antagonista della storia; il generale romano Ezio è il baritono George Petea e Foresto, un cavaliere di Aquileia, è il tenore Fabio Sartori, entrambi hanno interpretato con efficacia il ruolo dei cupi paladini del popolo italiano. I ruoli brevi, ma non secondari di Uldino e Papa Leone sono interpretati rispettivamente dal tenore Francesco PIttari e dal basso Gianluca Buratto. La prima donna è il soprano Saioa Hernàndez, unica cantante tra i protagonisti maschili, che incanta il pubblico interpretando Odabella un’eroina del popolo forte e coraggiosa, ma anche sensibile e segnata da un triste passato.

La tragedia a cui si ispira la vicenda trasuda nazionalismo germanico, ma l’opera verdiana è un inno alla resistenza italiana contro l’invasore che infiamma le platee risorgimentali. Per questo, anche se i protagonisti sono romani e barbari, i personaggi nominano continuamente l’Italia e lo spettatore ottocentesco italiano, udendo le loro parole, non immagina l’impero romano, ma la propria patria invasa e divisa. Forse per questo motivo la regia non ha scelto un’ambientazione classica: i personaggi indossano panni novecenteschi, lo scenario è quello tipico di una guerra mondiale. Non compaiono centurioni e barbari ma militari, parroci, cortigiani travestiti, fiamme, camioncini militari e motociclette, in un’ambientazione cupa, nebbiosa, realizzata tra le macerie di una moderna città. Unico elemento anacronistico i cavalli, degli animali reali, cavalcati dai cantanti in scena: in groppa agli animali, il leader militare Attila e il leader religioso Papa Leone. Il destriero dell’unno è nero, quello del papa bianco, pertanto le due figure si contrappongono. Lo sfondo è un maxischermo che proietta nubi di nebbia o filmati in bianco e nero in cui si raccontano flash back o si rivela lo stato d’animo dei personaggi. Quando è entrato in scena papa Leone, il fondale è diventato un quadro di arte religiosa, in contrasto con l’ambientazione moderna ma portatrice dei valori antichi e cristiani della chiesa cattolica.

Durante i numerosi intervalli, la Rai ha proposto diverse interviste a spettatori famosi e ad alcuni dei realizzatori dello spettacolo, inoltre sono state proposte alcuni filmati del back stage e dei cambi di scena. In questo modo, chi ha assistito all’opera da casa ha potuto apprezzare dei particolari che la visione dal vivo non svela. Il prodotto televisivo, anche se non potrà mai competere con la visione dal vivo, diventa dunque uno spettacolo curioso, interessante e prezioso. Molti hanno offerto la propria interpretazione dell’opera e hanno analizzato i personaggi, offrendo degli spunti di riflessione e delle chiavi di lettura allo spettatore, altri hanno invece parlato della propria esperienza personale. Elio de Le storie tese, in particolare, ha mostrato come anche gli autori di musica leggera e addirittura comica possano appassionarsi di opera lirica e trarre dalla musica classica spunto per la propria arte.

“Tu es libre”, perchè diventare una terrorista islamica?

Articolo scritto per Lo Sbuffo.

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Tu es libre è uno spettacolo pluripremiato, eppure non ci è piaciuto. E’ arrivato in finale al Premio Riccione per il Teatro 2017 ed è stato selezionato dalla Comédie Française tra le novità più significative della stagione 2017/18; nonostante ciò abbiamo alcune critiche negative da segnalare all’autrice Francesca Garolla e al regista Renzo Martinelli.

Haner è un nome inconsueto per una ragazza anche in Francia, dove è ambientata la vicenda: deriva dall’etimologia di Andromaca, il nome della fedele moglie dell’eroe troiano Ettore, ed è composto da Aner, uomo, e Make, battaglia. “Uomo in battaglia”, un nome per una donna forte e coraggiosa, come la protagonista di questa storia. Haner è una studentessa di lettere classiche con la passione per l’Iliade, l’opera che, in qualità di topos del libro feticcio, accompagna l’intera vicenda. È una ragazza curiosa e piena di interrogativi, nessuno si sarebbe mai aspettato che avrebbe lasciato la sua vita ordinaria per andare in Siria e diventare una terrorista. Le persone a lei vicine, nel corso di un’indagine delle autorità, cercheranno di scoprire le motivazioni che hanno spinto Haner a compiere tale scelta, la morale della vicenda però è che non esiste una ragione dietro la partenza della giovane, così lo spettatore lascia la sala con più interrogativi che risposte.

Gli attori in scena sono sei: una madre affettuosa e infuriata per la perdita della figlia, un padre che cerca il dialogo ma non lo trova, un fidanzato immigrato che non condivide le scelte di Haner e un’amica superficiale, egocentrica e appassionata di moda, eccessivamente stereotipata e priva di spessore come personaggio. L’ultimo personaggio è una donna bionda con delle cuffie, una sorta di voce della coscienza di Haner, un narratore o forse l’autore implicito dello spettacolo; il suo ruolo è poco chiaro, ma svolge efficacemente la funzione di far riflettere lo spettatore, pronunciando riflessioni profonde e commentando la vicenda. I personaggi, eccetto Haner e la donna bionda, si agitano per il palco con movimenti nervosi e stressati, ma la loro agitazione non porta a nulla perché non si riuscirà a comprendere le azioni di Haner. I vestiti degli attori sono indumenti semplici, tratti dal quotidiano, non sembrano affatto costumi di scena, così i personaggi sembrano persone estremamente realistiche.

La scenografia è minimalista ed è costituita da un’impalcatura in legno non sopraelevata con una lunga panca sul fondo, su cui siedono i personaggi in attesa di entrare in scena. Non esistono quinte, i personaggi si aggirano continuamente sul palco in attesa di prendere la parola e fornire la propria versione dei fatti; durante questi lunghi minuti di inattività leggono un giornale, si rifanno le unghie o conversano. Sul palco due sedie di legno vengono continuamente spostate con gesti rumorosi che vorrebbero sottolineare la volontà ferma dei personaggi di trovare una soluzione, ma questo strano gesto non porta a niente.

Gli autori hanno indubbiamente avuto la brillante idea di indagare la psicologia di una persona occidentale in giovane età che abbraccia il terrorismo islamico, ma non hanno ben sviluppato l’analisi del personaggio. Le parole di Haner sono riflessioni vaghe, generiche e poco approfondite sulla libertà, sull’umanità della guerra e sulla possibilità di ricostruire dalle macerie.

Il Corano e la cultura islamica non trovano spazio nel testo teatrale, fatta eccezione per una citazione sulla creazione del mondo. Anche in questo caso però il testo musulmano per eccellenza non viene menzionato, il racconto religioso sembra essere un semplice mito molto poetico di una qualunque religione monoteista. E’ assurdo trattare un argomento simile affidando al Corano un ruolo marginale. Ma cosa sta spingendo un numero sempre crescente di persone a convertirsi all’Islam? La7 ha realizzato un servizio televisivo in cui intervista delle donne italiane convertite: tutte argomentano in modo chiaro cosa hanno trovato di suggestivo nel Corano, ma Haner non affronta tali tematiche, sembra più interessata all’esercizio della sua libertà personale che alla religione.

Trova invece spazio nello spettacolo l’Iliade, uno dei libri più importanti per l’Occidente, ma che non ha niente a che vedere con la cultura Islamica, in quanto hanno voluto creare una ragazza normale e acculturata, non una pazza o una fanatica religiosa; ma per compiere un gesto simile bisogna essere dei fanatici o avere subito dei traumi, lo rivelano i numerosi casi di ragazzine europee che nella vita reale hanno veramente lasciato la loro casa per comprare un biglietto aereo con destinazione Siria e diventare delle terroriste. Ancora una volta si è parlato di Occidente, perché a quanto pare noi Europei non sappiamo raccontare culture che non ci appartengono.

Come ultima osservazione, avremmo preferito un finale differente per la storia di Haner: una motivazione dietro le nostre azioni esiste sempre e non sarebbe stato difficile inventarne una con tutti i terroristi islamici che sono stati catturati e interrogati nella realtà. Il profilo psicologico del fanatico è il medesimo indipendentemente dal credo politico o religioso che abbraccia, perciò anche conoscendo poco la realtà del terrorismo islamico non sarebbe stato difficile creare un personaggio più realistico. Tuttavia non si è nemmeno sicuri che l’attentato di cui la giovane è stata accusata sia stato commesso proprio da Haner, perciò l’intera analisi dello psicologia di Haner è futile, in quanto la giovane potrebbe essere scomparsa per altri motivi.

Gli autori hanno avuto un’idea brillante, ma non hanno saputo svilupparla e il personaggio di Haner ha poco a che vedere con le donne e le ragazze che nella realtà hanno abbracciato il fanatismo religioso islamico.

USA, quando le carceri sono popolate soprattutto da neri

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

Cosa sappiamo noi Italiani del funzionamento del sistema carcerario americano? Pochissimo, se escludiamo quanto ci mostra il telefilm Orange is the new black, che racconta i dissidi tra le prigioniere di un carcere femminile e l’azienda privata che gestisce l’istituto penitenziario. E’ tuttavia difficile distinguere la realtà dalla finzione, soprattutto perché molte delle avventure affrontate da Piper e le sue amiche sono alquanto improbabili.
La realtà che ci mostra il documentario Netflix 13th è molto più cruda e drammatica: gli Stati Uniti sono abitati dal 6% della popolazione mondiale e comprendono il 25% dei detenuti del pianeta, quasi tutti afroamericani. Il documentario è scandito dalle tappe di una lunga linea del tempo che inizia con la fine della schiavitù e arriva sino ai nostri giorni, mostrando come il numero dei carcerati aumenta vertiginosamente di anno in anno. Gli episodi sono intervallati dai ritornelli di alcune canzoni rap che raccontano la tragica condizione degli afroamericani ingiustamente incarcerati, le storie sono raccontate attraverso interviste di esperti e video storici dei telegiornali o film d’epoca.
Con la fine della schiavitù afroamericana, l’economia del paese, sino a poco prima fondata sullo sfruttamento dei neri, andava ricostruita. Siccome il tredicesimo emendamento della costituzione proibiva ogni forma di schiavitù eccetto quella cui possono essere sottoposti i criminali, si è pensato di trovare un astuto escamotage per incatenare la popolazione nera: la prigione. Complice il Ku Klux Klan quanto le istituzioni, si è diffuso lo stereotipo del negro stupratore, avido, violento e criminale, da temere, perseguire penalmente e rinchiudere. Era l’epoca della segregazione, dei pestaggi, dei linciaggi per strada ma anche delle esecuzioni sommarie da parte di una folla inferocita. Alcuni video agghiaccianti mostrano una realtà che turba profondamente lo spettatore, proponendo scene di violenza che sembrano appartenere ad un mondo lontanissimo, eppure tutto ciò accadeva solo pochi decenni fa.
L’epoca di Nixon diventa più infida: non si parla apertamente di razzismo o di incarcerazione dei neri, però si parla di necessità di sicurezza e di lotta contro la droga, tutto ciò porta inevitabilmente ad un incremento dell’incarcerazione degli afroamericani e dei difensori dei loro diritti civili. Si consolida l’immagine del nero pericoloso, uno stereotipo che si diffonde anche presso la stessa comunità afroamericana. Le immagini ora sono a colori, tratte da vecchi telegiornali e meno violente, ma non per questo meno angoscianti: giovani neri ammanettati caricati sui furgoni della polizia, in attesa di lunghi anni di carcere per reati che non hanno commesso o per crimini minori. Sotto Regan, si diffonde la crak, una droga molto diffusa tra i neri. Il semplice possesso di questa sostanza è punito molto più severamente rispetto a quello della cocaina, ciò comporta un’incarcerazione di massa degli afroamericani.
“Tre colpi e sei fuori” significa che, dopo tre reati gravi, scatta autonomamente l’ergastolo; è questa la nuova politica statunitense. Si garantisce inoltre che un detenuto sconti sempre almeno l’85% della pena, senza ricevere premi per buona condotta o altro. Tutto ciò ha comportato un sovrappopolamento delle carceri americane, famiglie divise e padri che non hanno visto crescere i loro figli, anche per aver commesso un semplice reato minore.
Dopo Nixon e Regan in America è diventato quasi impossibile candidarsi alla presidenza senza proporre un giro di vite nei confronti dei criminali, un giovane nero su tre è destinato a finire in prigione almeno una volta nella sua vita e le percentuali non sono affatto migliorate perché il sistema carcerario è diventato un business gestito da aziende private, alle quali conviene che gli istituti penitenziari siano pieni. Lo scenario di Orange is the new black, in cui una compagnia cinica e spietata gioca con le vite delle detenute per trarne profitto, non è più una finzione drammatica ma la realtà dei fatti, con la sola distinzione che la popolazione carceraria non è equamente suddivisa tra tutte le etnie che vivono negli Stati Uniti, ma c’è una netta maggioranza di neri ed ispanici.
Dimenticatevi soprattutto le romantiche, bellissime e acculturate Piper ed Alex delle classi più agiate nel ruolo delle protagoniste, perché in America chi è ricco può facilmente uscire di prigione pagando la cauzione; sarebbe stato più corretto attribuire il ruolo di prima donna dietro le sbarre ad una sorella del ghetto. Un’altra violazione dei diritti umani è costituita dal patteggiamento: ai criminali colti in flagrante viene offerto di patteggiare ammettendo le proprie colpe, chi si rifiuta e accetta di essere processato rischia un inasprimento della pena; ne consegue che gli arrestati accettano di essere incriminati anche per i reati che non hanno commesso. Un giovane ragazzo ha rifiutato il patteggiamento perché era innocente e ha atteso il processo in prigione; si è tolto la vita qualche anno dopo aver ottenuto la libertà. Un altro grave problema è il reinserimento degli ex detenuti nella società, in quanto sarà molto difficile per loro trovare lavoro, affittare una casa e, in generale, muoversi liberamente negli Stati Uniti con la fedina penale sporca.
Il documentario richiede una certa dose di attenzione perché tratta argomenti seri e complessi, inoltre turba profondamente lo spettatore per la crudezza dei temi trattati. Nonostante ciò, merita di essere visto perché tutti dovrebbero conoscere la tragica violazione dei diritti umani che è in corso negli Stati Uniti attraverso quella che può essere considerata una nuova forma di schiavitù.

Il movimento Me Too

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Aristotele disse che “la dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli“. Ne consegue che anche i personaggi che maggiormente possiedono successo e potere nella nostra società, come le star del cinema e del mondo dello spettacolo in generale, possono non avere una dignità, nonostante i molteplici riconoscimenti sociali. Le vicende che circondano il movimento Me Too hanno messo in discussione la dignità di molti artisti e personaggi dello show business, oltre ad aver posto l’accento sulla tematica della violenza sulle donne, in particolare nel mondo del lavoro.

Ma partiamo dal principio. Il movimento Me Too è una campagna femminista finalizzata alla denuncia delle violenze subite dalle donne, in particolare sul posto di lavoro. Tutto è cominciato dopo la pubblicazione delle inchieste giornalistiche sugli abusi sessuali commessi dal produttore statunitense Harvey Weinstein, focalizzando l’attenzione dell’opinione pubblica su quanto ci sia di torbido dietro le quinte dello show business. L’uomo, un potente impunito, è stato accusato da diverse artiste, che sono state credute pur senza processi e prove, un dato non scontato perchè, sino a pochi decenni fa, una donna veniva considerata priva di dignità se subiva un abuso e non sempre veniva creduta. Harvwy Weinstein è stato denunciato da diverse artiste, tra cui  Asia Argento, Salma Hayek, Rose McGowan, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Cara Delevingne, Mira Sorvino, Rosanna Arquette e Lea Seydoux.

Nell’ottobre 2017 il movimento ha avuto una diffusione virale nel mondo dei social grazie ad un hastag avente la funzione di dimostrare quanto sia alta la frequenza delle molestie sessuali subite dalle donne, raccontando la drammatica storia delle vittime. L’hastag era il nome del movimento che significa “anch’io”, perchè la denuncia di una donna induceva una compagna a prendere la parola e a raccontare un episodio di violenza capitato a lei.

Sempre nel 2017, il movimento Me Too è stato scelto come persone dell’anno dal Time e, sulla copertina del celebre giornale, sono state immortalate, vestite di nero, cinque donne fiere e determinate: Ashley Judd, tra le prime cinque star ad accusare Wensttein; Taylor Swift, che ha vinto una causa per molestie sessuali contro il dj David Muller; Adama Iwu, che ha creato il sito We said enough per denunciare le molestie nel mondo del lavoro e della politica; Susan Fowler, ex ingegnere informatico di Uber che, con una denuncia per molestie sessuali, ha portato al licenziamento il Ceo e altri venti dipendenti; Isabel Pascual, una raccoglitrice di fragole messicana che ha raccontato pubblicamente le minacce ricevute per aver denunciato gli abusi.

L’italiana che ha maggiormente contribuito al movimento è Asia Argento, che ha parlato pubblicamente dello stupro che ha subito da parte di Weinstein a Cannes nel 1997, quando l’attrice aveva 21 anni. Il suo contribuito è stato fondamentale per la crescita del Me Too, anche se da molti è stata contestata in quanto risulterebbe sospetto denunciare uno stupro a distanza di anni. A ciò altri hanno ribattuto che molte vittime di violenza non trovano la forza per denunciare, contribuendo così a coprire il proprio aggressore, oppure ci riescono solo dopo anni, una volta superato il trauma.

Asia Argento era dunque un’eroina quando Jimmy Bennet, oggi ventiduenne, ha rivelato di aver subito un’aggressione sessuale da parte della star quando l’attore e musicista aveva diciassette anni. L’attrice lo avrebbe risarcito con 380 mila dollari, ma l’esperienza traumatica avrebbe comportato per Bennet un crollo emotivo talmente potente da averlo condizionato sul set. Asia Argento è stata accusata in seguito agli sms divulgati da Rain Dove, la compagna di Rose McGowan, nei quali la figlia del regista di film horror confessa di aver avuto un rapporto sessuale con Bennet, all’epoca minorenne.

Harvey Weinstein ha colto l’occasione al volo per tentare di riscattare la propria immagine e affossare il movimento Me Too infatti, in una dichiarazione a Fox News, il suo avvocato Benjamin Rafman ha accusato l’attrice italiana di “un incredibile livello di ipocrisia”, infatti l’episodio di violenza sul ragazzo “dovrebbe dimostrare a tutti quanto malamente le accuse contro Weinstein siano state effettivamente crollate”. L’episodio potrebbe avere gravi ripercussioni sulla carriera di Asia, infatti persino Sky si è pronunciato al riguardo sostenendo che, se i fatti saranno confermati, la star non parteciperà al programma X Factor.

L’attrice è stata allontanata dal movimento proprio da Rose McGowan, un’artista che l’aveva sostenuta con ardore nelle sue battaglie: la donna non solo ha preso le distanze da lei, ma l’ha paragonata a Weinstein, allontanandola dal Me Too con una lettera facilmente rintracciabile in Internet.

L’episodio ha scatenato un acceso dibattito e ha sollevato opinioni contrastanti. Non è escluso che una vittima possa essere anche un carnefice, pertanto una persona può essere stata violentata in un episodio e aver violentato in un altro; ne consegue che il movimento Me Too non è ipocrita come è stato affermato da Weinstein, soprattutto perché ha avuto degli effetti positivi nello smascherare le molestie nel mondo dello spettacolo e nella difesa delle donne in generale. Ciò non toglie che, se Asia ha veramente commesso uno stupro, merita di essere punita ed è evidente che la donna ha calpestato la propria dignità macchiandosi di una colpa gravissima e, come ha detto il produttore, anche di ipocrisia. Molti sostengono che Asia sia stata incastrata per risollevare l’immagine di Weinstein; anche se non ci sono prove concrete al riguardo, bisogna tenere in considerazione tale ipotesi.

Ma una donna può stuprare? La questione è controversa, perché sicuramente le violenze subite dalle donne sono un fenomeno molto più diffuso e grave, però anche le vittime maschili meritano considerazione. Secondo il giornale online Bossy, anche gli uomini vengono stuprati, nelle stesse dinamiche in cui le vittime sono le donne. Gli uomini però hanno problemi ben maggiori rispetto alle donne perché non esistono centri di accoglienza, numeri verde o sportelli per supportarli inoltre, quando sporgono denuncia, spesso il loro caso viene trattato con sufficienza. L’uomo violentato inoltre si vede privato della propria virilità e accusato di omosessualità da una società omofoba (specie se lo stupratore è un uomo, ma anche se l’aggressore è una donna), pertanto la vittima tenderà a nascondere l’accaduto, coprendo il proprio carnefice.

Il fenomeno Me Too ci mostra come, dietro i lustrini e i riflettori, il mondo dello spettacolo possa anche essere privo di dignità e quanto sia allarmante il fenomeno delle violenze sessuali sul lavoro.