“La gioconda” al Teatro Sociale, due donne forti e un libretto complesso.


Recensione pubblicata su Modulazioni Temporali.

Il Teatro Sociale di Como ha proposto un’opera singolare per scarsa notorietà e complessità, La gioconda di Amilcare Ponichelli, ma ha saputo ugualmente conquistarsi gli applausi entusiasti del pubblico. Con la direzione di Francesco Ommassini, la regia e le scene di Filippo Tonon e un’orchestra e un coro che provengono da lontano, la Fondazione Arena di Verona, l’opera ha incantato gli spettatori con un’esecuzione magistrale e scenografie imponenti e complesse.

La gioconda è un’opera difficile da portare in scena, ma gli artisti hanno superato brillantemente ogni ostacolo. La prima difficoltà incontrata dagli artisti che hanno lavorato a La gioconda è che Amilcare Ponichielli non ha la fama di Mozart o Beethoven, perciò i brani non rientrano tra i tormentoni dell’opera lirica, fatta eccezione naturalmente per la Danza delle ore del terzo atto; tale caratteristica non ha tuttavia creato particolari difficoltà perché una regia particolarmente narrativa ha saputo coinvolgere il pubblico e l’esecuzione della musica e delle arie è stata magistrale. Il libretto di Arrigo Boito è inoltre molto complesso per quanto riguarda la sintassi, il lessico e le rime e l’intreccio non è certo semplice, ma la cura scrupolosa drammaturgia ha reso le scene scorrevoli e accattivanti. La durata di quattro ore dell’opera potrebbe infine scoraggiare i meno appassionati, ma il pubblico si è comunque presentato numeroso e ha partecipato con entusiasmo.

L’opera prevede due eroine femminili forti e coraggiose: un’appassionata Rebeka Lokar nei panni della Gioconda, la protagonista, e Laura, interpretata da Teresa Romano, che è stata acclamata dal pubblico con energia. L’uomo conteso tra le due fanciulle, Alvise, è stato magistralmente interpretato da Simon Lim, mentre la Cieca, un’Agostina Smimmero un po’ troppo giovane per essere credibile come madre della Gioconda, è stata salutata da un’ovazione perché la sua voce è stata celestiale. Angelo Veccia ha infine conferito a Barnaba una personalità molto carismatica.

Una scelta alquanto singolare riguarda la Danza delle ore. Siamo abituati a vedere il brano più celebre dell’opera interpretato da ballerine che volteggiano sulle punte, leggiadre ma rigidamente inquadrate negli schemi della danza classica. Le tre Danzatrici del Balletto di Roma hanno ballato a piedi scalzi, con movimenti molto più liberi. Tale scena dell’opera è molto importante perché si tratta di una “rappresentazione nella rappresentazione”, un elemento di metateatralità tanto quanto l’esecuzione canora della Gioconda. Tali ballerine non erano le sole a comunicare con il corpo: alcune artiste in maschera si sono mosse con le movenze tipiche della Commedia dell’Arte, portando in scena l’arte del mimo.

Secondo il regista l’opera, pur essendo ambientata nel XVII secolo, non può emanciparsi dal periodo storico in cui è stata composta, il XIX secolo; per tale ragione, le scene sono ambientate in una Venezia ottocentesca. Si tratta di scenografie imponenti, maestose e stupefacenti in quanto si muovono sul palcoscenico; rappresentano una Venezia distrutta, con una serie di riproduzioni in scala di architetture presenti a Palazzo Ducale che sembrano “schiacciare” i cantanti in verticale o in orizzontale e che simboleggiano il potere che incombe sul popolo. Il colore prevalente è il grigio del marmo, che ricorda al regista la Biblioteca Marciana di fine Ottocento, ma le luci e i costumi portano in scena anche il colore ocra nel primo atto e il blu nel secondo atto. Venezia è una città di mare ma, per far trionfare la pietra, l’acqua è assente, oppure viene evocata con il profilo di una nave o il parapetto di un molo.  

Con questo spettacolo il Teatro sociale ha dimostrato non solo di voler accettare le sfide difficili, ma anche di saperle superare, in quanto lo spettacolo è stato un successo. Collaborando con istituzioni romane e veronesi di fama nazionale, i comaschi hanno realizzato un prodotto di alta qualità, all’altezza della fama che gli italiani hanno nel mondo nel campo dell’opera lirica.  

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