Ricerche e riflessioni intorno alla “Cacata carta” di Catullo.


Certe volte le mie ricerche sul latino mi portano a saltare da un’informazione all’altra: i dati sembrano essere collegati fra loro, ma ho sempre l’impressione di non aver scoperto tutto. Tutto è iniziato mentre stavo leggendo Vite dei Cesari di Svetonio: nel raccontare la biografia di Cesare, l’autore menziona la Storia di Tanusio Gemino.

I, 40
“Meminerunt huius coniurationis Tanusius Geminus in historia, […].”
Ricordano questa congiura Tanusio Gemino nella sua Storia, […].

Non ho mai sentito nominare questo autore né al liceo né all’università, perciò ho supposto che si trattasse di un autore minore e ho deciso di approfondire. Purtroppo Internet non ha soddisfatto la mia curiosità, infatti sono disponibili in rete soltanto delle traduzioni di Svetonio e una pagina di Wikipedia pressoché ancora in fase di compilazione. Purtroppo è agosto e non posso recarmi nella biblioteca universitaria più vicina, così mi sono accontentata della cara vecchia enciclopedia gratuita online.

Il nome romano di Tanusio Gemino è Tanusius Geminus; si tratta di uno storico romano vissuto nel tardo I sec a.C., di cui ignoriamo la data di nascita e di morte. Il nome è piuttosto raro e rivelerebbe origini etrusche, inoltre l’autore sarebbe di rango senatorio, in quanto registra con precisione un intervento in Senato nel 55 a.C. Appartenente alla fazione anti-cesariana, scrisse un imprecisato numero di “voluminosi annali”. Svetonio chiama la sua opera historia.

Molto più curiosa della biografia dell’autore ignorato dal canone è la nota con cui l’edizione della Bur lo commenta:

“Circa la serietà ed il valore dell’opera di Tanusio, Seneca disse: -Sapete come sono pesanti questi annali, e come vengono chiamati-; infatti erano chiamati cacata charta.”

Potete ben immaginare l’ilarità scatenata dalla pittoresca espressione, che proviene dal libello di Catullo, più precisamente dal Carme 36.

Annales Volusi, cacata carta,

votum solvite pro mea puella.

nam sanctae Veneri Cupidinique

vovit, si
sibi restitutus essem

desissemque truces vibrare iambos,

electissima pessimi poetae

scripta tardipedi deo daturam

infelicibus ustulanda lignis.

et hoc pessima se puella vidit

iocose lepide vovere divis.

nunc o caeruleo creata
ponto,

quae sanctum Idalium Vriosque apertos

quaeque Ancona Cnidumque harundinosam

colis quaeque Amathunta quaeque Golgos

quaeque Durrachium Hadriae tabernam,

acceptum face redditumque votum,

si non illepidum neque invenustum est.

at vos interea venite in ignem,

pleni ruris et inficetiarum.

annales Volusi, cacata carta.
Annali di Volusio, carta cacata,
sciogliete il voto per la
mia ragazza.
Alla santa Venere ed a Cupido fece
voto, se le fossi stato restituito
e avessi smesso di vibrare truci
giambi,
che avrebbe dato i sceltissimi scritti del pessimo
poeta al dio dal piede lento
da bruciare con legna
maledetta.
E lo vide la pessima ragazza di far voto
agli dei con scherzo e garbo.
Adesso o nata dall’azzurro
mare,
tu che abiti il santo Idalio e l’aperta Uri,
tu che ( abiti) Ancona e Cnido ricca di canneti,
tu che
Amatunte, tu che Golgi,
tu che Durazzo, osteria dell’Adriatico,
rendi accetto e realizzato il voto,
se non è
sgarbato e scortese.
E voi intanto venite nel fuoco,
pieni di campagna e di sciocchezze,
annali di Volusio, carta
cacata.

Vi confesso che non ho colto subito il senso della poesia, ho dovuto chiedere aiuto ad un amico. Catullo chiede con un apostrofe agli Annali di Volusio, che definisce “cacca scritta”, di sciogliere un voto presumibilmente della sua “ragazza”, Clodia, una donna colta e spregiudicata con la quale aveva stretto una relazione incrinata da continui “tira e molla”. Clodia aveva fatto voto con Venere e Cupido che, se Catullo fosse tornato da lei e avesse smesso di scrivere poesie truci contro di lei, avrebbe fatto dono a Vulcano, “il dio dal piede tardo”, in un rogo di legna maledetta, delle pagine dei peggiori poeti. Lesbia riteneva Catullo il peggiore poeta, mentre Catullo ritiene tale Volusio. Con una seconda apostrofe Catullo si rivolge a Venere, di cui elenca i luoghi di culto, di accettare il voto e di considerarlo già compiuto, “se non è uno scherzo di cattivo gusto”. Con una terza apostrofe si rivolge nuovamente agli Annali di Volusio, invitandoli a “venire al fuoco” e definendoli “ispirati alla ruralità”.

Un amico del gruppo Latino antico e moderno di Facebook scrive: “Il significato di “charta” in Catullo (che forse scriveva “carta”, ma questi sono dettagli) affiora dal carme 1.
“Charta” propriamente è la striscia di papiro, che forma il rotolo o “volumen”. Per metonimia, “charta” viene perciò a significare rotolo.” La tesi del “parto anale” di un testo scadente è autorevolmente sostenuta. Noi siamo troppo condizionati dalla familiarità con la carta igienica, perciò riteniamo erroneamente che l’opera di Volusio ne sia stata l’antenata.

Volusio viene nominato anche nel Carme 95 in cui si nomina la Zmyrna di Cinna, che ha richiesto nove anni di lavoro. Catullo ci dice che “Zmyrnam cana diu saecula pervolvent” (la Zmyrna sfoglieranno lunghi, canuti secoli), ma per ironia della sorte l’opera è andata perduta. Il poeta contrappone al capolavoro di Cinna l’opera di Volusio: “At Volusi Annales Paduam morientur ad ipsam” (Gli Annali di Volusio morranno nei pressi di Padova). Catullo ne approfitta per criticare un altro autore: “At populus tumido gaudeat Antimacho” (Antimaco il serioso allieterà il popolo). Il poeta predice per l’opera di Volusio l’oblio e tale ipotesi, a differenza di quella relativa al poema di Cinna, si avvererà.

«Zmyrna mei Cinnae nonam post denique messem
quam coepta est nonamque edita post hiemem,
milia cum interea quingenta Hortensius uno
. . . . . . . . .
Zmyrna cavas Satrachi penitus mittetur ad undas,
Zmyrnam cana diu saecula pervoluent.
at Volusi annales Paduam morientur ad ipsam
et laxas scombris saepe dabunt tunicas.
. . . . . . . . .
Parva mei mihi sint cordi monimenta …,
at populus tumido gaudeat Antimacho.»
«La Zmyrna del mio Cinna dopo nove estati e dopo nove inverni
che è stata cominciata è stata infine pubblicata,
mentre Ortensio (ha scritto) cinquecentomila versi in un solo (anno)
. . . . . . . . .
La Zmyrna sarà mandata profondamente fino alle onde del Satraco,
La Zmyrna per lungo tempo leggeranno le vecchie generazioni.
Ma gli annali di Volusio moriranno sulla stessa Padova
e spesso forniranno tuniche abbondanti per gli sgombri.
. . . . . . . . .
Che i piccoli capolavori del mio (amico) mi stiano a cuore …,
al contrario, che il pubblico esalti il gonfio Antimaco.»

La mia professoressa del liceo mi ha spigato inoltre che i due carmi sarebbero una dichiarazione di poetica con cui Catullo contrappone Antimaco a Callimaco, il suo modello. “Antimaco era poeta alessandrino, molto facondo e prolisso; il contrario di Callimaco, che invece era portatore di un’idea di poesia sintetica, limpida e colta. Catullo si ispira a questo secondo modello, insieme al suo gruppo di amici, e non perde occasione di punire coloro che a Roma poetavano secondo il modello più antico e sovrabbondante.” Quella che il carme 36 propone è una sorta di schermaglia intellettuale tra Catullo e Lesbia, in quanto i due avevano in comune anche la passione letteraria, pertanto si può concludere che i carni che ho citato sarebbero, secondo la mia prof, anche due dichiarazioni di poetica.

Ma chi era Volusio? Una nota lo definisce un “poeta ignoto, ma in quanto autore di un genere epico (Annali, lo stesso titolo del poeta enniano. Catullo non approva nemmeno le opere di quest’ultimo autore seguendo il principio callimacheo per cui “grosso libro, grosso danno”), certo non gradito alla poesia neoterica, dove Volusio è opposto a Cinna“. Dal Carme 95 sappiamo che era originario di Padova, ma non conosciamo altro della sua biografia. Probabilmente la sua opera riguardava la storia della città di Padova.

Un latinista del gruppo Facebook Latino antico e moderno mi ha aiutato a saziare la mia curiosità fotocopiando un suo libro.

La traduzione della parte in rosso è la seguente: “Ortensio, che non toccò altro che il genere lirico delle poesie, non è menzionato da Catullo Carm. XCV., Tanusio, travestito sotto il nome di Volusio, è da rimproverare.” Tale versione non coincide con ciò che ho letto ne Le vite dei Cesari. Ho sentito infittirsi il mistero e ho sentito il forte bisogno di trovare il passo in cui Seneca menziona Tanusio. Non ho trovato le parole dell’autore, ma sull’Antologia dei Carmi di Catullo di Florilegium ho trovato una nota che offre un’altra interpretazione: “Volusi: autore di Annales, non è citato altrove. Alcuni lo hanno voluto identificare con un certo Tanusio Gemino, citato da Seneca (Ep. 93,11) per i suoi ponderosi annales, ma resta quantomeno dubbio. Di lui si sa quanto ci dice C., qui e nelc. 95,7 ove risulta nativo di Padua, alla foce del Po. Per carta si intende naturalmente il foglio di papiro (chartes) in greco), il materiale scrittorio più in uso nell’antichità fino alla comparsa della carta, scoperta in Cina nel I sec. a.C. ma introdotta in Europa dagli Arabi solo dopo il Mille“.

Un professore universitario appartenente al già menzionato gruppo di Facebook mi ha invece proposto la versione de La vita dei Cesari: Tanusio e Volusio sarebbero due persone differenti e Seneca starebbe citando Catullo. In rete purtroppo non ho trovato il passo di Seneca in questione, perciò dovrò fidarmi delle sue parole. Su una pagina fotografata di un’opera del medesimo professore tale tesi viene sostenuta affermando che l’opera di Volusio sarebbe in versi mentre quella di Tanusio sarebbe in prosa, inoltre Catullo usava pseudonimi solo per la sua Lesbia.

Chi ha dunque ragione? Misteri della filologia!

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