Il libro VIII dell’Eneide


Potete trovare il testo originale qui, ma io ho utilizzato una vecchia edizione offerta in omaggio dal Corriere della Sera una quindicina di anni fa.

Come Turno portò fuori dalla rocca dei Laurenti il segnale di guerra

E con rauco canto strepitarono i corni

E come spronò gli acri cavalli e incitò le armi

Turbati immediatamente gli animi allo stesso tempo con tutto un trepido

Tumulto giura il Lazio e si scatena la gioventù

Esaltata. Tra i comandanti i primi (sono) Messapo e Ufente

E lo spregiatore di dei Mezenzio e da ogni parte raccolgono

Aiuti e devastano i ricchi campi ai contadini.

E inviato anche Venulo alla città del grande Diomede,

che chiede aiuto e i Teucri sono entrati nel Lazio,

Enea era sbarcato da una flotta e (vi) introduce

i penati vinti e dice che dal destino egli è richiesto

quale re e che molte tra le genti si stanno associando all’uomo

Dardanio e che il nome v largamente crescendo nel Lazio.

Cosa trami con questi progetti, a quale evento, se la fortuna assiste,

ambisca dalla guerra, più manifesto a lui stesso

apparirà che al re Turno o al re latino.

Questo per il Lazio. E vedendo tutte queste l’eroe Laomedonteo

Fluttua nella grande marea degli affanni

E ora il rapido pensiero qui, ora nell’altro divide

E in varie parti lo spinge e per ogni dove lo fa esplorare:

così come quando una tremula luce sui bronzi catini d’acqua

riflessa dal sole o dal raggiante specchio della luna,

tutto all’ingiro per un ampio tratto va guizzando e già nel vuoto

si slancia e batte sulle travature dell’alto soffitto.

Era notte e per tutte le terre un profondo sopore dominava le stanche

Creature e la stirpe dei quadrupedi e degli alati:

allorchè il padre di Enea sulla riva e sotto la volta gelata

del firmamento, turbato nei pensieri dalla triste guerra,

si distese e diede il riposo per le membra tardi.

A questo (parve) che lo stesso dio del luogo, Tiberino, dal sereno fluire

Affiorasse in figura di vecchio tra le fronde

Di pioppo: lo velava con un glauco ammanto un’impalpabile

Tela e canne ombrose gli ricoprivano i capelli;

allora così parlava e con questi detti gli alleviava l’angoscia:

“O germinato da schiatta di dei, che ci riporti la città troiana

Tra i nemici e serbi Pergamo eterna

O atteso dal suolo laurente e dai seminati latini,

qui per te certa è la casa, certi (non arrenderti) i penati;

né sii atterrito da minacce di guerra: totale è la remissione dei furori e

dei rancori divini.

E già da te, che queste non credi vane fingere il sonno,

scoperta sotto i leucri del litorale una grande scrofa,

partoriti trenta capi di feti, giacerà,

bianca, riversa al suolo, bianchi nati intorno alle poppe;

[questo sarà il luogo della città, quella la disposta requie alle pene]

Per questo al compiuto ritorno di tre volte dieci anni una città

Costruirà Ascnio dalla chiara denominazione di Alba.

Non vaticinio cose infondate. Ora con che via da quando incalza

Possa liberarti con successo, in breve (sta’ attento!) t’insegnerò.

In quelle contrade gli Arcadi, stirpe derivata da Pallante,

che come compagni il re Evandro, che con le insegne seguirono,

scelsero un luogo e posero la città sui colli,

Pallanteo dal nome dell’antenato Pallante

Costoro conducono guerra assiduamente con la gente latina;

Prendili alleati con te ai tuoi accampamenti e stringi un patto;

io stesso ti guiderò fra le mie rive e dritto per il fiume.

Alzati, figlio della dea, e cadendo le prime stelle

Offri a Giunone le preghiere di rito e supera con supplici voti

L’ira e le minacce. A me vincitore renderai

Onore: io sono, che tu scorgi col calmo letto

Stringere le rive e solcare le terre fertili,

l’azzurro Tebro, un fiume molto grato al cielo.

Qui ho la mia grande casa, il capo esce da superbe città”.

Disse, quindi si immerge nell’alto stagno,

dirigendosi sul fondo; la notte e il sonno lasciarono Enea.

SI alza e, osservando gli occhi l’oriente del sole

del cielo, secondo il rito delle cave palme sostiene l’acqua

del fiume e tali voci diffonde al cielo:

“Ninfe, Ninfe Lurentine, che traete origine dalle fonti,

e tu, o Tebro, genitore con il tuo fiume sacro,

accogliete Enea e finalmente allontanate i pericoli.

E tu che hai pietà dei nostri guai, da qualunque fonte si diparta

il tuo bacino, da qualunque suolo esca bellissimo,

sempre sarai celebrato dal mio onore, sempre dai doni,

fiume cornigero, signore delle acque Esperidi:

Assistimi e conferma più da vicino la tua divinità”.

Così dice e scegli dalla flotta una coppia di biremi

E la adatta al remigio, allo stesso tempo equipaggia i compagni con le armi.

Ecco anche un prodigio improvviso e mirabile agli occhi,

candida per il bosco, dello stesso colore del bianco figlio

si sdraiò e sulla verde spiaggia scorge una scrofa.

E questa il pio Enea infatti a te, a te, grandissima Giunone,

sacrifica, compiendo sacrifici, e con il gregge la colloca sull’altare.

Il Tebro quella notte, che fu lunga, calmò l’iroso

Fiume e refluendo così trattenne la tacita onda,

in modo tale di distendere secondo l’uso di un mite stagno e di una placida

palude la superficie dell’acqua, affinchè non ci fosse fatica nel remare.

Perciò accelerarono il viaggio intrapreso con un secondo rumore.

Scivola il legno unto sull’acqua: si meravigliano anche le onde,

si meraviglia il bosco non abituato ai brillanti scudi degli uomini

da lontano sul fiume e al fatto che nuotano dipinte carene.

Essi faticano al remo sia di notte sia di giorno

E superano lunghe insenature e sono coperti da vari

Alberi e sulla placida distesa d’acqua solcano verdi foreste.

Il sole infuocato si era elevato a metà orbita del cielo,

quando vedono i muri e la rocca e i tetti

sparsi delle case, che ora la potenza Romana ha eguagliato

al cielo, allora Evandro aveva un povero paese:

Dirigono più velocemente le prue e si avvicinano alla città.

Per caso quel giorno il re Arcade portava al grande Anfitrioniade

E agli dei un solenne onore davanti alla città nel bosco sacro. Il figlio di Pallante con lui,

con lui tutti i primi tra i giovani e lo scarso senato

offrivano (davano) incensi e tiepido sangue fumava verso gli altari.

Come videro le navi erette sia scivolare in mezzo

al bosco Opaco sia scivolare sui remi silenziosi,

sono atterriti dall’improvvisa visione e lasciate tutti

le mense si alzano. E a questi l’audace Pallante vieta

di interrompere i riti e, portata via una lancia, egli stesso vola incontro

e da lontano da un’altura: “Giovani, quale causa vi spinge

a tentare vie ignote? Dove vi dirigete?” dice

“Qual è la vostra stirpe? Da quale casa? Portate qui pace o armi?”.

Allora il padre Enea così dice dall’alta poppa

E con la mano protende un ramo di ulivo portatore di pace:

“Vedi Troiani e lance nemiche ai Latini,

che quelli con una guerra superba condussero profughi.

Chiediamo Evandro; porta questo (ramo) e dite che Comandanti

scelti della Dardania sono venuti a chiedere armi alleate”.

Pallante si stupì, colpito da tale nome:

“Sbarca, chiunque tu sia” dice “e parla alla presenza

Del padre e accostati ospite ai nostri penati”;

e lo accolse con la mano e stretta la destra gli si accostò.

Procedendo entrano nel bosco e lasciano il fiume.

Allora Enea si rivolge al re con parle amiche:

“O il più valente del ceppo della Grecia, a cui la Fortuna ha voluto che io

Supplicassi e che porgessi i rami ornati con un nastro,

certamente non temetti che tu fossi la guida dei Danai e degli Arcade

e che fossi parente della stirpe della coppia degli Atridi;

ma la mia virtù e i santi oracoli degli dei

e i padri congiunti, la tua fama diffusa sulla terra,

mi unirono a te e mi condussero volente ai fati.

Dardano, primo padre e fondatore della città di Ilio,

da Elettra, come i Greci narrano, generata da Atlantide,

vieni portato ai Teucri; il grandissimo Atlante generò

Elettra, colui che sostiene sulla spalla il globo celeste.

Mercurio è vostro padre, che la candida Maia formò

Generato sulla gelida cima di Cillene:

ma Atlante, lo stesso Atlante, se crediamo a ciò che si ascolta,

genera Maia, colui che innalza le stelle del cielo.

Così la stirpe di entrambi si scinde da un unico sangue.

Avendo fiducia in ciò non strinsi patti con te né con ambasciatori né

Con i primi tentativi attraverso l’arte: offrii me, me stesso e

la mia Testa e venni supplice agli occhi.

La medesima stirpe dei Dauni, e te, inseguono con una crudele

Guerra; se scacciano noi, credono che nulla impedisca che

Certo più profondamente inviino tutta l’Esperia sotto il loro gioco

E che tengano il mare che sopra e sotto bagna.

Accogli e dà fiducia. Abbiamo forti cuori

In guerra, abbiamo animi e gioventù provati dalle cose”.

Aveva detto Enea. Quello già da un po’ esaminava con gli occhi

la bocca E gli occhi e tutto il corpo di colui che parlava.

Allora così poche cose dice: “Come te, fortissimo tra i Teucri,

accolgo e riconosco favorevole! Come ricordo le parole

del genitore e la voce e il volto del grande Anchise!

Infatti ricordo colui che visitava il regno della sorella Esione,

Priamo figlio di Laomedonte dirigendosi a Salamina,

più lontano visitava i gelidi confini dell’Arcadia.

Allora la prima adolescenza mi vestiva le guance con il fiore,

e ammiravo i comandanti Teucri, ammiravo anche lo stesso

figlio di Laomedonte, ma più alto di tutti andava

Anchise: a me la mente giovanile ardeva per il desiderio

Di parlare all’eroe e di congiungere la destra alla destra.

MI accostai e desideroso lo condussi sotto le mura di Feneo.

Quello partendo mi diene un’insigne faretra e frecce

di Licia e una clamide intrecciata d’oro

e un paio di redini d’oro, che ha ora il mio Pallante.

Quindi anche la mano che chiedi è da me stretta in un patto,

e quando prima la luce di domani si offre alla terra,

vi congederò lieti dell’aiuto e gioverò con i mezzi.

Intanto questo rito annuale, poiché qui veniste

Da amici, che è illecito differire, celebrate con noi

Da sostenitori e già ora abituatevi alla mensa degli amici”.

Non appena (ebbe) detto queste cose, ordina anche ricollocate le vivande di riporre

I bicchieri ed egli stesso colloca gli uomini su sedili erbosi

E accoglie Enea al posto d’onore su un trono e sulla pelle

di un villoso leone e lo invita sul trono di legno d’acero.

Allora giovani eletti a gara e il sacerdote dell’altare

Portano le viscere arrostite dei tori e caricano su canestri

I doni della faticosa Cerere e dispensano Bacco.

SI ciba Enea e insieme alla gioventù Troiana

Con la terga di un intero bue e con le interiora sacrificali.

Dopo che fu rimossa la fame fu represso il desiderio di mangiare,

il re Evandro dice: “Non una superstizione vana e ignara degli antichi dei

ci ha imposto queste cose sacre,

queste vivande conformi al costume, questo altare di un tale

nume: salvati dai crudeli pericoli, ospite Troiano,

(lo) facciamo e rinnoviamo i meritati onori.

Già prima guarda questa rupe sospesa tra i sassi,

come quei macigni sparsi lontano e la casa deserta

sta presso il monte e le rocce trascinarono una grande frana.

Questa fu una spelonca, scacciata da un vasto recesso,

che il terribile aspetto del semiumano Caco nascondeva

inaccessibile ai raggi del sole: e il terreno era sempre

tiepido per una recente strage e sulle porte superbe essendo affisse teste

di uomini pendevano pallide con triste putredine.

Enea sacrifica ai penati.

Vulcano era padre di questo mostro: vomitando dalla bocca

Di quello i suoi neri fuochi, avanzava con grande mole.

Il tempo portò finalmente anche a noi che desideravamo

L’aiuto e l’arrivo del dio. Infatti il vendicatore supremo,

orgoglioso del supplizio e delle spoglie di Gerione dai tre corpi,

Alcide si trovava qui e per di qua vincitore conduceva dei tori

Enormi, e i bovi tenevano la valle e il fiume.

Ma la mente efferata del ladro Caco, affinchè non ci fosse alcuna sorta

Di delitto o inganno che restasse inosata o impraticata,

allontanò dalla stalla quattro tori dal corpo

prestante, e altrettante giovenche di straordinaria bellezza;

e questi, affinchè non vi fossero orme di camminata diritta,

tratti per la coda in una grotta e spazzati gli indizi

della strada, rapiti (li) occultava nell’oscura roccia:

Nessun indizio portava alla grotta a coloro che cercavano (chiedevano).

Intanto, quando già il figlio di Anfitrione (Ercole) muoveva dalle stalle

agli armamenti saziati e preparava la partenza,

le mucche nell’allontanarsi muggiscono e tutto il bosco

si riempie di lamenti e lasciano i colli con clamore.

Una delle mucche risponde alla voce e muggisce sotto un vasto

Antro e pur custodia ingannò la speranza di Caco.

Qui davvero il dolore di Alcide si era aggiustato con le furie e

Con la nera bile: impugna le armi con la mano e il rovere appesantito

Di nodi e si dirige di corsa alle alture dell’aereo monte.

Allora per la prima volta i nostri occhi videro Caco

che temeva E turbato: subito fugge più veloce dell’Euro

e si dirige verso la grotta, il timore aggiunse le ali ai piedi.

Come si chiuse e rotte ferocemente le catene,

scagliò il sasso, che pendeva grazie all’arte paterna

del ferro, e fece del masso difesa e puntello alla porta,

ecco furente nell’animo giungeva Tirinzio e, esaminando

ogni accesso, qui e là portava il viso,

fremendo di rabbia con i denti. Tutto fervido d’ira tre volte

percorre il monte Aventino, tre volte invano tocca

le soglie rocciose, tre volte stanco siede nella valle.

Stava ritta una rupe scoscesa da ogni parte alzandosi

Dal dorso dei sassi della grotta, altissima a vedersi,

opportuna dimora a nidi di sinistri uccelli.

Come inclinata incombeva a sinistra dal fiume sul giogo,

puntando sulla destra agita nel verso opposto e la liberò

strappata dalle profonde radici; quindi all’improvviso

lo colpisce, e per questa spinta risuona il massimo cielo,

le rive sussultano e il fiume spaventato rifluisce.

Ma appare la grotta e scoperchiata la grande reggia

Di Caco e si apre l’interno delle ombrose caverne:

come se una forza aprendo la profonda terra

apre le dimore infernali e scopre i pallidi

regni, invisi agli dei, si distingue sopra un immane

baratro, le anime trepidano entrata la luce.

Sorpreso dunque all’improvviso dalla luce inattesa

E intrappolato nella roccia cava e più ruggente del solito

L’Alcide dall’alto lo schiaccia con le frecce e raduna tutte

Le armi e lo incalza con vasti rami e macigni.

Anche quello (e non [gli resta] infatti gia la fuga sopra alcuno tra i pericoli)

Vomita dalle fauci un grande fumo (mirabile

A dirsi) e una cieca caligine avvolge la casa,

sottraendo il prospetto allo sguardo, e agglomera sotto l’antro

una notte fumosa, con tenebre miste a fuoco.

L’alcide furioso non sopportò e egli stesso si gettò

attraverso il fuoco con un salto veloce, dove per primo il fumo

conduce l’onda e la grande caverna ribolle per la nebbia scura.

Qui circondato nelle tenebre cattura in un nodo Caco

Che vanamente rigetta gli incendi e lo soffoca premendo

Gli occhi spinti in fuori e (si fa) secca la gola per il sangue.

Subito la cupa abitazione si spalanca, rovesciate le porte,

e le mucche sottratte e i furti ripudiati

si mostrano al cielo e l’orrendo cadavere è tratto fuori

per i piedi. I cuori non possono saziarsi guardando

i terribili occhi, il volto e il petto villoso

di setole dell’(essere) mostruoso e estinti nelle fauci delle fiamme.

Da quello si celebrò il rito e i posteri lieti

Conservarono il giorno e per primo Potizio (fu) autore

E la casa Pinaria fu custode del culto di Ercole.

Collocò quest’altare nel bosco, che sempre da noi

 È detto Massima e che sempre sarà la Massima.

Perciò conducete, o giovani, nel culto di tali lodi

Cingete le chiome con le fronde e porgete i calici con la destra,

e invocate il dio comune e date i vini di buon grado”.

Aveva detto, un pioppo bicolore con l’ombra erculea

Velò anche le chiome e pendette intrecciato con le foglie

E la sacra coppa riempì la destra. Più velocemente tutti

Libano lieti in mensa e pregano gli dei.

Frattanto Vespero diventa più vicino all’Olimpo inclinato.

E già i sacerdoti e per primo Potizio sfilavano,

cinti da pelli secondo l’uso e portavano fiamme.

Instaurano il banchetto e portano doni graditi

Della seconda mensa e accumulano gli altari con colmi vassoi.

Allora i Salii intorno agli altari accesi giungono

Al canto cinte le tempie con dei rami,

questo il coro dei giovani, quello (il coro) dei vecchi; i quali portano con delle poesie

le lodi e le gesta di Ercole; come soffocò

i primi mostri della matrigna e i serpenti gemelli stringendo con la mano,

come in guerra lui stesso devastò delle città eccellenti,

e Troia e Ecalia, come le mille dure fatiche

sopportò sotto il re Euristeo per volere dell’iniqua

Giunone. “Tu la stirpe delle nubi, invitto, dalla doppia figura

E Ileo e Folo con la mano hai colpito, tu i prodigi

Cretesi e sotto la rupe di Nemea un grande leone.

Per te tremarono i laghi Stigi, per te il guardiano dell’Orco

Che è sdraiato su ossa semidivorate nell’antro insanguinato;

e non ti atterrì alcun aspetto, non lo stesso Tifeo,

tenendo le armi alto: non (conducendo te della ragione) ti privò del senno

il serpente di Lerna circondò con la turba di teste.

Salve, vera prole di Giove, onore aggiuntivo dei numi,

propizio accostati a noi e ai tuoi rituali con piede favorevole.”

Tali cose celebrano con le poesie: sopra ogni cosa aggiungono

La grotta di Caco e il suo stesso soffiare con il fuoco.

Il bosco risuona per tutto il frastuono e risuonano i colli.

Poi compiute le cose divine tutti si ritirarono

In città. Andava il re sotto il peso degli anni

E teneva vicino come compagno Enea e il figlio

Camminando alleviava la via con vari discorsi.

Enea è ammirato e facile conduce gli occhi tutt’intorno,

è conquistato dai luoghi ed è lieto dei particolari

e pone domande e ascolta le memorie dei primi uomini.

Allora il re Evandro, fondatore della rocca Romana:

“I fauni e le Ninfe indigeni tenevano questi boschi

E una stirpe di uomini nata dai tronchi e da duro rovere,

che non avevano né tradizioni né culti, né sapevano aggiogare

i tori o cumulare beni o risparmiare il guadagno,

ma l’aspra caccia e con il nutrimento dei rami si nutrivano.

Per primo Saturno giunse dal celestiale Olimpo,

fuggendo le armi di Giove ed esule dal regno sottratto.

Costui raccolse la stirpe riottosa e dispersa per gli alti

Monti e diede delle leggi e preferì che fosse chiamata

Lazio  questa che aveva nascosto al sicuro nelle spiagge.

E narrano che sotto quel re questo fu il secolo

d’oro: così governava i popoli in placida pace,

finchè a poco a poco seguì un’età più distruttiva e di tinta

peggiore

e rabbia di guerra e desiderio di possedere.

Allora vennero le schiere Ausonia e le genti Sicane,

e spesso la terra Saturnina cambiò nome;

allora i re e il selvaggio Tebro dal grande corpo,

per cui poi (noi) italici diamo al fiume il nome

Tebro: l’Abula perdette il suo vero nome antico.

Scacciato dalla patria e tendendo agli estremi (confini) del mare,

la fortuna onnipotente e l’ineluttabile fato

mi stabilirono in questi luoghi e mi condussero i tremendi moniti

di mia madre, la ninfa Carmenta, e come autore il dio Apollo”.

Aveva appena parlato: di seguito avanzando mostra sia l’ara

Sia la porta che i Romani ricordano con il nome

Di Carmentale, antico onore della ninfa Carmenta,

indovina fatidica, che per prima predisse i futuri

grandi Eneadi e la nobile (città di) Pallanteo.

Di qui il grande bosco che il fiero (aspro) Romolo

quale Asilo e mostra sotto una gelida rupe Lupercale,

detto secondo il costume Parrasio di Pan Liceo.

E mostra il bosco del sacro Argileto

E attesta il luogo e spiega la morte dell’ospite Argo.

DI qui conduce alla sede di Tarpeia e al Capitolio,

aurei adesso, una volta irto di silvestri cespugli..

Già allora la religiosità funesta dei luoghi intimidiva

I paurosi tra i contadini, già allora tremavano la foresta e la rupe.

“Questo bosco” dice “Questo colle dal frondoso vertice

Abita un dio (quale dio è incerto): gli Arcadi stessi

Credono di avervi visto Giove, scuotendo spesso

Con la destra l’egida nera e muovendo le nubi.

Inoltre vedi queste due fortezze dalle mura

Diroccate e memoria degli uomini antichi.

Questa rocca fondò il padre Giano, quest’altra Saturno:

Questa aveva il nome di Gianicolo, quella di Saturnia.”

Dette tali cose tra loro si avvicinavano ai tetti

Del povero Evandro e vedevano sparsi armenti

Muggire per il foro Romano e per le eleganti Carene.

Quando venuto alla casa disse: “Il vincitore Alcide passò

Su queste soglie, questa reggia lo prese;

Osa, ospite, disprezzare le ricchezze e anche tu renditi

Degno del dio e vieni non aspro alle cose povere”.

Disse e condusse il grande Enea sotto la pendenza di un augusto

Tetto e lo fece accomodare coricato su un letto di foglie e su pelle d’orsa africana.

La notte cala e abbraccia il mondo con le sue ali scure.

Ma la madre Venere non invano atterrita nell’animo

E turbata dalle minacce dei Laurenti e dall’aspro tumulto,

si rivolge a Vulcano e sul talamo d’oro del consorte inizia

così e ispira alle parole divino amore:

“Mentre gli Argolici re devastano con una guerra Pergamo

(a loro) dovuta e la cittadella sarebbe crollata per le fiamme nemiche,

non soccorso alcuno per i miseri, non chiesi armi

dell’arte e delle tue capacità e non volli, carissimo sposo,

che tu esercitassi invano le tue fatiche,

sebbene io dovessi moltissimo ai figli di Priamo

e avessi pianto spesso la dura fatica di Enea.

Ora per i comandi di Giove si è stanziato sulle spiagge dei Rotuli:

quindi io medesima supplice vengo e nume santo per me

chiedo armi madre per il figlio. Te figlia di Nereo,

te poté piegare con le lacrime la moglie di Titono.

Guarda che popoli si uniscono, che mura chiuse

Le porte affilano il ferro contro di me e per lo sterminio dei miei”.

Aveva detto e con le nivee braccia la dea

riscaldò con un morbido abbraccio colui che esitava. Egli immediatamente

accolse la consueta fiamma e il noto calore gli

entrò nelle midolla e gli corse per le ossa vacillanti:

come talvolta, rotto da un tuono corrusco,
un igneo squarcio splendente percorre con la luna i nembi.

Sentì la moglie lieta dell’astuzia e conscia della bellezza.

Allora il padre avvinto dall’eterno amore parla:

“Che cause cerchi di lontano? Cessa la tua fiducia,

o dea, verso di me? Se ci fosse una simile cura:

anche allora né il padre onnipotente né i fati vietavano che Troia

restasse e che priamo sopravvivesse per altri dieci anni.

E ora, se ti prepari a combattere e questa è la tua intenzione,

tutta la cura che posso promettere nella mia arte,

ciò che può essere fatto con il ferro o con l’ambra trasparente,

per quanto valgano il fuoco e il soffio (dei mantici), cessa di dubitare,

pregando, delle tue forze”. Dette queste parole,

diede gli abbracci desiderati e si abbandonò in grembo

alla sposa, accogliendo attraverso le membra un placido sopore.

Quindi, appena il primo riposo già a metà del cammino della Notte

Avanzata aveva scacciato il sonno, quando prima la donna,

che doveva tollerare la vita con il fuso e la tela sottile imposto

da Minerva, ravviva la cenere e i fuochi sopiti,

aggiungendo la notte al lavoro, e affatica le serve alla luce

con un lungo compito per poter serbare casto il letto

dello sposo e possa allevare i pochi nati:

non altrimenti il Signore del fuoco né in quel tempo

si alza dalle morbide coperte per l’attività di fabbro.

Sorge un’isola vicina alla costa della Sicilia e l’Eolia

Lipari, a picco su rocce fumanti,

che, sotto le caverne e gli antri dell’Etna riarsi

dalle fucine dei Ciclopi, tuonano e si odono i possenti colpi

delle incudini e rifrangono un gemito e stridono nelle caverne

masse incandescenti di ferro dei Calibi e il fuoco alita nelle fornaci,

la casa di Vulcano e Vulcania di nome (è) la terra.

Qui allora il dio del fuoco discese dall’alto del cielo.

I Ciclopi lavorano il ferro nel vasto antro,

sia Bronte sia Sterope sia Piracmone dalle membra nude.

Nelle loro mani, modellato e con una parte già levigata,

c’era un fulmine, di quelli che il Padre scaglia numerosi
da tutto il cielo sulla terra; parte restava imperfetta.

Avevano aggiunto tre raggi di pioggia addensata,
tre di nuvola acquosa, tre di rosso fuoco e di alato Austro:

ora mescolavano all’opera terribili bagliori

e strepito e terrore e ire con fiamme incalzanti.

Un’altra parte attendevano al carro e alle ruote volanti

Di Marte, con i quali quello eccita gli uomini, con i quali eccita le città;

e l’egida orrenda, arma dello sdegno di Pallade,

levigavano a gara nelle squame d’oro di serpente

e con rettili intrecciati e la stessa Gorgone sul petto

della dea, stravolge lo sguardo dal collo troncato.

“Togliete tutto” dice “e tralasciate i lavori cominciati,

o Ciclopi Etnei, e ponete qui attenzione:

ci sono armi da fare per un forte guerriero. Or servono forze,

ora servono mani rapide, ora serve tutta la maestria dell’arte.

Rompete gli indugi.” Non parlò oltre. Ma quelli

Ratti si accinsero tutti e in egual misura spartendosi

La fatica. Fluisce a rivoli il rame e il metallo dell’oro,

e il micidiale acciaio che si liquefa nell’ampia fornace.

Danno forma a un grande scudo, uno solo contro tutti

I dardi dei Latini, e connettono sette cerchi

Ai cerchi. Altri con mantici ventosi raccolgono

E mandano i soffi, altri tuffano nell’acqua

Il bronzo stridente: geme sotto il peso delle incudini l’antro.

Quelli tra loro sollevano le braccia con molta forza

Nel numero e rivoltano la maglia con salde tenaglie.

Mentre il padre Lemnio queste cose affretta sulle spiagge Eolie,

la luce vitale desta Evandro dall’umile dimora

e i canti degli uccelli mattutini sotto la volta (del cielo).

Si alza il vegliardo e avvolge gli arti con una tunica

E circonda le piante dei piedi con legacci Tirreni;

allora al fianco e alle spalle annoda la spada tegea,

spostando dal lato sinistro la pelle di pantera.

E la coppia di guardia precede dall’alta

Soglia e i cani accompagnano i passi del padrone.

SI dirigeva alla sede appartata dell’ospite Enea

Memore dei discorsi e del dono promesso l’eroe.

E non meno mattutino Enea si avviava.

A questo il figlio Pallante, a quello Acate s’accompagnava.

Incontratisi stringono le destre e si siedono nella stanza

Centrale e finalmente godono di un libero discorso.

Il re per primo questo:

“Eccelso condottiero dei Teucri, al quale incolume mai

Confesso certamente vinte la potenza o il regno di troia,

a noi per l’aiuto di guerra in rapporto a un così gran nome

le forze (sono) esigue: di qui siamo chiusi dal fiume Etrusco,

 di qui preme il Rutulo e suona con le armi intorno al muro.

Ma io mi preparo a congiungere a te popoli di numerosi regni e ricchi

Accampamenti, e la sorte inattesa ostenta questa

Salvezza: qui ti presenti richiesto dal destino.

Non lontano da qui, fondata su un masso vetusto sono abitate

Le terre (sedi) della città di Agilla, dove un tempo una stirpe

Lidia, insigne in battaglia, si collocò su cime etrusche.

Per molti anni in seguito re Mezenzio tenne questa fiorente con superba

Autorità e con armi crudeli.

Che ricordare (degli) indicibili eccidi, (dei) feroci fatti

Del tiranno? Gli dei li riserbino al capo di loro stessi e del (loro) popolo!

Che inoltre congiungeva corpi morti ai vivi

Sovrapponendo le mani alle mani e i volti ai volti,

qual genere di supplizio, e gocciolandi di marcia e sangue pesto

in un misero abbraccio li trucidava con lenta morte.

Ma stanchi infine i cittadini armati accerchiando lui stesso

Che infuriava cose indicibili e la casa,

massacrano gli alleati, lanciano il fuoco sui tetti

Egli, scampato alla strage, nei territori di Rotuli

Si rifugia e si fa difendere dalle armi del generoso Turno.

Quindi insorge tutta l’Etruia con giusto fervore:

ridomandano il re al supplizio essendo presente Marte[1].

Io a queste milizie aggiungerò te, Enea, come comandante.

Certamente le fitte navi fremono per tutta la spiaggia

e ordinano di portare le insegne; trattiene l’aruspice antico

cantando i fati: “O diletta gioventù della Meonia,

fiore e virtù degli antichi uomini, che il giusto dolore porta ai nemici

Mezenzio accende con meritata ira,

a nessun Italico è lecito sottomettere un tale popolo:

scegliete capi stranieri.” Allora la schiera etrusca per questo
si arrestò sul campo atterrita dai moniti degli dei.

Lo stesso Tarconte inviò a me degli oratori e la corona del regno

Con lo scettro e manda le insegne,

che io succeda nell’accampamento e ottenga le monarchie tirrene.

Ma per me una vecchiaia impacciata dal gelo ed esausta dalal serie degli anni

È ostile al comando, e tarde le energie ad atti eroici.

Esorterei (mio) figlio, affinchè misto alla madre Sabella

Non tragga parte della patria da questo. Tu, di cui sia per gli anni

Sia per il genere indulge il fato, che gli dei pretendono,

fatti avanti, o fortissimo capo dei Teucri e degli Italici.

Inoltre questo mio Pallante, speranza e conforto nostro,

a te affiderò: sotto la tua guida si abitui a tollerare

la milizia e i gravosi impegni di Marte[2], a considerare le tue imprese e che tu sia ammirato dai primi anni.

Duecento cavalieri arcadi a lui darò, scelto nerbo

Giovanile, e altrettanti a te, a suo nome, Pallante”.

Aveva appena detto e fissi in basso tenevano gli sguardi

Achille Anchisiade[3] e il fedele Acate

E valutavano molte difficoltà (cose dure) con il loro triste cuore,

se un segno dal cielo aperto non avesse dato Citerea.

Infatti improvviso dal cielo un lampo vibrato

Venne con un suono e ogni cosa sembrò subito crollare

E lo squillo della tromba di Tirreno squillò per il cielo.

Guardano in su, di nuovo e di nuovo si schianta il grande fragore:

le armi all’interno di una nube in una regione serena del cielo

vedono sfavillare attraverso il cielo sereno e tuonare percosse (sogg. Le armi).

Gli altri furono esterrefatti nell’animo, ma l’eroe troiano

Riconobbe il suono e le promesse della divina parente,

Allora ricorda: “Non in verità, ospite, non chiederti certamente,

quale evento rechi la visione: io sono richiesto dall’Olimpo.

Questo segno profetò che avrebbe inviato la divina creatrice,

se fosse giunta una guerra, e le armi di Vulcano attraverso l’aria

avrebbe portato aiuto.

Ahi, quante stragi incombono sui miseri Laurenti!

Quali pene a me, Turno, darai! Quanti scudi ed elmi di uomini

E corpi forti di valorosi rotolerai sotto le onde,

padre Tebro! Invochino le lame e rompano i patti”.

Quando ebbe detto ciò, si alza dall’alto seggio,

e per prima cosa risveglia gli altari sopiti di Ercole con il fuoco

e lieto si rivolge al Lare esterno e agli umili Penati;

Evandro del pari esegue il rito tradizionale

con pecore scelte adulte, del pari la gioventù troiana.

Dopo ciò procede verso le navi e rivede i compagni.

Dal loro numero elegge i migliori per virtù affinchè lo seguano

In guerra, la parte residua è trasportata dal declivio

Dell’acqua e a suo agio scivola via con il favore della corrente,

prossima messaggera ad Ascanio e delle cose e del padre.

Sono dati cavalli ai Teucri che chiedono le campagne tirrene;

Una conducono a Enea fuor della media, che tutto avvolge

Con una fulva pelle di leone, risplendente per gli artigli dorati.

Vola la Fama subito divulgata per la piccola città,

presto partiranno i cavalieri per la costa del re Tirreno.

Le madri duplicano le preghiere per la paura, e più vicino il pericolo

Si avvicina il timore e già l’immagine di Marte appare maggiore.

Allora il padre Evandro, abbracciato alla destra di colui che va,

abbraccia, lacrimando insaziabile, e tali cose dice:

“Oh se Giove mi riportasse agli anni passati,

quale io ero, quando prostrai il primo nemico sotto lo stesso Preneste,

e incendiai vincitore cumuli di scudi

e inviai con questa (mano) destra re Erilo sotto il Tartaro,

a cui alla nascita la madre Feonia aveva dato tre vite

(orrendo a dirsi): per tre volte si dovevano muovere le armi,

per tre volte andava abbattuto nella morte; e allora tuttavia a costui

questa destra gli tolse tutte le vite e altrettante volte lo spogliò delle armi:

non io ora sarei mai strappato al tuo dolce abbraccio,

figlio, e non Mezenzio aggredendo questa persona a lui vicina avrebbe disseminato tante spietate uccisioni con il suo ferro, allora avrebbe svuotato la città di tanti abitanti.

Ma voi, o divinità, e degli dei tu, suprema guida,

e ascoltate le suppliche di un padre. Se le vostre divinità,

se i fati mi preservano incolume Pallante,

se vivo per vederlo e per ritornare tutt’uno (con lui),

chiedo la vita, mi faccio carico di qualunque disagio.

Se, Fortuna, minacci qualche sinistro evento,

ora, ora mi sia consentito di spezzare una vita ingrata,

finchè ambigui gli affanni, finchè la speranza del futuro (è) incerta,

finchè te, caro ragazzo, mio solo e tardivo compiacimento,

tengo con un abbraccio, né più grave notizia mi ferisca

alle orecchie.” Il genitore spargeva queste parole nell’ultimo

distacco: i servitori lo portavano nella casa svenuto.

E già finchè era uscita dalle porte aperte la cavalleria,

Enea tra i primi e il fedele Acate,

poi gli altri principi di Troia, lo stesso Pallante a metà

dell’esercito, notevole con un mantello e con le armi policrome:

come quando stillante dall’onda dell’Oceano Lucifero[4],

che Venere ha cara davanti alle altre fiamme degli astri,

ha sollevato il viso divino nel cielo e dissolto le tenebre.

Stanno le madri pavide sulle mura e seguono con gli occhi

La nuvola di polvere e le schiere di bronzo splendente.

Quelli armati tendono attraverso i cespugli, per dove è prossima la meta della via;

va un clamore, e fatto un esercito

con quadruplice battito gli zoccoli scuotono il soffice pianoro.

C’è un grande bosco nei pressi del gelido fiume di Cere,

diffusamente venerato per sacra tradizione; da ogni lato colli

cavi (lo) racchiusero) e un bosco (lo) cingono con scuri abeti.

E’ fama che a Silvano consacrassero i primitivi Pelasgi,

dio delle colture e del bestiame, sia il bosco sia un giorno,

coloro che per primi un tempo ebbero i confini latini.

Per nulla lontano da qui Tarcone e i Tirreni tenevano accampamenti

Sicuri come tutti i luoghi e dall’alto colle già poteva essere

Vista la legione e si distendeva per l’ampia campagna.

Qui il padre Enea e la gioventù scelta per la guerra

S’introducono e stanchi curano i cavalli e i corpi.

Ma la candida dea venere tra le nubi dell’etere

Si trovava lì portando doni; e come vide il figlio segreto in una valle

Appartata non lontano dal gelido fiume,

con tali parole si manifestò e si manifestò inattesa:

“Ecco i doni promessi, perfezionati dall’arte di mio

Marito, tale che tu, figlio, non esiti a sfidare in combattimento

O i superbi tra i Laurenti o il crudele Turno.”

Disse e cercò Citerea[5] l’abbraccio del figlio,

pose le armi splendenti sotto una quercia di fronte a lui.

Quello lieto per i doni della dea e per tanto onore,

non poteva appagare e volse gli occhi per ogni singolo (dettaglio)

e ammira, e tra le mani e le braccia rigira

il terribile elmo dal cimiero e minaccioso di lampi

e la spada destino di morte, la corazza di bronzo rigida,

sanguigna, imponente, come quando una nuvola azzurra

avvampa ai raggi del sole e rifulge in lontananza;

allora i levigati schinieri di ambra e di oro purissimo,

e l’asta e l’indescrivibile testura dello scudo.

Qui storie d’Italia e trionfi dei Romani[6]

Non ignaro alle preveggenze né inconsapevole dell’era avvenire,

aveva fatto il Signore del Fuoco, qui tutto il lignaggio della futura

stirpe da Ascanio[7] e in sequenza le guerre combattute.

Aveva fatto anche la lupa fresca di parto nel verde antro[8]

Riversa di Mavorte, intorno a queste mammelle

Giocano attaccati dei bambini gemelli e lambiscono impavidi

La madre, quella ricurva per quanto riguarda il collo liscio

(li) accarezza alternatamente e plasma i corpi con la lingua.

E non lontano da qui aveva aggiunto Roma e le Sabine rapite senza moralità,

compiuti l’assemblea degli spettatori ed i giochi circensi[9],

e subito scoppia una nuova guerra

tra i Romulidi e Tazio[10] e i severi vecchi di Cures

Poi i medesimi re, cessato lo scontro tra loro,

stavano armati davanti all’altare di Giove e impugnando le coppe,

e stringevano alleanza con il sacrificio di una porca.

Non lontano da qui rapide quadrighe in diverse direzioni Metto[11]

Avevano squartato (ma tu fossi restato, Albano, uomo di parola!)

E Tullo strascinava le viscere dell’uomo mentitore

Attraverso la foresta, e grondavano le spine sparse di sangue.

E ancora Porsenna[12] ordinava di raccogliere il distaccato

Tarquinio e premeva la città con un grande assedio:

gli Eneadi si accanivano sul ferro per la loro libertà.

Vedresti quello simile all’indignato e simile

Al minaccioso, perché Coclite[13] oserebbe scardinare il ponte

E Clelia[14] nuotava nel fiume rotti i vincoli.

Sulla sommità della rocca Tarpea stava Manlio[15] come

Custode in difesa del tempio e teneva le alture del Campidoglio,

la nnuova reggia appariva irta per i tetti di paglia di Romolo.

E qui un’oca argentea svolazzante per i dorati

Portici annunciava che i Galli erano sul limitare.

I Galli si trovavano tra i cespugli e tenevano la cittadella,

difesi dalle tenebre e dal dono di una notte opaca:

d’oro[16] la loro capigliatura e d’oro le vesti,

brillano nei mantelli variegati, allora i colli color del latte

sono avvinti d’oro, ciascuno fa balenare in mano

due giavellotti alpini, protetti i corpi da lunghi scudi.

Qui aveva sfoggiato i Salii[17] saltellanti e i Luperci[18] nudi

E il lanoso vertice[19] e gli ancili[20] piombati Dal cielo,

madri caste conducevano sacri arredi

per la città su carrozze ondeggianti. Non lontano da qui aggiunge

anche le tartaree sedi, i profondi ingressi di Dite[21],

e le pene dei delitti, e te, Catilina[22], sospeso

a un dirupo minaccioso e tremando al cospetto delle Furie[23],

separati i giusti, qui dando Catone le giustizie.

Tra queste si allargava l’immagine d’oro del mare

Rigonfio, ma l’azzurro spumeggiava con flutto bianco;

e intorno in circolo delfini d’argento lucenti

spazzavano le marine con le code e fendevano le ondate.

Nel mezzo era dato scorgere flotte bronzee, la battaglia

Di Azio[24], e schierato Marte, vedresti tutti

I Leucade ribollire e i flutti spiccare d’oro.

Di qui Cesare  Augusto, conducendo gli Italici in battaglia,

con i senatori e il popolo, i Penati e i Grandi Dei,

stando ritto sul ponte, a cui doppie fiamme lampeggiano

le tempie liete[25] e sulla fronte si schiude la stella paterna.

In un’altra parte con il favore dei vennti e degli dei Agrippa[26]

Alto guidando l’esercito; a cui (superba insigne di guerra)

Le tempie rostrate sfavillano della corona navale[27].

Di qui con un’opera barbarica e con vasto armamento Antonio[28],

vincitore sui popoli dell’Aurora e sul rosso litorale,

l’Egitto[29] e le forze di Oriennte e con sé l’ultima Bactra[30]

trasporta e lo segue (sacrilegio) l’egiziana consorte.

Tutti in una corrono e tutta la piana schiuma sconvolto dai remi

Ribattuti e dai rostri e da tre tridenti.

Si dirigono al largo: crederesti navigare per il mare le Cicladi

Sradicate o eccelse montagne correre incontro a montagne,

tanta mole incalzano i soldati dalle poppe turrite[31].

Stoppa incendiata si sparge con le mani,

i campi di Nettuno si arrossano per una nuova strage.

La regina[32] al centro chiama gli eserciti con il sistro patrio[33],

né anche scorge i serpenti gemelli alle sue spalle.

Mostruosi dei di ogni razza[34] e il latratore Anubi

Contro Nettuno e Venere e contro Minerva

Impugnano strali, nel mezzo dello scontro infierisce Mavorte[35]

Cesellato nel ferro e le funeste Dirae[36] dall’etere

E va godendone la Discordia[37] con la veste lacerata,

che con una frusta sanguigna segue Bellona[38].

Capendo ciò, l’Aziaco[39] Apollo tendeva l’arco

Dall’alto: tutti nel panico ll’Egitto e gli Indi,

tutti gli arabi, tutti i Sabei[40] voltavano la schiena.

La stessa regina si vedeva dare le vele al vento

Chiamato e già mollare le funi allentate.

Quella tra i cadaveri, tinta dalla morte futura,

aveva fatta il Signore del Fuoco portar via dalle onde e dallo Iapige[41],

contro di lei poi con un grande corpo il Nilo triste

e che spalancava il grembo e con tutta la veste chiamava

i vinti nel seno cilestro e nelle misteriose correnti.

Ma Cesare, innalzato dal triplice trionfo[42] tra le romane

Mura, agli dei Italici, voto immortale, consacrava

Per tutta la città trecento magnifici santuari.

Le vie fremevano di letizia, di giochi e di applausi;

in tutti i templi una processione di madri, in tutti altari;

davanti agli altari è lastricata la terra di giovenchi abbattuti.

Egli, sedendo sulla soglia di Febo, bianco come la neve,

ripesa ai doni dei popoli e le affigge ai battenti

superbi; incedono le genti vinte in lungo ordine,

quanto varie nelle lingue, tanto nell’abito delle vesti e nelle armi.

Qui il fucinatore aveva plasmato la stirpe dei Nomadi e gli Afri,

qui[43] i Lelegi[44] e i Cari[45] e i Geloni[46] portatori di frecce;

l’Eufrate andava già più mite con le onde,

e l’umanità estrema, i Morini[47], il Reno bicorne,

e  gli indomiti Dahi[48] e l’Arasse[49] indignato al ponte.

Tali [spettacoli] attraverso lo scudo di Vulcano, dono della madre,

è ammirato e ignaro della storia gioisce per l’immagine,

portando sul braccio sia la fama sia i destini della discendenza.


[1] “Essendo imminente la guerra”. Marte è il dio della Guerra.

[2] Gli impegni di Marte sono gli impegni militari

[3] Figlio di Anchise

[4] La stella Diana.

[5] Citerea: appellativo di Afrodite. La dea, dopo essere nata dal mare, era approdata sull’isola di Citera, nel mar Egeo.

[6] Il trionfo era l’onore concesso dal senato al generale che avesse riportato una vittoria militare di particolare rilievo. Costui faceva il suo ingresso a Roma su un carro trainato da cavalli bianchi, indossando una toga purpurea e ricamata e una con foglie di palma trapunte. Il generale portava sul capo una corona d’alloro, brandiva uno scettro ed era accompagnato dai suoi soldati che non solo lo lodavano, ma lo deridevano, i prigionieri e il bottino di guerra.

[7] Figlio di Enea, detto anche Iulo, da cui nascerà la gens Giulia di Giulio Cesare.

[8] Il lupercale

[9] La tradizione voleva che il ratto delle Sabine fosse avvenuto durante le corse dei cavalli che avevano luogo in occasione dei Consualia, le celebrazioni in onore di Conso, dio dei granai.

[10] Re di Cures, il quale, a causa del rapimento delle donne sabine, portò guerra a Roma e prese il Campidoglio per il tradimento di Tarpea. Venuto ad un accordo con Romolo, regnò insieme con lui sui Sabini e sui Romani. Cinque anni più tardi, durante un sacrificio, venne ucciso per vendetta dai Laurentini, i cui ambasciatori aveva fatto ingiustamente sopprimere.

[11][11] Metto, o Mettio, è un leggendario dittatore di Alba Longa che si adoperò affinché la disputa per la supremazia tra Alba e Longa fosse risolta tra Orazii e Curiazii.

[12] Un re etrusco che appoggia Lucio Tarquinio il Superbo dopo che questi, scacciato da Roma, tenta di riconquistare il trono. A costui sono associato una serie di aneddoti patriottici ed eroici romani. E’ probabile che Porsenna sia un personaggio storico, testimonianza del dominio degli etruschi su Roma.

[13] L’eroe romano avrebbe tenuto a bada gli Etruschi di Porsenna che si accingevano ad attraversare il ponte Sublicio per entrare a Roma, finchè il ponte stesso non fu completamente demolito alle sue spalle dagli stessi Romani. Egli si sarebbe salvato attraversando il Tevere a nuoto.

[14] Giovane romana consegnata in ostaggio a Porsenna. Riuscì a fuggire guidando le compagne in una traversata notturna del Tevere, ma fu riconsegnata agli Etruschi in rispetto degli accordi. Porsenna, ammirandone il coraggio, la lasciò libera con altri ostaggi.

[15] Difensore di Roma quando i Galli presero la città nel 390 a.C. Successivamente venne condannato a morte perché accusato di voler impossessarsi del potere regio.

[16] Figura retorica della ripetizione della parola “aurea”.

[17] A partire dal III secolo i Salii vennero descritti dagli storici come dei guerrieri Germani, alleati (Laeti) dei Romani. Furono la prima tribù germanica che, provenendo da oltre il limes, si stabilì permanentemente sul territorio romano.

[18] Coloro che celebrano i Lupercalia. Clicca qui per sapernne di più.

[19] Il copricapo tipico dei flamini, terminante con una bacchetta di legno d’olivo, completamente avvolta in fili di lana, che formavano alla sua estremità una sorta di nappa.

[20] ANCILI in “Enciclopedia Italiana” (treccani.it)

[21] Dite nell’Enciclopedia Treccani

[22] Il celebre Catilina delle Catilinarie.

[23] Furie nell’Enciclopedia Treccani

[24] Battaglia di Azio – Wikipedia

[25] Il fuoco che irradia dalle tempie del discendente di Augusto ripete il miracolo analogo che aveva avuto come protagonista Ascanio ed era stato esplicita indicazione divina di un destino glorioso.

[26] Collaboratore di Augusto. Agrippa, Marco Vipsanio nell’Enciclopedia Treccani

[27] Nel 36 a.C. per la vittoria sulla flotta di Sesto Pompeo, Agrippa aveva ricevuto come onorificenza la corona navalis, ornata con riproduzione in miniatura delle prue e dei rostri.

[28] Marco Antonio – Wikipedia

[29] Con tale termine si indicava l’Africa settentrionale in generale.

[30] Oggi Balkh, città del Turkestan afgano, situata sul fiume omonimo, già sede del re persiano della Battriana, ppoi capitale del regno ellenistico con lo stesso nome.

[31] turrito in Vocabolario – Treccani

[32] Cleopatra, ultima regina d’Egitto che si suicidò con un aspide.

[33] Strumento tipico del culto di Iside, una lamina di metallo foggiata a U con un’impugnatura. SISTRO in “Enciclopedia Italiana” (treccani.it)

[34] Si sta riferendo alle divinità egiziane.

[35] Marte, il dio della guerra.

[36] Entità negative (le male passioni), solo astrattamente personificate. Sono talvolta assimilate alle Eumenidi o alle Furie.

[37] Eris, Dea della Discordia | Storia, Mitologia e Leggenda (mitiemisteri.it)

[38] Dea della guerra, compagna di marte, talvolta identificata con Magna Mater o altre divinità.

[39] azìaco in Vocabolario – Treccani

[40] Abitanti dell’Arabia Fertile di spezie e merci preziose. Il nome deriva dalla città principale, Saba.

[41] Vento del nord ovest che spira dalla Iapigia verso la Grecia.

[42][42] Augusto aveva celebrato un trionfo in tre giornate, dal 13 al 15 agosto del 29 a.C., per le vittorie riportate in Dalmazia, ad Azio e ad Alessandria.

[43] Anafora: Figura retorica che consiste nella ripetizione, in principio di verso o di proposizione, della parola o espressione con cui ha inizio il verso o la proposizione principale.

[44] Popolazione pelasgica che avrebbe abitato la Grecia e l’Asia Minore prima dell’arrivo dei Greci.

[45] Gli abitanti della parte più meridionale dell’Anatolia.

[46] Genti della Scizia europea (Russia meridionale), abitanti attorno alle sorgenti del Boristene (oggi Dnepr).

[47] La popolazione più settentrionale della Gallia belgica, sottomessi da Cesare. Si ribellarono, ma poi furono definitivamente sconfitti.

[48] Popolazione nomade delle steppe asiatiche (Scizia), a est del mar Caspio. Non furono mai formalmente assoggettati dai romani.

[49] Fiume dell’Armenia che sfocia nel mar Caspio. Qui viene utilizzato per indicare gli Armeni.

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