“Sparta e la sapienza di Delfi”, versione 22 pag 161. Tutto ciò che al classico non vi dicono su Sparta.


SPARTA E LA SPIENZA DI DELFI, versione 22 pag 161.

“Gli Spartani sono educati molto bene alla filosofia e ai ragionamenti; se infatti vuoi parlare ad un uomo Spartano, dapprima lo trovi facile nelle parole, in seguito costui, come un temibile lanciatore, getta una parola che ha valore del discorso, così che colui che conversa appare piccolo come un bambino. Coloro che possiedono una mente pensano proprio questo, che imitare gli Spartani è praticare filosofia molto più che amare la ginnastica sapendo che poter pronunciare parole vigorose è (proprio) dell’uomo sapiente. Erano saggi anche Talete di Mileto e Pittaco di Mitilene e Biante di Briene e Solone l’Ateniese e Cleobulo il Lindo e Musone di Chene, e lo Spartano Chilone era detto il settimo. Questi erano emulatori e amanti e discepoli dell’educazione degli Spartani; e tu discepolo puoi conoscere le parole memorabili della saggezza delle cose apprese a memoria dette da questi; infatti sono scritte sul tempio di Delfi “Conosci te stesso” e “Nulla di troppo”. Questo era l’uso della filosofia degli antichi, una certa brevità spartana.”

Immagine tratta da Studenti.it

Questa versione di greco mi ha lasciata perplessa perché rivela un aspetto poco studiato della società spartana. Ho così deciso di approfondire l’argomento leggendo l’articolo Sparta. Ammirata, temuta e detestata del mensile Storica di Aprile 2022. Lo scritto offre informazioni poco note sulla città guerriera, piccole perle che spesso al liceo classico non rivelano.

L’articolo non è aperto da un’immagine dei resti archeologici di Sparta, ma da una foto aerea dell’Acropoli di Atene. Il motivo è presto spiegato: secondo Tucidide la più potente città del Peloponneso era costituita da un conglomerato di villaggi sparsi privi di mura, assai meno monumentali di Atene. Ne consegue che i resti della città stato dei lacedemoni non avrebbero mai catturato l’attenzione del lettore della rivista in quanto non testimoniano l’effettiva potenza della città. Ma Sparta non è certo celebre per l’architettura o la cultura, per cui era assai più apprezzata la rivale Atene.

E’ difficile ricostruire le tradizioni spartane: se Atene celebrava la cultura scritta e lasciò un ricco patrimonio artistico, Sparta invece privilegiava la tradizione orale, inoltre non amava gli stranieri in quanto riteneva che avrebbero potuto alterare l’ordine sociale e i valori della città. Ne consegue che non possediamo fonti spartane o appartenenti a visitatori della città, conosciamo soltanto il punto di vista fazioso di coloro che idealizzarono o demonizzarono la polis.

Immagine tratta da Pinterest.

Al culmine della Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) gli ateniesi ammiravano gli avversari spartani al punto da imitarne l’abbigliamento e la dieta, perciò si facevano crescere i capelli, si vestivano con sobrietà e non eccedevano nell’alimentazione e negli alcolici. Tale fenomeno venne chiamato “laconofilia” da Laconia, la regione in cui sorge la città di Sparta. La fama degli spartani deriva soprattutto dalle eroiche gesta dei Trecento nella battaglia delle Termopili: sebbene questo episodio segnò la sconfitta dei greci nella Seconda guerra persiana, le prodezze spartane ispirarono coraggio nei greci e spaventarono i persiani, rendendo possibili le successive vittorie[1]. Scriverà al riguardo il poeta Simonide di Ceo: “Seppur morti, essi non sono morti. Perché la virtù li innalza magnificandoli dalla loro dimora di morte”.

Gli spartani erano dunque un popolo di guerrieri, ma erano celebri anche per il proprio modello sociale, infatti una classe di soldati era esentata dal lavoro quotidiano poiché al loro posto faticavano gli iloti, degli schiavi di proprietà pubblica. Gli ateniesi aristocratici criticavano la democrazia privilegiando un sistema oligarchico simile a quello spartano, pertanto ammiravano la città stato rivale. Lo storico e filosofo Senofonte elogiava dunque Licurgo, il mitico fondatore di Sparta, per aver proibito ai cittadini di dedicarsi al commercio e all’artigianato privilegiando la politica, la guerra, la caccia e lo sport, le sole attività degne di un aristocratico secondo il suo punto di vista. Licurgo avrebbe inoltre stabilito che tali attività sarebbero state praticate pubblicamente. Lisia sosteneva che Sparta fosse inoltre caratterizzata da maggiore stabilità politica rispetto alle polis greche, pertanto veniva proposta come modello anche sotto questo punto di vista.

Il sito archeologico di Sparta.

Nella prima metà del IV secolo a.C. Platone indicò la città come esempio per la polis di Kallipolis, nella Repubblica, e di Magnesia, nelle Leggi. Il filosofo ateniese considerava la città l’incarnazione della cosidetta “costituzione mista”, una particolare combinazione di monarchia, aristocrazia e democrazia che avrebbe permesso di evitare la tirannide (governo nelle mani di un despota), l’oligarchia (potere nelle mani di pochi) e l’oclocrazia (governo delle masse). Ma com’era strutturato il sistema politico spartano? Sparta era governata da due re, un consiglio degli anziani costituito da esponenti delle famiglie nobili, oltre all’assemblea dei cittadini e gli efori, che rappresentano il popolo e tenevano a freno gli altri due poteri. Per tale ragione, secondo Polibio, i lacedemoni “sono quelli meglio governati tra i Greci e vivono in armonia”. Tucidide ci informa inoltre che in città era diffusa una certa uguaglianza economica, infatti “i più abbienti generalmente si mantennero allo stesso livello del popolo”.

L’oratoria spartana era caratterizzata da una concisione del discorso dovuta al caratteristico rigore della popolazione: lo stile era asciutto al punto da apparire rude e aspro, ma talvolta era alleggerito dall’ironia e da una saggezza ancestrale. Platone mette in relazione tale stile chiamato laconismo con una forma di conoscenza arcaica, anteriore alla sofistica e ai suoi ornamenti retorici. Sarà proprio Platone a dire che lo stile spartano assomiglia a quello delle frasi incise sul frontone dell’oracolo di Delfi e la versione che abbiamo appena tradotto deriva infatti dal Protagora. Non a caso uno dei sette sapienti greci leggendari, Chilone, era spartano.

Sparta aveva naturalmente anche degli haters: veniva infatti considerata arida da un punto di vista culturale poiché non apprezzava la filosofia e non istruivano i giovani nelle lettere e nella musica. Secondo Aristotele le attività fisiche praticate sin dall’infanzia abbruttivano gli spartani, sebbene accrescessero il loro coraggio e ardimento. Gli spartani erano inoltre vittime di scherno nelle commedie ateniesi della fine del V secolo a.C., in particolare nella Lisistrata e negli Uccelli di Aristofane. A teatro i lacedemoni erano in particolare derisi per l’omosessualità. Anche nelle tragedie non troviamo un ritratto positivo degli spartani, infatti nell’Andromaca di Euripide vengono accusati di essere meritevoli di lode soltanto nel combattimento e di essere colpevoli di avarizia e doppiezza. Le donne spartane infine erano le sole greche a praticare attività fisica, durante gli esercizi ginnici si mostravano nude, potevano possedere immobili e un patrimonio personale, ricevevano un’educazione, uscivano sole di casa e avevano voce nella società: per gli altri greci tali nefandezze non potevano essere tollerate.


[1] Lo storico Eforo scrive: “Sarebbe giusto ritenere causa della comune libertà dei Greci [i Trecento] e non quelli che in seguito furono vincitori nelle battaglie contro Serse, perché il ricordo delle gesta di quegli eroi provocò nei barbari il terrore e incitò i greci ad emulare la loro bravura

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