“Le rane” di Aristofane al Teatro Fontana di Milano, uno spettacolo diviso in due.

“Le rane” di Aristofane al Teatro Fontana di Milano, uno spettacolo diviso in due.

Articolo pubblicato su Modulazioni Temporali.

Al Teatro Fontana di Milano è andato in scena Le rane di Aristofane, una delle più celebri commedie dell’arte antica, progetto e regia di Marco Cacciola, con Giorgia Favoti, Matteo Ippolito, Lucia Limonta e un coro di cittadini ogni giorno differente. 

Lo spettacolo è diviso in due atti completamente diversi tra loro per stile, scenografie, contenuti e attori in scena. Il primo atto, che rappresenta la catabasi di Dioniso e del suo fedele servo Xantia, vede in scena tre attori vestiti di bianco e oro. Il testo non è fedele allo scritto di Aristofane, infatti presenta battute riguardanti tematiche a noi contemporanee, come per esempio i gruppi Whatsapp e una canzone moderna cantata dai personaggi; restano invece invariate la comicità travolgente e la trama. Le scenografie sono assenti: le tende del palcoscenico sono serrate, come se tale atto costituisse un’introduzione a ciò che viene portato in scena in un momento successivo. In questa prima parte dello spettacolo prevale lo stile comico e cabarettistico, e si ha l’impressione che esso rimarrà tale sino al termine dell’opera. Ne consegue che ciò che avverrà nel secondo atto provocherà una rottura straniante nello spettatore, poiché lo spettacolo cambia radicalmente. 

Finalmente Dioniso giunge negli inferi e si ritrova in un ambiente che lo scenografo Federico Biancalani ha voluto rappresentare come buio, fumoso, grazie alla macchina del fumo, e con un imponente albero bianco e spoglio sullo sfondo. A differenza del primo atto, è presente il coro, che svolge una funzione molto differente da quella del teatro greco: gli attori recitano uno alla volta e non coralmente. Alcuni versi del testo originale dell’opera di Aristofane, tradotto da Maddalena Giovannelli e Martina Treu, vengono proiettati sullo sfondo, come la più incantevole e solenne delle poesie. Viene inoltre rappresentato un rito dionisiaco psichedelico: Dioniso e il suo servo vengono spogliati, il loro corpo viene dipinto (Dioniso di bianco e Xantia di nero) e i due iniziano a ballare una danza forsennata con il coro. Una donna del coro si priva degli indumenti neri per indossare un vestito rosso e una sciarpa blu, poi si allontana attraversando la platea. Viene infine portato in scena un rettilario contenente degli insetti, in una riproduzione in miniatura del teatro,  e. tutto ciò viene ripreso e ingrandito su due schermi da una telecamera. Lo spettacolo ora è privo di trama e il significato delle scene simboliche e sconnesse tra loro è oscuro. La luce chiara del primo atto è in contrasto con il buio che domina questa seconda parte dello spettacolo. È singolare il modo in cui è stato rappresentato Dioniso. Il personaggio usava, per parlare di sé, i pronomi maschili, ma era interpretato da una donna. Si tratta di una scelta non isolata nelle rappresentazioni moderne del teatro greco, infatti anche ne Le baccanti andato in scena al Teatro Greco di Siracusa nel 2021 Dioniso era interpretato da un’attrice. Il secondo aspetto inusuale era che la donna era gravemente obesa. Si tratta di una scelta fortemente suggestiva ed efficace, che conferisce originalità allo spettacolo, soprattutto considerando l’importanza che riveste il corpo nella rappresentazione. Gli attori in scena non sono mai completamente nudi, ma restano in biancheria intima, e di un seno nudo vengono coperti a malapena i capezzoli. Non ha importanza che gli autori abbiano scelto di non mostrare un nudo integrale, in quanto è stato sufficiente alludere al nudo per mostrare la carnalità dei riti orgiastici dionisiaci. 

L’opera è molto lontana dallo stile del teatro classico, tuttavia è importante saper rileggere le opere antiche in chiave moderna: siamo autori e spettatori contemporanei, pertanto non siamo più in grado di leggere in un testo solo i significati che coglievano i greci, ma interpretiamo l’opera attribuendole i valori del nostro tempo. Non è nemmeno importante conoscere i significati che il regista ha voluto attribuire alle scene del secondo atto, in quanto ciascuno spettatore le può interpretare a proprio piacimento: lo spettatore assiste ad uno spettacolo differente da ciò che ha pensato il regista proprio per tale ragione.

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