“Se non posso ballare non è la mia rivoluzione” al Carcano, una carrellata di cento donne presentate da Lella Costa.


Cosa accomuna Lucrezia Corner, Amandine Dupin, Dorothy Parker e Qiu Jin? L’appartenenza al genere femminile. E chi meglio di Lella Costa, un’artista che ha più volte affrontato tematiche femminili, può presentarci cento tra le più straordinarie donne della storia? Il teatro Carcano ha presentato un monologo frizzante che celebra i successi e le fatiche delle donne, un progetto ad opera della regista Serena Sinigaglia. Questo spettacolo, ispirato a  Il catalogo delle donne valorose di Serena Dandini, non ha avuto vita facile: è andato in scena per la prima volta nel gennaio 2020 e, dopo essere stato dimenticato per due anni a causa della pandemia, è stato nuovamente proposto al pubblico ottenendo uno straordinario successo.

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Per presentare cento donne in cento minuti è stato necessario ridurre all’osso la loro biografia, presentandone i tratti essenziali; ne consegue che Lella Costa e Gabriele Scotti, occupandosi della scrittura scenica, hanno dovuto avvalersi di una straordinaria capacità di sintesi, scrivendo poche ma efficaci frasi ad effetto. Certe volte, come nel caso di Alfonsina Strada, Lella Costa interpreta il personaggio prestandogli la voce in una delle sue esilaranti imitazioni, altre volte, come per Saffo, riporta una sintetica presentazione parlandone in terza persona, altre ancora interpreta persone vicine a tali grandi donne, come quando ha dato voce al bruto che ha chiesto a Rosa Parks di alzarsi dal posto che aveva occupato sull’autobus. Se la fanciulla in questione era un’artista in capo musicale, come Janis Joplin o Maria Callas, Lella Costa lascia che sia la musica a parlare e si limita a danzare. Si tratta di un monologo denso di informazioni e che ha richiesto all’attrice in scena una forte presenza sul palco, ma Lella Costa ha egregiamente superato la sfida.

Al centro della scena di Maria Spazzi troneggia una scala di mattoni quadrati con alcuni ciuffi di finte erbacce; ogni mattone è un display su cui compaiono le lettere che formano il nome della donna che Lella Costa sta presentando. Si tratta di una soluzione semplice ma estremamente suggestiva, che suddivide il monologo in tanti capitoli, uno per ogni donna protagonista. I capitoli sono scanditi anche dalla musica, in quando alcune delle brevi biografie hanno una colonna sonora. All’inizio e al termine dello spettacolo i mattoni si trasformano in un orologio digitale che segna l’ora, come se presentare cento donne in cento minuti sia una sfida. Ad un certo punto dello spettacolo sono piovuti sul palcoscenico dei coriandoli, una pioggia artificiale ed è stata utilizzata la macchina del fumo.

Il colore dominante è il rosso: rosso è l’abito di Lella Costa, rosso è il mantello fiorato che indossa, rossa è la sciarpa che sventola danzando, rosso è la sfumatura che a tratti assumono le luci. Si tratta del colore della passione che hanno animato le cento donne protagoniste e può anche essere associato alla rivoluzione che si nomina nel titolo.

A differenza dell’opera letteraria da cui è tratto, lo spettacolo non utilizza il termine “valorose”, forse perché non è necessario in quanto è sottointeso. Le donne presentate da Lella Costa sono molto diverse tra loro e, nonostante siano tutte artefici di imprese straordinarie, molte non sono conosciute, infatti non vengono studiate nella scuola dell’obbligo e nelle università vengono solamente nominate sbrigativamente. Ne consegue che questo spettacolo è necessario in una società come la nostra perché le donne hanno bisogno di spazi che parlino di loro. Per presentare così tante donne in breve tempo è stato necessario utilizzare la figura retorica dell’enumerazione, grazie alla quale accresce la sensazione che le protagoniste elencate siano davvero numerose e che proprio per questo le donne meritino di essere raccontate.

Nonostante l’abbondanza di informazioni storiche lo spettacolo è spensierato, allegro e a tratti comico. Ancora una volta Lella Costa ha saputo incantare il suo pubblico.

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