Il prologo del I libro delle “Georgiche” di Virgilio, traduzione e commento.


GEORGICHE I, 1-42.

Il prologo delle Georgiche è costituito da un breve riassunto delle tematiche del poema, un’opera in versi sull’agricoltura, la dedica a Mecenate, il dedicatario dell’Opera, e l’invocazione agli dei tutelari e a Ottaviano. Il testo è ricco di riferimenti alla mitologia classica; l’autore ne da per scontata la conoscenza da parte del lettore in quanto tale argomento era ben noto a tutti nell’antichità.

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Cosa rende lieti i campi, sotto quale stella convenga rivoltare la terra,

Mecenate[1], unire agli olmi le viti,

quale cura dei bovi, chi debba avere il culto delle pecore,

quanta esperienza si debba dedicare alle frugali api,

da qui comincerò a cantare. Voi, o luminosissime luci

del mondo, che conducete l’anno che scorre nel cielo[2];

Libero[3] e la nutrice Cerere[4], se per vostro dono la terra

Mutò la turgida ghianda Caonina[5] con la turgida spiga

E scoperta l’uva lo mischiò alle tazze Acheloe[6];

e voi, numi presenti dei campi, Fauni[7],

muovete insieme il passo Fauni e giovinette Driadi[8]:

canto i vostri doni; e tu, a cui la terra percossa dal grande tridente

produsse prima il fremente cavallo,

Nettuno[9]; e tu, abitatore dei boschi,

a cui trecento nivei giovenchi mordono i fiorenti cespugli di Cea[10];

Pan[11], custode delle pecore, egli stesso lasciando il bosco patrio e le balze del Liceo[12],

se tu provi amore per il Menalo[13], assistimi favorendomi, o Tegeo[14],

Minerva[15] inventrice dell’ulivo e fanciullo[16] inventore del ricurvo aratro

E Silvano[17], che porti dalla radice un tenero cipresso;

e tutti gli dei e le dee, che avete cura di proteggere i campi

e che nutrite nuovi frutti da nessun seme

e che gettate dal cielo pioggia sufficientemente abbondante;

e tu appunto, Cesare[18], che subito è incerto quale concilio degli dei

debba essere abitato, se vuoi vegliare sulle città

e avere cura delle terre e il massimo globo ti

prenda come potente autore delle messi e delle stagioni

cingendo le tempie con il materno mirto[19];

o venga come dio dell’immenso mare e i marinai

venerino soltanto il tuo dio, a te sia serva l’ultima Tule[20]

e Teti[21] con tutte le onde ti acquisti come genero;

o forse che tu aggiungi un nuovo astro ai lenti mesi,

dove un luogo è aperto tra Erigone[22] e le Chele che la seguono

(già lo stesso ardente Scorpione[23] ti ritrae le braccia

E ti lascia un’ampissima giusta parte di cielo);

qualunque cosa sarai (infatti né il Tartaro[24] spera che tu [sia il suo] re,

né a te venga un tale funesto desiderio di regnare,

sebbene la Grecia ammiri i campi Elisi[25]

e Proserpina[26] invocata non si cura di seguire la madre),

dammi un facile percorso e consenti all’audace impresa

e pietoso con me degli agresti che non sanno la via,

guidali, e già da ora avvezzati alle invocazioni dei voti.

Publio Virgilio Marone

Publio Virgilio Marone è il massimo poeta di Roma e fu celebre anche nelle epoche successive, infatti era considerato un mago nel Medioevo in quanto avrebbe predetto la nascita di Cristo e fu la guida di Dante nell’Inferno e nel Purgatorio nella Divina Commedia. L’autore nasce il 15 ottobre del  70 a.C. ad Andres, un paese di modeste dimensioni vicino a Mantova. Nelle sue opere e in quelle di autori successivi che lo menzionano ritornano più volte i riferimenti alla terra natia. A Cremona Virgilio studia in una scuola di grammatica, successivamente approfondisce la retorica a Milano e l’eloquenza a Roma. Si distingue per le sue doti intellettuali sin dagli esordi scolastici, infatti a soli quindici anni ottiene la toga virile. Inizialmente avrebbe voluto diventare un avvocato, ma abbandona tale proposito per la timidezza e i difetti di pronuncia: durante il suo primo discorso in pubblico non riuscì nemmeno a proferir parola. Il poeta decide così di dedicarsi allo studio di medicina, matematica e filosofia.

Nel 41 a.C. vennero confiscati dei territori per destinarli alla ricompensa dei veterani della battaglia di Filippi, tra cui i terreni di Mantova di Virgilio; si trattò di un periodo traumatizzante per il poeta, da cui però Virgilio trasse ispirazione per le sue opere. Nel 43 a.C. l’autore è costretto a trasferirsi prima a Roma e poi a Napoli, dove frequenta la scuola epicurea di Filodemo e Sirone e conosce Orazio; anche questa fase della sua vita influenzò profondamente le sue opere.

La sua prima opera furono le Bucoliche, un poema a sfondo pastorale il cui titolo significa “canto dei bovari”, un poema a sfondo pastorale. L’opera affronta diversi temi poetici ed è ricca di intromissioni letterarie, è inoltre ambientata in un paesaggio italico familiare e in un’Arcadia idealizzata. Viene introdotta l’autobiografia, un tema sino ad allora inesplorato nella letteratura. Il poeta venne introdotto nella cerchia di Mecenate da Orazio, di cui era amico intimo.

La sua seconda opera sono proprio le Georgiche, mentre il suo capolavoro è l’Eneide, composta nel decennio compreso tra il 29 a.C. e il 19 a.C. All’epoca l’epica si ispirava a Ennio, ma Virgilio scelse come modello l’epica tradizionale latina, tra cui quella di Omero dell’Iliade e dell’Odissea. L’opera, che narra le vicissitudini che hannno portato Enea a insediarsi in Italia da Troia, è suddivisa in dodici libri e ha denso significato politico e storico; il linguaggio è colto, distante dal latino parlato, ma sono presenti termini non poetici di livello medio. Il verso è in esametri regolari e flessibili, gli arcaismi e i poetismi sono ampiamente sviluppati, l’allitterazione è fortemente presente e dei numerosi epiteti introducono l’analisi psicologica del personaggio.

Al poeta è anche attribuita l’Appendix Vergiliana, una serie di componimenti giovanili. Virgilio muore a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C di ritorno da un importante viaggio in Grecia, compiuto forse per ricevere dei pareri tecnici sull’Eneide. Secondo alcuni la causa della morte sarebbe un colpo di sole, ma esisterebbero anche altre ipotesi. Prima di morire Virgilio chiese ai compagni di studio Plozio Tucca e Vario Rufo di distruggere il manoscritto incompiuto dell’Eneide, ma i due non rispettarono le sue ultime volontà e lo consegnarono all’imperatore. Nonostante l’incompiutezza, l’opera divenne il poema nazionale romano.

Le Georgiche sono un poema epico-didascalico di duemila versi composto da quattro libri; il tema principale sono le attività agricole, ma compaiono anche inserti narrativi. Il titolo deriva dal verbo greco georgéin, che significa “lavorare la campagna”. La stesura dell’opera, avvenuta a Napoli, richiese quasi un decennio poiché l’autore effettuava un maniacale labor limae[27], infatti durò dal 37 al 29 a.C.; al termine di tale periodo, Virgilio accompagnato da Mecenate la lesse ad Ottaviano Augusto. Il poema è dedicato a Mecenate poiché costui ne fu l’ispiratore e il suggeritore, nel III libro infatti Virgilio menziona gli haud mollia issua, vale a dire le forti insistenze del suo protettore. Nel proemio viene invocato Ottaviano Augosto, l’imperatore dell’epoca; le Georgiche furono scritte molto probabilmente perché il ministro di Ottaviano cercava con una strategica e arguta politica agricola di riportare all’amore per la terra sia i piccoli proprietari eredi dei propri poderi sia coloro che avevano ricevuto le terre confiscate. Nel 26 a.C. Virgilio curò una seconda edizione dell’opera, nella quale il mito di Aristeo o la sola favola di Orfeo e Euridice sostituì l’elogio di Gallo, colui che si era suicidato in Egitto per aver perso il favore dell’imperatore. A noi è giunta soltanto la seconda edizione.

L’opera è il principale poema didascalico della letteratura latina. Ciascuno dei quattro libri tratta un’attività specifica del contadino. I primi due libri sono dedicati alla coltivazione, più precisamente al lavoro nei campi il primo e il secondo alla coltivazione delle piante (in particolare quelle tipiche del Mediterraneo, come la vite e l’ulivo); gli ultimi due all’allevamento: il terzo tratta il bestiame “nobile”, vale a dire bovini ed equini, il quarto il bestiame “minuto”, l’apicoltura. I libri sono simmetrici, infatti iniziano con un prologo e terminano con una favola mitologica.

Il genere letterario didascalico era ritenuto privo di ogni finalità pratica. Per Mecenate l’opera avrebbe dovuto avere come fine ultimo la propaganda, ma Virgilio crea un capolavoro di poesia. Il poema didascalico nacque in Grecia con Esiodo e assunse un suo stile particolare, elevando a poesia un linguaggio tecnico specifico. Per scrivere il poema, Virgilio si documentò studiando le seguenti opere:
– il De agri cultura di Catone;
– il De re rustica di Marrone;
– le Opere e i giorni del poeta greco Esiodo;
– le Georgiche del poeta greco Nicandro;
l’Economico dello storico greco Senofonte.

Il poema ha un preciso intento politico e ideologico, vale a dire la promozione dei valori tradizionali di concordia, pace, sobrietà, laboriosità, devozione religiosa, castità, patriarcato e, in generale, i valori del mos maiorum[28]. Tali valori trovano l’attuazione pratica proprio in campagna, in quanto essa richiede un lavoro continuo per non essere sterile. Virgilio è consapevole delle fatiche del contadino e ne attribuisce la causa a Giove, che non vuole che gli abitanti delle sue terre siano pigri. A differenza delle Bucoliche, che sono un regno pastorale di fantasia, la campagna delle Georgiche è colta nella sua concretezza, nelle sue fatiche umili e quotidiane: si tratta di un mondo reale. La dura vita dei campi consentirebbe un ritorno all’età dell’oro, in quanto la vita rustica sarebbe per Virgilio la più consona alle esigenze umane, pertanto viene idealizzata.

Il poeta alterna passi didascalici ad altri sentimentali e mitologici; il risultato è una trattazione vivace, lontana dalla freddezza e dalla monotonia della precettistica rurale. Alcune digressioni hanno il tono dell’idillio celebrativo come il II libro, più precisamente l’esaltazione dell’Italia, l’inno alla primavera, la beatificazione della vita dei campi, intesa come mezzo di restaurazione sociale e civile. Altri passi sono invece caratterizzati da una certa inquietudine, come i presagi della morte di Giulio Cesare, con le incertezze di una situazione politica di forte instabilità e nonostante la figura emergente di Ottaviano Augusto. Fatica e idillio sono spesso in equilibrio tra loro, come nella descrizione della vita quotidiana, dura ma tranquilla: è il caso del vecchio Corico che, nei pressi di Taranto, coltiva con ottimi risultati un piccolo podere che ha faticosamente ma con ingegno reso fertile. Nel III libro l’idillio lascia spazio a potenti scenari tragici, in cui dominano l’amore e la morte nel regno animale. La pestilenza narrata nella conclusione del libro contiene un messaggio diretto della stessa condizione umana: l’amore animale è uguale all’amore tra gli uomini, infatti piante e animali sono simili all’uomo e provano sentimenti e passioni tipicamente umane. Nel quarto libro la parte didascalica è molto breve mentre trova ampio spazio il mito di Orfeo e Euridice, inserito nella cornice del mito di Aristeo, che ha perso il proprio alveare perché ha cercato di possedere Euridice, provocandone involontariamente la morte. Il poema è una raccolta di liriche, in cui i passi di varia natura si fondono armoniosamente tra loro e in cui ogni particolare concorre alla bellezza dell’insieme. La linua di Virgilio è semplice e priva di termini rari o di tecnicismi; lo stile è elevato con periodi ben costruiti, apparentemente spontanei ma frutto di un sapiente labor liamae.

FONTI:


[1] Cilnio Mecenate (70-8 a.C.), di origine principesca etrusca, fu un letterato, amico e consigliere di Augusto, coordinatore e ispiratore della politica culturale volta al conseguimento del consenso intellettuale nei confornti del primo imperatore romano. Protesse alcuni dei massimi poeti e scrittori dell’epoca come Virgilio stesso, Properzio, Orazio, Vario e molti altri. Il termine “mecenate”, che indica colui che protegge e promuove degli intellettuali o degli artisti, deriva proprio da costui. E’ il dedicatario dell’opera.

Il circolo di Mecenate

[2] E’ un riferimento allo Zodiaco.

[3] Denominazione latina del dio Bacco. Liber è all’origine divinità del pantheon italico, solo successivamente identificata con Bacco/Dioniso. Il termine è calco dell’analogo appellativo greco Ελεύθερος, che significa “Libero”.

Bacco, particolare

[4] Divinità delle messi e dei raccolti che, per trasposizione figurata, può indicare il grano e il pane così come il nome di Dioniso viene utilizzato per indicare il vino. E’ identificata con la dea greca Demetra.

La dea Cerere, copia romana

[5] Epiteto relativo alla località greca di Dodona, nell’Epiro, ritenuta origine della prima umanità. I Caoni erano una delle principali popolazioni del luogo. La quercia di Dodona fu un nume oracolare ricco di prestigio. Dietro l’utilizzo di tali termini si cela il ricordo delle prime età dell’uomo, l’età dell’oro, in cui l’uomo viveva in un’innocenza naturale.

[6] Acheloo, uno dei maggiori fiumi della Grecia, oggi chiamato Aspropotamo. Le sue sorgenti si trovano presso la catena del Pindo; segna il confine tra l’Etolia e l’Arnania e sfocia nel Mar Ionio. Per trasposizione indica in Virgilio e in altri autori classici l’acqua pura di fonte.

[7] Creature divine dei boschi, in Italia di antichissima tradizione. Proteggono il lavoro nei campi, le greggi, la caccia. Sono creature metà uomini e metà capre, come i satiri greci.

Disegno di un fauno

[8] Driadi – Wikipedia

Disegno di una Driade.

[9] Dio del mare identificato con la divinità greca Poseidone; all’origine era una divinità invera signora dei terremoti. Ha creato il primo cavallo, che è considerato agli albori della religione greca un demone, un’emanazione dell’oltretomba. Il simbolo di Nettuno è il tridente, una traccia dell’antica natura terrena del dio.

Incisione di Nettuno

[10] Isola del Mar Egeo presso l’Attica, appartenente all’arcipelago delle Cicladi. A Cea si venera l’”abitatore dei boschi” Aristeo, famoso per l’allevamento delle api. Il mito di Aristeo viene trattato nel quarto libro e fa da cornice a quello di Orfeo e Euridice.

[11] Divinità pastorale dotata di barba e di due piccole corna; la parte inferiore del suo corpo è di capro, un’immagine ereditata dal diavolo cristiano. La sua apparizione improvvisa può scatenare il panico. Inventore della “siringa”, apprezza feste e spettacoli pastorali.

Mosaico raffigurante il dio Pan.

[12] Monte dell’Arcadia nel Peloponneso, dimora del dio Pan. Il culto di Pan ha origine nell’Arcadia.

[13] Sistema montuoso dell’Arcadia, altra residenza di Pan.

[14] Tegea è una città dell’Arcadia dove era particolarmente venerato Pan..

[15] Scaturita già adulta dalla testa di Zeus, è identificata con Pallade Atena dei Greci. Il nome in uso presso i latini è di derivazione etrusca. E’ protettrice delle attività intellettuali, delle tecniche scientifiche, della filatura e della tessitura. Ha donato agli uomini la coltivazione dell’olivo.

Statua della dea Atena.

[16] Perifrasi che indica Trittolemo. Trittolemo nell’Enciclopedia Treccani

[17] Divinità italica delle selve e dei campi, che spesso si identifica con Pan. Suo simbolo distintivo è il cipresso.

[18] Ottaviano Augusto, primo imperatore romano. Gli imperatori romani venivano chiamati Cesare.

Statua di Ottaviano Augusto.

[19] La mitologia greca fa del Mirto una pianta sacra ad Afrodite.

Il mirto.

[20] Tra mito e leggenda: l’isola di Thule – IL TERMOPOLIO

Ricostruzione dell’isola di Thule.

[21] In latino Tethys. Si tratta di una divinità marina figlia di Urano (il Cielo) e di Gea (la Terra), madre di tutti gli dei fluviali.

Disegno di Teti.

[22] Costellazione della Vergine che precede appunto nello Zodiaco la costellazione dello Scorpione, menzionata subito dopo. Costellazione Vergine, stelle principali e mitologia – Online Star Register (osr.org)

[23] Costellazione dello scorpione. Costellazione Scorpione, stelle principali e mitologia – Online Star Register (osr.org)

[24] In questo caso il termine Tartaro indica genericamente l’Oltretomba. In realtà Tartaro è figlio dell’Etere e della Terra e il suo nome indica il luogo più profondo degli inferi, dove hanno sede i dannati.

[25] La lieta dimora delle anime beate nell’Oltretomba.

[26] Proserpina – Wikipedia

Il ratto di Proserpina, Gian Lorenzo Bernini.

[27] Operazione di intenso lavoro di rifinitura di un’opera letteraria.

[28] Antiche tradizioni romane, tipiche dei cittadini più conservatori. Col trascorrere del tempo tali valori e tradizioni avrebbero assunto caratteristiche più greche.

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