L’epistola di Medea a Giasone delle Eroidi di Ovidio: traduzione e commento.


MEDEA A GIASONE

[1]Medea_OvidioEroidi12 (unibo.it)

Esule, povera, disprezzata, Medea si rivolge al novello sposo,

o forse non hai nessun tempo libero dal regno?[2]

Ma io, regina di Colchide[3], ricordo che ebbi (tempo libero),

chiedendo la mia arte affinchè[4] a te portasse aiuto!

Le tre Parche o Moire.

Allora le sorelle[5] che dispensano i fati mortali,

avrebbero dovuto svolgere i miei fusi;

allora io, Medea, sarei potuta morire bene. Qualunque delle vite

che ho prodotto da quel tempo, fu pena.

Ahimè! Perché mai, spinta da giovani braccia,[6]

la nave del Pelio[7] chiese l’ariete di Frisso[8]?

Perché mai noi Colchi vedemmo la nave di Magnesia

E voi, schiera di Greci, beveste l’acqua del Fasi[9]?

Perché a me piacquero più del giusto i tuoi capelli biondi

E l’eleganza e la grazia artificiosa[10] del tuo parlare?

O, una volta che era giunta alle nostre spiagge una nuova nave[11]

Di audaci e aveva portato uomini,

L’ingrato figlio di Esone[12] non protetto  fosse andato
contro i fuochi che emanavano le teste fiammeggianti dei tori!
Dopo aver gettato semi, dai semi fossero sorti altrettanti nemici,

affinchè il seminatore cadesse per la sua stessa coltivazione!

Quanta perfidia sarebbe morta con te, sciagurato!

Quante brutte pene sarebbero state allontanate dalla mia testa!

E’ un certo piacere rinfacciare il merito ad un ingrato;

di questo godrò, questa sola gioia avrò da te.

Ordinato di volgere la nave inesperta verso la Colchide

Entrasti nel beato regno della mia patria.

‘Lady Hamilton come Medea’. George Romney. Olio su tela. 1786

Là io, Medea, fui quello che qui è la tua novella sposa;

quanto è (ricco) quel padre, tanto lo era il mio.

Uno possiede Efira[13] dai due mari, quello tiene l’isola del Ponto[14],

la Scizia[15] nevosa, che giace sulla spiaggia sinistra.  

Eeta[16] riceve i giovani Pelasgi come ospiti,

e premete i corpi ellenici sui letti variopinti.

Allora io ti vidi, allora cominciai a sapere chi fossi;

quella fu la mia prima rovina dell’animo.

E (ti) vidi e fui rovinata! E non arsi per una passione nota,

arde come una torcia di pino presso i grandi dei.

Ed eri bello e mi trascinava il mio destino:

i tuoi occhi avevano portato fuori le nostre luci.

Traditore, te ne accorgesti! Chi infatti riesce a celare bene l’amore?

La fiamma si mostra emessa per sua rivelazione.

Intanto l’ordine è dato (detto) a te, affinché premi i duri colli

Di buoi selvaggi al vomere[17] sconosciuto (non avvezzo).  

Erano i tori di Marte pericolosi più che per le corna,

il cui terribile alito era di fuoco,

di bronzo i solidi zoccoli e il bronzo che si estendeva alle narici,

anche queste rese nere attraverso i suoi respiri.

Inoltre ordini di spargere i semi che sono destinati a generare popoli

Per gli ampi campi con mano devota,

che cercano le tue membra con lance nate con loro:

quelle sono messi nocive per il loro contadino.

Ingannare con qualche incantesimo gli occhi del guardiano,

che non conoscono il sonno è l’ultima fatica.

Eeta aveva parlato: tutti sorgete tristi,

e l’alta mensa viene allontanata dai letti purpurei.

Quanto allora erano lontani per te il regno che Creusa[18] porta in dote,

e il suocero e la figlia del grande Creonte[19]?

Te ne vai triste. Proseguo, andandosene con gli occhi umidi

E la lingua disse con un tenue sussurro: <Addio!>.

Come gravemente ferita toccai il letto posto nella mia stanza,

la notte per me fu condotta attraverso le lacrime, per quanto fu (lunga).

Davanti ai miei occhi[20] c’erano i tori e le messi funeste,

davanti ai miei occhi c’era il serpente[21] insonne.

Giasone e Medea. John William Waterhouse. Olio su tela. 1907

Qui c’è l’amore, qui c’è il timore – lo stesso timore accresce l’amore.

Era mattina e la cara sorella[22], accolta al talamo,

e mi trova sparsa le chiome e giacente riversa sul bordo

e ogni cosa era piena delle mie lacrime.

Chiede aiuto per i Minii[23], una chiede e l’altra avrà,

diamo al giovane Esone[24]ciò che quella chiede.

C’è un bosco oscuro sia di pini sia di fronte di leccio,

i raggi del sole[25] riescono a penetrare là a stento;

 in quel (luogo) ci sono –certamente c’erano- dei templi di Diana:

sta la dea dorata, fatta da mano barbarica.

Lo conosci o i luoghi sono dimenticati con me? Venimmo là;

dicesti così parole per primo con la bocca infida:

<La sorte offre a te la legge e l’arbitrio alla nostra salvezza

E nelle tue mani si trova (c’è) sia la vita sia la morte.

E’ sufficiente poter uccidere, se piace il potere stesso;

ma la gloria sarà maggiore per te se mi salverai.

Prego per i nostri mali, di cui tu puoi essere sollievo,

per la stirpe e la divinità del tuo avo che tutto vede,

per il triplice volto[26] e i sacri misteri di Diana

e, se per caso codesta famiglia ne possiede, per gli dei:

o vergine, abbi pietà di me, abbi pietà dei miei (soldati),

fa’ sì che per il tuo aiuto io divenga tuo per sempre!

E se per caso non disdegni un uomo greco,

-ma come posso sperare gli dei a me così propizi?-

Prima il mio spirito si dissolva nell’aria leggera,

che al mio talamo qualcuna che non sia tu diventi (sia) sposa.

Sia testimone Giunone preposta alle cerimonie coniugali

E la dea, nel cui tempio ci troviamo[27]!>.

Queste (parole) mossero l’animo di giovane semplice –e quanta parte era potuta?-

E la destra stretta alla mia destra.

Vidi anche le lacrime – forse c’è una parte di inganno in quelle?

Così io, una fanciulla, fui presa rapidamente dalle tue parole.

Leghi anche i tori dagli zoccoli di bronzo, senza bruciarti il corpo,

e fendi la solida terra con l’aratro come prescritto.

Riempi i campi arati di denti funesti anziché di semi,

e nascono soldati che hanno spade e scudi.

Io stessa, che ti diedi le pozioni magiche, sedetti pallida[28],

quando vidi gli uomini (apparsi) all’improvviso impugnare le armi,

finchè i fratelli generati dalla terra – un fatto mirabile! –

combatterono tra loro stringendo le mani.

Ecco il guardiano insonne irto di squame stridenti,

sibila e spazza la terra torto il petto.

Dove erano le ricchezze della dote? Dove avevi la sposa di stirpe regale

E l’Istmo[29] che separa le acque dei mari gemelli?

Io, che per te ora finalmente (mi) sono fatta straniera,

ora che per te sono povera, ora che a te sembro colpevole,

feci chiudere gli occhi di fuoco con un sonno magico

e che a te diedi in sicurezza il vello che portasti via.

Il genitore fu tradito, abbandonai il regno e la patria,

andai in esilio qualunque opera fosse,

la verginità fu fatta preda di un predone straniero,

con la cara madre fu abbandonata la migliore sorella.

Ma fuggendo, fratello, non ti lasciai senza di me.

In questo solo punto la nostra lettera ha una lacuna:

la destra non osa scrivere ciò che osò fare la mia.

Così io, ma con te, dovrei essere straziata!

E non ebbi tuttavia paura –cosa infatti dopo quella temerei? –

Di affidarmi al mare, e già donna colpevole.

Dov’è il dio? Dove il dio? Che pachiamo in alto (mare) i meriti,

tu le pene dell’inganno, io della credulità.

Oh se le Simplegadi[30] schiacciate ci avessero stritolato

E le nostre ossa si fossero unite alle tue ossa!

O Scilla[31] rapace ci avesse gettati ai cani da mangiare!

Scilla dovrebbe punire gli uomini ingrati.

Medea, con i suoi figli morti, fugge da Corinto su un carro trainato dai draghi. Germán D. Hernández Amores. Olio su tela. 1887

Quello che tante volte vomita flutti e che tante volte li risucchia,

anche noi avesse sommerso nel mare della Trincaria[32]!

Salvo e vincitore ritorni nella città di Emonia[33];

il vello d’oro è offerto agli dei patrii.

Perché dovrei parlare delle figlie di Pelia assassine per pietà[34]

E le membra paterne fatti a pezzi da mano virginee con un fendente?

Sebbene gli altri mi accusino, è necessario che tu mi lodi,

per te tante volte sono stata costretta ad essere colpevole.

Hai il coraggio – oh mancano le sue parole per un giusto dolore!-

Hai il coraggio[35] di dire: <Esci dalla casa di Esone[36]!>.

A quell’ordine uscii di casa seguito dai due bambini

E dall’amore per te, che mi segue sempre.

Come improvvisamente alle nostre orecchie giunge il canto

Di Imene[37] e acceso il fuoco le fiaccole brillano

E si diffonde per voi il canto nuziale di una tibia[38],

Pittura vascolare raffigurante una tibia.

Ma per me più triste di una tromba funebre

Temetti fortemente e non ritenevo ancora che fosse una tale sciagura,

ma tuttavia in tutto il petto era freddo.

Una moltitudine si affrettò e ripetutamente gridò: <Imene, Imeneo[39]!>

Quanto più il grido si avvicinava, tanto più ero in preda all’angoscia.

I servi lontani piangevano e nascondevano le lacrime –

Chi vuole essere messaggero di tanti mali?

Qualunque cosa fosse mi avrebbe giovato di più non sapere,

ma come se sapessi, la mia mente era triste,

quando il minore dei ragazzi avendo ordinato o per il desiderio di vedere

si collocò sulla soglia della duplice porta[40];

da lì a me disse: <Madre, vieni! Il Padre Giasone conduce

il corteo e vestito d’oro sprona i cavalli appaiati>.

Immediatamente strappata la mia veste  e battei il petto

E non risparmiai il volto dai graffi.  

L’animo mi persuadeva ad andare nella moltitudine della folla di mezzo

E a rimuovere le corone sottratte dai capelli agghindati.

A stento mi trattenni, certo così sconvolti i capelli

gridai: <E’ mio!> e sovrapposi la mano[41].

O padre oltraggiato, rallegrati! Abitanti della Colchide rimasti gioite!

O ombre del fratello, ricevete i miei sacrifici!

Persi il regno, la patria e la casa sono abbandonata dallo sposo,

che solo era per noi ogni cosa.

Allora potei (domare) serpenti e tori infuriati,

un solo uomo non potei sottomettere.

Medea. Anselm Feuerbach. 1870

E io che respinsi fiamme indomabili con le scienze magiche,

non ho la forza di sfuggire alle mie stesse fiamme.

Le mie stesse formule magiche e le erbe e i canti mi abbandonano.

Non hanno effetto né la dea né i riti sacri della potente Ecate[42].

A me non sono grati i giorni, le notti sono vegliate amare

Ah! Misera, il tenero  sonno non ha il mio petto.

Io che non potei addormentare me stessa, potei farlo con un dragone.

I miei rimedi sono più utili a chiunque che a me.

Un’amante abbraccia gli arti che io ho salvato

E quella ha il frutto della nostra fatica.

Forse anche mentre cerchi di gloriarti di fronte alla tua stolta moglie

E di fare discorsi adatti alle (tue) orecchie ostili,

inventi nuove calunnie contro il mio aspetto ed il mio comportamento.

Che lei rida e sia lieta dei miei difetti,

Che lei rida e[43] si corichi superba sulla porpora di TIro[44]

Piangerà e sarà bruciata da fiamme che supereranno le mie.

Mentre ci saranno ferro e fiamme ed essenze velenose,

nessun nemico di Medea sarà impunito.

E se può accadere che le preghiere tocchino un cuore di ferro,

ascolta ora le parole moderate del mio animo.

Sono così supplice nei tuoi confronti, come tu fosti spesso nei miei,

e non esito a gettarmi ai tuoi piedi.

Se per te conto poco, guarda i nostri figli:

una matrigna crudele infierirà su su quelli che ho generato io.

Sono troppo simili a te, sono colpita dal (loro) aspetto,

e quando li guardo, i nostri occhi si inumidiscono.

Prego per gli dei, per la luce della fiamma avita[45],

per merito e per i due figli, nostro pegno,

restituiscimi il letto, per il quale, folle, lasciai tutte le cose!

Mantieni fiducia a ciò che hai detto e ricambia l’aiuto!

Non io ti imploro contro i tori e gli uomini,

e perché un serpente giaccia vinto grazie al tuo intervento;

te chiedo, che ho meritato, che egli stesso desti a noi,

con te, divenuto padre, sono diventata in pari tempo madre.

Chiedi dove sia la mia dote? L’ho pagata in quel campo,

che tu dovevi arare per portare via il vello.

Quell’ariete d’oro, straordinario per il folto vello,

è la mia dote. Se io ti dicessi: <Rendimelo> Ti rifiuteresti.

La mia dote sei tu salvo, la mia dote è la gioventù greca[46].

Va’ ora, disonesto, fa’ il confronto con le ricchezze di Sisifo[47].

Che tu viva, che abbia una sposa e un suocero potente,

questo stesso (merito) è mio, che tu possa essere ingrato.

A loro veramente fra poco… ma a cosa serve preannunciare

Un castigo?[48] L’ira genera ingenti minacce.

Andrò dove mi porterà l’ira[49]. Forse mi pentirò delle (mie) azioni;

e mi pentirò di avere un marito infedele.

Vedrà codeste cose il dio, che ora sconvolge il mio cuore.

Non so che cosa la mia mente certamente sta meditando di spropositato.

Medea. Alphonse Maria Mucha. 1898

COMMENTO:

Ovidio dedica un’ampia produzione al mito di Medea, cui sono state dedicate un’omonima tragedia, un’epistola delle Eroidi e un passo delle Metamorfosi. Per realizzare tali scritti l’autore a potuto avvalersi di una vasta tradizione: per quanto riguarda la letteratura greca menzioniamo la Medea di Euripide in primis e i libri III e IV delle Argonautiche di Apollonio Rodio; tra gli scritti latini ricordiamo Ennio, Accio e la traduzione del poema di Apollonio di Varrone Atacino, quasi totalmente perduto.

L’epistola in questione è ispirata soprattutto alla tradizione greca, infatti Medea è una donna ancora innamorata, tradita e abbandonata da un perfidus che si è dimenticato della parola data e dei benefici ricevuti. In un momento di amara riflessione Medea rinfaccia all’amato la sua ingratitudine e vorrebbe non aver mai incontrato Giasone, in quanto a causa sua la sua vita è stata soltanto poena. L’eroina non si presenta come una maga incantatrice ma come una giovane innamorata inesperta (puella simplex), travolta da una grande passione. SI tratta di un’interpretazione in contrasto con quella di Ipsipile, che accusava la protagonista di aver ammaliato Giasone con le sue arti magiche e di essere la vera artefice delle imprese dell’eroe. Medea piange e si dispera combattuta tra amor e timor, preoccupata per la sorte di Giasone, pallida di paura, mentre egli affronta con coraggio le durissime prove. Giasone ha indotto la consorte a tradire il padre e a tradire la patria per seguirlo, trasformandola in foemina nocens facendola commettere degli atti criminosi. La Medea di Ovidio ammette la propria colpevolezza e di meritare il castigo, tuttavia ritiene che sia altrettanto colpevole Giasone; Ipsipile invece la ritiene la sola artefice delle malefatte.

Nell’epistola Medea è una donna estremamente passionale, tuttavia non è enfatizzato il suo carattere vendicativo in quanto l’eroina viene raffigurata come una supplice prostrata ai piedi di Giasone, che implora un’ultima volta prima di pronunciare le terribili minacce che fanno eco a Ipsipile.

APPROFONDIMENTI:

https://www.storicang.it/a/medea-strega-barbara-e-donna_15108

BIOGRAFIA:
Ovidio, Eroidi, Garzanti.


[1] Medea abbandona la Colchide per seguire l’amato Giasone, da lei assistito  con le arti magiche nella conquista del vello d’oro. I due si sposano e si stabiliscono a Corinto, purtroppo però Giasone ripudia Medea per sposare Creusa, la figlia del re Creonte. L’eroina, prima di allontanarsi, decide di scrivere a Giasone per rinfacciargli la propria ingratitudine con il cuore infranto. In una fase successiva Medea farà consegnare a Creusa dai propri figli, come dono nuziale, una veste e un diadema intrisi di veleno che, una volta indossati, sprigioneranno fiamme immortali. Con Creusa morirà anche il padre accorso per soccorrerla.

Il testo è in distici elegiaci, vale a dire una particolare tipologia di metrica classica caratterizzata da un distico, l’accostamento di un esametro e un pentametro.

[2] Nella formula di apertura Medea parla di sé in terza persona. Successivamente usa la prima persona, singolare o plurale.

[3] Colchide – Wikipedia

[4] La nave era stata costruita a Pegase di Magesia, in Tessaglia.

[5] Si tratta delle Parche, le Moire greche. Le tre sorelle filano lo stame del destino umano e ne decidono la durata, recidendo tale filo nel momento della vita del malcapitato che ritengono più opportuno.

[6] Per la deprecazione di Medea Ovidio ha preso spunto dai versi iniziali della Medea di Euripide, conosciuti attraverso la rielaborazione latina di Ennio.

[7] il Pelio (gr. Πήλιον) è un rilievo montuoso della Grecia, ricordato spesso nella mitologia. I Giganti sovrapposero l’Ossa al P. quando vollero dare la scalata all’Olimpo. Il monte era l’abitazione dei centauri e specialmente di Chirone, presso cui si radunarono gli dei per le nozze di Peleo e Tetide. Sul P. cacciò Atteone.

Monte della Tessaglia dal quale fu ricavato il legno per costruire la nave Argo.

[8] Atamante ripudiò la moglie Nefele per sposare Ino; quest’ultima odiava Elle e Frisso, i figli che Atamante aveva avuto da Nefele, e cercò di ucciderli per permettere a suo figlio di salire al trono. Venuta a conoscenza dei piani di Ino, Nefele chiese aiuto ad Ermes che le inviò Crisomallo, il quale caricò in groppa i due fratelli e li trasportò, volando, nella Colchide. Elle cadde in mare durante il volo ed annegò, mentre Frisso arrivò a destinazione e venne ospitato da Eete. Frisso sacrificò quindi l’animale agli dei donando il vello a Eete, che lo nascose in un bosco ponendovi un drago di guardia. (Da Wikipedia)

[9] Il fiume Fasi | Arkomil (wordpress.com)

[10] Giasone era esperto di retorica per argomentare nella polis, pertanto il suo stile era artificioso.

[11] Argo fu la prima nave in assoluto a solcare i mari, spingendosi in acque sconosciute.

[12] Giasone (gr. ᾿Ιάσων) è un Mitico eroe greco, figlio di Esone re di Iolco e di Polifeme (o Polimede o Alcimede), il capo della spedizione degli Argonauti. Marito di Medea.

[13] Nome primitivo di Corinto.

[14] Ponto – Wikipedia

[15] Scizia – Wikipedia

[16] Eeta (gr. Αἰήτης) è il mitico figlio di Elio (il Sole) e dell’Oceanide Perse, re di Ea nella Colchide. È con Circe, Pasife e Fetonte una delle principali figure della discendenza diretta di Elio; sposo dell’Oceanide Idyia («la saggia»), ebbe da lei Calciope, Medea, Absirto. Occupa un posto di primo piano nel mito degli Argonauti.

[17] Vomere: aratro.

[18] Seconda moglie di Giasone, figlia di Creonte.

[19] Creonte (figlio di Liceto) – Wikipedia

[20] Anafora: Figura retorica che consiste nella ripetizione, in principio di verso o di proposizione, della parola o espressione con cui ha inizio il verso o la proposizione principale

[21] Alcuni traduttori preferiscono tradurre anguis con “drago”.

[22] Tale sorella è Calciope. Aveva sosato Frisso, giunto in Colchide con l’ariete. I loro figli, durante un viaggio, avevano incontrato gli argonauti e si erano uniti alla spedizione greca; anche per questo motivo Calciope perora la loro causa presso Medea.

[23] Secondo la mitologia greca, i Mini (in greco Μινύες, Minyes), furono un gruppo autoctono abitante la regione egea. Calciope, temendo per i suoi figli, persuade Medea ad aiutare gli Argonauti.

[24] Esone – LA VOCE DELLE MUSE

[25] Il Sole è padre di Eeta e dunque nonno di Medea.

[26] La medesima divinità era venerata sotto il triplice aspetto di divinità terrestre (Diana), degli inferi (Ecate) e celeste (Luna).

[27] Si trovano nel tempio di Diana.

[28] Medea è pallida come l’Arianna catulliana. Entrambe le donne inoltre lamentano ll’abbandono della patria e della famiglia e ricordano il sacrificio di un fratello.

[29] Si tratta dell’Istmo di Corinto.  

[30] Simplegadi nell’Enciclopedia Treccani

[31] Scilla (mostro) – Wikipedia

[32] Antico nome della Sicilia, presso cui si trovava Cariddi.

[33] EMONIA in “Enciclopedia Italiana” (treccani.it)

[34] Giasone riuscì nell’impresa di tornare in patria con il vello d’oro e con l’aiuto della moglie Medea, trovò il modo di uccidere Pelia. Entrata a Iolco mentre gli Argonauti erano ancora al largo del porto, Medea si presentò a palazzo sotto mentite spoglie, come vecchia mendicante, dopodiché, una volta accolta, cambiò magicamente aspetto e si mostrò qual era in realtà, una giovane e bellissima donna. Poi, rivelatasi come se fosse una maga, mostrò a Pelia un metodo per ringiovanire magicamente e prese un ariete, lo fece a pezzi e lo mise in un pentolone bollente da cui uscì un agnello. Pelia entusiasta volle sottoporsi allo stesso trattamento. Medea lo fece addormentare e convinse quindi le figlie presenti al palazzo, Evadne e Anfinome, a farlo a pezzi e metterlo a bollire nel calderone. Queste convinte eseguirono risolutamente la procedura; una volta fatto a pezzi Pelia, Medea disse loro di andare in cima al palazzo a invocare la divinità agitando delle fiaccole, per propiziare il buon esito dell’incantesimo. Questo gesto servì in realtà come segnale per Giasone, che aspettava ancora al largo, che la nave potesse entrare in porto, perché Pelia era morto. Medea infatti fece in modo che Pelia non resuscitasse[1]. Acasto sostituì il padre Pelia sul trono, organizzò in suo onore dei giochi ginnici e bandì Giasone e Medea, nonché le sorelle parricide da Iolco. La vicenda di Neleo, Pelia e Tiro è alla base di un’opera letteraria latina di cui non ci restano che pochi frammenti, il Carmen Nelei.

[35] Anafora

[36] Padre di Giasone.

[37] Dio del matrimonio.

[38] Un particolare tipo di flauto che accompagna le occasioni festive.

[39] L’imeneo è un componimento poetico greco, che veniva eseguito durante il corteo nuziale che accompagnava la sposa nella nuova casa. Trapiantato nel mondo romano, l’imeneo perse il suo carattere per così dire “pratico” e la sua funzione sociale, e divenne del tutto un componimento esclusivamente letterario.

[40] In questo passo non è ben chiara la successione degli eventi: Medea sembrerebbe innfatti aver abbandonato la casa quando sopraggiunge il corteo nuziale e il bambino più piccolo richiama la sua attenzione su quanto sta avvenendo per strada. Sembra strano che un bambino così piccolo comprenda il disagio della madre, perciò potrebbe essere più probabile che Medea si trovi in casa e il bambino sia sulla soglia, chiamandola a sé affinchè non si allontani.

[41] L’iniectio delle mani è l’atto con cui i Romani rivendicavano il possesso di un oggetto.

[42] Ecate nell’Enciclopedia Treccani

[43] Anafora

[44] Antica città del Libano.

[45] Avita: tramandata dagli antenati.

[46] Gli Argonauti.

[47] Sisifo nell’Enciclopedia Treccani

[48] Aposiopesi: figura retorica che prevede reticenza tipica del linguaggio drammatico che conferisce al passo quella solennità che connota tutta la parte conclusiva dell’epistola, facendo presagire un futuro scenario che non rientra nell’elegia.

[49] L’ira porterà Medea ad una tremenda vendetta nei confronti di Giasone: l’uccisione dei loro figli.

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Una replica a “L’epistola di Medea a Giasone delle Eroidi di Ovidio: traduzione e commento.”

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