Produzione scritta: la nascita della Divina Commedia.

Produzione scritta: la nascita della Divina Commedia.

Produzione scritta. Cosa sarebbe successo se Dante non fosse stato salvato da Virgilio e avesse dovuto affrontare le tre belve da solo? Sarebbe fuggito o avrebbe combattuto? Scrivi una tua personale versione alternativa della Divina Commedia, senza timore di essere irriverente nei confronti del Sommo Poeta. 

Dante aveva smarrito la via e aveva paura, perché nulla era più cupo e inquietante della selva che stava attraversando. L’aspetto più perturbante della vicenda era il fatto che non sapeva come fosse giunto in quel luogo: nei suoi ricordi più recenti si trovava a Ravenna con i suoi cari per assistere ad una processione religiosa pasquale, ma la città sembrava essere chilometri e chilometri di distanza e non ricordava di aver compiuto alcun viaggio; Dante si diede un pizzicotto per assicurarsi di non stare sognando, ma provò solo un grande dolore che gli diede la certezza di essere sveglio e lucido. Il poeta era consapevole di essere soggetto a svenimenti, ma non era mai stato vittima di un’amnesia, perciò iniziò ad avere paura. Non doveva sottovalutare nemmeno la questione per cui, pur conoscendo come le sue tasche i dintorni della città romagnola, non aveva mai visitato un luogo del genere.

.-Com’è vero che mi chiamo Durante, troverò la via di casa!- disse il poeta inspirando profondamente, mentre i polsi iniziavano a tremare per il terrore e il freddo provocato dalla frizzante aria primaverile. Doveva trovare una soluzione per non pensare alla paura che stava provando in quel momento, ma gli vennero in mente soltanto i malinconici pensieri che lo attanagliavano in quei giorni, dovuti per lo più alla crisi di mezza età che stava attraversando, a quella sorta di incertezza spirituale che provava ogni qualvolta aveva l’impressione di essere sprofondato nel peccato più turpe e più nero.

No, non doveva pensare a queste cose o alla paura si sarebbe sommato lo sconforto. Tutte le volte che aveva bisogno di distrarsi cercava di immaginare di vivere in un poema e iniziava a scrivere mentalmente un testo su ciò che gli stava capitando. Smarrirsi in un bosco dopotutto è un topos apprezzato dalla letteratura di ogni epoca, perché non trasformarlo nell’incipit di un poema? Un’opera di cui lui, Durante Alighieri, sarebbe stato il protagonista. Ma quale sarebbe stato l’evento che avrebbe segnato la rottura della quiete iniziale? Un incipit non è sufficiente per scrivere un poema, è necessaria anche una trama!

Le sue riflessioni furono interrotte da un ruggito raccapricciante: di fronte a lui erano apparse tre fiere enormi, un leone, una lonza e una lupa. Il leone era maestoso e possente, la sua criniera folta e morbida gli conferiva un aspetto superbo; Dante per un istante si chiese cosa ci facesse un leone a Ravenna, ma era troppo terrorizzato per interrogarsi su certe questioni. La lupa era magrissima e aveva perso vistosi ciuffi di pelo, le sue costole erano in rilievo per la fame e le fauci aguzze e bavose bramavano cibo. La lonza era la belva più affascinante, ma anche la più pericolosa: nei suoi occhi brillava una sinistra luce lussuriosa, una malizia animalesca, una crudeltà luciferina.

Dante rabbrividì e per alcuni istante lui e le belve si scrutarono immobili, senza nemmeno sbattere le palpebre, le fiere con la bava alla bocca e il poeta con il latte alle ginocchia. Come se il poeta avesse ricevuto un ordine divino, si voltò e iniziò a correre a rotta di collo. Dante, come ogni nobile di Firenze, aveva combattuto da giovane e a Campaldino si era fatto onore, ma era da molto tempo fuori allenamento poiché aveva trascorso gli ultimi anni in attività sedentarie, intento a scrivere poesie stilnoviste: ben presto così il fiato morì in gola, il colorito divenne rosso e congestionato, la fronte si imperlò di sudore e gli occhi iniziarono a lacrimare. Il poeta iniziò a percorrere il sentiero a ritroso, con i calzari che affondavano nel fango del sottobosco e i rovi che si impigliavano nella calzamaglia e nella veste scarlatta. Lo sguardo vagava alla disperata ricerca di salvezza, ma intorno a lui si trovavano solo massi e arbusti, del tutto inutili per proteggersi da tre belve assetate di sangue.

La gioia di Dante fu immensa quando vide un’immensa quercia i cui rami erano sufficientemente bassi da essere raggiunti da un essere umano, ma non da un quadrupede delle dimensioni di un canide o di un felino. Si arrampicò con una strana sensazione di gioia mista a disperazione, l’adrenalina era tale da consentirgli di ignorare la stanchezza e sul suo viso comparve un sorriso di sollievo e determinazione. Dopo una faticosa arrampicata, si sistemò sul ramo più alto in grado di sorreggerlo, sul quale si sedette a cavalcioni sollevando la veste scarlatta. Guardò in basso e sorrise: sotto di lui ruggivano le tre fiere infuriate e impotenti. Sarebbe stato sufficiente attendere che si fossero stancate di stargli con il fiato sul collo, dopodiché sarebbe sceso dall’albero e sarebbe tornato a Ravenna. Aveva una fiaschetta di vino con sé, perciò avrebbe potuto resistere anche delle ore senza scendere dall’albero.

L’angoscia del poeta fu terribile quando il leone iniziò ad arrampicarsi sull’abete, conficcando i lunghi artigli nella corteccia e slanciandosi da un ramo all’altro con movimenti eleganti, sinuosi e precisi. Durante la salita la belva non cessava di ringhiare e sbavare, esibendo le terribili fauci e la lunga lingua rosa, umida e ruvida. Dante restò pietrificato dal terrore: guardò in alto, ma i rami sopra di lui non erano abbastanza spessi da sorreggerlo; scendere dall’albero e consegnarsi alle tre fiere era impensabile, così come saltare da una pianta all’altra come una scimmia, in quanto gli alberi erano molto distanziati tra loro e Dante non era abbastanza atletico. Il poeta scrutò in ogni direzione alla ricerca di un aiutante: se fosse stato realmente il personaggio di un poema, questo sarebbe stato il momento perfetto per la comparsa di un nuovo personaggio, un individuo forte e potente in grado di tirarlo fuori dai guai. Purtroppo il sottile sentiero che si perdeva nella foresta di conifere non era percorso da nessuno.

Il leone era sempre più vicino e Dante non aveva idea di come difendersi. Frugò nelle tasche, ma trovò solo la già menzionata fiaschetta di vino, un crocifisso e una pergamena che riportava un sonetto di Cavalcanti. Nessuno degli oggetti in suo possesso poteva essere utilizzato come un’arma, nemmeno i morbidi calzari di stoffa e cuoio leggero. Il leone ormai era due rami sotto di lui, ancora pochi secondi e sarebbe piombato sul poeta per divorarlo in un solo boccone. Lo sguardo di Dante si posò su una grossa pigna a poca distanza da lui e al poeta venne un’idea. Lesto Dante afferrò l’oggetto, lo scagliò contro la belva e inaspettatamente il tiro andò a segno, colpendo il leone in pieno occhio sinistro. La bestia mugugnò di dolore e si divincolò, mollando la presa dal tronco e precipitando a terra. Fu una brutta caduta, dalla quale si rialzò faticosamente solo per fuggire lontano, seguito dalla lupa e dalla lonza.

Dante restò impietrito per alcuni istanti, incredulo di avere appena sconfitto un leone. Quando si fu tranquillizzato, iniziò a scendere dall’albero lentamente, con le membra un po’ tremanti e irrigidite. Sul suo volto era comparso un sorriso trionfante ma ebete; se si fosse trovato a Firenze o Ravenna avrebbe cercato di mantenere un certo contegno, ma nell’ombra della foresta nessuno poteva giudicarlo, perciò si concesse quell’espressione un po’ ridicola. Quando i suoi piedi toccarono terra ebbe un fremito di gioia: era salvo. Ora avrebbe solo dovuto ritrovare la strada per Ravenna.

Il silenzio della foresta fu rotto dal rumore delle ruote di un carretto che affondavano nel fango e nei sassi del sentiero. Si voltò nella direzione del suono inaspettato e vide un uomo sulla cinquantina che trasportava dei sacchi di farina su un carro trainato da un simpatico asinello. Gli indumenti dello sconosciuto erano poveri e semplici, eppure nei suoi occhi brillava una certa nobiltà d’animo e le sue movenze erano composte e raffinate.

.-Buonasera a voi, buonuomo. Sapreste indicarmi la strada più breve per Ravenna?- domandò educatamente Dante abbassandosi lo scarlatto cappuccio per mostrare il viso.

.-Farò di meglio, messere, potremmo andarci insieme. Seguitemi!- rispose l’uomo con un sorriso – Qual è il vostro nome?-

.- Durante, della famiglia degli Alighieri. E il vostro?-

.-Publio.-

.- Publio e poi?-

.-Publio e basta, perché non ho famiglia, messere. Sono un trovatello, di professione bracciante. Voi cosa fate di mestiere? Dalle vostre vesti sembrate un nobile… Come mai i vostri indumenti sono così strappati?

.-Sono un politico appassionato di poesia e…. sì, avete ragione, sono un nobile. Per rispondere alla vostra ultima domanda, ho avuto una brutta avventura con tre bestie selvatiche, ma grazie a Dio sono ancora vivo.

L’uomo annuì. –Sono felice che sia tutto risolto. Che genere di poesia scrivete? Una volta in piazza ho sentito un giullare recitare una poesia comica di Cecco Angiolieri, mi sono piegato in due dalle risate.

Dante scosse la testa. –No, i miei versi sono più nobili e alti. Li dedico alla mia amata, madonna Beatrice Portinari.

Publio sospirò con un sorriso assorto. -Omnia vincit amor et nos cedamus amori-

Il poeta sussultò. –Sapete, caro Publio, voi mi avete appena convinto a intraprendere la scrittura di un poema che ho iniziato ad immaginare alcune ore fa, mentre vagavo per la foresta in cerca della strada di casa. Voi stesso mi avete ispirato un personaggio, sapete?

Publio se ne rallegrò, era evidente dall’espressione del viso. –Molto bene, raccontatemi la trama, allora-

Fu così che Publio e Dante si recarono a Firenze insieme, instaurando un’insolita amicizia e celebrando con i loro discorsi la nascita di uno dei poemi più celebri di tutti i tempi.

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