Produzione scritta in seconda media: sorteggiamo gli elementi del tema.


Ai miei bambini ho proposto un gioco molto simpatico: ho scritto su alcuni foglietti diversi protagonisti, antagonisti, luoghi, tempi, narratori ecc…, dopo aver fatto loro pescare un bigliettino per tipologia, ho chiesto di scrivere un racconto che contenesse tutti gli elementi. Il gioco mi è sembrato così divertente che ho pensato di partecipare anche io. Mercoledì scoprirò se i bimbi si sono divertiti, io ho trovato questo gioco esilarante.

Parola della prof Vite.

Ecco cosa ho pescato:
PROTAGONISTA: Scrittore
ANTAGONISTA: Vampiro
LUOGO :Città
TEMPO: Passato
NARRATORE: Esterno
DEVE INOLTRE COMPARIRE: Oggetto del desiderio

Per tutta la vita John aveva desiderato scrivere, ma ora era stanco. Non aveva cessato di amare la sua attività preferita, eppure i continui insuccessi gli provocavano non poche preoccupazioni: le copie vendute erano talmente poche che spesso non aveva abbastanza denaro per comprare le candele o il combustibile per le lampade a petrolio e per arrotondare si era fatto assumere come istitutore di un ricco rampollo di famiglia; fortunatamente trovava l’insegnamento divertente, ma purtroppo i genitori del ragazzo lo pagavano poco. Con l’animo colmo di amarezza John aveva preso una decisione: avrebbe fatto un ultimo tentativo e, se nemmeno quest’ultimo libro avesse avuto successo, avrebbe fatto l’insegnante per tutta la vita.

Si era presentato dal suo editore con il suo abito migliore, un completo nero che indossava la domenica e nei giorni di festa. Si trattava di indumenti modesti, dignitosi pur essendo economici, ma soprattutto che avevano visto giorni migliori: i polsini erano consumati, l’orlo era sfilacciato, la stoffa era lisa, la tuba si era deformata ed era evidente che i pantaloni erano troppo larghi, infatti lo scrittore era dimagrito da quando li aveva acquistati.

. – John, hai una bella penna, ma i tuoi scritti sono troppo all’avanguardia e visionari. Dovresti immaginare una trama che piaccia alla gente, una storia alla moda. – L’editore risaltava nell’elegante ufficio vittoriano per la mole: era un uomo obeso, lento nei movimenti e con le palpebre cascanti e appesantite dal grasso. Da giovane doveva essere stato un bell’uomo perché aveva i tratti regolari, ma del suo fascino restava solo la calda voce baritonale.

John digrignò la mascella e corrugò la fronte, ma non disse nulla e si limitò ad accavallare le gambe sulla poltroncina posta di fronte alla scrivania dell’editore. Era molto orgoglioso delle sue opere e disprezzava coloro che scrivevano romanzetti da quattro soldi perseguendo il successo anziché cercando di scrivere un’opera di qualità, ma non osò contraddire l’editore perché si trattava dell’unica persona disposta a pubblicare i suoi libri. Domandò dunque con atteggiamento serio e rispettoso: – Cosa potrei scrivere? –

. – Hai letto l’ultimo romanzo di Bram Stoker? S’intitola “Dracula”. E’ uno dei libri più apprezzati del momento. Potresti trarre ispirazione da questo nuovo interesse per i vampiri che sta conquistando Londra, è uno dei temi più popolari della letteratura anglofona dell’ultimo anno. –

John si fece coraggio e protestò educatamente: – Si, signore, l’ho letto in una sola notte. Mi perdoni, ma non voglio copiare: preferisco scrivere un libro originale! –

L’editore si corrugò la fronte. – John, mi sei simpatico, ma devi capire che solo pochi scrittori geniali possono permettersi di seguire l’ispirazione e tu non sei uno di loro. Eppure ci sarebbe una soluzione per pubblicare un libro di successo e soddisfare la tua vena creativa!-

John si allungò sulla poltroncina verso l’editore stringendo i braccioli e spalancò gli occhi. – Mi dica, signor editore …  –

. – Ho sentito parlare di un libro molto raro, scritto in Transilvania alcuni secoli fa. Si dice che riveli segreti sui vampiri che noi umani possiamo solo immaginare.-

Lo scrittore restò immobile per alcuni istanti prima di prendere la parola. – Mi dica dove posso trovare quest’opera, la prego! – Il tono di voce era calmo, ma lo sguardo tradiva una certa trepidazione: il libro avrebbe potuto risollevare la sua carriera!

. – Si tratta di un manoscritto molto antico, trascritto da un monaco della Transilvania nell’Alto Medioevo.- spiegò il direttore pratico.

Jhon si animò con impazienza e le sue parole aumentarono leggermente di volume, ma la postura era composta. – Dove posso trovarlo? –

.- Conosco un tale … ma è un uomo un po’ particolare!

.- Non importa! Sono disposto a tutto pur di scrivere un buon romanzo.

L’editore annuì e sospirò, ma si trattava di un sospiro di soddisfazione. – Bene, molto bene. Questo individuo vive nell’ultima villa di Queen Street. Non puoi sbagliare: si tratta del palazzo più sontuoso del quartiere.

.- Ci andrò immediatamente!  – Esclamò John, poi si alzò e si apprestò ad uscire dall’ufficio. Era troppo emozionato per ricordarsi di congedarsi con un saluto adeguato alle circostanze.

.- E… John, fai attenzione! – disse con un filo di voce l’editore, improvvisamente pensieroso.

Jhon sobbalzò e scrutò intensamente il suo capo. – Come, scusi? Cosa intende dire?

Il direttore fece un gesto di sufficienza e sorrise. – Oh, non preoccuparti non accadrà nulla. Buon lavoro.

John uscì dalla casa editrice di ottimo umore e fermò una carrozza con un gesto baldanzoso del braccio destro; arrestò la corsa un’elegante vettura tirata a lucido e trainata da un maestoso cavallo nero. Il cocchiere, un giovane biondiccio e lentigginoso sui diciotto anni, salutò il proprio cliente con giovialità, ma quando apprese che si sarebbe dovuto recare a Queen Street impallidì e divenne improvvisamente silenzioso. John provò ripetutamente a fare conversazione parlando del tempo, degli ultimi avvenimenti di cronaca e di economia, ma il cocchiere rispondeva a monosillabi e con evidente disagio, così lo scrittore si rassegnò al silenzio e iniziò ad osservare oltre il finestrino i londinesi che si affrettavano verso casa per desinare. I lampionai stavano accendendo le prime luci lungo i viali, gli strilloni tentavano invano di vendere le copie dei giornali rimaste invendute, sebbene le notizie del giorno fossero ormai note a tutti, e i bottegai chiudevano i negozi ritirando le merci dagli espositori.

In prossimità della casa editrice le vie erano piuttosto eleganti: non era impossibile incontrare personaggi poco raccomandabili, ma i palazzi erano signorili, le strade ordinate  e pulite e la maggior parte dei passanti erano persone distinte, che esibivano bastoni da passeggio pregiati e ghette nuove di zecca. L’unico elemento di disordine era costituito da un manipolo di suffragette che lanciavano uova marce sui politici che uscivano dal parlamento, ma John considerava quelle donne ribelli solo una piaga temporanea del tessuto sociale. Lo scrittore si accorse però che si stavano allontanando dal salotto di Londra per dirigersi verso i quartieri più degradati: gli edifici avevano un aspetto sempre più sgangherato, sporco e trascurato, le botteghe vendevano ormai solo prodotti di sussistenza e le lanterne erano poco numerose, così molti vicoli erano bui, squallidi e pericolosi. Il cielo non era ancora sufficientemente scuro da nascondere le nubi di fumo prodotte dalle ciminiere delle fabbriche e gli operai che avevano appena terminato il turno si stavano riversando sulle strade stremati e affamati. La luce era ancora tale da rendere ben visibile lo squallore delle strade: gli escrementi maleodoranti dei cavalli, la spazzatura abbandonata lungo i muri dei palazzi, gli acquitrini, la miseria e la fame dei mendicanti stravaccati sui marciapiedi. Signore dall’aria sospetta si aggiravano per le strade sfidando il mito di Jack lo Squartatore: nonostante fossero trascorsi circa dieci anni dai celebri omicidi, molte avevano ancora paura di percorrere di notte i vicoli più malfamati di Londra. Ciò che spaventava maggiormente John erano dei brutti ceffi appoggiati ad alcuni pali e alle pareti delle abitazioni con le braccia incrociate e lo sguardo truce: scrutavano i passanti con aria minacciosa, oppure giocherellavano con chissà quale oggetto misterioso nascosto nel panciotto. Una pistola? Un pugnale? Non era dato saperlo. Forse si trattava di un orologio da taschino, ma John non era così ottimista.

Giunsero in una via poco trafficata e John rimase a bocca aperta: in fondo ad una delle strade più miserabili di Londra si ergeva un’imponente villa che un tempo era stata probabilmente il più sfarzoso edificio della capitale, ma che ora era una lugubre catapecchia: l’intonaco era scrostato in più punti, dal tetto erano scomparse alcune tegole, diverse finestre erano sbarrate con delle assi e il giardino era incolto e trascurato, infatti ovunque abbondavano erbacce, foglie secche autunnali e ramoscelli caduti dagli alberi. Sebbene la villa sembrasse disabitata, si trattava senza dubbio dell’ultimo palazzo di Queen Street, perciò Kohn ritenne di essere giunto a destinazione. Era singolare trovare un edificio così signorile nonostante il declino in uno dei più loschi quartieri della capitale, perciò John sospettò che un tempo quella zona fosse stata rispettabile e che fosse precipitata nel degrado solo in un periodo successivo. Lo scrittore chiese cortesemente al cocchiere di accostare di fronte alla villa, ma il diciottenne sobbalzò terrorizzato, arrestò immediatamente la carrozza e gli intimò di scendere senza chiedere il compenso dovuto. Non appena il passeggero si trovò sul marciapiede, il giovane frustò il cavallo e partì a gran velocità, facendo impennare l’animale da traino che nitrì inquieto.

John si ritrovò solo a sera inoltrata di fronte alla più tenebrosa e cupa villa di tutta Londra, in un quartiere malfamato e poco trafficato. Osservò l’abitazione silenziosamente per alcuni istanti, ascoltando un sottile tremito insinuarsi sotto la pelle. Si sentiva inerme e desiderava fuggire con la stessa fretta con cui il cocchiere era svanito lungo la via, ma non poteva lasciarsi scappare l’occasione di diventare un grande scrittore: avrebbe letto il libro tanto desiderato anche a costo della vita. Attraversò il giardino guardandosi intorno con aria circospetta, rabbrividendo a causa delle statue sinistre che costeggiavano il vialetto. Si ritrovò così di fronte ad un portone massiccio con un inquietante battente d’ottone e bussò con due rapidi colpi, poi attese trattenendo il fiato e giocando nervosamente con le dita delle mani.

La porta d’ingresso si aprì con un cigolio tenebroso e sinistro, poi apparve la figura dell’uomo più singolare che John avesse mai visto. Aveva lineamenti fini e affascinanti, indossava un completo nero forse un po’ troppo raffinato per trascorrere una serata nella propria abitazione e i capelli corvini e lucidi erano pettinati all’indietro in maniera impeccabile. Ciò che colpiva maggiormente dell’uomo era la carnagione pallida, quasi trasparente perché era visibile il sottile reticolato delle vene rosse e azzurre sotto la pelle. Gli occhi erano vitrei e opachi, con le pupille spaventosamente dilatate, e i denti erano irrealmente bianchi e stranamente appuntiti. Lo sguardo di John si soffermò sulla mano dell’individuo appoggiata sulla maniglia: le dita erano lunghe e affusolate come quelle di un pianista, ma bianche e rigide come la morte.

.-Desidera?- la voce era calma e profonda, sembrava provenire da un luogo lontano, un luogo da cui non era possibile fare ritorno.

John impiegò diversi secondi per trovare la forza di parlare: gli sembrava di avere la lingua paralizzata perché l’uomo lo metteva a disagio, sudava copiosamente e non riusciva ad articolare una frase compiuta. – Io… Ehm… Salve! Mi perdoni se la disturbo a quest’ora. Mi è stato riferito che lei è in possesso di un antico tomo relativo ai vampiri. Mi rendo conto della mia sfacciataggine ma… ecco… sarebbe possibile leggerlo? –

.-Certamente! E’ sempre un piacere condividere la mia collezione di libri antichi con gli appassionati. – Il tono era cortese, ma il volto impassibile.

.-Grazie infinite!- John abbozzò un sorriso che parve più che altro una smorfia di dolore e lo fece sembrare sciocco.

.-Posso chiedere, se non  è inopportuno, come mai è interessato al mio libro?- chiese con un’educazione esemplare il padrone di casa.

Nonostante il disagio, John si gonfiò di orgoglio. – Sono uno scrittore e vorrei scrivere un libro sull’argomento!-

L’individuo serrò le sottilissime labbra bianche e contrasse la mascella. –Non mi piacciono gli scrittori. Se ne vada.- Ordinò burbero, poi sbatté il portone e nel giardino della villa calò il silenzio.

John restò immobile di fronte alla soglia della villa, riflettendo sul da farsi. Aveva bisogno di quel libro perché era la sua unica occasione per diventare uno scrittore di successo, purtroppo però si era giocato la possibilità di entrare in possesso dell’antico tomo, perciò non gli restava altro da fare che tornare a casa e rinunciare all’impresa. Il giorno seguente si sarebbe recato in casa editrice e avrebbe raccontato l’accaduto al suo capo, poi avrebbe cercato una nuova idea per il suo prossimo romanzo. Era evidente che non aveva alternative, eppure non riusciva a rassegnarsi e a rinunciare al progetto di scrivere un’opera sui segreti dei vampiri. Volse lo sguardo quasi per caso verso la villa e si accorse che una finestra aveva un vetro rotto. Il varco era abbastanza ampio da poter essere attraversato da una persona adulta, inoltre si trovava al pian terreno perciò non era nemmeno necessario arrampicarsi sul cornicione per entrare all’interno dell’abitazione. John si guardò intorno: era solo, dunque non correva il rischio di essere denunciato da qualche testimone. Si avvicinò guardingo alla finestra e sbirciò all’interno della stanza, ma esitò. Non aveva mai violato la legge in vita sua, nemmeno quando frequentava il collegio dei gesuiti, perciò provava quella strana eccitazione mista a paura che provano i bambini quando violano le proibizioni del maestro. Inspirò profondamente, si arrampicò sul davanzale con una certa fatica in quanto era da molto tempo che non faceva esercizio fisico ed entrò.

La stanza era una sala da biliardo buia, fredda ed impolverata; John ebbe l’impressione che nessuno visitasse quel luogo da molto tempo, infatti in prossimità degli angoli delle pareti e dei mobili pendevano delle grosse ragnatele, il legno pregiato degli scaffali e della libreria era rosicchiato dalle tarme e un grosso specchio appeso di fronte alla finestra era in frantumi, i suoi cocci giacevano a terra riflettendo la fioca luce proveniente dalla strada. John rabbrividì, ma si fece coraggio stringendo i pugni e allentando il nodo della cravatta. Solitamente i libri erano numerosi nelle biblioteche, che si trovavano nella zona giorno, al pian terreno: sarebbe stato necessario solo esplorare il piano terra sino a quando si sarebbe imbattuto nel luogo in cui lo strano individuo custodiva i suoi libri rari. John abbassò la maniglia della porta e la aprì, facendola cigolare rumorosamente. Lo scrittore sobbalzò per il rumore che, per quanto debole, risuonava nel silenzio spettrale della villa: e se il padrone di casa si fosse accorto della sua presenza? Sarebbe dovuto essere rapido e silenzioso come un fantasma, perché stava compiendo una violazione di domicilio e le pene per i ladri erano severissime in Inghilterra.

Si ritrovò in un corridoio lungo e stretto, privo di finestre e con numerose porte. La carta da parati era ingiallita e ammuffita, inoltre le candele erano consumate e sembrava che nessuno le accendesse da molto tempo. Alle pareti erano appesi diversi ritratti del proprietario della villa, John lo riconobbe dal bel volto dai tratti regolari; nei dipinti l’uomo indossava abiti antiquati, passati di moda da diversi decenni. I quadri erano intervallati da elaborati specchi, tutti rigorosamente rotti. La casa era vecchia e sporca ma i mobili erano in buono stato, solo gli specchi erano irreparabilmente inutilizzabili. John sentì uno strano fruscio alle sue spalle e si voltò di scatto con il cuore in gola, ma non vide nessuno: intorno a lui regnavano solo il silenzio della casa, gli spifferi provenienti dai vetri rotti e gli scricchiolii prodotti dai mobili antichi. Paralizzato dal terrore, John proseguì l’esplorazione della casa ed aprì la prima porta alla sua destra, ritrovandosi così in un salottino che un tempo doveva essere stato molto raffinato. Nella stanza si trovavano dei morbidi divanetti e delle credenze, ma nemmeno l’ombra di un libro. John provò con la seconda porta, che conduceva ad un ufficio con una scrivania dall’aspetto massiccio. In questa sala erano conservati diversi libri, ma si trattava di enciclopedie, vocabolari e saggi piuttosto recenti: di libri antichi e rari nemmeno l’ombra. I tomi erano i soli oggetti privi di polvere ed avevano l’aria di essere stati sfogliati di recente. John sentì nuovamente il fruscio avvertito poco prima e trattenne il respiro per alcuni istanti in preda ad una paura mai provata prima, nemmeno quando da bambino si perse per le strade di Londra. Anche questa volta si rincuorò dopo essersi reso conto di essere solo, perciò proseguì.

La terza porta conduceva ad una biblioteca ben fornita, di quelle che ogni scrittore degno di questo nome sogna almeno una volta nella vita di possedere. Gli alti scaffali in legno massello erano forniti di libri di ogni sorta, molti dei quali erano molto antichi: poemi di ogni epoca storica, raccolte di poesie, breviari, classici greci e latini, raccolte di favole, fiabe e leggende e soprattutto ogni sottogenere di romanzi e novelle della storia della letteratura. Anche in questo caso i libri erano ordinati, privi di polvere e riposti sugli scaffali con cura, a differenza del degrado che regnava nel resto dell’abitazione. Mentre scorreva rapidamente i titoli, John veniva assalito dall’irrefrenabile desiderio di leggere, ma non voleva perdere di vista il suo obiettivo, inoltre era consapevole di trovarsi in casa di estranei e di rischiare l’arresto. Si accorse che un intero scaffale era dedicato alle opere relative ai vampiri, che catturarono immediatamente la sua attenzione. Non si trattava soltanto di romanzi di fantasia, ma anche di autorevoli saggi e antologie di miti provenienti dalla Transilvania. Finalmente lo vide: era riposto sullo scaffale più alto ed era difficilmente riconoscibile poiché la copertina originale era stata sostituita da una rilegatura in pelle più moderna. John impiegò qualche minuto ad accorgersi che il libro era rilegato in pelle umana e per poco non fuggì dall’abitazione a gambe levate.

Si udì nuovamente il fruscio che aveva accompagnato John nel corso dell’intrusione e, quando si voltò, lo scrittore si trovò di fronte al padrone di casa, che lo salutò con tono duro. -Bene, bene, bene, cosa ci fa in casa mia? Non le avevo detto di andarsene?-

John, sudando copiosamente, si prodigò in scuse. – Sono desolato, sir. Il desiderio di leggere il suo tomo ha avuto il sopravvento. Non sono solito violare la legge. Me ne vado immediatamente.-

.-Lo ha trovato?- domandò secco lo sconosciuto.

.-Cosa?- la voce di John era ridotta ad un flebile sussurro di rammarico e imbarazzo.

.-Il libro, cosa altrimenti? Che domande…- scosse la testa l’uomo

.-N-no.- balbettò John stringendosi nelle spalle, mentendo spudoratamente.

.-Sparisca!- gli intimò il padrone di casa.

John non se lo fece ripetere, ma avvicinandosi alla porta si imbatté in uno specchio, di cui alcuni cocci erano ancora incastonati nella cornice. Lo scrittore si accorse che il suo interlocutore non era riflesso nello specchio nel quale, al posto dell’elegante sagoma dell’uomo, si trovava la libreria alle sue spalle. Si voltò per osservare meglio lo sconosciuto ma il distinto collezionista di libri antichi non si era spostato di un millimetro, eppure si trovava perfettamente di fronte allo specchio perciò la sua immagine sarebbe dovuta essere riflessa come ogni altro oggetto presente nella stanza. John boccheggiò esterrefatto senza riuscire  proferir parola, ma il silenzio non durò a lungo.

.-Bene, non mi lascia altra scelta …- sospirò il vampiro e John si accorse che dalle sue labbra non usciva alcun fiato: il corpo dell’uomo era morto, eppure si muoveva come se fosse ancora vivo. Il mostro si leccò i canini con aria famelica. – Non ho mai provato il sangue di uno scrittore!-

La creatura si gettò su John senza lasciargli il tempo di ribattere. Ebbe così inizio una colluttazione all’ultimo sangue, in cui il vampiro tentava di mordere John alla giugulare e lo scrittore cercava di difendersi con tutta la forza che aveva in corpo. Il volto del vampiro si era deformato nella foga del combattimento: gli occhi erano iniettati di sangue, le vene in rilievo, le narici dilatate e i canini sembravano essersi allungati, infatti ora erano delle piccole lame affilate pronte a conficcarsi nel collo dell’avversario. Durante la colluttazione molti mobili dell’impolverata ma ordinata biblioteca venivano messi a soqquadro: diversi libri precipitarono dagli scaffali, alcune sedie e poltrone vennero ribaltate e il tavolino di cristallo venne frantumato. La forza del mostro era sovrumana e John a stento riusciva a difendersi, perciò se voleva fuggire al più presto da quell’inferno lo scrittore avrebbe dovuto escogitare una soluzione per vincere. Si guardò intorno, ma non vide nulla che potesse tornargli utile: nella stanza si trovavano soltanto libri, fermacarte e un camino. Mentre sferrava un colpo potente ma inefficace contro la creatura, John guardò con la coda dell’occhio il camino, cercando disperatamente un oggetto contundente. Trovò proprio ciò che si aspettava: all’interno di un raffinato contenitore in ferro battuto si trovavano gli attrezzi necessari per ravvivare il fuoco. Se fosse riuscito a raggiungerli in tempo avrebbe avuto un arma con cui difendersi. Ma come separarsi dal mostro e interrompere temporaneamente quel duello mortale per impossessarsi di un ferro del camino? Impossibile dare le spalle al vampiro, avrebbe significato offrirgli un vantaggio e rischiare dunque di perdere lo scontro.

La forza dell’avversario sembrava inarrestabile e John si sentiva sempre più debole: aveva la fronte imperlata di sudore, il volto contratto in una smorfia di fatica e le mani dalle nocche bianche tremavano mentre tentavano di respingere i colpi della creatura. Inaspettatamente il mostro gli sferrò un pugno particolarmente potente e John si ritrovò a terra supino, con il vampiro sopra di lui che tentava di morderlo al collo. John era in una posizione di svantaggio e sentiva che non sarebbe riuscito a resistere a lungo. Per un istante ripensò a Emily, la sua fidanzata, e gli dispiacque di non averle potuto dire addio. Ripensò a lei il giorno del loro anniversario e la immaginò con l’ampio abito di percalle blu che indossava quella sera e i capelli elegantemente raccolti in un’acconciatura elaborata da cerimonia. L’aveva aiutata ad indossare un collier da quattro soldi ma dall’aspetto prezioso e lei si era specchiata vezzosa ed emozionata nello specchio della camera da letto. “Lo specchio!” esclamò mentalmente John e subito allungò la mano verso uno dei cocci infranti a terra. Cercò a tentoni una delle schegge rimaste sul pavimento e afferrò quella che gli parve essere la più grossa ed appuntita. I bordi erano molto taglienti e si conficcarono nei palmi di John, ma lo scrittore ignorò il dolore e spinse la lama nel cuore del vampiro, cogliendolo di sorpresa.

Il volto del mostro si deformò in una smorfia di panico e dolore, poi lanciò un urlo agghiacciante e si immobilizzò, liberando la presa dal corpo di John. Lo scrittore ebbe l’impressione che il vampiro sarebbe caduto sopra di lui come un corpo morto, ma ciò non accadde: la creatura si dissolse in un cumulo di cenere che precipitò su John sporcando il suo liso completo della festa che, nel corso della rissa, si era stropicciato. Dove prima c’era un essere antropomorfo ora si trovava solo un cumulo di terra e puzza di bruciato, sebbene nulla avesse preso fuoco.

John restò sdraiato a terra per interminabili minuti assalito da una strana sensazione di sollievo, incredulità e paura, ascoltando la notte calare su Londra e respirando il silenzio della casa in rovina. Quando si decise ad alzarsi stavano risuonando i dodici rintocchi della mezzanotte. Si avvicinò alla libreria e osservò pensieroso il manoscritto, ma poi si voltò e uscì dalla villa a mani vuote: dopo quella avventura non aveva più bisogno dell’opera per scrivere un romanzo avvincente.

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