Giallo storico in Vaticano: Bonifacio VIII avrebbe ucciso Celestino V con un chiodo.


Tutti gli studenti delle superiori hanno sentito nominare Celestino V e Bonifacio VIII, due personaggi storici che Dante racconta di aver incontrato all’Inferno. Sono sopravvissuti all’oblio del tempo soprattutto come personaggi letterari, ma pochissimi conoscono il giallo storico di cui sono protagonisti: Bonifacio VIII è accusato non solo di aver indotto Celestino V ad abdicare per prenderne il posto, ma anche di averlo ucciso con un chiodo dopo averlo rinchiuso in prigione. Prima di appassionarci alla vicenda, cerchiamo di scoprire qualche informazione sui due pontefici.

CELESTINO V, IL PAPA EREMITA

Tutti conoscono Celestino V come il papa che precedette Bonifacio VIII e che probabilmente venne collocato da Dante nell’Antinferno, più precisamente nel girone degli Ignavi, coloro che nella vita non hanno preso posizione e pertanto non meritano né la beatitudine del Paradiso né la dannazione dell’Inferno.

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,

Guardai e vidi l’ombra di colui,

Che fece per viltade il gran rifiuto.

(Inferno, III, 58-60)

Dante e Virgilio osservano gli Ignavi.

Dante menziona nel terzo canto dell’Inferno, mentre presenta gli ignavi, un personaggio che ha compiuto “il gran rifiuto”, senza riferirne il nome. Probabilmente si trattava di un personaggio noto a tutti nel Medioevo, ma di cui oggi giorno si sono perse le tracce; non è sicura tale interpretazione, poiché persino i primi commentatori della Commedia discutono sull’identità di tale personaggio misterioso: basti pensare che Jacopo Alighieri, il figlio di Dante, ha qualche incertezza.

Il gran rifiuto” sarebbe stato pronunciato proprio da Celestino V, il cui nome di battesimo è Pier da Morrone o Pietro Angelerio (1210-1296). Tale personaggio era un monaco eremita molisano figlio di contadini che il 5 luglio 1924 venne eletto papa dal conclave riunitosi a Perugia. L’anziano monaco, celebre in tutta Europa per la propria santità, era un taumaturgo e il fondatore di una congregazione monastica; fu nominato papa solo poiché il conclave era in difficoltà su chi scegliere, infatti Celestino V, essendo un eremita, era abituato a vivere isolato e non aveva maturato alcuna esperienza in politica. Inizialmente il religioso era riluttante, tuttavia infine accettò, così venne consacrato vescovo dell’Aquila per poter essere eletto papa. Fu un papato breve: dopo quattro mesi rinunciò alla tiara per le pressioni subite dal card. Caetani, il futuro Bonifacio VIII. Costui, secondo una fonte ritenuta falsa da alcuni storici, avrebbe fatto ascoltare a Celestino V attraverso dei tubi delle voci contraffatte, facendogli credere che delle entità sovrannaturali gli intimavano l’abdicazione. Quest’ultima sarebbe il gran rifiuto, un gesto criticato da molti all’epoca, nonostante Celestino V non fosse il primo papa a compiere un simile gesto.

L’edizione critica della Divina Commedia di Paolo Emiliani – Giudici definisce Celestino V un “pusillanime”, perciò potete ben immaginare che pessima reputazione si guadagnò il monaco quando decise di rinunciare al papato. In realtà il pontefice aveva le sue buoni ragioni per ritirarsi dopo pochi mesi di mandato: aveva dimostrato una certa ingenuità nella gestione amministrativa della Chiesa, una vergognosa ignoranza in quanto, non conoscendo a sufficienza il latino, si esprimeva in volgare, inoltre la sua amministrazione era piuttosto confusionaria, infatti aveva per esempio assegnato il medesimo beneficio a più di un richiedente.

Ritratto di Celestino V

BONIFACIO VIII, UN ANIMALE POLITICO A CAPO DEL VATICANO

Bonifacio VIII viene nominato nel canto XIX dell’Inferno, quando papa Niccolò III scambia Dante per il malvagio pontefice che provocò la vittoria dei Neri a Firenze e l’esilio politico del poeta. Con tale errore Niccolò III predice che Bonifacio VIII sarà destinato alla III Bolgia dell’Inferno, infatti nell’anno 1300 costui è ancora in vita, pertanto Dante non ha potuto collocarlo tra i defunti.

Ed ei gridò: Sei tu già costì ritto,

Sei tu già costì ritto, Bonifazio?

Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

Sei tu sì tosto di quell’aver sazio

Per lo qual non temesti torre a inganno

La bella Donna, e poi di farne strazio?

Tal mi fec’io quai son color che stanno,

Per non intender ciò ch’è lor risposto,

Quasi scornati, e risponder non sanno.

Allor Virgilio disse: Dilli tosto,

Non son colui, non son colui che credi:

E io risposi come a me fu imposto.

(Inferno, XIX, 52-63)

Dante e Virgilio visitano la III Bolgia dell’Inferno.

A differenza di Celestino V, Bonifacio VIII era un uomo di mondo e un abile politico; al secolo Benedetto Caetani (1235-1303), fu nominato papa nel dicembre 1924. Indisse nel 1300 il primo Giubileo della storia, soprattutto per ottenere il denaro delle indulgenze, e fu avversario di Filippo il Bello di Francia, contro il quale emise la bolla Unam Sanctam il 18 novembre 1302, un manifesto della teocrazia medievale. Quando i cardinali Colonna lo accusarono di frode e simonia, fece assediare e distruggere la loro roccaforte in Palestrina, facendoli fuggire in Francia e rendendo così ulteriormente tesi i rapporti con il re di Francia. Filippo il Bello ebbe la meglio: in seguito all’oltraggio di Anagni, episodio in cui il papa fu schiaffeggiato come oltraggio morale nei suoi confronti, il re fece imprigionare Bonifacio VIII e ne causò indirettamente la morte nel 1303.

L’oltraggio di Anagni è stato giudicato negativamente da molti avversari di Bonifacio VIII, compreso Dante Alighieri: il papa è il vicario di Cristo in terra e in quanto tale sarebbe dovuto essere trattato con riguardo, anche se per molti rappresentava un oppositore o addirittura un nemico. Dante Alighieri si schierò apertamente con tale corrente di pensiero nel XX canto del Purgatorio:

Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un’altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l’aceto e ‘l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.

(Purgatorio, XX, vv.85-90)

Nel canto XVII del Paradiso San Pietro si infuria contro i papi corrotti e accusa Bonifacio VIII di usurpare la tiara papale e di aver reso il Vaticano una cloaca / del sangue e della puzza. Lucifero godrebbe vedendo le malvagità commesse dal papa.

Bassorilievo di Bonifacio VIII

UN GIALLO STORICO IN VATICANO

I due papi sono protagonisti di una vicenda noir, un mistero che affascina gli storici da generazioni: Celestino V sarebbe stato indotto da Bonifacio VIII ad abdicare e successivamente sarebbe stato rinchiuso in una prigione dal nuovo pontefice. Ma gli orrori di Bonifacio non si limitarono a questo: l’acerrimo nemico di Dante sarebbe stato il mandante della morte di Celestino V, che sarebbe stato ucciso con un chiodo.

Prima di analizzare le ipotesi formulate dagli studiosi, è necessario descrivere la versione ufficiale della morte di Celestino V, che conosciamo grazie alle testimonianze del processo di canonizzazione e le Vite di Celestino V, scritte dai monaci della sua congregazione Bartolomeo di Trasacco e Tommaso di Sulmona. Il papa era molto anziano, infatti aveva ottantasette anni, e conduceva una vita da eremita nella rocca di Fumone, in cui era stato imprigionato da Bonifacio VIII. Morì per l’aggravarsi di una malattia mentre recitava dei salmi e, al momento del decesso, sulla porta della sua cella sarebbe apparso un globo di fuoco che si sarebbe trasformato in una croce. Bonifacio VIII inviò sul luogo per le esequie solenni il camerlengo, cardinale e vescovo di Palestrina Teodorico di Orvieto e il cardinale del titolo di Santa Cecilia Tommaso di Ocre, della congregazione benedettina dello Spirito Santo fondata dal defunto papa. Il corpo fu sepolto nella chiesa di Sant’Antonio di Ferentino, appartenente alla congregazione fondata da Celestino V.

Nessuna fonte risalente a tale periodo parla di omicidio, né quelle relative al processo di canonizzazione né le Vite. Nessuno inoltre richiede di fare canonizzare Celestino V come martire come richiese Filippo il Bello, un procedimento per cui una morte violenta sarebbe necessaria. In fonti di poco posteriori compaiono invece accenni all’omicidio del papa, sebbene non venga menzionato alcun chiodo: dalle Decadi di Flavio Biondo sino alle opere del Seicento.

Lelio Marino è uno degli storici principali di Celestino V; dopo aver raccontato il decesso del papa secondo lo schema tradizionale, racconta di non poter tacere la notizia dell’omicidio commissionato da Bonifacio VIII, descrivendola con abbondanti particolari e riferimenti a storici precedenti, oltre a iconografie che rappresentano Celestino V con la palma del martirio o con un chiodo infisso nel cranio.

Statua di Bonifacio VIII

Ma facciamo un salto a qualche anno prima, al 1597, quando nella chiesa di Santo Spirito presso Sulmona viene scoperto “nel muro della cappella intitolata alla beatissima Vergine Madre” un reliquiario che conteneva le ossa di un monaco vicino a Celestino V, Roberto di Salle, e diverse reliquie, tra cui un chiodo sporco di sangue avvolto in un drappo di seta scolorita. L’artefice della scoperta fu il padre abbate don Francesco d’Aielli alla presenza del padre don Girolamo di Nicotera. L’abate portò il chiodo all’Aquila in occasione della celebrazione dell’indulgenza di papa Celestino presso la basilica di Santa Maria di Collemaggio e scoprì un grosso foro nel cranio del pontefice, nel quale il chiodo rinvenuto entrava alla perfezione. Tale foro è sopravvissuto sino ai nostri giorni, le sue dimensioni sono mm 9×5, con profondità di 5 cm.

Gli storici moderni fanno spesso affidamento a Lelio Marini, ma dissentono sul chiodo e sull’omicidio, ritenendole leggende. Dubitano persino dell’episodio del ritrovamento del chiodo, che non è giunto sino ai nostri giorni. Le ragioni del loro scetticismo sono l’assenza di riferimenti a morte violenta nelle prime fonti e, soprattutto, in relazione agli oppositori di Bonifacio VIII, come i Colonna o i ministri del re di Francia, che avrebbero interesse a dipingere costui come un assassino. Alfonso Marini, lo storico che abbiamo studiato per scrivere questo articolo, non escluderebbe a priori l’esistenza del chiodo e non scarterebbe la testimonianza di Lelio Marini, che secondo alcuni avrebbe inventato tutto per fare di Celestino V un martire, anche a costo di rendere Bonifacio VIII un assassino.

Il manoscritto 1071 dell’Arsenal (1455) anticipa di un secolo e mezzo la diffusione dell’ipotesi dell’omicidio avvenuto per mano di un chiodo e l’esistenza del foro nel cranio del pontefice. Ne consegue che Lelio Marini non fu l’inventore di una macabra leggenda, ma un attento storico che ha riportato ciò che raccontano fonti antecedenti.

Una commissione medica ispezionò a fine Ottocento i resti di Celestino V: dopo un’accurata descrizione del foro, scrisse che ”[…] l’origine della suddescritta lesione non possa menomamente essere accidentale, ma sia da ripetere dalla mano dell’uomo col sussidio di un adatto strumento […] nella ipotesi che tale strumento sia un chiodo di forma comune, il tratto di esso penetrato in cavità abbia a valutarsi di circa cm: cinque”. Secondo un medico patologo nostro contemporaneo che preferisce restare anonimo, tale relazione ottocentesca sarebbe insufficiente e la nettezza del foro sembrerebbe indicare la mancanza di una reazione vitale antinfiammatoria al colpo, pertanto sarebbe più plausibile la produzione del colpo post mortem.

I resti di Celestino V.

Anche altri studiosi hanno ipotizzato che il foro sia stato realizzato quando il papa era già morto, per esempio nel 1529, per esempio mentre il principe d’Orange voleva impadronirsi della cassa d’argento che conteneva il corpo del santo, oppure quando le reliquie vennero rinchiuse nella cassa per essere trasferite da Ferentino ad Aquila. Altre tesi sostengono che si volesse dimostrare con il foro che Bonifacio VIII, ormai defunto, fosse un assassino: se tale ipotesi fosse vera, la profanazione sarebbe avvenuta nel 1304, quando Filippo il Bello fece prelevare alcuni resti per donare delle reliquie ai monasteri celestiniani francesi. Tali supposizioni tuttavia non possono avvalersi del sostegno delle fonti. Uno storico scrive dell’assenza di “un pezzo di osso” nel cranio del papa, da cui nacque la leggenda dell’uccisione di Celestino V da parte delle guardie, ma senza alcun riferimento al foro o al chiodo. E’ stato inoltre ipotizzato che il foro sia stato provocato quando la cassa è stata chiusa frettolosamente subito dopo la morte del papa; tale teoria combacia con il racconto del cardinale Pietro Colonna.

Sono state inoltre ritrovate delle testimonianze interessanti: in deposizioni in processi inquisitoriali contro i catari a Bologna nel 1299 e contro i guglielmiti a Milano nel 1300 veniva sostenuta l’invalidità dell’elezione di Bonifacio VIII in quanto l’abdicazione di Celestino V sarebbe illegittima poiché il primo avrebbe ucciso il secondo. Non viene ancora nominato il chiodo, che fa la sua comparsa nella memoria del cardinale Pietro Colonna del 1306.

In un’altra fonte Nicola Pagano di Berardo di Sulmona, primicerio di San Giovanni Maggiore a Napoli, afferma di aver assistito al momento in cui Bonifacio VIII rimproverò il nipote Pietro di non aver ancora ucciso Celestino V, imponendogli di compiere tale orribile gesto. Giacomo da Palombara, preposito di San Pietro di Corneto, sostenne che Celestino venne strangolato in carcere. Tali testimonianze sarebbero affini a quelle rilasciate da Pietro da Colonna. Non sappiamo cosa accadde realmente, ma sembrerebbe possibile che Bonifacio VIII abbia fatto uccidere in carcere Celestino V grazie alla mano di un parente stretto che, secondo Pietro da Colonna, non sarebbe il nipote Pietro II Caetani, ma il fratello del papa Roffredo II. Proprio a causa di tale assassinio il cardinale venne chiuso frettolosamente nella cassa e portato nella chiesa di Sant’Antonio per le esequie solenni. Roffredo II l’8 maggio 1296 effettuò una donazione a Fumone, dove era rinchiuso il papa, che morì il 19 maggio. Secondo Pietro Colonna, non si tratterebbe di un caso. Il racconto di Pietro Colonna prosegue.

Affresco di Celestino V.

Il camerlengo, inviato da Bonifacio VIII, fece chiudere il corpo in una cassa e lo inviò a Ferentino, dove la affidò al comune. Qualcuno chiese di vedere il contenuto della cassa, ma il camerlengo lo minacciò di morte con l’accusa di vituperare il papa e di voler danneggiare la casata dei Caetani. Fece poi seppellire la cassa con l’ordine di non toccarla, pena gravissime sanzioni. Anche tale comportamento risulta piuttosto bizzarro. Pietro Colonna denuncia un secondo delitto: il monaco che si trovava vicino al papa al momento del decesso sarebbe stato incarcerato da Bonifacio VIII e sarebbe morto pochi giorni dopo. Secondo Alfonso Marini una ricostruzione così dettagliata e perfetta potrebbe essere sospetta in quanto sarebbe stata preparata ad hoc per fornire accuse a Filippo il Bello contro Bonifacio VIII.

Secondo Alfonso Marini il silenzio delle fonti scritte prima o durante il processo di canonizzazione indicano che in tale periodo storico era vietato parlare del presunto omicidio. Tali fonti sarebbero l’Inquisitio in partibus (1306-1307) e le Vite. Gli interrogatori del processo si svolgevano attraverso una griglia di domande già preparate, perciò era difficile affrontare argomenti non richiesti, inoltre il notaio, durante la traduzione dei verbali dal volgare al latino, contraffaceva le testimonianze. Tale silenzio sarebbe stato dettato dalla volontà di non compromettere i rapporti con il nuovo papato affermando l’invalidità della successione. Ne consegue che Vita C si limita solamente a menzionare le cattive condizioni in cui Celestino V era rinchiuso e la soddisfazione di Bonifacio VIII per la morte del predecessore.

Pur non schierandosi apertamente con la versione del cardinale Colonna, un testimone durante il processo di canonizzazione racconta una versione dei fatti che combacia con la leggenda dell’omicidio. Si tratta di uno dei primi testi, il IX, che viene deposto a Napoli da una persona colta, che fu presente durante le esequie: dominus Nicolaus Verticellus de Neapoli. Per raccontare l’episodio dell’apparizione della croce sopra la cella in cui morì il santo, costui rivela di essere arrivato con il cardinale Tommaso dopo il camerlengo e non contemporaneamente, come scrivono le agiografie. Il corpo era già stato deposto nella cassa, inoltre erano presenti le guardie ma non i monaci che accompagnavano Celestino V durante i suoi ultimi giorni. Tali informazioni, non ostili a tal punto a Bonifacio da essere filtrate dal notaio, sono sopravvissute sino ad oggi pur appartenendo ad un periodo in cui non si sarebbe potuto parlare del presunto omicidio. Un altro aspetto singolare è il fatto che tali affermazioni non provengono da fonti ostili a Bonifacio, ma dal materiale agiografico del processo di canonizzazione. E’ inoltre particolare il fatto che le agiografie si discostano dai dati raccolti durante il processo di canonizzazione; secondo lo storico che ha scritto il nostro saggio, si tratterebbe di una altro elemento da prendere in considerazione nella nostra analisi.

Chiodi medievali. L’arma del delitto potrebbe assomigliare ad uno di questi reperti.

Alfonso Marini ritiene che non esistano sufficienti prove né a favore della tesi dell’omicidio mediante un chiodo del santo, né a sostegno della sua morte naturale. La malvagità di Bonifacio VIII sarebbe stata abilmente insabbiata, oppure il malcapitato pontefice sarebbe stato calunniato dai propri avversari. In attesa di scoprire ulteriori testimonianze, possiamo soltanto restare affascinati da tale avvincente giallo storico vaticano e seguire il dibattito.

FONTI:

2 pensieri su “Giallo storico in Vaticano: Bonifacio VIII avrebbe ucciso Celestino V con un chiodo.

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