“Nelson” al Teatro sociale di Como, la storia di Nelson Mandela in un monologo infuocato.


Questo articolo è stato pubblicato su Modulazioni Temporali.

“…nessuno nasce odiando un altro per il colore della sua pelle, la sua storia o la sua religione. Le persone debbono imparare”

Il Teatro sociale di Como riapre al pubblico proponendo come primo spettacolo di maggio Nelson, un monologo che ripercorre la vita di Nelson Mandela. Il testo e la regia sono di Giuseppe di Bello, mentre il monologo è stato egregiamente interpretato da Marco Continanza. L’opera è stata realizzata da artisti occidentali, ma si respira l’atmosfera del continente nero e delle sue tradizioni poiché il tema trattato è stato approfondito sotto ogni suo aspetto.

Nelson Mandela non ha bisogno di presentazioni, è il primo presidente nero del Sud Africa, ma pochi conoscono la sua storia nel dettaglio. Il testo di Giuseppe di Bello si sofferma sugli aneddoti e raggiunge il cuore dello spettatore attraverso uno stile fortemente narrativo, che mira a ricreare l’atmosfera delle varie situazioni vissute dal protagonista. Una curiosità singolare è che Nelson Mandela non è il vero nome di quest’uomo straordinario: è stato scelto da una maestra all’epoca in cui i nomi dei neri erano disprezzati dai bianchi. Un’altra informazione che pochi conoscono è che Nelson Mandela era critico non solo nei confronti dei bianchi, ma anche verso il proprio popolo, infatti scappò per sottrarsi ad un matrimonio combinato. Fu costretto a lavorare in miniera, ma nonostante tutto divenne avvocato, il primo avvocato nero in grado di difendere i diritti dei neri. Quando venne arrestato fu costretto a vivere in una cella di due metri per due, privato persino della facoltà di leggere un giornale o opere come Guerra e pace e Shakespeare. Durante la prigionia il protagonista perse la madre e il figlio, ma non gli fu concesso di partecipare ai funerali. Lo spettacolo evoca inoltre la manifestazione sfociata nel sangue che diede inizio alla rivendicazione da parte dei neri dei propri diritti.

Marco Continanza è solo sul palco, indossa indumenti che non sembrano costumi di scena e si infiamma come un oratore ad un comizio politico popolare per trasmettere la rabbia e la frustrazione di un popolo oppresso. Non è difficile immaginare i leader politici africani parlare ai loro fratelli con lo stesso tono di voce e con la medesima disperazione. La mimica è molto importante, sebbene sia discreta, e accompagna la recitazione enfatizzando i concetti.

Un aspetto molto importante dello spettacolo è la cura del sonoro. Alcuni suoni sono registrati, come i tamburi africani, ma meritano di essere menzionati anche dei canti neri sudafricani e un frammento di un discorso di Nelson Mandela, che permette al suo spirito di conquistare la platea attraverso la sua voce. Sono fondamentali anche i suoni che l’attore produce sul palco con il proprio corpo, per esempio saltando su una pedana, oppure con degli oggetti, come quando ha lasciato cadere dei sassi sul palco. La scenografia è minimalista: un pannello opaco e una pedana obliqua. Ne consegue che l’attenzione dello spettatore si focalizza sull’attore e spetta alla parola il compito di evocare l’ambiente in cui si svolge l’azione. Gli oggetti di scena sono soltanto due: una scatola di legno al cui interno è presente un’immagine storica e i già menzionati sassi. La conseguenza di tale scelta stilistica è che non ci sono elementi fisici che vivacizzano la narrazione, perciò tale compito spetta alla recitazione, alla minima, al testo teatrale.

È importante assistere allo spettacolo poiché i diritti umani sono un argomento che riguarda tutti e l’Africa non è poi così lontana, inoltre si tratta di un argomento di storia che solitamente non si studia tra i banchi di scuola ma merita di essere menzionato. Lo spettacolo è molto semplice non solo per i contenuti, ma anche per lo stile della recitazione e soprattutto per la durata, infatti la lunghezza è di soli settanta minuti. L’aspetto più interessante dell’opera è che trasforma Nelson Mandela da un’icona e una leggenda ad un uomo, con un’infanzia, una famiglia e tanti aneddoti da raccontare: se un uomo comune come lui è riuscito a fare grandi cose, allora anche noi possiamo migliorare il mondo in cui viviamo.

Valeria Vite

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