Il mito di Zeus e Io: come Ovidio influenza la storia dell’arte.


Ovidio narra nel primo libro delle Metamorfosi il mito di Zeus e Io. Prima di scoprire come il racconto ovidiano ha influenzato la storia dell’arte, vorrei proporre la mia personale traduzione dei versi di Ovidio.

Le Metamorfosi contengono miti considerati sacri dai Romani, tuttavia non si tratta di un testo religioso: il suo scopo è intrattenere con racconti avvincenti e raffinata poesia, all’epoca inoltre molti romani veneravano gli dei come gesto di sottomissione alla patria, ma credevano nelle filosofie greche o nei culti proveniente dall’oriente. I miti di Ovidio si susseguono per analogia, richiamando l’uno degli elementi dell’altro.

Immagine tratta da Il mattino di Foggia.

Il mito di Zeus e Io è narrato nei vv. 568-747. Clicca qui per leggere il testo latino originale. Segue la mia traduzione letterale, che è piuttosto grezza perché è stata scritta per un esame universitario e non per la lettura d’intrattenimento.

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C’è un bosco nell’Emonia[1], che una foresta pericolosa chiude

Da ogni parte: (lo) chiamano Tempe; e attraverso questo Peneo, precipitando

Dal profondo Pindo, è volto dalle spumose onde

E gettatosi giù grave conduce tenui vapori con nubi

Agitate e bagna con schizzi le (alle) grandi

foreste e con il suono affatica le cose più che vicine:

Questa è la casa, questa è la sede, queste sono la parte più interna del grande

Fiume, seduto in questo antro fatto di roccia,

dava le leggi alle onde e alle ninfe che abitano le onde.

Là in primo luogo i cittadini del fiume si incontrano,

ignari se congratularsi o consolare un padre,

lo Sperchio ricco di pioppi e l’irrequieto Enipeo

e l’antico Apidano e il mite Anfriso e l’Eante,

e subito altri fiumi, che, poiché l’impeto spinge quelli,

in mare conducono le onde stanche per il vagare.

Solo l’Incaco manca e nascosto nel profondo antro

Ingrossa le acque con i pianti e disperatissimo è in lutto per la perdita

Della figlia Io: non sa se goda della vita

O se sia presso i Mani[2]; ma non trovandola in nessun luogo,

ritiene che non sia da nessuna parte e nell’animo teme le cose peggiori.

Giove aveva visto quella che ritornava dal fiume

Paterno e aveva detto: “O fanciulla degna di Giove e che beato farai

Lo sconosciuto che ti sposerà, dirigiti nelle ombre

Di quegli alti boschi” (e le aveva mostrato le ombre dei boschi)

“ancora fa caldo e il sole è altissimo in mezzo al cielo!

E non temere di entrare sola fra i nascondigli delle belve,

un dio protegge penetrerai tutti i segreti dei boschi,

e non un dio qualunque (della plebe), ma che tiene in mano

un grande scettro celeste, ma che invia fulmini vaganti.

Non fuggirmi!” Fuggiva infatti. Già aveva lasciato

i pascoli di Lerna E i terreni seminati ad alberi del Lirceo,

quando il dio, introdotta la nebbia si nascose in terre

spaziose e arrestò la fuga e (le) rapì l’onore.

Intanto Giunone guardò verso il centro dell’Argo

E stupita che sotto un nitido giorno delle nubi

Volanti avessero fatto l’aspetto della notte, e sospettò che non fossero

Nuvole (quelle) dei fulmini, e nemmeno restituite dalla terra umida;

e riflettendo su come fosse il suo coniuge, che tante volte

aveva colto in fallo, si volse intorno a cercarlo.

E dopo che questo non lo trovò in cielo, dice: “O io mi sbaglio,

o io sono tradita” e precipitandosi dall’etere si posò

sulla grande terra e ordinò che le nuvole retrocedessero.

Avendo previsto l’arrivo del coniuge, quello (Giove) aveva mutato

L’aspetto della figlia di Inaco in una giovenca splendente;

anche la vacca era bella. La figlia di Saturno ispeziona la bellezza

della vacca, sebbene malvolentieri, e chiede di chi sia o da dove

venga il bestiame, quasi come se non lo sapesse.

Giove mente che è stata generata dalla terra, affinchè l’autore smettesse

Di essere investigato: la figlia di Saturno chiede questa in dono.

Che fare? Sarebbe stato crudele cedere il suo amore,

non darla sarebbe stato sospetto: il Panico è colui che esorta da quel momento,

dall’altra parte Amore lo dissuade. Il Pudore è vinto da Amore,

ma menzognero se la vacca in dono fosse stata negata alla compagna

sorella e amante, avrebbe potuto non sembrare una vacca!

Donata la rivale in amore, la dea non lasciò tutto il timore

Senza pausa e temette Giove e fu angosciata per il furto,

finchè non la affidò da custodire ad Argo, figlio di Arestore.

Argo aveva il capo cinto da cento occhi

Da quel luogo due alla volta riposavano dalle loro mansioni,

gli altri custodivano e rimanevano in posizione.

In qualunque modo si era collocato, guardava Io,

davanti agli occhi aveva Io, per quanto voltato.

Con la luce lascia che pascoli, quando il sole è sotto l’alta terra,

(la) rinchiude e cinge il vergognoso collo con una catena.

Si nutre (pascola) con le fronde degli alberi e con l’erba amara.

L’infelice giaceva su un terreno come materasso che non sempre

aveva erba e beve in fiumi paludosi.

Quella anche supplice ad Argo vuole tendere

Con le braccia, non aveva braccia tali da tendere ad Argo,

e (se) con la bocca tentava di chiedere emetteva un muggito

e provava terrore a quel suono ed è atterrita dalla propria voce.

Venne anche alle rive dell’Inaco, dove un tempo soleva

Giocare: come guardò nell’onda le fauci e le nuove

Corna, ebbe paura e si ritirò sconvolta.

Le Naiadi ignorano, ignora anche Inaco stesso,

chi sia; quella segue il padre e segue le sorelle

e tollera di essere toccata e si offre a coloro che la ammirano.

Il vecchio Inaco, raccolta dell’erba, (gliela) porge:

quella lecca la mano e da al padre dei baci sulle palme

e non trattiene le lacrime e, se pronunciasse delle parole,

chiederebbe (parlerebbe) aiuto e direbbe il suo nome e la (sua) rovina;

lettere al posto di parole, che il piede condusse nella polvere,

narrò tristemente la testimonianza del corpo mutato.

“Me misero!” esclama il padre Inaco stringendo le corna

E il collo della giovenca gemente e (bianca) come la neve,

“Me misero!” ripete “Non sei tu mia figlia che ho cercato (chiesto)

Per tutte le terre? Minor dolore mi avresti dato se non ti

Avrei ritrovata! Taci e non rispondi reciprocamente

Ai nostri detti, tanti alti sospiri conduci

In petto, l’unica cosa che puoi (fare), alle mie parole muggisci!

Ma io a te ignaro preparavo il talamo nuziale,

e la speranza fu per un genero prima, in secondo luogo un nipote.

Ora dal gregge avrai un uomo, dal gregge avrai un figlio.

E non è lecito per me finire un tale dolore con la morte;

ma reca danno essere dio, e la porta preclusa della morte

estende il nostro lutto in un’eterna eternità”.

Lamentandosi di tali cose, Argo stellato (di occhi) (la) scaccia

E trascina la figlia sottratta al padre verso diversi

Pascoli. Alla stessa altezza occupa le cime lontane

di un monte, da cui sedendo sorveglia ogni parte.

E il direttore del cielo non può portare tanti mali

Alla sorella di Foroneo e chiama il figlio[3], che fu partorito

Dalla Pleiade luminosa, con ali ai piedi e stretta in mano

La verga che infonde il sonno il copricapo sulla chioma.

Quando depone queste cose, il figlio di Giove salta dalla patria

Fortezza alla terra, soltanto la verga fu trattenuta:

con questa conduce, come un pastore, le caprette rubate per le impervie

campagne mentre va, e canta sulle canne ammassate.

Il custode di Giunone, Argo, catturato da quella nuova voce, dice: “Ma tu,

chiunque tu sia, puoi sederti su questo sasso con me,

e infatti in nessun luogo c’è erba

Più fertile per il bestiame e vedi ombra più adatta ai pastori”.

Il nipote di Atlante siede e chiacchierando di molte cose

Lo trattiene per (tutto) il giorno e cantando canzoni

Alla zampogna tenta di vincere gli occhi che osservano.

Quello tuttavia combatte (per) vincere il languido sonno

E, per quanto il sopore sia accolto da una parte degli occhi,

tuttavia vigila con una parte. Chiede anche (certo la zampogna

era stata inventata recentemente) con quale ragione sia stata inventata.

Allora il dio dice: “Sotto i gelidi monti dell’Arcadia,

tra le amadriadi di Nonacre ci fu una

famosissima Naiade, le ninfe (la) chiamavano Siringa.

Non una sola volta quella si era anche fatta gioco dei satiri che la inseguivano

E di qualunque altro dio che si trovava nell’ombrosa foresta e nella fertile

Campagna. Venerava la dea Ortigia[4] votandosi

Alla stessa castità; vestita anche secondo l’usanza di Diana

Ingannava e poteva essere creduta la figlia di Latona, se quella

Non (avesse) l’arco di corno, se non fosse quello d’oro;

anche così ingannava. Tornando dal colle Liceo,

Pan la vide e con il capo circondato di aghi di pino

Tali parole disse …” (E non) restava che riferire le parole

E disprezzate le preghiere la ninfa era fuggita per l’erba

Finchè verrà al fiume calmo del sabbioso

Ladone[5]; impedondo le onde il corso a quella,

aveva pregato le liquide sorelle di mutarle la forma

e Pan, quando riteneva già di aver preso Siringa,

strinse invece del corpo della ninfa delle canne paludose,

e mentre qui sospira, il moto del vento nella canna

produce un suono tenue e simile a un lamento.

Il dio catturato dalla dolcezza di (quell’) arte nuova e della voce,

disse: “Così continuerò a parlarti!”

E così congiunte canne di diversa lunghezza tra loro

Con un assemblaggio di cera aveva tenuto il nome della fanciulla.[6]

Queste cose stava per narrare il Cillenio quando vide che tutti

Gli occhi si erano chiusi e lo sguardo si era velato per il sonno;

Subito interrompe il racconto e assicura il sopore

Accarezzando con la verga magica gli occhi languidi.

E senza indugio, con la spada a forma di falce ferisce colui che vacilla,

dove la testa è confine con il collo, e abbatte dal sasso

il sanguinante e macchia la pericolosa rupe con il sangue.

Argo, giaci, quella luce che avevi in tutti gli occhi,

è estinta, e una notte occupa i tuoi cento occhi.

Saturnia[7] raccoglie questi e li colloca sulle piume del suo

uccello[8] e riempie la coda con gemme stellate.

Subito si infiammò e diffonde l’ira

E fa apparire agli occhi e all’animo dell’amante Argolica

l’orribile Erinni e affondò in petto un pungolo

invisibile e tormenta la fuggitiva per tutta la terra.

E non restavi che tu, ultimo, Nilo immenso, alla fatica;

non appena vi giunse, e posta al margine del ruscello

si incurvò sulle ginocchia e proteso indietro il collo verso l’alto,

 come solo potè, alzò il volto alle stelle

e con un gemito e con lacrime e con un muggito lamentoso

sembrava chiedere con Giove e pregare la fine dei suoi mali.

Quello abbracciato il collo di sua moglie con le braccia,

chiede che ponga termine finalmente alle pene, e dice: “In futuro

deponi il timore, questo per te mai sarà

causa di dolore”. E ordina che la palude Stigia ascolti questo.

Come la dea si fu calmata, quella prende l’aspetto precedente

E diventa ciò che prima fu: le setole fuggono dal corpo,

le corna decrescono, l’orbita dell’occhio diventa più stretta,

la bocca si contrae, ritornano sia le spalle sia le mani,

e dissoltosi lo zoccolo si dissolve in cinque:

della giovenca nulla sopravvive in quella se non il candore dell’aspetto.

Ed essendo la ninfa contenta dell’utilizzo di due piedi

Si alza e teme di parlare, di muggire secondo il costume

Di una giovenca, e ritenta con una timida parola interrotta.

Ora è venerata come una dea molto famosa da un tumulto (di persone) vestite di lino.

“Giove e Io” del Correggio.

RIASSUNTO DEL MITO

Giove si invaghì di Io, figlia del fiume Inaco, e la attirò in un bosco per stuprarla. Per nascondere alla moglie Giunone la sua infedeltà, il dio avvolse la terra in una fitta nebbia. La moglie ordinò alle nubi di dissolversi, ritrovando così Giove. Nel frattempo, per proteggere Io da Giunone, il padre degli dei la trasformò in una giovenca bianca. Giunone si insospettì e chiese in dono la giovenca; Giove, messo alle strette, gliela concesse. La dea affidò Io ad Argo, un mostro in grado di sorvegliarla ininterrottamente grazie ai suoi cento occhi: quando riposava, la creatura aveva sempre un paio di occhi vigili. Io si recava dal padre e dalle sorelle, riuscì a comunicare loro la sua triste condizione grazie ad un sotterfugio, ma era controllata a vista dal mostro. Giove inviò Mercurio a liberarla. Il messaggero degli dei tentò invano di addormentare Argo suonando una zampogna, riuscì nell’intento solo raccontandogli la storia della nascita della zampogna, vale a dire il mito di Pan e Siringa: per sfuggire dal dio Pan innamorato di lei, Siringa si fece trasformare in una canna; il vento suonò attraverso di lei le prime note, ispirando così la creazione della zampogna. Addormentato Argo, Mercurio lo decapitò. Giunone, dispiaciuta, applicò i cento occhi di Argo sulla coda del pavone, l’uccello a lei sacro. La dea tormentò Io con un pungolo e la costrinse a vagare senza sosta per tutta la terra. Giunta al braccio di mare tra l’Europa e l’Asia, la ninfa attraversò a nuoto lo stretto, che venne così chiamato Bosforo, che significa “passaggio della giovenca”. Giove riuscì a convincere Giunone a porre fine alla tortura della faniulla in Egitto: sulle sponde del Nilo, Io darà alla luce il figlio di Giove, Epafo, e verrà venerata dagli egiziani come la dea Iside.

Particolare del capolavoro del Correggio. Tratto da RestaurArts.

GIOVE E IO DEL CORREGGIO

Giove e Io è uno dei capolavori di Antonio Allegri detto il Correggio, realizzato nel 1532-1533; si tratta di un soggetto squisitamente pagano di amore profano. Nel dipinto Giove ha assunto le sembianze di una nube grigia per sedurre la ninfa, ritratta nuda e seduta su un drappo bianco di tre quarti. Il dio era infatti solito assumere le sembianze più strane per conquistare le sue amanti, spesso anche contro la loro volontà.

Zeus ha il volto di un ragazzo che prende forma dalla nube: si tratta di un caso di mimetismo nel mimetismo. Giove non è raffigurato come consuetudine con l’aspetto di un dio onnipotente e maestoso, è semplicemente un giovane innamorato. La mano non è completamente antropomorfa, ma ha ancora il morbido aspetto di una nuvola. Io invece è in estasi per il bacio ricevuto, lo sguardo e il suo sorriso sono persi nel vuoto, immersi nella percezione sensoriale: non ama solo con il corpo, ama anche con la sua anima infatti, a contatto con l’amore, il nostro io trascende se stesso per giungere a qualcosa che è nulla come una nube, ma che contemporaneamente è divino, e dunque è tutto, l’essenza stessa del cosmo indotta nella singola vita. La chioma di Io presenta un’acconciatura nuziale e il suo corpo ha un andamento a spirale. L’incarnato dorato della fanciulla è in contrasto con il panno candido su cui siede.

In primo piano si trova sulla destra un vaso da cui sgorga un ruscello che allude al padre di Io, Inaco, a sinistra è raffigurata invece una pianta: l’ambientazione è infatti un bosco ombroso con illuminazione rarefatta.

L’opera fa parte di una serie di tele chiamate gli Amori di Giove, che raffigurano le avventure amorose del padre degli dei. Fanno parte di tale gruppo Leda e il Cigno, Danae e la pioggia dorata e Ganimede rapito dall’aquila. Erano state commissionate da Federico II Gonzaga per le stanze di Palazzo Te, probabilmente per ornare il suo studiolo. In seguito vennero donate all’imperatore Carlo V d’Asburgo.

L’autore compie una scelta manierista: la tela ha infatti un formato verticale, la scena si svolge in primo piano e manca qualsiasi accenno di prospettiva. Prevalgono tinte fredde, soprattutto nei riflessi ora chiari ora scuri della nuvola e per quanto riguarda la pietra opale. Il risultato è un’opera raffinata, elegante e molto sensuale.

Giove dona Io a Giunone. Immagine tratta da La mitologia nell’arte.

GIOVE DONA IO A GIUNONE, DI DAVID TENIERS IL VECCHIO

Abbiamo poi trovato un dipinto molto interessante, ma internet ci fornisce soltanto pochi dati anagrafici al riguardo. S’intitola Giove dona Io a Giunone, l’autore è David Teniers il Vecchio; è stato realizzato nel XVII secolo.

Giove è ritratto di spalle, seminudo, avvolto in un panno rosso; sta osservando Giunone, vestita con abiti dell’epoca del pittore, nell’atto di ricevere la giovenca. La scena bucolica si svolge in un bosco, lungo un sentiero costeggiato da rocce e piante. In primo piano sulla destra sono stati raffigurati alcuni uccelli.

FONTI:


[1] Emonia: sinonimo di Tessaglia.

[2] Mani: gli dei Mani, le anime dei morti.

[3] Figlio di zeus: Mercurio.

[4] Dea Ortigia: Diana

[5] Ladone: fiume dell’arcadia dalle sabbie aurifere.

[6] In lingua greca la zampogna si chiama syrinx.

[7] Saturnia: Era.

[8] Il pavone è un uccello sacro a Era.

4 risposte a “Il mito di Zeus e Io: come Ovidio influenza la storia dell’arte.”

  1. eccellente la traduzione e così altrettanto ricca la sezione iconografica sul peso del mito nella storia dell’arte. Complimenti.

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    1. Insomma… la traduzione è forse un po’ troppo letterale, ma mi serve fatta in questo modo per un esame universitario. TI ringrazio infinitamente per i complimenti, torna presto a trovarmi. <3

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      1. ti seguo con attenzione, lo sai :-) <3

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