Apollo e Dafne. Come Ovidio ispira Bernini, Tiepolo e D’Annunzio.

Apollo e Dafne. Come Ovidio ispira Bernini, Tiepolo e D’Annunzio.

Le Metamorfosi di Ovidio raccontano l’affascinante vicenda di Apollo e Dafne e, nonostante il mito narri un tentativo di stupro, si tratta di uno dei passi più poetici ed affascinanti della poesia latina. Le Metamorfosi narrano miti sacri, ma non sono un testo religioso: il loro scopo è intrattenere il lettore con un racconto avvincente e versi raffinati. All’epoca di Ovidio molti non credevano più alle divinità tradizionali, che venivano venerate soltanto come dovere civico nei confronti della polis in Grecia e dell’impero a Roma: si stavano infatti diffondendo nell’impero romano le filosofie greche e i culi orientali. Ne consegue che pochi credevano a tali miti, ma veniva loro riconosciuta un’indiscussa importanza in qualità di patrimonio culturale collettivo.

Immagine tratta dal Corriere della Sera. Una statua di Ovidio.

Dopo aver letto la mia personale traduzione letterale dei versi di Ovidio, analizzeremo come il mio di Apollo e Dafne ha influenzato la storia dell’arte e la letteratura. Si tenga presente che la mia traduzione è piuttosto grezza perché è stata scritta per un esame universitario e non è finalizzata alla lettura d’evasione.


I VERSI DI OVIDIO (vv 438-567)

Clicca qui per leggere il testo originale.

Clicca qui per leggere una traduzione più poetica.

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Non voleva quella cosa, ma anche te, grandissimo Pitone,

allora generò, e per i nuovi popoli, serpente sconosciuto,

eri il terrore: tanto era lo spazio che tenevi dal monte.

Il dio arciere (Apollo), mai con le armi letali

Prima aveva fatto uso se non verso daini e capre selvatiche fuggitive,

la faretra esausta lo consumò carica con quasi mille

frecce, versato veleno per le nere ferite.

E il tempo non può distruggere la fama dell’impresa,

instituì dei sacri giochi con una celebre gara,

detti Pitiche dal nome del serpente domato.

Questo tra i giovani, chiunque aveva vinto con la mano o con i piedi

O con il carro, prendeva l’onore di foglie di quercia.

Non c’era ancora l’alloro, e Febo cingeva le belle

tempie dal lungo crine con qualunque albero.

Il primo amore di Febo fu Dafne figlia di Peneo, che la sorte

Ignara non diede, ma l’ira nefasta di Cupido,

poco prima il dio di Delo, vinto il serpente superbo,

aveva visto lui flettente l’arco per tendere la corda

e: “Che cosa (fai) tu, allegro ragazzo, con (quelle) forti armi?”

Aveva detto: “Codesti pesi si addicono alle nostre spalle,

che possiamo dare certe ferite alle belve, che possiamo dare certe ferite ai nemici,

che solo con il ventre letale premente così tanto la distesa di campi  

copriamo con innumerevoli frecce l’orgoglioso pitone.

Tu fai che tu sia contento di risvegliare non so

Quali tuoi amori, e non attribuirti le nostre lodi!”.

Il figlio di Venere dice a quello: “Il tuo trafigge ogni cosa, Febo,

il mio arco trafigge te; e quanto tutti gli animali cedono

al dio, tanto è minore la tua gloria (paragonata) alla nostra”.

Disse e fendendo l’aria con ali battenti

Infaticabile si pose all’ombra del Parnaso[1] con l’arco

E dalla faretra portatrice di frecce estrasse due frecce

Dalla diversa opera: questa mette in fuga, quella crea l’amore;

Quella che (lo) crea, è dorata e la punta appuntita splende,

quella che mette in fuga, è smussata e ha sotto l’asta il piombo.

Il dio con questa trafigge la ninfa figlia di Peneo, ma con quella

Colpisce i midolli di Apollo attraverso le ossa trafitte;

subito uno ama, fugge l’altra il nome dell’amante

e gioendo per i rifugi delle foreste e per le pelli

degli animali catturati e emula la vergine Diana:

una benda cinge i capelli posti senza legge.

Molti cercano quella, quella aborrisce i pretendenti

Indifferente e ignorante dell’uomo percorre boschi inaccessibili

E non si cura di chi siano Imene[2], chi Amore, chi il matrimonio.

Spesso il padre disse: “Mi devi un genero, figli”,

Spesso il padre disse: “Mi devi dei nipoti, nata”;

quella detestando come un crimine le fiaccole nuziali

tinge le belle labbra di rosso pudico

e si attacca al collo piacevole del padre con le braccia,

disse: “Dai a me, genitore carissimo, che io

goda di perpetua verginità. Prima a Diana il padre diede questo”.

Quello certamente obbedisce, ma codesta bellezza a te vieta

Di essere ciò che desideri, e il tuo aspetto si oppone al tuo voto.

Febo ama e, vista dafne desidera il matrimonio,

e questo desidera, spera, e i suoi oracoli ingannano quello,

e come la leggera paglia brucia tolte le spighe,

come ardono i cespugli per le torce che un viandante casualmente

o avvicina troppo o già lascia sotto la luce,

così il dio si trasforma in fiamme, così brucia

in tutto il petto e nutre un amore sterile sperando.

Ammira i capelli disadorni pendere al collo

E dice: “Se li pettinasse?”. Guarda gli occhi brillanti per il fuoco

Simili a stelle, vede le labbra che non

Ebbe guardato abbastanza; loda sia le dita sia le mani

E le braccia e gli avambracci nudi per la maggior parte;

e ciò che si nasconde, reputa migliore. Fugge più velocemente di quel

vento leggero e non si ferma a queste parole richiamanti:

“Ninfa, ti prego, figlia di Peneo, rimani! Non ti inseguo da nemico;

ninfa, rimani! Così fuggono l’agnella il lupo, così la cerva il leone,

così le colombe l’aquila con le ali trepidanti,

ciascuno è loro nemico: l’amore è per me causa del dare la caccia!

Me misero! Che tu non cada curva e che i rovi colpiti non

Marchino le gambe vergognose e che io non sia per te causa di dolore!

Aspri sono i luoghi dove ti affretti: corri, ti prego,

più moderatamente e frena la fuga, io stesso ti inseguirò più moderatamente.

Tuttavia indaga su a chi piaci: non un abitante dei monti,

io non sono un pastore, non faccio la guardia come un orrido

al bestiame e ai greggi. Non sai, avventata, non sai,

chi fuggi, e per questo motivo fuggi: a me è sottomessa la terra

 Delfica e Claro, e Tenedo e il regno di Patara.[3]

Giove è il (mio) genitore; attraverso di me è manifesto ciò che sarà, ciò che fu e

Ciò che è; attraverso di me le poesie concordano con le cetre.

Infallibile (certa) è la nostra (freccia), tuttavia una frecci è più certa

Per noi, che nel petto nubile fece delle ferite!

La medicina è una mia invenzione, e soccorritore sono detto

Per il globo, e a noi è sottomesso il potere delle erbe.

Povero me, poiché nessun amore è sanabile con le erbe

E l’arte che giova a tutti non giova al signore!”

Più cose avrebbe detto, la figlia di Peneo fuggì con corsa

Timorosa e con lui stesso lasciò parole incomplete (lasciò il discorso a metà),

anche allora sembrava bella; i venti denudavano le membra,

e venti contrari scuotevano le vesti contrarie (???),

e la brezza leggera dietro dava i capelli colpiti (scompigliava i capelli),

e la fuga (le da) un aspetto più acuto (bello). Ma infatti il giovane divino non

regge più di perdersi in ulteriori lusinghe, e come spingeva

lo stesso Amore, segue i piedi con passo spinto.

Come quando un cane di Gallia vede una lepre in campo

Aperto, e questo si dirige (verso) la preda con i piedi, quello (si dirige verso) la salvezza;

uno simile gia ad uno che sta per incalzare e già spera

di tenere e stringe i piedi con il muso irrigidito,

l’altra è nell’incertezza, o se sia catturata, ed è strappata

con gli stessi morsi e lascia la bocca che colpisce:

così il dio e la fanciulla, questo è veloce per la speranza, quella ha il timore.

E questo tuttavia che insegue con le ali di Amore,

è più veloce e nega il riposo e

minaccia alla schiena della fuggitiva e ansima la criniera sparsa ai colli.

Consumate le forze, quella impallidì e vinta

Dalla fatica della veloce fuga guardando le onde di Peneo

Dice: “Padre, aiutami! Se (voi) fiumi avete un potere,

che piaccia agli dei, distruggi l’aspetto mutando”.

Conclusa a stento la preghiera, un torpore pesante pervade le membra,

il suo morbido seno è cinto da una fibra sottile,

i capelli (si trasformano) in foglie, le braccia crescono in rami,

il piede tanto veloce si fissa in pigre radici,

il volto ha una cima: rimane una bellezza in quella.

Febo ama anche questa e posta la destra sul tronco

Sente trepidare ancora il cuore (petto) sotto la nuova corteccia

E abbracciati i rami come (se fossero) membra con le sue braccia

da baci Al legno; il legno tuttavia rifugge i baci.

A questo il dio dice: “Ma, poiché non puoi essere la mia sposa,

sarai certamente il mio albero. O alloro, sempre avranno

te le chiome, le cetre, le nostre faretre;

tu sarai presente con i comandanti del Lazio, quando una voce allegra

canta il Trionfo[4] e si recano con lunghe processioni sul Campidoglio;

custode fedelissima alle medesime porte di Augusto

davanti all’entrata starai eretto e difenderai la quercia in mezzo,[5]

produci anche tu perpetui onori con le foglie!”.

Febo aveva terminato: l’alloro con i rami spuntati (fatti)

Annuì e come una testa sembrò avere agitato la cima.

Immagine tratta da ADO Analisi dell’opera. “Apollo e Dafne” del Bernini.

IL RIASSUNTO DEL MITO

Apollo, secondo la mitologia classica, era il dio del sole e della poesia; Dafne invece era una ninfa appartenente alle Naiadi, che abitavano i corsi di acqua dolce, le fontane e i ruscelli. Secondo Ovidio Dafne era figlia di Peneo, un fiume sacro della Tessaglia, ma secondo altre interpretazioni era la figlia del dio fluviale Ladone e di Creusa.

Dopo aver sconfitto il terribile serpente Pitone grazie alla sua abilità di arciere, Apollo si vantava della sua impresa con Eros. Il dio del sole derise il dio dell’amore, domandandogli quali imprese avesse compiuto con il suo arco. Eros decise di vendicarsi, così impose ad Apollo di innamorarsi di Dafne trafiggendolo con una freccia acuminata dalla punta dorata e indusse la fanciulla a respingerlo con una freccia dalla punta di piombo.

Dafne iniziò a vagare per i boschi per sottrarsi al dio, che irremovibile la inseguiva. La ninfa voleva restare vergine come la dea Diana e invano chiese al padre di soddisfare tale desiderio. Più il dio insisteva e la implorava, più la giovane fuggiva. Per sottrarsi alla brama del dio, Dafne implorò il padre Peneo e la madre Gea di essere salvata e venne accontentata: la fanciulla venne infatti trasformata in una pianta di alloro, il Laurus nobilis. I versi che descrivono la sua metamorfosi sono molto poetici e narrano del torpore del corpo che diventa pesante, di come il corpo si ricopre di corteccia, i capelli diventano foglie e i piedi radici. L’unica qualità che resta inalterata della fanciulla è la bellezza. Nonostante la metamorfosi, restano in Dafne delle caratteristiche antropomorfe: è possibile udire il suo cuore pulsare e la ninfa riesce a muovere spontaneamente i rami per sottrarsi al tocco del dio.

 Apollo decise di rendere la pianta sempreverde e di consacrarla a se stesso: da quel momento, verrà posta sul capo degli uomini che si contraddistinguono per gloria e prestigio in ardue imprese. In greco antico il nome Daphne significa infatti “alloro”.

Immagine tratta da Mikipedia Arte. Particolare di “Apollo e Dafne” del Bernini.

APOLLO E DAFNE DEL BERNINI

Apollo e Dafne è il capolavoro dello scultore Gian Lorenzo Bernini. L’opera in marmo è alta 243 cm ed è conservata a Galleria Borghese a Roma.

Il gruppo scultoreo fu l’ultima delle commissioni che il cardinale Scipione Caffarelli-Borghese rivolse al Bernini, che all’epoca aveva da poco superato i vent’anni. Apollo e Dafne venne iniziata nell’agosto nel 1622, ma venne interrotta dal 1623 al 1624 perché il Bernini stava lavorando al David per il cardinale Alessandro Peretti. Quando ripresero i lavori, il Bernini fu affiancato da Giuliano Finelli, che si occupò del fogliame e delle radici. L’opera venne terminata nell’autunno del 1625 e fu da subito giudicata uno dei capolavori dell’artista.

Per esporre una scultura di tema amoroso e mitologico nell’abitazione di un cardinale venne attuato lo stesso stratagemma escogitato per il Ratto di Proserpina, una scultura che il Bernini terminò nel 1622. Venne posto un cartiglio alla base della statua con un distico moraleggiante di Maffeo Barberini: Quisquis amans sequitur fugitivae gaudia formae / fronde manus implet baccas seu carpit amaras (Colui che ama e insegue i gaudi della bellezza fugace, colma la mano di fronde e coglie amare bacche).

Il gruppo scultoreo ritrae Apollo nell’atto di raggiungere Dafne, ma la fanciulla si sta ormai trasformando in alloro. Il dinamismo di Apollo era all’epoca ignoto all’arte scultorea: il dio sfiora infatti la ninfa con la mano sinistra, forse nell’intento di abbracciarla, inoltre lo scultore ha messo in risalto i suoi muscoli e i tendini tesi per lo sforzo e la figura poggia sul piede destro, saldamente piantato al suolo, mentre la gamba sinistra è sollevata; il mantello sta scivolando a terra ed è gonfiato dal vento, i capelli ondulati sono mossi all’indietro per la corsa e lo sguardo è reso estremamente vitale dallo spessore delle palpebre, dall’iride incavato e dalla pupilla in rilievo, l’unica parte dell’occhio ad essere colpita dalla luce. Per sottrarsi all’abbraccio, Dafne esibisce suo malgrado la propria nudità e inarca il busto in avanti, controbilanciando la spinta del dio. E’ tuttavia evidente che la parte inferiore del suo corpo non risponde più al suo volere perché sta già iniziando a trasformarsi in tronco: il piede sinistro è diventato una radice, il destro invece non è ancora del tutto mutato. Le mani sono rivolte al cielo con i palmi aperti, ma le dita si stanno già trasformando in ramoscelli di alloro. Il volto è lo specchio delle emozioni della ninfa che prova terrore, ma anche sollievo per l’imminente metamorfosi; l’espressione di Apollo tradisce invece delusione.

L’opera è impreziosita dai giochi di pieni e di vuoti, di luce e di ombra. Il marmo è stato sapientemente scolpito per rendere l’effetto della rugosa corteccia, la dura roccia, la morbida e liscia pelle, l’aspra freschezza delle fronde. Attraverso una sapiente dinamica dell’avvicinamento e del distacco dei due archi descritti dai corpi dei protagonisti, l’opera è inoltre in perfetto equilibrio, pertanto trasmette un senso di armonia. E’ infine possibile notare delle analogie con l’Apollo del Belvedere.

“Apollo e Dafne” del Tiepolo.

APOLLO E DAFNE DI GIAMBATTISTA TIEPOLO

Lo stesso soggetto è stato raffigurato nel 1743-1744 da un Giambattista Tiepolo nel pieno della sua maturità artistica, in un dipinto olio su tela oggi esposto al Louvre.

Tiepolo sembra riprendere il soggetto del Bernini aggiungendo alcune varianti: la presenza di Cupido, che si trova al di sotto di Dafne, e di Peneo di spalle in primo piano, mentre sorregge un remo nell’atto di interrompere la corsa della figlia e del suo persecutore. La parte superiore del dipinto è caratterizzata da colori freddi e accesi in quanto è illuminata dalla luce del cielo, la sezione inferiore invece è dominata da colori caldi, con predominanza di marroni e grigi, poiché si trova nell’ombra. I personaggi sono seminudi e avvolti in drappi dai colori accesi; in particolare un tessuto dorato copre i genitali di Dafne, mentre quelli di Apollo sono nascosti dal piede della ninfa. Apollo porta dei sandali, la faretra e un manto color cremisi che crea un piacevole contrasto con il cielo azzurro.

Immagine tratta da libriantichionline.com

LA PIOGGIA NEL PINETO, UNA CITAZIONE

La pioggia nel pineto è una poesia di Gabriele D’Annunzio pubblicata in Alcyone, che racconta la fusione panica con la natura cui sono soggetti il poeta e la sua amata Ermione, che in realtà sarebbe Eleonora Duse. La fusione panica con la natura, un’esperienza sublime riservata a pochi superomistici privilegiati, consiste nell’unione del poeta e della sua amata con la natura che li circonda; essa si concretizza con la trasformazione dei protagonisti in vegetali e la descrizione di tale metamorfosi evoca quella di Dafne.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.

E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.

Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.

Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

FONTI:


[1] Parnaso: monte greco che sorse vicino a Delfi, sacro ad Apollo.

[2] Imene: dio delle nozze.

[3] Delfi si trova nella Focide, Claro in Lidia, Tenedo nell’isola dell’Egeo, Patara in Licia.

[4] Trionfo: manifestazione per cui il condottiero vittorioso attraversa un arco di trionfo, oppure giunge fino al Campidoglio.

[5] L’alloro per le vittorie in guerra, la quercia per i meriti civili.

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