Delle pergamene della “Commedia” recentemente ritrovate a Pavia e di filologia dantesca.


A differenza di molti altri illustri autori medievali italiani, di Dante non è rimasto alcun documento autografo. Ciò non riguarda soltanto la Divina Commedia, ma anche le altre opere, sia latine sia scritte in volgare, comprese le lettere; non abbiamo nemmeno una firma. Siccome non possediamo nessun originale, i filologi sono costretti a realizzare delle edizioni critiche delle opere dantesche, vale a dire delle ricostruzioni di ciò che secondo loro è il manoscritto originale. Per realizzare tale opera vengono utilizzate le copie degli originali, in cui sono inevitabilmente presenti gli errori dei copisti: confrontando tali varianti si tenta di risalire alla versione originale.  

Le opere di Dante hanno avuto larghissima diffusione e le copie sono assai numerose in Italia e in tutta Europa poiché iniziarono a moltiplicarsi a partire da pochi anni dalla morte del poeta. Sono arrivati sino a noi quasi 800 manoscritti della Commedia, un numero secondo solo alle copie della Bibbia. Alcuni copisti sono illustri, come per esempio Giovanni Boccaccio, altri sono dei semplici intellettuali di poca fama. La proliferazione dei testimoni ha portato alla rapida corruzione del testo e ha comportato l’impossibilità di risalire all’originale.

Per realizzare l’edizione critica non vengono analizzati tutti quanti i codici poiché si tratterebbe di un lavoro colossale: il filologo seleziona i codici a suo parere meno corrotti dopo aver realizzato uno stemma codicum, vale a dire un diagramma che ricostruisce i rapporti di derivazione tra codici, per determinare quale codice è stato copiato da un altro codice. Tali diagrammi possono essere anche molto intricati, quello della Commedia rientra sicuramente tra questi per l’ingente quantità di testimoni.[1]

I filologi non hanno mai smesso di sperare di ritrovare un autografo di Dante, infatti sono state formulate diverse proposte su come effettuare le ricerche. Leggete qui per scoprire gli ultimi progetti degli studiosi. Siccome gli autografi sembrano davvero essere stati perduti, dobbiamo accontentarci delle edizioni critiche.

Una scoperta di questi ultimi giorni si è rivelata particolarmente importante: è stata ritrovata presso la biblioteca storica del Collegio Ghislieri di Pavia una pergamena contenente i canti II, III, X, e XI del Paradiso. Tali frammenti sono databili intorno al 1350, pertanto si tratterebbe di uno dei più antichi testimoni mai rinvenuti, appartenente ad un’epoca molto vicina a Dante. Alcuni particolari, come le forme arcaizzanti e il tipo di scrittura, hanno consentito di determinarne la datazione.

Tale pergamena ha compiuto un lungo viaggio nel tempo e nello spazio: è stata custodita a Bologna e a Parigi, per poi giungere a Pavia. «Dalla ricostruzione che abbiamo potuto fare, questo documento era stato scoperto nel 1889 proprio al Collegio — spiega Alessandro Maranesi, responsabile della biblioteca del Ghislieri e rettore vicario —. Nonostante sia così prezioso, di lui non si seppe più nulla. Abbiamo contattato la Società Dantesca Italiana e vogliamo chiamare a raccolta i massimi studiosi per analizzarlo».

Prima che venisse dimenticata tra gli oltre centomila preziosi volumi del fondo pavese, nel 1889 Celso Marchini, un laureando in Filosofia antica, notò la pergamena all’interno di un’edizione del Timeo di Platone stampata a Parigi. «Informato del ritrovamento, l’allora rettore Zanino Volta, esperto di paleografia, nonché nipote di Alessandro Volta, notò delle terzine che presto si dimostrarono della Divina Commedia — spiega Maranesi —. Il carattere è un gotico molto morbido, l’ortografia incerta, la punteggiatura quasi inesistente: tutto ci dice che questo scritto è vicino nel tempo e nello spazio a Dante e alla scuola bolognese, proprio nel periodo in cui il poeta si trovava a Ravenna, città in cui poi morì». Lo scritto venne restaurato, ma purtroppo venne dimenticato sino a pochi giorni fa. «Certi dettagli, come il tipo stesso di pergamena e le lettere miniate in rosso, ci dicono che questi frammenti erano appartenuti a un Codice molto prezioso, che per il suo valore poteva trovare posto solo in case principesche, corporazioni religiose o famiglie potenti».

Nessuno è riuscito a determinare come la pergamena sia giunta a Pavia. Secondo alcuni le pagine sarebbero appartenute ad un antico codice della biblioteca visconteo-sforzesca, situata presso il castello Visconteo di Pavia e distrutta o dispersa dai francesi di Luigi XII nel 1499. Se tale ipotesi fosse esatta, Francesco Petrarca avrebbe potuto leggere il tomo.[2]

Non sappiamo quanto sarà determinante la pergamena nella realizzazione di un’edizione critica poiché non sempre i manoscritti più antichi riportano un minor numero di errori e in quanto il ritrovamento non è ancora stato sottoposto ai dovuti studi. Si tratta tuttavia di un periodo lieto per gli appassionati e di un’ottima occasione per celebrare il settimo centenario dantesco.


[1] Informazioni tratte da https://www.danteonline.it/italiano/codici_indice.htm e da diversi corsi di filologia dell’Università degli Studi di Milano.

[2] https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/21_marzo_21/scoperta-pergamene-divina-commedia-sono-le-piu-antiche-mai-rinvenute-b1d94620-89b5-11eb-8483-12afb3b5bb7e.shtml

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