“Metropolis” di Antonio Porta, un salto nella poesia contemporanea.

“Metropolis” di Antonio Porta, un salto nella poesia contemporanea.

Metropolis di Antonio Porta è un libello di appena 53 pagine, uscito nel 1971. Trasmette il piacere della poesia con uno stile contemporaneo, caratterizzato da versi liberi e linguaggio simile al parlato, ma proprio per questo complesso e di comprensione non sempre immediata: ciò che a prima vista sembra semplice rivela una costruzione complessa e un messaggio profondo e nascosto, da conquistare attraverso il ragionamento. L’Enciclopedia Treccani online sostiene che l’opera è caratterizzata da una dialettica tra eteronomia e autonomia del linguaggio poetico, tra l’adesione assoluta agli oggetti nella loro banalità quotidiana e la proposizione di modelli linguistici elementari, utilizzati in una comunicazione che crea un innovativo sistema di rapporti, finalmente autocosciente.

La prima edizione dell’opera

Che la musica beat fa un fracasso malefico/ che la musica l’altra invece fa addormentare/ allora che cosa volete ditelo/ che il cerchio come immagine nasce dalla luna/ che ogni forma è proiezione di un’altra forma percepita/ che invece i nordici impazziscono per le donne ricciute/ che però non le toccano almeno in generale/ che guardiamo con interesse una razza sconosciuta

Il primo capitolo s’intitola Quello che tutti pensano ed è una sequenza proposizioni subordinate introdotte dalla congiunzione che. La brevità di tali versi ha poco ha che fare con gli epigrammi greci, ricorda più che altro gli slogan che nella società moderna affollano l’universo della pubblicità o che sono scritti sui cartelloni delle manifestazioni politiche. In poche parole vengono espresse delle verità che sembrano perentorie, assolute e incontestabili; il lettore concorderà con molti versi, altri li giudicherà dei luoghi comuni, ma proprio a causa dell’apparente impossibilità di metterli in discussione sarà indotto a riflettere sulla loro veridicità. Per realizzare tale capitolo, il poeta si è ispirato al Dizionario dei luoghi comuni di Flaubert.

Antonio Porta sostiene che la cultura contemporanea sia fondata sul falso, un fatto reso possibile attraverso la definizione: definire e falsificare sarebbero per l’appunto attività complementari. In tale meccanismo la cultura alta aspirerebbe a conclusioni lapidarie e dogmatiche, mentre la cultura bassa prevede l’impiego della definizione come strumento di prevaricazione dell’informazione su tutti i livelli. I versi del primo capitolo dell’opera sarebbero per l’appunto delle definizioni. La scrittura sarebbe inoltre uno strumento utilizzato per non eludere la realtà della nostra vita quotidiana; ne consegue la repulsione a coltivare un particolare modulo espressivo o a scegliere di muoversi in una sola direzione in senso poetico. Antonio Porta denuncia lo sprofondare nella catena definitoria della poesia, affluendo nella categoria del falso.

Dove sia che cosa faccia che pensi/ da lontano odorate nei cespugli/ memora inudibile inclinata ai suoi cani/ in dono le portano barboncini albicocca/ l’inseguiva da pensieri comuni precipite/ l’ancheggiare norma delle terrazze ombrose

L’opera prosegue con Le rose, un capitolo costituito da componimenti poetici brevissimi, la maggior parte terzine, il più lungo costituito da sette versi. Si tratta di versi liberi privi di rime e con rare figure retoriche, caratterizzati da un lessico non elaborato e privi di punteggiatura. In questo capitolo Antonio Porta vuole fare poesia nonostante tutto ciò che pensa sulle definizioni, ma si può ancora fare poesia negli anni Settanta? Mi ha colpito particolarmente una frase dello scritto dell’autore che accompagna il testo: “Come voler eseguire musica per un pubblico di sordi. E’ l’hortus conclusus dove nessuno potrà entrare. Eppure ha diritto di essere, quanto tutto”.

La seconda parte dell’opera, Modelli, è nata come conseguenza della prima, per fornire modelli defalsificanti di uso del linguaggio. Modello per bambini per linguaggio servirebbe proprio per consentire a ciascuno di esercitarsi per conto proprio. Si tratta di brevi filastrocche, i cui versi sono composti solo da coppie di parole. Il suono di tali componimenti è molto musicale, ma i versi sono privi di significato. “mangia sale/ scotta dito/ barba scotta/ vola uccello/ vola carta/ chiede fame/ muro duro/ canta gatto/ merlo grida/ piccio vola/ foglia verde/ campa suona”.

Il penultimo capitolo propone una “coscienza” per coppie che lavorano e che devono sapere di chi è la colpa; il titolo è Modello di linguaggio per coppie che lavorano. Qui sono raccolte poesie formate da quattro strofe di due versi ciascuna; solo un componimento è composto da cinque strofe. Le figure retoriche sono leggermente più numerose, infatti troviamo per esempio ripetizioni e anafore, ma i versi sono sempre formati da periodi semplici e la punteggiatura è assente. “la scatola si apre e chiude il dito/ la scatola si chiude e stringe il dito/ le foglie s’inverdiscono e aprono la bocca/ le foglie spalancano e asciugano la bocca/ i piedi strisciano la carta e i piedi rinfrescano/ i piedi sciolgono i piedi stringono/ le foglie lastricate sulle scale scendono al basso/ verso salgono e scendono le dita di loro”.

Chiude la raccolta Modello per autoritratti, in cui l’autore descrive se stesso in quella che sarebbe una sorta di terapia poetica. Il capitolo è costituito da una sola poesia in cui abbondano le negazioni. Il testo è privo di punteggiatura e le uniche pause al suo interno sono costituite dal termine dei versi. Il significato di questa poesia estremamente musicale deve essere conquistato con la riflessione: il poeta parla di sè, eppure si nasconde.

Per la sua brevità, Metropolis può essere letto in un quarto d’ora, ma a mio parere è consigliabile riflettere più a lungo sull’opera per assaporarne appieno il messaggio. Si tratta di un piccolo tesoro degli anni Settanta, che sono felice di aver letto nella prima edizione.

Photo by Josh Hild on Pexels.com

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