“Ballata dell’odio e dell’amore” un film pulp sui pagliacci e sulla Guerra civile spagnola

“Ballata dell’odio e dell’amore” un film pulp sui pagliacci e sulla Guerra civile spagnola

Ballata dell’odio e dell’amore è un film del 2010 di Alex De La Iglesia che ha vinto il Leone d’Argento, premio speciale per la regia, al Festival di Venezia. La morale dell’opera è molto cruda: l’unica speranza di essere felici per la generazione che ha vissuto la Guerra civile spagnola è la vendetta e la violenza può essere solamente camuffata sotto la maschera di un personaggio che talvolta può rivelarsi molto cruento, il pagliaccio.

Javier (Carlos Areces) ha subito molto traumi da bambino: suo padre (Santiago Segura) è stato costretto a combattere durante la guerra e morirà nel vano tentativo del figlio di vendicarlo. Diventato adulto, negli anni Settanta, Javier sceglierà la professione di famiglia diventando un clown ma, non essendo in grado di far ridere i bambini a causa dei traumi subiti durante l’infanzia, diventerà un pagliaccio triste, la spalla del pagliaccio scemo. Il timido e paffuto Javier si innamora della bellissima acrobata Natalia (Carolina Bang), ma la giovane è fidanzata con il pagliaccio scemo Sergio (Antonio de la Torre), un ubriacone violento. I due clown si contenderanno l’amata all’ultimo sangue, trasformandosi da simpatici amici dei bambini in mostri.

Da un punto di vista filmico sono molto interessanti i primi piani e l’uso della luce, inoltre il film sembra essere suddiviso in capitoli da scene che sembrano tratte dalla televisione, che contestualizzano la trama nella storia spagnola del Novecento. De La Iglesia ha inoltre un gusto molto pulp che ricorda Tarantino, infatti abbondano le scene di violenza, le sparatorie e vengono riprese quasi con gusto le ferite e il sangue. Nonostante la consistente presenza di scene d’azione, il film vuole indurre alla riflessione: chi è in grado di strappare una risata può anche uccidere. Lo stesso Sergio afferma di essere diventato un pagliaccio perché altrimenti sarebbe stato un assassino.

Il pagliaccio riveste un valore ambivalente sin dalle prime scene del film: il padre di Javier è sia un clown, sia un sanguinario ribelle armato di macete, il cui costume da pagliaccio non diverte ma terrorizza i nemici; Sergio è brillante nel suo lavoro e i bambini lo amano, ma picchia la fidanzata, è un rissoso, racconta barzellette raccapriccianti ed è un ubriacone. L’unico che sembra sottrarsi a tale ambivalenza è Javier, ma impazzirà per amore diventando sanguinario tanto quanto il suo acerrimo nemico Sergio. Il costume da clown si trasforma nella calzamaglia di un supereroe cattivo poiché Sergio e Javier lo indossano ogni volta che si trovano in difficoltà, sia quando devono guadagnarsi da vivere sia quando devono uccidere. Il travestimento diventa mostruoso come quello del Jocker perché il volto del protagonista Javier e della sua nemesi Sergio verranno sfigurati in una maschera di terrore.

Che dietro la comicità del pagliaccio si celi una persona dalla personalità complessa e spesso opposta a quella esibita in scena è un topos ormai consolidato. Nell’Ottocento venivano ritratti degli artisti del circo lontani dai riflettori, in un atteggiamento malinconico (Henri de Toulouse-Lautrec, La clownessa Cha U Kao, 1896), inoltre sono diventati famosi al cinema e in televisione pagliacci malvagi, come il Jocker e It, o ubriaconi, fumatori e sboccati come Krusty il Clown dei Simpson. De La Iglesia ha potuto dunque attingere ad un ricco repertorio per creare i suoi personaggi, ma il risultato è stato comunque inedito e originale.

Henri de Toulouse-Lautrec, La clownessa Cha U Kao, 1896

Ad un’attenta analisi la trama risulta ordinaria: una bellissima fanciulla è contesa da due uomini, il buono e il cattivo, diversi eppure simili in quanto pagliacci e complementari poiché sono indispensabili l’uno all’altro per realizzare uno spettacolo. La vicenda è complicata dal fatto che la ragazza non vuole scegliere uno dei due pretendenti in quanto li ama entrambi: Sergio è spietato, pericoloso e bravo a letto, Javier invece è il classico bravo ragazzo dolce ma bruttino. Una trama banale diventa però originale quando viene portata all’estremo: i due protagonisti sono veramente disposti ad uccidersi per amore e non mancano il sangue e le sparatorie pulp.

La contestualizzazione storica, pur restando sullo sfondo, è l’argomento principale del film poiché secondo De La Iglesia la violenza protagonista è un tumore marcio della Spagna dovuto alla guerra, dal quale si può guarire solo attraverso la vendetta. In una delle scene finali, uno dei lavoratori del circo afferma che nessuno dei personaggi è responsabile della violenza, la colpa sarebbe infatti del Paese. L’ultimo scontro tra i due protagonisti avviene proprio sul monumento eretto col sangue dei prigionieri di guerra, presso cui è morto il padre di Javier, una scelta che probabilmente non è casuale. I fascisti al potere sono dei personaggi secondari, ma la loro violenza razionale, ordinata e che mira ad annientare la dignità umana appare assai più orribile di quella dei protagonisti; i capi militari spagnoli appaiono infatti non dissimili a dei gerarchi nazisti.

Inquadrature raffinate e sapientemente costruite, una trama avvincente e un messaggio profondo nascosto tra mille colpi di scena: il regista ha scelto gli ingredienti migliori per realizzare un film che intrattiene con intelligenza.

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