Racconto breve: Il professore e il bordello della colonna infame.

Racconto breve: Il professore e il bordello della colonna infame.

Liberamente ispirato a Il gioco dell’angelo di Carlos Ruiz Zafon. Ecco il mio ultimo esperimento per il corso di scrittura creativa che sto seguendo. Vi confesso che sono molto delusa da questo racconto perchè mi sembra un po’ scontato, ma spetta a voi giudicare. Sappiate inoltre che io sono contraria alla riapertura delle case chiuse, tuttavia come compito dovevo scrivere il racconto di un personaggio che non avesse niente a che fare con me, così ho scelto di raccontare l’esperienza sessuale di un maschio. Ma chi voglio ingannare? Anche questo personaggio mi assomiglia perchè è un professore come me. Molti troveranno infine questo racconto un po’ volgare, ma ricordate che “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Il professor Vincenzini vagava per le strade di Milano con gli occhi bassi e strascicando un poco i piedi, spesso prendeva a calci qualche mattonella che si era staccata dal ciottolato o delle lattine accartocciate; stringeva inoltre con le mani grassocce e sudaticce la ventiquattrore in cui custodiva le verifiche dei suoi allievi. Era un oggetto in pelle che un tempo doveva essere stato molto elegante, il perfetto regalo di laurea, ma oggi era usurato da anni di insegnamento: la pelle nera era screpolata e la fodera interna si era strappata.

Immagine tratta da Tpi

L’estate era iniziata in anticipo in quel maggio afoso e sotto i fari della notte si aggiravano comitive di ragazzini spensierati, ma Vincenzini non prestava attenzione a loro o all’ambiente circostante. Il professore era sempre solito aggirarsi guardingo, terrorizzato al solo pensiero di essere sorpreso dai suoi studenti in qualche attività poco consona al ruolo di docente. In verità erano molti anni che non svolgeva attività inappropriate come uscire nei locali con gli amici o ubriacarsi, ma non aveva mai perso la paura di essere colto in fallo. Quella sera però il professore non badava alla propria immagine e, assorto nei suoi pensieri con la fronte corrucciata, si mordicchiava nervosamente il labbro inferiore mentre faceva il bilancio della propria esistenza.

Le sue riflessioni non erano delle più felici poiché si sentiva un fallito: non riusciva a ottenere il silenzio in classe, non sapeva appassionare i suoi studenti alla lezione e, ogni volta che si presentava una difficoltà, si agitava come uno scolaretto e perdeva la passione per le materie umanistiche, il suo solo interesse da tutta una vita. Il più difficile dei suoi studenti era Gabriele, un ragazzo dislessico che lanciava palline durante le sue lezioni, ma anche Sara gli dava parecchi problemi in quanto chiacchierava incessantemente e non si applicava. A tutto ciò si aggiungevano le scadenze di fine anno scolastico, un periodo che gli provocava sempre una certa ansia perché le verifiche da correggere si impilavano nel suo cassetto a scuola e i ragazzi diventavano inquieti. Quando lo stress prendeva il sopravvento ignorava le proprie emozioni e agiva meccanicamente, perdendo l’amore per la propria professione, quella vocazione che tanti anni prima lo aveva indotto a diventare professore. A quarant’anni era uno scapolo deluso dalla vita che non aveva mai conosciuto l’amore, oppresso da una professione che non amava più e privo di speranze e di fiducia nel futuro.

Improvvisamente Vincenzini si trovò tra Corso di Porta Ticinese e Via Gian Giacomo Mora, senza nemmeno sapere come ci era arrivato. Quando percorreva quella via era sua abitudine omaggiare il luogo dove un tempo sorgeva la Colonna Infame e rivolgere un pensiero al malaugurato untore di cui Manzoni aveva raccontato la vicenda. La colonna era stata rimossa, ma una targa ricordava quell’oscuro capitolo della storia di Milano e conferiva a quel luogo un’atmosfera che Vincenzini considerava tragicamente magica, incantata dallo scorrere del tempo. Il professore inspirò profondamente e cercò di richiamare alla mente l’incipit della Storia della Colonna Infame, ma era talmente agitato da non ricordare nulla. Chiuse gli occhi e inspirò nuovamente l’aria estiva, cercando di scacciare i pensieri negativi, quando scoccò la mezzanotte e risuonarono in lontananza dodici rintocchi di chissà quale campanile. Era impossibile comprendere a quale distanza si trovasse la chiesa poiché il rintocco delle campane rimbombava in quell’atmosfera spettrale. Vincenzini si stupì del fatto che le comitive di ragazzi erano sparite e il rombo delle automobili aveva lasciato spazio allo stesso silenzio che regna nei cimiteri dopo il tramonto. Per la prima volta dopo tanti anni, Vincenzini ebbe paura di trovarsi da solo di notte.

.-Buonasera professore!- Lo salutò allegramente ma rispettosamente una voce.

Il professore si guardò intorno, ma Porta Ticinese era stranamente deserta. Ebbe l’impressione che avesse parlato un fantasma, ma si dette dello stupido per un simile pensiero. Si guardò intorno di nuovo, ma non vide nessuno.

.-Professore, sono qui!- In un angolo, nei pressi di una porta di legno e ferro battuto pressoché invisibile allo sguardo di un passante frettoloso, se ne stava un cameriere con uno smoking fuori moda e dei baffetti che oggi nessuno avrebbe il coraggio di portare.

Vincenzini guardò con aria basita la strana figura, sgranando gli occhi e boccheggiando con aria stupita. –Come fa a sapere che sono un professore? –

.-E’ evidente dall’aspetto – Il cameriere sorrise con aria professionale. – Vuole entrare a rilassarsi? –

.- Che posto è questo?

.- Un locale dove troverà la soluzione ai suoi problemi. Entri e si lasci andare …

Vincenzini restò interdetto per qualche secondo, poi alzò le spalle ed entrò. Se fosse risultato un locale troppo costoso, avrebbe ripreso la sua passeggiata, ma non poteva certo essere un luogo pericoloso.

Il cameriere lo guidò per un lungo corridoio buio che profumava di pipa, poi percorse alcune scale che scendevano lungo un’interminabile tromba buia. Alle pareti erano appese alcune vecchie fotografie in bianco e nero che ritraevano delle ballerine con piume tra i capelli, ma il cameriere procedeva a passo svelto, così Vincenzini non ebbe tempo per ammirarle con attenzione. Il locale era piuttosto umido e il professore iniziò a sentire freddo, come se l’estate appena iniziata fosse stata sostituita da un’altra stagione. Il singolare aspetto del tunnel lo aiutò a distrarsi dai suoi tristi pensieri: l’espressione del viso si rilassò in quello che potrebbe sembrare un timido sorriso incuriosito, ma si sentiva ancora piuttosto teso.

Finalmente la discesa terminò e i due si ritrovarono in un locale illuminato da una luce fioca e annebbiata dal fumo. Vincenzini storse il naso: era severamente vietato fumare nei locali pubblici. Si trattava di un’unica sala con un palco su cui ballavano delle ballerine vestite con pochi lustrini al dolce suono di un charleston suonato dal vivo. Dietro al bancone alcune bariste in abiti succinti servivano sorridenti da bere e i clienti, rigorosamente di sesso maschile, bevevano e fumavano allegramente, senza distogliere lo sguardo dalle ballerine. Le cameriere erano tutte bellissime e vestite in lingerie, spesso si appartavano con i clienti dietro una tenda di raffinato velluto rosso. Vincenzini notò che tutti erano vestiti con abiti antiquati, probabilmente degli anni Venti: piume, lustrini, scarpe da tip tap o, nel caso degli uomini, bombette. Tale particolare non lo turbò affatto, lo giustificò dicendo tra sé che si trattava di una serata a tema.

.- Buonasera professore- Lo stesso saluto che gli aveva rivolto il cameriere questa volta era stato pronunciato da una voce femminile profonda e leggermente roca, Vincenzini si disse che probabilmente apparteneva a un mezzosoprano. Ciò che colpì il professore era il tono con cui il saluto venne scandito con voce limpida e chiara: la donna era sicuramente stata gentile ed educata, ma qualcosa nella voce rivelava decisione e carisma; era una fanciulla che non ammetteva repliche, una leader.

Vincenzini sentì il saluto penetrargli nella carne e toccargli il cuore: arrossì come un teenager e si voltò per rispondere alla proprietaria di quella voce celestiale. Davanti a lui, a pochi metri di distanza, si trovava una donna sulla quarantina con una cascata di riccioli biondo scuro e gli occhi verdi che brillavano in una carnagione candida. La signora indossava un corsetto di pelle nera, perizoma e reggicalze coordinati, con stivali col tacco a spillo alti fino al ginocchio. Il trucco era leggero ma ben curato, le sue labbra sottili brillavano grazie ad un rossetto rosso sangue. Lo sguardo era forte, autorevole senza essere autoritario, osservava Vincenzini in attesa di una risposta.

.- Ehm… buonasera signorina. – Vincenzini cercava di non fissarle il seno che faceva capolino dal corsetto, ma non riusciva nemmeno a sostenere lo sguardo dei suoi occhi magnetici, o ad osservare quelle belle labbra senza essere attraversato da un fremito. Decise di fissare lo spazio tra le sopracciglia perfettamente disegnate per fingere di essere in grado di guardarla negli occhi, ma arrossì ugualmente.

Immagine tratta da Vanity Fair

.-Come stanno i suoi Balilla?- domandò la donna seria e rispettosa.

Vincenzini storse il naso e cercò la forza di ribattere. – Ehm… Signorina, io disprezzo il fascismo.

La signora scoppiò a ridere, con una risata cristallina che scopriva i denti bianchi e lineari. –Anche io disprezzo il fascismo, professore, ma certe cose non si possono dire ad alta voce.

Il professore restò interdetto per alcuni istanti, senza sapere cosa ribattere: l’ambientazione anni Venti era gradevole, ma certe battute erano di pessimo gusto. Spalancò la bocca in un’espressione imbarazzata e sgranò gli occhi, in una reazione che lo fece sentire piuttosto stupido.

.- Avanti, la lezione sta per cominciare. – Intimò la donna in quello che aveva l’aspetto di un ordine. – Mi segua, professore.

Vincenzini arretrò e boccheggiò imbarazzato. – Cosa? Come? Io… –

La signora non lo lasciò continuare, ma lo prese per mano e lo guidò verso la tenda di velluto. Nella mente di Vincenzini i pensieri iniziarono a vorticare confusamente, non riusciva a concentrarsi. Vincenzini non era mai stato in un bordello, nemmeno quando era giovane: disprezzava il sesso a pagamento. Eppure non riusciva ad andarsene e ad impedire a quella donna di guidarlo verso una dissoluta notte di amore mercenario. Non era in grado di opporsi a quella donna, anzi, a quell’affascinante strega, la desiderava ed era rapito dal suo corpo perfetto e dal suo carattere deciso. Si lasciò guidare meccanicamente, trattenendo il respiro e contraendo la mascella in un’espressione spaventata. In un barlume di lucidità si giustificò dicendo che fortunatamente non era sposato, così non avrebbe fatto le corna a nessuno.

Oltre la tenda di velluto si trovava un corridoio con diverse porte chiuse, alternate a eleganti riproduzioni di quadri di avanguardie del primo Novecento. Ogni volta che si avvicinava ad una porta, Vincenzini riusciva ad udire le urla e i sospiri di persone che stavano unendo i loro corpi in sesso a pagamento. Attraverso una porta riuscì persino ad udire lo schioccare di una frusta e le urla di un uomo umiliato. Vincenzini rabbrividii di terrore, ma anche di una sorta di gusto perverso per la trasgressione. Guardò la donna che lo guidava: era una creatura perfetta, Vincenzini la bramavaed era ipnotizzato da lei. Ad ogni passo della signora si udiva il suono dei tacchi a spillo degli stivali che risuonavano sulla pietra e il suo respiro leggero. Vincenzini le guardò il sedere, tonico e perfetto come una sfera di cristallo, e gli dispiacque che quella creatura fosse soltanto una prostituta: pensò che una donna del genere fosse da sposare.

Immagine tratta da L’adigetto.

La donna si fermò di fronte all’ultima porta in fondo al corridoio, girò una chiave nella serratura e aprì l’uscio. All’interno c’era un’elegante camera da letto con mobili d’epoca e una lavagna vecchio stile, di quelle girevoli, con i quadretti incisi nella pietra nera. Non c’erano lampadine o lampadari: la sola luce presente proveniva dalle candele, come ai vecchi tempi. La donna si avvicinò alla lavagna, prese un gessetto e scrisse due parole in alfabeto greco. “Mεν… δε…”. Si voltò con un movimento che, per chissà quale stregoneria, riusciva ad essere al tempo stesso femminile e marziale e chiese a Vincenzini: -Cosa vogliono dire queste parole?

Vincenzini era disorientato: non avrebbero dovuto fare sesso? Rispose in un sussurro incerto e intimorito. – Ehm… Signorina, non ho fatto il liceo classico, non ho studiato il greco.

.-Sia più deciso quando risponde ad una domanda. – Ordinò la donna, poi continuò con quel tono gentile ma autorevole che la caratterizzava. – Sa perché non ha studiato il greco?

.- Io? Cosa…? – Balbettò Vincenzini

.- Perché non si sentiva all’altezza! – rispose la donna – E adesso, professore, si spogli, la lezione sta per iniziare.

Vincenzini lasciò cadere in un angolo la ventiquattrore con un tonfo, poi allentò il nodo della cravatta e se la sfilò con movimenti rapidi ma goffi, si slacciò la camicia strappando un bottone e abbassò i calzoni del completo marrone. La pinguedine di Vincenzini, liberata dall’elastico dei pantaloni, si espanse come un enorme tremolante budino, il petto era poco peloso e le gambe erano storte. Vincenzini per l’imbarazzo guardò il bottone caduto a terra ma la donna non ci badò e gli si avvicinò, annientando la sua forza di volontà con i propri penetranti occhi verdi. Di solito le puttane non baciano, ma la sconosciuta appoggiò le sue labbra rosse su quelle di Vincenzini e lo baciò a lungo mentre gli accarezzava il petto. Quando i loro volti si separano, il rossetto rosso era sbavato in maniera irresistibile sul volto della signora.

Improvvisamente la donna lo spinse all’indietro e Vincenzini cadde sul letto supino con un lieve tonfo. – Come ti chiami? – le chiese sospirando il professore.

La donna rise con una risata enigmatica e salì a cavalcioni su di lui. – Può chiamarmi la Professoressa. –

Si amarono tutta la notte tra lezioni di greco e amplessi scatenati. All’inizio guidava la Professoressa, ma ben presto il professore trovò il coraggio di condurre il gioco. Trovarono anche il tempo di parlare e il professore confidò alla donna tutti i suoi problemi lavorativi, ottenendo in cambio numerosi consigli: l’insegnamento e la prostituzione erano entrambe attività relative alle pubbliche relazioni e avevano molti aspetti in comune. Vincenzini chiese più volte alla Professoressa il suo vero nome, ma la donna si rifiutava di rivelarlo. – Per lei sono soltanto una professoressa. – Rispose ridendo la signora.

Mentre parlava e faceva l’amore con lei, Vincenzini notò un dolore profondo nello sguardo della donna, una sofferenza che il carattere deciso non riusciva del tutto a celare. Il professore si disse che la prostituzione era una professione che provocava grandi sofferenze alle donne e si immaginò di salvare la signora da quella vita di stenti, di sposarla e di donarle una vita migliore. Si rese conto di essersi innamorato: nonostante fosse estremamente disdicevole, aveva perso la testa per una prostituta. Si domandò se fosse ricambiato o se la donna stesse recitando di provare empatia e complicità per guadagnare denaro. Sapeva tuttavia che era troppo presto per pensare a certe cose, perciò si ripromise di analizzare i suoi sentimenti in futuro, dopo una maggiore frequentazione. Decise infatti che si sarebbe recato in quel bordello tutte le notti, perché la Professoressa gli aveva fatto provare delle sensazioni che aveva dimenticato.

Si lasciarono poco prima del sorgere del sole, con profondo rammarico di Vincenzini. Non sapeva che ore fossero perché si trovavano in una cantina senza finestre, ma provò a misurare il trascorrere del tempo osservando il lento consumarsi delle candele. Era dispiaciuto di doversi separare dalla sua amata, ma lo attendeva una lunga giornata di interrogazioni e poteva solo sperare che il sole tramontasse presto.

 Quando chiese alla dona quanto volesse, la Professoressa rispose: -Offerta libera! –

Vincenzini frugò nella ventiquattrore ed estrasse una banconota da duecento euro fresca di stampa, la porse alla donna con mano incerta e imbarazzata: pagare per una prestazione sessuale rendeva estremamente squallida la complicità che si era creata tra loro. Non perse tempo ad osservare la banconota, ma notò che qualcuno aveva eseguito una moltiplicazione in penna sulla carta bianca e gialla.

La Professoressa afferrò incuriosita la banconota e se la rigirò tra le mani dubbiosa. – Che valuta è? –

Il professore inclinò la testa di lato in un’espressione sorpresa e faticò ad elaborare una risposta. – Ma come, signorina, sono duecento euro, non li riconosce?

.- Di quale nazione sono?- Domandò la Professoressa, ma subito aggiunse gentile. – Oh, non si preoccupi, me lo dirà la banca. Mi farò spiegare tutto per filo e per segno dal cassiere. Mi fido di lei.   

Ancora una volta Vincenzini non seppe cosa rispondere e si congedò timidamente dalla Professoressa. Aveva allacciato malamente la camicia stropicciata e senza un bottone e aveva infilato la cravatta nella ventiquattrore; si sentiva ribelle e impacciato come un ragazzino dopo la prima esperienza sessuale. Mentre usciva, si accorse che dalle porte chiuse non provenivano più urla e sospiri: dietro il tendone di velluto regnava un silenzio di morte. Anche la sala principale era vuota, infatti i clienti, le ballerine e i barman erano spariti. L’aria si era fatta pesante nel bordello e Vincenzini si sentiva soffocare, perciò corse verso l’uscita intimorito.

Quel giorno a scuola il professore fu distratto perché non riusciva a smettere di pensare alla donna. Spiegò Dante strascicando le parole, confondendo persino una sineddoche con una metonimia, durante la lezione di storia invece balbettò e non evidenziò in maniera abbastanza chiara i rapporti di causa effetto, così i ragazzi non compresero i concetti chiave della lezione. Vincenzini aveva ben chiare davanti agli occhi le labbra infuocate della ragazza, le sue gambe e le sue tette, aveva l’impressione di sentirla respirare accanto a lui e sentiva ancora sotto ai polpastrelli il calore e la morbidezza della sua pelle, liscia come il raso più raffinato. Non aspettava altro che poter ritornare in quel bordello e fare l’amore con lei. In verità non era interessato solo al sesso, infatti avrebbe voluto tanto ascoltare i suoi consigli: aveva l’impressione che, se si fosse fatto aiutare da lei, sarebbe riuscito a diventare un buon professore e avrebbe rivoluzionato la sua vita.

Vincenzini era inoltre un po’ perplesso: cosa ci faceva un bordello aperto in Italia nel Ventunesimo secolo? Non era inoltre pericoloso frequentare un posto del genere? Se fosse stato arrestato, avrebbe rischiato di perdere il lavoro. Nonostante tali paure, non riusciva a dimenticare la Professoressa e sospirava incessantemente pensando a lei. Si chiese se fosse innamorato, ma continuava a ripetersi che non poteva fidarsi di una prostituta, che avrebbe fatto meglio a trovarsi una brava ragazza. A quarant’anni era troppo vecchio per trovarne una carina, ma sicuramente era ancora disponibile nel mondo la ragazza giusta per lui.

Photo by Andrew Neel on Pexels.com

Nonostante tali riflessioni, quella sera uscì verso la mezzanotte per recarsi alla Colonna Infame e incontrare nuovamente la Professoressa. Aveva indossato il suo abito migliore, quello che aveva comprato per il matrimonio di suo fratello, e aveva lasciato la ventiquattrore a casa per avere le mani libere di abbracciare la donna. Trovò la porta senza difficoltà, ma questa volta era diversa da come se la ricordava: il legno era usurato e annerito dal fuoco, inoltre era sparita la maniglia. Del cameriere che lo aveva accolto la sera prima non c’era traccia e Vincenzini ebbe l’impressione che nessuno varcasse quella soglia da molto tempo. Le campane suonarono i dodici rintocchi, ma il loro suono era molto meno suggestivo rispetto alla sera prima e la via era popolata da una miriade di passanti cosmopoliti che rendevano l’atmosfera milanese molto differente dall’inquietante silenzio dell’altra notte.

Vincenzini inspirò profondamente, spinse la porta facendola cigolare ed entrò. Il tunnel non profumava di pipa ma puzzava di muffa, non c’erano fotografie alle pareti e ovunque si trovavano ragnatele ed escrementi di animali. In diversi punti l’intonaco era crollato e spesso si sentiva lo squittio di qualche topo. Vincenzini rabbrividì e si chiese se non fosse accaduto qualcosa di grave, così affrettò il passo e raggiunse velocemente la sala principale tremando di paura. Il palco di legno era crollato e incenerito, al posto delle sedie e dei tavolini giacevano a terra dei moncherini di legno bruciati. Anche il bancone era desolato: ovunque si trovavano cocci anneriti di bottiglie che facevano capolino tra il soffitto crollato. Della tenda di velluto marrone non c’era traccia, inoltre le porte delle varie stanze erano sfondate e annerite dal fumo. In un angolo si trovavano un cartone e una coperta, l’improvvisato giaciglio di un senzatetto abbandonato da tempo.

Vincenzini sentì il sangue raggelarsi: mentre lui era a scuola doveva essere scoppiato un incendio, però era strano che non ci fossero agenti sul posto dato che l’evento non poteva che essere accaduto poche ore prima. Raggiunse la stanza in cui aveva fatto l’amore con la ragazza, la stanza della Professoressa. La pietra nera della lavagna giaceva a terra in un angolo perché il sostegno in legno era bruciato e del letto era sopravvissuto soltanto lo scheletro in ferro battuto. Vincenzini fu attirato da un oggetto di carta appoggiato a terra: era una banconota da duecento euro appena stampata, su cui qualcuno aveva scritto a penna una moltiplicazione; poco più in là trovò inoltre il bottone della sua camicia. Erano gli unici oggetti moderni e non deteriorati dalle fiamme.

Vincenzini si voltò e corse fuori dalla cantina senza nemmeno raccogliere la banconota. Il cuore gli esplodeva nel petto, la testa gli pulsava e le gambe erano pesanti come se non rispondessero ai comandi del cervello. Ben presto si ritrovò nella trafficata Milano notturna, dove una prostituta dall’aria attempata stava battendo il marciapiede.

La donna si avvicinò al professore con aria preoccupata. –Signore, tutto bene? E’ pallido come un cencio, ha un’aria spaventata ed è tutto sporco di ragnatele … – La voce aveva un timbro maschile nonostante fosse molto acuta e Vincenzini vide sulle sue guance i segni della ricrescita della barba.

.-Io… Si, sto bene. – Farfugliò Vincenzini cercando di spolverarsi il completo. Non era solito conversare amabilmente con le prostitute in mezzo alla strada e a poca distanza dalla sua abitazione e dalla scuola, ma era troppo spaventato per fuggire. – Mi dica, cosa è successo in quel locale? – Indicò con un dito tremante la porta annerita dal fumo. – Deve essere successo qualcosa di grave … Ieri era pieno di gente!

La donna scoppiò a ridere con una risata stridula. – Quel luogo è disabitato da almeno un secolo. Sa cos’era? Era un bordello! E non un bordello qualunque, uno dei bordelli più signorili di Milano sotto Mussolini! Poi una candela è caduta e il locale ha preso fuoco. Sono morti tutti: puttane, clienti e musicisti. Io e le mie colleghe adoriamo questo genere di storie …

Vincenzini diventò ancora più pallido e si chiuse nelle spalle senza sapere cosa rispondere. Giustificò il proprio atteggiamento con una scusa e si allontanò in fretta dalla donna, che non sapeva se provare pietà per un uomo in quelle condizioni o delusione per non aver accalappiato un potenziale cliente. Era ormai l’alba e il professore, nonostante il profondo turbamento, doveva prepararsi per una nuova giornata di scuola. Si sentiva piuttosto confuso ma era certo che, se avesse seguito i consigli della Professoressa, avrebbe risollevato la sua carriera.

2 risposte a “Racconto breve: Il professore e il bordello della colonna infame.”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un’icona per effettuare l’accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: