Racconto breve: D’Annunzio fan fiction.

Racconto breve: D’Annunzio fan fiction.

Per il mio corso di scrittura creativa ho scritto un racconto dall’ambientazione storica che trovo molto avvincente, ma non saprei come intitolarlo. Lascio a voi il divertimento di trovare un titolo coinvolgente. Scrivete qui sotto nei commenti (non su Facebook, ma su questa pagina) un titolo a piacere. Domenica sceglierò l’idea che mi piace di più. Non si vince nulla, solo il piacere di partecipare.

Per scrivere questo racconto mi sono ispirata al Macbeth e a un corso di editoria che ho seguito all’università.

Immagine tratta da Progettonavigli.comune.milano. I navigli di Milano in una foto d’epoca.

Ernesto scrutava con gli occhi bassi una formica che camminava sull’elegante tavolino nero del Caffè Camparino della Galleria Vittorio Emanuele, indeciso se porre fine alla sua miserabile esistenza con la semplice pressione del dito indice, oppure se concederle di vivere. Non aveva voglia di osservare Gabriele, con quel suo completo all’ultima moda e quell’espressione sempre sorridente e a suo agio, da uomo di mondo. Non aveva nemmeno intenzione di trovarsi in quel Caffè, tra quel brulicare di esponenti della Milano bene, tutti lustri con il cappello e il bastone da passeggio, freschi di barbiere e di acqua di colonia.

.-Allora, Gabriele, come stai?- domandò svogliatamente, seguendo la formica con il dito. Sarebbe stato sufficiente sfiorare l’insetto e l’animale si sarebbe spappolato tra le briciole del croissant che aveva appena mangiato.

.-Bien, très bien, merci.- Gabriele aveva un tono caldo, profondo, pacato e rilassato, sembrava avere il mondo  stretto in quel pugno guantato di raffinatissimo camoscio. -La mia ultima raccolta di poesie ha conquistato l’Italia. Sono inoltre in attesa di una risposta dalla Treves: forse pubblicheranno anche il manoscritto che ho appena terminato.

Ernesto annuì e guardo l’amico per alcuni istanti, poi piegò le labbra in un sorriso storto e rigido, netto come i contorni delle figure geometriche di un’opera di Kandinsky. -Congratulazioni… congratulazioni… – Ogni volta che guardava l’amico sentiva qualcosa contrarsi nel profondo. Si chiese se si trattasse di odio, ma sapeva che in fondo voleva bene a quel dandy. Tornò ad interessarsi alla formica, che purtroppo era sparita.

.-Speriamo bene, speriamo bene.- Gabriele fece una pausa, poi in un sussurro chiese: -E tu? A che punto sei?-

.-A che punto… cosa?- Ernesto si era raddrizzato sulla sedia e aveva portato le mani in avanti, come per proteggersi. Aveva compreso di cosa aveva intenzione di parlare l’amico, ma non voleva accontentarlo, perciò stava cercando disperatamente un pretesto per cambiare discorso; purtroppo non gli veniva in mente nulla.

.-A che punto sei con il tuo romanzo? – Continuò Gabriele, che tuttavia non gli diede il tempo di rispondere. – L’idea è buona, ma secondo me dovresti scavare più a fondo nella tua psiche, conferire maggiore spessore ai personaggi e tagliare le descrizioni. Sono sicuro che questa volta pubblicheranno la tua opera. Dimenticati del primo tentativo, è raro riuscire a pubblicare il primo manoscritto. – Omise di aggiungere che la sua prima raccolta di poesie, scritta in età giovanile, aveva riscosso un successo immediato.

Ricevette una risposta a denti stretti, fredda come la nebbia di Milano. – Sono a buon punto. –

.-I signori gradiscono conoscere il loro futuro? Una moneta per scoprire il loro avvenire? – una giovane zingara si era avvicinata al loro tavolino, tra gli sguardi schifati dei distinti clienti del Camparino. Indossava un gonnellone a balze rosa con merletti neri e zoccoli di legno consumati. Il corpetto nero era scucito e uno scialle di pizzo rosso copriva le spalle gracili e curve. I lunghi capelli corvini erano arruffati, unti e pieni di nodi, nascondevano i pesanti gioielli che indossava, delle patacche di scarso valore.

.-No, grazie- Fu la risposta brusca di Ernesto.

.-Sì! Cosa propone? Leggere la mano? I tarocchi? I fondi di caffè? – Gabriele rivolse alla zingara un sorriso smagliante ed entusiasta. – Potrei descrivere questa esperienza in un libro.

La zingara non rispose ma afferrò la mano di Gabriele. Accarezzò il suo palmo con le dita sudice, la avvicinò agli occhi miopi e scrutò le linee del palmo per un lungo istante, poi sentenziò: – Congratulazioni, Treves pubblicherà anche il suo ultimo libro.

Lo scrittore batté due volte le mani ed esultò. – Me ne compiaccio! –

.-Figurati, ti avrà sentito parlare del manoscritto pochi istanti fa. – sbuffò il collega.

.-Sempre il solito guastafeste. Dai, stai al gioco!- Gabriele diede all’amico una pacca sulla spalla, poi si rivolse educatamente alla zingara. – Cosa prevede per il mio amico, signorina?

.-Vattene, zingara!- sbuffò Ernesto compiendo un eloquente gesto con la mano.

La gitana afferrò la mano dello scrittore emergente contro la sua volontà, ma non la studiò a lungo come fece con quella di Gabriele: dopo una rapida occhiata la scacciò, sgranando gli occhi e impallidendo. – Tu… tu verrai ricordato dai posteri-

Ernesto ghignò. – La finiamo con questa buffonata?

.- Dai, Ern, è di buon auspicio per la tua carriera da scrittore- lo incoraggiò Gabriele mentre consegnava una generosa banconota alla zingara. – Ora ti devo lasciare, mon ami, devo tornare a casa a prepararmi. Eleonora mi ha regalato i biglietti per la sua prima e la mia nuova automobile ha bisogno di una sistemata.

.-Ma chi? Quella Eleonora? La Duse? E poi vorrai dire “il mio nuovo automobile” …

.-Ah, no, caro, mio,  l’automobile è femminile. Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità d’una seduttrice; ha, inoltre, una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza. E… sì, io ed Eleonora Duse stiamo diventando molto intimi. – gli strizzò l’occhio – Au revoir.

Gabriele si allontanò, invece Ernesto si trattenne al tavolino ad osservare la formica, che nel frattempo era ricomparsa e stava trasportando una briciola enorme rispetto al suo misero corpicino. Quella creatura era piccola, ma aveva una forza incredibile. Ernesto si sentiva come lei: anche lui era insignificante tra gli squali del panorama letterario italiano, ma era dotato di una grande tenacia, perciò aveva la certezza che sarebbe stato in grado di conquistarsi almeno uno scaffale nelle librerie italiane.

Immagine tratta da Thesignmoak. Il Camparino in Galleria Vittorio Emanuele.

Ernesto era arrivato all’apice del climax del suo romanzo ed era totalmente assorto nella sua opera. Scriveva di getto, come se fosse stato posseduto da una Musa, ma non avrebbe consegnato all’editore la prima stesura: un’opera può dirsi compiuta solo dopo un attento labor limae, questo era noto ad ogni scrittore degno di essere definito tale. Ogni volta che aveva bisogno di silenzio, Ernesto si rintanava nel retrobottega della sua libreria: aveva collocato un vecchio scrittoio con una gamba traballante in un angolo, insieme ad un posacenere sempre colmo di mozziconi e un dizionario stropicciato e usurato. Sotto il vocabolario erano impilati alcuni quaderni già colmi di pensieri o riflessioni di fianco ad altri ancora vergini, non mancavano inoltre alcuni lapis e un temperino. Era il posto perfetto per scrivere, c’era persino un grosso camino per riscaldare la stanza in inverno. Siccome le vendite erano scarse, spesso Ernesto era costretto a tenere aperto il negozio mentre scriveva, così l’arrivo di qualche nuovo cliente poteva interrompere la sua arte. Non si lamentava: era già abbastanza difficile avere un lavoro di questi tempi.

Proprio mentre stava cercando di costruire un dialogo avvincente, il campanellino fissato alla porta tintinnò e si udirono i passi di un visitatore. Ernesto sbuffò e abbandonò il retrobottega per recarsi nell’elegante liabreria a servire il nuovo cliente. Aveva le dita macchiate di inchiostro, un vizio che lo accompagnava dalle scuole elementari, perciò nascose le mani dietro la schiena. Non si trattava però di un cliente: sulla soglia era apparso un Gabriele esultante e festoso.

.-Ern, la zingara aveva ragione: la Treves ha pubblicato il mio libro!

.-Oh, bene, Congratulazioni e grazie per essere passato. Continuo a non credere a quelle zingarate. Vuoi festeggiare?

.-Certo che dobbiamo festeggiare! Stasera si cena a San Babila. Così ti do qualche dritta sul romanzo.

.-Davvero lo faresti?

.-Certo! Anzi, se vuoi posso esaminarlo anche adesso.

.-Io… Grazie, Gabriele, sei un vero amico. – Ernesto celò il rossore, vergognandosi dei sentimenti ostili che spesso provava per l’amico: dopotutto, Gabriele era sempre stato molto generoso con lui.

.-Forza, mostrami questo capolavoro!

Ernesto condusse Gabriele nel retrobottega e lo fece accomodare alla sua scrivania, poi offrì al collega una bottiglia di vino. Gabriele ringraziò e si immerse nella lettura del manoscritto, trattenendo il respiro e inumidendosi le dita ogni volta che doveva voltare pagina. Non lesse tutto il romanzo in quanto saltò interi capitoli, però molto spesso si soffermava su alcuni particolari mormorando tra sé a bassa voce: -Bene… Bravo… Molto buono, questo pezzo è molto buono…- Negli occhi brillava l’approvazione e le labbra erano addolcite da un sorriso soddisfatto.

.-A che punto sei arrivato?- chiese Ernesto impaziente.

.-Ho quasi terminato il momento cruciale del racconto. Manca anche l’epilogo.

.- Vedo… Vedo… Stai facendo un ottimo lavoro, amico mio. Brindo a te! – Sollevò il calice e terminò di bere il vino offerto da Ernesto. – Adesso devo proprio andare, domani ho un rendez-vous a Pescara molto importante, con alcuni amici.

. – Non pensi di spendere troppo e di trascorrere troppo tempo in giro?

Gabriele scosse la testa con un sorriso furbo. – Il mondo deve essere convinto che io sia capace di tutto.

I due si salutarono ed Ernesto si ritrovò solo, tra l’inconfondibile profumo della carta appena stampata e il crepitio del camino. La zingara non aveva mentito: Gabriele aveva ottenuto ciò che sperava. Se la gitana non lo aveva ingannato per punire il suo scetticismo, ad un semplice libraio come Ernesto spettava un grande avvenire. Il suo successo non avrebbe segnato solo l’immediato presente, ma anche le epoche successive, forse sarebbe persino entrato nel canone. Ernesto digrignò i denti impazientemente e la bocca si piegò in uno strano sorriso, mentre gli occhi brillavano di un bagliore inquietante. Corse allo scrittoio e brandì il lapis con un gesto trionfale, desideroso di ricominciare a scrivere: la zingara gli aveva mostrato la strada ma, come diceva il titolo di un libro di Samuel Smiles pubblicato alcuni decenni prima, Chi si aiuta Dio l’aiuta. Da quel momento si sarebbe concentrato solo sulla scrittura, senza tollerare alcuna distrazione. Avrebbe faticato giorno e notte senza alzare gli occhi dal manoscritto, sino a quando avrebbe vergato la parola “fine” sull’ultimo foglio del quadernetto.

Immagine tratta da Wikipedia. Galleria Vittorio Emanuele nell’Ottocento.

Nei mesi successivi Ernesto trascurò pericolosamente la libreria: non consultò i cataloghi degli editori per ordinare libri nuovi, non curò la contabilità, non si occupò della pulizia del locale e serviva i clienti distrattamente, quanto bastava per portare a casa qualche spicciolo. Si recava al negozio due ore prima dell’apertura e rincasava a notte fonda, quando i lampionai avevano già percorso le strade di Milano per accendere i lampioni, ma solo per restarsene chiuso nel retrobottega a scrivere. Le lunghe ore di lavoro fecero comparire delle profonde occhiaie intorno ai suoi occhi, il suo volto divenne pallido ed emaciato, avvertì dei forti mal di schiena per la prolungata immobilità e trascurò di pettinarsi e di curare l’abbigliamento. Ernesto si estraniò dal mondo: non comprò più i giornali, evitò di frequentare gli amici e i luoghi di ritrovo degli intellettuali milanesi per segregarsi nell’universo della sua creazione letteraria.

Dopo tre mesi, quando la libreria era ormai prossima alla bancarotta, il manoscritto fu ultimato. Ernesto si stiracchiò sulla sedia lentamente e sbatté un paio di volte gli occhi. Finalmente aveva terminato il lavoro. Sfogliò rapidamente il quadernetto per accertarsi che non ci fossero errori, ma sembrava tutto perfetto. Si concesse un sorriso e un bicchiere di vino, poi iniziò a realizzare diverse copie del quadernetto e ad inviarle a tutte le case editrici con cui era in contatto: la Bemporad, la Treves, la Stella, la Pomba, Le Monnier, la Sozogno, la Hoepli, la Laterza e molte altre case editrici minori. In un mese aveva terminato di copiare l’opera e aveva inviato a tutte le case editrici una copia; ora non restava altro da fare che aspettare. Ne approfittò per riprendere in mano le redini della libreria e riparare i danni che la sua negligenza aveva provocato: acquistò libri nuovi, redasse il bilancio, riallestì la vetrina, spolverò gli scaffali ed eliminò le ragnatele. Ogni giorno controllava la posta con trepidazione, rivolgendo una preghiera alla Madonna prima di aprire la cassetta, ma riceveva soltanto lettere da suo padre o da Gabriele. Ogni volta che la cassetta della posta si rivelava priva di missive da parte di una casa editrice, emetteva un sospiro pesante e amaro, scuoteva la testa con sguardo grave e tornava in casa trascinando in piedi.

Immagine tratta da Movimenti Pittorici. Naviglio Grande, Milano.

Un giorno finalmente ricevette una risposta dalla Treves, scritta con quell’elegantissima e arzigogolata calligrafia che nel tardo Ottocento non era ancora stata sostituita dalla macchina da scrivere. La casa editrice si complimentava con Ernesto per l’opera, ma si scusava perché non poteva pubblicarla: avevano appena dato alle stampe un’opera di Gabriele che aveva pressappoco la stessa trama. La Treves fu l’unica casa editrice a degnarsi di rispondere, dalle altre Ernesto non ebbe alcuna notizia.

Come ricevette il messaggio, Ernesto contrasse la mascella e le labbra divennero due fessure di odio. Indossò rapidamente il cappotto e si diresse verso il domicilio milanese di Gabriele, che alloggiava nella suite di un elegante hotel in centro. Gabriele non era in camera, l’albergatore informò Ernesto che lo stimato scrittore si era recato in un’osteria sui Navigli, di cui gli diede l’indirizzo. Ernesto raggiunse i Navigli con una diligenza e scese in Darsena con un balzo che per poco non travolse un passeggero.

I navigli erano il regno del popolo, Ernesto per un attimo si chiese cosa ci facesse in quel luogo una persona snob come Gabriele, ma non era affar suo. Una bambina lurida, scalza e denutrita vendeva ciarpame in un angolo e, lungo la strada ricoperta di sterco, un fruttivendolo trascinava un carretto di frutta ammaccata. Un uomo di mezza età gobbo e con la barba lunga stava pescando nel naviglio, mentre un ragazzino con un cappello stinto strillava le ultime notizie e vendeva alcuni giornali. Ernesto trovò Gabriele seduto presso il tavolino di un’osteria sulla riva del naviglio, stava gustando un grosso piatto di tagliatelle all’uovo e un bicchiere di vino.

Immagine tratta da UrbanFile. Piazza Duomo in un dipinto ambientato qualche decennio prima degli eventi narrati.

.-Ern, cosa ti porta da queste parti? In questi mesi sei sparito…

.- Hai copiato il mio libro! A chi posso venderlo adesso?

Gabriele rise, una risata incredula e leggera, e fece un gesto di sufficienza. – Suvvia, mon ami, gli artisti si citano a vicenda. Dovresti sentirti onorato se ho preso spunto dalla tua opera. Significa che è uno scritto di qualità…

.- Per colpa tua nessuno vuole pubblicare il mio manoscritto: pensano che abbia copiato il tuo libro. – C’era astio nella voce di Ernesto e un aggressivo risentimento.

Gabriele restò in silenzio, serrando le labbra e mordendosi il labbro inferiore. Ernesto non attese la risposta e gli sferrò un violento pungo che gli ruppe il naso, facendolo sanguinare copiosamente. Gabriele gli rivolse uno sguardo incredulo, poi si tamponò il naso con un fazzoletto e si spolverò il costoso completo beige. La furia di Ernesto non si arrestò e colpì di nuovo lo stimato scrittore, che questa volta reagì e contrattaccò.

I due ben presto si rotolavano per terra tra i tavolini in un cruento combattimento, rovesciando diverse sedie e facendo cadere al suolo una moltitudine di piatti. Gli altri clienti abbandonarono i propri tavoli e formarono un cerchio intorno ai due per meglio osservare la rissa, sebbene mantenendosi ad una certa distanza. L’impeccabile completo di Gabriele era ridotto a uno straccio infangato e sgualcito in più punti, entrambi avevano i capelli spettinati e i loro volti iniziavano ad essere coperti di lividi.

Ernesto era più robusto di Gabriele e sferrava colpi brutali sul suo viso dopo averlo immobilizzato, seduto a cavalcioni sopra di lui. Gabriele cercava in qualche modo di difendersi, ma stava avendo la peggio. Nessuno dei presenti cercava di dividerli, anzi, due giovani avevano persino iniziato a scommettere sul vincitore. Improvvisamente Gabriele si divincolò ed Ernesto si ritrovò sdraiato a terra in un angolo. Subito lo scrittore emergente si risollevò ed iniziò a spingere l’amico verso il naviglio. Gabriele fece un passo all’indietro di troppo e cadde nelle acque fredde e fangose. L’illustre scrittore iniziò a dimenarsi e ad urlare, ma non sapeva nuotare e la corrente era troppo forte per lui. La folla lo osservava in silenzio, mentre Ernesto restava immobile, come pietrificato, senza sapere cosa fare. Dopo una trentina di secondi le urla cessarono e le acque del naviglio iniziarono a trascinare il corpo esamine dello scrittore verso le acque del Po.

La folla guardava Ernesto incredula e due gendarmi, che nel frattempo erano giunti sul posto, immobilizzarono l’omicida e lo portarono via. La profezia della zingara si era avverata: lo scrittore emergente sarebbe stato ricordato dai posteri, ma non per le proprie opere; le gesta di Ernesto che sarebbero sopravvissute alla damnatio memoriae del tempo riguardavano l’uccisione di un intellettuale famoso come Gabriele D’Annunzio.

8 risposte a “Racconto breve: D’Annunzio fan fiction.”

  1. Che bella prosa hai! Complimenti, ho letto tutto il racconto appena tornato dalla mia solita corsa, restando in piedi come un ebete, ahah! Per come hai descritto D’Annunzio, mi sono ricordato di un libro di Tom Antongini, Vita segreta di G. D’A. È un’opera interessante, qualora non l’abbia già letta 🙂 per il titolo, mi astengo, davvero non vorrei essere banale 😉

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