L’epistola di Didone nelle Eroidi.

L’epistola di Didone nelle Eroidi.

BIOGRAFIA DI PUBLIO OVIDIO NASONE


Publio Ovidio Nasone nasce a Sulmona il 20 marzo del 43 a.C. da una ricca famiglia equestre. Come ogni giovane di illustri natali, viene inviato a Roma per studiare retorica con il fratello Lucio, di un anno maggiore, che morirà a vent’anni. Gli studi erano finalizzati all’attività politica e forense, ma Ovidio prediligeva la poesia, infatti fu un artista precoce. Ultimò gli studi in Grecia e, durante il viaggio di ritorno, visitò alcune importanti località dell’Asia e soggiornò in Sicilia per un certo periodo.

A Roma intraprese il cursus honorum, rivestendo alcune cariche minori della magistratura, ma dopo non molto abbandonò tale carriera per dedicarsi alla poesia, entrando a far parte del circolo letterario di Messalla Corvino. Lo scarso interesse di Ovidio per la carriera politica era dettato dalla pax Augustea e dal fatto che Ottaviano aveva accentrato su di sé ogni forma di potere. Non fu il solo a compiere una simile scelta: anche Tibullo e Properzio si ritirarono dalla carriera politica in favore dell’arte; i poeti elegiaci compivano spesso una simile scelta poiché l’amore era per loro la sola ragione di vita.

La prima opera di Ovidio fu la raccolta degli Amores, costituita da cinque libri di elegie, pubblicata dopo il 20 a.C. e che fu successivamente rivista e ridotta a tre libri, in una seconda edizione molto più tarda. Compose inoltre una Medea, una tragedia che non si è conservata sino ai giorni nostri ma che all’epoca fu molto apprezzata. Nell’1-2 d.C. sono stati scritti l’Ars Amatoria, la Medicamina faciei e la Remedia Amoris. Fra il 2 e l’8 d.C. compone le Metamorfosi, un poema epico storico-mitologico in quindici libri composto in esametri, il suo capolavoro.

Ovidio si sposa per tre volte: divorzia presto dalle prime due mogli, ma il terzo matrimonio è invece il più significativo. Delle prime due mogli non sappiamo nulla, eccetto che una di loro sarà madre di Ovidia, come il padre una scrittrice raffinata. Il terzo matrimonio avviene con Fabia, una vedova con una figlia. Il matrimonio fu felice e Ovidio la ricorda con affetto nelle sue opere.

Nell’8 d.C. Ovidio cade in disgrazia presso l’imperatore Augusto, venendo allontanato a Tomis (oggi Costanza), un piccolo porto sul mar Nero, nell’attuale Romania per ragioni non del tutto chiarite, di cui gli studiosi hanno solo potuto formulare delle ipotesi.

LE EROIDI

E’ difficile fornire un’esatta collocazione cronologica delle Eroidi. Si ritiene che l’opera sia stata scritta tra la prima e la seconda edizione degli Amores, all’incirca intorno al 15 a.C., ma alcuni anticipano all’8 a.C. o al 5-4 a.C.

I versi che compongono le Eroidi sono stati scritti in metro elegiaco. Il titolo da noi utilizzato non è quello pensato da Ovidio, che nel nominare la sua opera utilizzava il termine epistulae. Anche nella tradizione manoscritta troviamo una certa incertezza nel titolo, che probabilmente in origine era Epistulae heroidum (Lettere di eroine), abbreviato poi in Heroides per non fare confusione con Epistulae ex Ponto.  

Le epistole che compongono l’opera sono 21. Le prime 14 hanno come mittente un’eroina abbandonata dal proprio amato o comunque lontana dal compagno; tra queste troviamo la lettera di Didone. La quindicesima ha come mittente immaginario un personaggio storico: la poetessa Saffo. Nelle ultime sei, alla lettera di un personaggio maschile corrisponde la risposta della compagna. Siccome queste ultime si discostano dalle altre perché è presente lo scritto di un personaggio maschile e in quanto il linguaggio e la struttura sono differenti, si è ritenuto che non fossero autentiche. Una ricerca ha tuttavia confermato la paternità ovidiana: l’autore è semplicemente maturato da un punto di vista artistico e ha voluto cercare di ricreare uno stile più complesso. Anche la missiva di Saffo non è di certa attribuzione poiché ha una tradizione manoscritta autonoma.

L’opera è caratterizzata da sperimentalismo e innovazione, elaborazione letteraria e ricchezza di motivi poetici; è dunque doveroso smentire coloro che sostengono che sia un’opera ripetitiva. Ovidio affermava di aver dato vita ad un nuovo genere letterario scrivendo le Eroidi: “… o recita, se vuoi, con voce modulata, una sua Epistola: era un genere ignoto e l’ha creato subito”. “Creare” è un’inesatta traduzione di notavit, infatti non sappiamo se è stato creato un genere ex novo o se Ovidio ha imitato dei modelli ellenistici di epistole d’amore in versi, che non ci sono pervenute. Si sono poi portati esempi di scambi epistolari tra personaggi mitologici e di lettere a carattere erotico, reperiti nella letteratura classica greca e latina. Si tratta tuttavia di testi in prosa e di singoli componimenti inseriti in un contesto più ampio. Un modello precedente è l’elegia IV 3 di Properzio, una epistola scritta da Aretusa al marito Licota; però Ovidio si è guadagnato il primato di aver creato la prima raccolta di lettere.

LE PRIME QUINDICI LETTERE

Nelle prime quindici lettere Ovidio rispetta, sia pure in forma discontinua, alcuni tratti caratteristici come la presenza della superscriptio o saluto iniziale, in cui compaiono i nomi del mittente, del destinatario e il saluto finale. Altre volte Ovidio inizia in medias res, ma riesce comunque ad inserire alcuni topoi come le lacrime che cancellano lo scritto. La voce narrante appartiene sempre al mittente della lettera. La scelta della lettera presenta alcuni vantaggi: innanzitutto Ovidio inserire motivi tratti dai generi più vari (commedia, tragedia, elegia), inoltre può inserire sia monologhi sia dialoghi immaginari.

Le storie narrate non sono state inventate da Ovidio, ma appartengono alla mitologia classica; nonostante ciò, l’autore riesce a conquistarsi un margine di originalità descrivendo alcune situazioni specifiche della vicenda: sa infatti cogliere i momenti cruciali del racconto, che giustificano la scrittura della lettera. Attraverso una serie di allusioni, richiami e premonizioni, l’autore riesce a raccontare il finale del mito anche se il fatto non si è ancora svolto: l’epistola di Didone è stata scritta prima che la regina si suicidasse, eppure Ovidio ritrae una donna che ha già deciso quando e come porre fine alla sua vita, raccontando così anche la conclusione della sua storia.

Sono presenti dei continui rimandi tra una missiva e l’altra, perciò le epistole dialogano tra loro. Le varie eroine infatti citano l’una il mito dell’altra, così abbiamo la possibilità di ascoltare i vari racconti attraverso molteplici punti di vista.

La ricreazione soggettiva degli avvenimenti narrati, la centralità del tema amoroso e lo sfruttamento dei topoi ad esso collegati indicano chiaramente gli stretti legami delle Eroidi con il mondo elegiaco. E’ tipica dell’elegia la querela, il lamento della donna abbandonata o forzatamente separata dall’amato, oltre naturalmente alla disperazione e alle lacrime.

La narrazione delle donne non segue un ordine cronologico, ma è influenzata dalla psicologia del personaggio, dalle paure e dalle speranze. La lettera è anche un mezzo per ricercare sfogo e gratificazione psichica.

DIDONE AD ENEA

La vicenda di Didone ed Enea è molto semplice: prima di sbarcare in Italia, l’eroe troiano approda a Cartagine, dove si innamora della regina Didone. I due si innamorano, ma Enea parte per fondare una nuova città. Distrutta dal dolore e con il cuore spezzato, Didone si suicida trafiggendosi con una spada.

L’epistola di Didone potrebbe essere interpretata come una sfida di Ovidio al canto IV dell’Eneide. L’autore effettua un cambio di prospettiva in quanto dei personaggi dell’epica vengono adattati al mondo elegiaco, cui si presta particolarmente il racconto di Didone per i temi trattati e per la presenza di elementi erotici ed elegiaci.

E’ inoltre presente il tema della supplica tipico dell’elegia sia nell’Eneide, nel punto in cui la regina chiede ad Anna di domandare ad Enea di restare, sia nell’epistola da noi analizzata; Didone infatti implora continuamente Enea nell’epistola.

Ovidio riesce a inserire nella missiva tutti i discorsi pronunciati da Didone, Enea e Anna, sebbene non li riporti nello stesso ordine. Tuttavia i discorsi perdono di efficacia in una lettera statica e scritta quando i fatti si sono già svolti. Attraverso la fantasia dell’eroina prende inoltre vita il fantasma del defunto marito Sicheo.

La Didone di Virgilio si lascia trasportare dal furor e ricorre alla ratio per ingannare Anna e attuare il suo progetto suicida; il personaggio ovidiano è invece è più razionale e femminile, per nulla regale, ma sicuramente meno spontanea e vera. La Didone della missiva è una calcolatrice, infatti ricorre ad ogni mezzo di persuasione per trattenere Enea, come per esempio l’annuncio di una gravidanza.

TESTO ORIGINALE

TRADUZIONE LETTERALE:

EPISTOLA IV, DIDONE AD ENEA

Accogli, figlio di Dardano, la poesia di Elissa[1] che sta per morire,

ciò che leggi, leggi le ultime parole (che vengono) da me.

Così quando il destino chiama, abbandonato sui germogli umidi

Il cigno bianco canta presso le acque basse del Meandro[2].

E non perché spero che tu possa essere commosso dalla nostra preghiera,

ti esorto: intraprendiamo codeste cose rivolte al dio!

Ma avendo distrutto con disgrazia la fama dei meriti e il corpo e l’animo casto,

perdere parole è insignificante.

Sei certo tuttavia di andare e di lasciare la misera Didone

E i medesimi venti porteranno le vele e la fedeltà.

Sei certo[3], Enea, di sciogliere le navi e i tuoi patti

E raggiungere i regni d’Italia, che non sai dove siano.

E non la nuova Cartagine, e non ti toccano le mura

(In) crescita e non il sommo tuo (potere) trasmesso al tuo scettro.

Fuggi ciò che è fatto, desideri ciò che è da fare. Devi cercare per il mondo

Un’altra (terra), hai cercato un’altra terra per te.

Quando trovi la terra, chi te ne darà possesso?

Chi darà a dei non noti i propri terreni da tenere?

Un altro amore a te [4] un’altra Didone

Un’altra fedeltà da dare, per poi tradire di nuovo.

Quando sarà che tu fonderai una città simile a Cartagine

E vedrai i tuoi popoli dall’alta rocca?

Anche se tutto ciò avvenisse e gli dei non ritardassero i tuoi desideri,

dove avrai una moglie, che ti ami così?

Brucio come le fiaccole nuziali spalmate di cera ricoperte di zolfo,

come il pio incenso aggiunto ai roghi fumanti.

Enea sempre resta fisso ai miei occhi insonni (svegli),

Enea importa all’animo sia di notte sia di giorno.

Quello certamente è ingrato e sordo ai miei doni

E vorrei, se non fossi stolta, fare a meno di lui.

Non odio tuttavia Enea, per quanto (lui) pensi male,

ma lamento l’infedeltà e, lamentatami, amo di più (peggio).

Abbi misericordia, Venere, per la nuora e abbraccia il tuo duro fratello,

fratello Amore; che quello militi nei tuoi accampamenti

o io che prendo – e infatti non disprezzo – amare,

avesse offerto quello la materia alla mia cura.

(Mi) inganno e codesta che (davanti) a me si agita (è) una falsa immagine:

quella è diversa dall’ingegno di sua madre.

Te la pietra e i monti e le querce nate sulle alte

rupi, te[5] le belve feroci hanno procreato,

o il mare, quale vedi agitato anche ora dai venti:

il quale tuttavia (ti) prepari ad andare alle onde avverse.

Dove fuggi? Si oppone la tempesta. A me giova la grazia della tempesta!

Guarda come Euro scuote le acque spazzate.

Ciò che avrei preferito a te, senza che io lo debba alle tempeste;

il vento e le onde sono più giuste del tuo animo.

Non sono io – forse che ti valuto ingiustamente? –

Tanto che tu muoia, ancora mi fuggi per le lunghe onde.

Sei tormentato (grandemente?) (da) un odio costoso e dalla fermezza,

se, pur di liberarti di me, è per te di scarso valore il morire.

Già i venti si placheranno e ugualmente (sulla) via (delle) onde

Tritone correrà per mare con i suoi cavalli cerulei.

Anche tu magari sei mutabile con i venti

E lo sarai, se non vinci la durezza le querce.

Cosa (faresti), se conoscessi cosa possono (fare) le acque burrascose?

Tuttavia malamente ti affidi all’acqua che hai sperimentato tante volte?

Sebbene con un mare invitante sciogli anche i legami –

Tuttavia molte cose tristi ha l’ampio mare.

E non giova a chi affronta le acque avere violato la fedeltà:

quel luogo esige la condanna della perfidia,

specialmente essendo offeso amore, perché la madre degli Amori

è stata portata generata nuda dalle acque di Citera[6].

Rovinata, temo di mandare in rovina, o di nuocere a chi nuoce.

O che naufrago il nemico beva le acque del mare.

Vivi, (ti) prego! Meglio che ti perda così che con un funerale –

Tu piuttosto sarai ritenuto la causa della mia morte.

Immagina, pensa, che tu sia sorpreso – nulla sia l’importanza nell’augurio –

Da un rapido turbine, che cosa penserai?

Subito ti verranno in mente (incontro) gli spergiuri della lingua falsa

E Didone costretta a morire per l’inganno (di un) frigio;

Ti starà davanti agli occhi l’immagine della moglie ingannata,

triste e insanguinata, scomposti i capelli.

«Qualunque cosa sia, tanto ho meritato: perdonate!» dirai,

e riterrai i fulmini che cadono inviati a te!

 Dai spazio alla crudeltà del mare e a te;

la grande ricompensa al tuo indugio sarà un viaggio sicuro.

E non ho cura solo per te (tu non sei alla mia cura); risparmia il fanciullo Iulo!

E’ sufficiente per te avere la gloria della mia morte.

Quale colpa può avere il fanciullo Ascanio, quale i Penati[7]?

L’onda sommergerà gli dei sottratti ai fuochi?

Ma né (li) porti con te né le cose di cui, o perfido, ti vanti con me,

gli oggetti sacri e tuo padre, non gravarono le tue spalle.

Menti (su) tutto; e infatti la tua lingua non da inizio

all’ingannarci e io sono punita per prima:

se chiedi dove sia la madre del bel Iulo –

è morta sola, abbandonata da un uomo crudele.

Questo a me narri; ma mi commuovi: rendendo colpevole

Poi la pena sarà minore della tua colpa.

E non ho dubbio in verità che i tuoi dei ti condannino:

sei sballottato per mare, per le terre per sette inverni.

Rigettato dai flutti, ti ho accolto in un luogo sicuro

E ascoltato a stento il nome ti diedi i regni.

Magari tuttavia fossi stata soddisfatta di questi favori

E la mia fama non fosse stata sepolta dai nostri amplessi!

Nuoce quel giorno in cui noi in un pendio sotto una grotta

Un temporale azzurro ci costrinse per l’acqua improvvisa.

Avevo udito delle voci, ritenni che delle ninfe ululassero:

le Eumenidi avevano dato i segnali del mio destino.

Esigi una pena, o pudore offeso, e leggi violate

Del talamo nuziale e fama che non ho serbato fino alla mia morte!

E anche voi miei Mani[8] e anime e cenere di Sicheo,

verso la quale, me misera, vado piena di pudore.

Ho consacrato per me in un tempio di marmo (l’effigie di) Sicheo;

(La) ricoprono davanti le fronde e bianchi velli.

Di lì io mi sono sentita chiamare quattro (volte) dalla nota voce;

Essa disse con suono tenue: «Ellissa[9], vieni!».

Non c’è da aspettare: vengo, vengo da te (io che sono) la tua sposa legittima –

Sono tuttavia giunta tardi avendo perso il mio pudore!

Perdona la mia colpa; ha ingannato un degno artista;

quello toglie la malevolenza del mio delitto.

Una dea per madre e l’anziano padre, pio fardello del figlio,

mi davano la speranza di un uomo che sarebbe rimasto convenientemente.

Se era destino che sbagliassi, l’errore ha cause oneste:

aggiungi la fedeltà, non sarebbe spiacevole sotto nessun aspetto.

Il destino prosegue dura fino alla fine e

Accompagna gli ultimi momenti della nostra vita:

è morto lo sposo, ucciso presso l’altare di Tiro,

e il fratello ha la ricompensa (di un delitto) così scellerato,

Sono condotta esiliata e lascio le ceneri dell’uomo e la patria

E sono spinta per aspre vie dal nemico che insegue;

Approdo tra sconosciuti, sfuggita al fratello e alle onde;

ciò che a te donai, traditore, guadagno dalla spiaggia.

Fondai una città ed eressi estesamente mura

In luoghi esposti che destano l’invidia delle regioni vicine.

Le guerre sono in fermento. Straniera e donna sono tentata alla guerra

E a stento allestisco le porte della nuova città e le armi.

Piacqui a mille pretendenti, che lamentandosi che si allearono chiedendolo io

Ignoro che avessi preferito lui ai loro talami.

Perché esiti a consegnare (me) vinta al getulo Iarba[10]?

Offrirei le nostre braccia al tuo misfatto.

Ho anche un fratello, la cui mano empia chiede

Di essere macchiata dal nostro (sangue), macchiata dal sangue dell’uomo.

Deponi gli dei e gli oggetti sacri che profani toccando!

Non è bene che una destra empia renda onore ai Celesti (agli dei).

Se tu eri un adoratore (degli dei) scappati dall’incendio,

rimpiange che gli dei siano scappati dal fuoco.

Forse lasci anche incinta Didone, scellerato,

e una parte di te è nascosta chiusa nel mio corpo.

Il bambino parteciperà al destino miserabile della madre

E sarai autore del funerale (di una persona) non ancora nata.

In qualche modo il fratello di Iulo morirà con sua madre,

e un’unica pena porterà via i due uniti.

«Ma un dio ordina di partire!» Vorrei che ti avessero impedito di andare

E che il territorio cartaginese non fosse stato calpestato dai Troiani.

(Essendo una) guida questo dio certamente sei sbattuto da venti ostili

E consumi lungo tempo trascinato dalle onde.

Tanta fatica da parte tua sarebbe valsa appena per cercare di tornare a Pergamo,

se fosse nelle condizioni di quando Ettore era ancora vivo.

Non cerchi il paterno Simoenta[11], ma le onde del Tevere;

Certamente anche se giungerai dove desideri, sarai uno straniero.

E siccome la terra che tu cerchi è ben nascosta, restando fuori dalla vista,

ed evita le tue navi, questa terra agognata la raggiungerai a malapena da vecchio.

Accetta piuttosto questi popoli in dote, rimandata indietro

l’incertezza e portate le ricchezze di Pigmalione.

Trasferisci più felicemente Ilio nella città Tiria

E già tieni il posto del re e lo scettro sacro!

Se tua hai la mente avida di guerra, se Iulo chiede

Da dove il trionfo nato da Marte avanza,

gli offriremo un nemico da superare, affinchè non gli manchi nulla;

questo (prende???) leggi di pace, questo prende anche le armi.

Solo ti prego, per tua madre e per le armi fraterne, le frecce,

e per i compagni di fuga, la Dardana[12] sacra, gli dei! –

così sopravvivano, chiunque riporti della tua gente,

la guerra feroce segni il termine del suo danno

e Ascanio completi i suoi anni felicemente

e le ossa del vecchio Anchise giacciono mollemente! –

Abbi pietà, prego, della casa che affida a te!

Quale colpa dici eccetto di aver amato me?

Non io sono di Ftia e (non sono) originaria della grande Micene,

e né l’uomo né mio padre furono contro di te.

Se ti vergogni (di avermi in) moglie, che io sia chiamata non sposa, ma ospite;

per ora pur di essere tua Didone (porterà) accetterà di essere qualsiasi cosa.

A me sono noti i flutti che (si) infrangono (sulla) spiaggia africana;

in certi tempi danno e negano la via:

Quando il vento darà la via, offrirai le vesti del vento;

ora l’alga liscia contiene la nave gettata fuori

. Manda a me il tempo da osservare: più certo andrai,

e io, (anche) se (lo) desideri, non ti permetterò di restare.

E i compagni chiedono riposo e la flotta fatta a pezzi,

non riparata completamente, chiede delle esigue pause.

Per i meriti e per quello che forse ancora ti avrò dovuto,

per la speranza delle nozze ti chiedo poco tempo:

finchè le onde e l’amore si calmano, finché con il tempo e l’abitudine

fortemente apprenda che possa sopportare le cose tristi.

Se no, intendo abbandonare la vita;

non puoi essere crudele verso di me ancora a lungo.

Oh, se guardi quella che è l’immagine di chi ti scrive;

Scriviamo, e si trova sul grembo la spada troiana;

e lungo le guance le lacrime scivolano sulla spada stretta (in pugno),

che già sarà tinta dal sangue anziché dalle lacrime.

Come convengono bene i tuoi doni al nostro destino!

Prepari i nostri sepolcri con poca spesa.

E ora non è la prima volta che il mio petto è ferito da un’arma:

quel luogo ha una ferita di amore feroce.

Sorella Anna, sorella Anna, conscia purtroppo (male) delle mie colpe,

già darai gli ultimi doni alle mie ceneri.

E, consumata dal rogo, non sarò più indicata come Elissa (moglie) di Sicheo,

questa poesia sarà tanto nel marmo del sepolcro:

«Enea offrì sia il motivo della morte sia la spada;

Didone morì usando la sua stessa mano».

FONTI:

Ovidio, Eroidi, Garzanti, 2006


[1] (greco Élissa), figlia di Muttone, re di Tiro, e sorella di Pigmalione, si immolò su un rogo sacrificale, nel luogo dove venne fondata Cartagine, per sottrarsi al matrimonio con il re africano Iarba. Elevata al rango di dea, du adorata dai cartaginesi fino alla distruzione della città. Nella mitologia romana, alla leggenda di Elissa si associò e successivamente si sostituì la tradizione della regina Didone. 

[2] In guerra con la città di Possene, Meandro fece voto a Cibele di sacrificare la prima persona che avesse incontrato al suo ritorno in patria, qualora avesse vinto la guerra. Vide contemporaneamente la madre, la sorella ed il figlio Archelao e li sacrificò senza pietà. Successivamente si pentì dell’atrocità commessa e, in preda al rimorso, si uccise gettandosi nel fiume Anabenone che prese per tale ragione il suo nome.

[3] Figura retorica dell’anafora, una ripetizione di una o più parole all’inizio del verso

[4] In filologia, la crux desperationis (o “obelo“) è situata all’inizio e alla fine della lezione che potrebbe non far parte della princeps o del testo autografo, vale a dire del testo originariamente composto dall’autore rispettivamente stampato o scritto a mano. In questi casi o il testo originale è stato corrotto o non si può emendare. L’obelo può rappresentare anche una porzione di testo mancante a causa di una lacuna nel testo, provocata da un insufficiente numero di testimoni che rendono impossibile una restitutio. La crux indica quindi il locus desperatus. La tradizione manoscritta delle Heroides presenta molti problemi dovuti al fatto che, pur essendo a noi pervenuto un gran numero di codici, per la precisione circa un centinaio, anche i più importanti presentano lacune o interpolazioni.

[5] Anafora

[6] Cerìgo o Citèra (in greco: Κύθηρα) è un’isola greca che sorge a sud del Peloponneso, nel Mar Ionio, presso il confine con il Mar Egeo. Si narra che nelle acque dell’isola sia nata Venere. Oggi è una rinomata località turistica per i propri beni storici e per gli incantevoli paesaggi marini.  

[7] Le divinità che proteggono la famiglia e lo stato nella religione degli antichi Romani.

[8] Anime dei defunti o divinità dell’oltretomba.

[9] Nome originario di Didone.

[10] Iarba (lat. Iarbas) è il mitico re africano dei Getuli (o dei Mauri o dei Numidi), figlio di Giove Ammone e della ninfa Garamantide, concesse a Didone la terra su cui venne fondata Cartagine, quindi chiese la sua mano ma fu respinto. Dopo l’arrivo di Enea, mosse guerra alla regina.

[11] Il Simoenta è un fiume che scorre nei pressi della città di Troia; i poemi omerici ne fanno menzione. SI ritiene che tale fiume sia l’attuale Dumrek, situato a nord della collina di Hissarlik. Come è avvenuto per lo scamandro, alcuni eroi omerici hanno ripreso il loro nome dal fiume: è il caso di Simoesio, un fanciullo figlio di Antemione, partorito nei pressi del fiume.

[12] Regione mitica dell’Asia Minore da cui si riteneva che provenissero i Troiani.

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