Il mistero della rosa, un racconto breve medievale.

Il mistero della rosa, un racconto breve medievale.

Maddalena

Alle mie amiche della comunità LGBT verrà un colpo quando leggeranno questo racconto. Da lassù invece Umberto Eco mi proteggerà.

Nulla in quella stanza ricordava l’austerità della cella di una suora. Su un tavolaccio, a poca distanza dal giaciglio di paglia su cui dormiva suor Laura, un piccolo trittico richiudibile era in fase di lavorazione: le tre assi di legno erano perfettamente levigate e assemblate, ma l’artista non aveva ancora terminato il dipinto. Poco distante, sempre sul tavolo, un crocifisso di legno indossabile era stato dipinto con l’immagine del Cristo sofferente e un evangeliario stava per ricevere le ultime pennellate. Ai piedi del giaciglio di paglia si trovava invece una Bibbia intonsa, mai sfogliata, tra le cui pagine si essiccavano dei fiorellini di campo. In un angolo, lontano dal punto della stanza in cui la suora depositava il suo mantello invernale, si trovavano i colori o le sostanze che venivano utilizzate per realizzare le tinture. Il prestigio della suora come artista era testimoniato dal fatto che la madre superiora le comprava dei lapislazzuli per creare il colore azzurro; alcune pietre erano ancora intatte, altre erano già state ridotte in polvere. Ciò che più di ogni altra cosa colpiva il visitatore erano gli affreschi, che suor Laura aveva dipinto nella sua cella così come in ogni altro luogo del convento: di fronte al giaciglio troneggiava una splendida Maddalena penitente, il cui corpo sodo e un po’ androgino si intravedeva attraverso gli abiti logori e la cui folta e selvaggia chioma si espandeva per tutto il soffitto come l’impetuosa corrente di un fiume. Era bella e provocante, eppure così composta nel suo pentimento; sembrava la regina degli umili e aveva le fattezze di un angelo.

Come ogni mattina il gallo cantò quando il buio trionfava ancora nel chiostro e la luna splendeva alta nel cielo. Suor Laura si alzò sospirando, si stiracchiò e si avvicinò al tavolo da lavoro per fare colazione con alcuni melograni, quando la sua attenzione venne attratta da un oggetto inaspettato. Di fianco al trittico era appoggiato un bocciolo di rosa rossa e una pergamena elegantemente arrotolata e chiusa da un nastrino. La suora sbatté due volte le ciglia con aria perplessa, poi timidamente afferrò il fiore e lo annuso: aveva un profumo dolcissimo e intenso che aveva già sentito, poiché tali rose erano della stessa tipologia di quelle che crescevano nell’orto della suora erborista. Suor Laura ammirava i boccioli tutte le volte che attraversava il chiostro per recarsi in chiesa e spesso raccontava a suor Berengaria di voler riprodurre il loro rosso in un dipinto. Ma la rosa era nulla rispetto a ciò che era stato scritto sulla pergamena: si trattava di una poesia stilnovista, dedicata ad una donna angelo di nome Chiara. Chiara era la santa che aveva fondato l’ordine del convento, ma si trattava di un senhal, poiché la suor Laura non aveva alcun dubbio di essere il soggetto della poesia. Suor Laura faceva molta fatica a leggere poiché aveva poca dimestichezza con la parola scritta, ma le parve la più bella poesia che fosse mai stata composta per una donna: le figure retoriche erano molto raffinate e la scelta delle parole melodica. La pergamena era stata riciclata, infatti sul retro compariva il bilancio del convento scritto da una mano diversa da quella del poeta.

Subito la suora mise la rosa in un bicchiere con un po’ d’acqua, poi nascose la poesia in una tasca della tunica e si recò in chiesa, quasi correndo sul ciottolato per l’emozione, trattenendo il respiro e con l’espressione del viso rischiarata da un dolce sorriso. Mentre attraversava il chiostro, le altre suore che si recavano alla preghiera del mattino la guardavano con disappunto: non era conveniente per una suora correre e sorridere come una cortigiana qualsiasi, l’atteggiamento di una religiosa richiedeva compostezza e raccoglimento. A malincuore suor Laura rallentò il passo, congiunse le mani sullo stomaco -non al petto, come erano solite fare le altre sorelle, poiché aveva sempre trovato tale posizione molto scomoda- e a testa bassa entrò in chiesa, per poi sedersi su una panca in fondo alla navata, di fianco alla sua amica, suor Berengaria.

Suor Berengaria era più vecchia di lei di qualche anno, aveva due grandi occhi neri e dal velo facevano capolino alcuni riccioli castani non dissimili dai suoi.  Sotto la veste da suora aveva una corporatura androgina e atletica poiché spesso si occupava dei cavalli nella stalla, ma di professione era un’aiutante bibliotecaria e trascorreva le giornate nello scriptorium a trascrivere codici e studiare le parole degli antichi. Per tale ragione, le sue belle mani affusolate erano sempre macchiate di inchiostro e Suor Laura spesso si sorprendeva ad ammirarle, come ipnotizzata, sognando di sfiorarle. La suora sapeva però che il suo desiderio non si sarebbe mai realizzato: non era decoroso per due religiose abbracciarsi, nemmeno se la loro amicizia era indistruttibile come la spada di un re.

La porta si richiuse alle spalle delle suore proprio mentre suor Laura prendeva posto. Le sorelle iniziavano a eseguire un canto in cui più voci si rincorrevano creando una litania dolcissima. Durante la preghiera del mattino suor Laura immaginava di immortalare la gioia del loro canto in un dipinto, ma quel giorno era distratta.

– Amica mia, oggi è successa una cosa meravigliosa! – Cinguettò suor Laura mentre chinava il capo, congiungeva le mani e fingeva di cantare, ma i suoi occhi brillavano e sulle sue labbra splendeva di nuovo il sorriso con cui aveva attraversato il chiostro.

Suor Berengaria rise con una vena di sarcasmo negli occhi. – Cos’è successo? La Maddalena che hai dipinto nella tua cella ha parlato?

Suor Laura scosse il capo ignorando la battuta e lo scintillio nei suoi occhi aumentò, poiché adorava essere al centro dell’attenzione. – Oh, sorella, non indovinerai mai! – e rise anche lei a voce un po’ troppo alta.

.- Silenzio, bambine, dobbiamo cantare! – intimò burbera  una vecchia suora cicciotta, con il doppio mento che tremolava ad ogni parola.

Le due amiche si scusarono e restarono in silenzio per una manciata di secondi, poi però suor Berengaria chiese all’amica di raccontarle cosa fosse accaduto e suor Laura descrisse la rosa e la pergamena rinvenute sul tavolo.

.-Chi può essere stato? Nel convento siamo tutte donne… – sospirò sognante la pittrice, portando le mani al viso.

Suor Berengaria le fece l’occhiolino con aria protettiva. – Non ci sono solo donne nel nostro convento: hai dimenticato i braccianti e gli ospiti.

.- I braccianti sono analfabeti, non saprebbero mai scrivere una poesia.

L’aiutante bibliotecaria annuì. – Acuta osservazione! Però molto spesso ospitiamo mercanti, chierici o studenti, tutte persone che sanno leggere, scrivere e far di conto. –

Suor Laura diventò pensierosa per alcuni istanti. – Più tardi mi recherò all’ospitale per scoprire chi stiamo ospitando in questi giorni.

.-Mi sembra un buon piano, Lauretta. – approvò suor Berengaria dando all’amica una pacca su una spalla. Sentendo il contatto fisico, suor Laura rabbrividii, ma non disse nulla.

.- Poi sarebbe anche il caso di indagare sulle rose, non trovi, suor Berengaria? Chiederò alla suora erborista se qualcuno ha colto le sue rose di recente.- suor Laura stava praticamente urlando.

.-Ma insomma, volete fare silenzio e unirvi al nostro canto? – gridò la vecchia suora infastidita.

Le due amiche chinarono il capo e restarono in silenzio, questa volta sino alla fine della preghiera. Nessuna delle due però aveva abbastanza concentrazione per pregare. I canti delle suore erano di pregevole esecuzione e le due ragazze si lasciarono trasportare dalla musica, sognando cavalieri innamorati e romantiche poesie.

Immagine tratta da ecoalmolise.net

L’ospitale era buio e umido, non propriamente l’ideale per ospitare dei pellegrini o degli infermi. I giacigli di paglia erano allineati contro il muro e alternati a delle cassepanche, una per ogni lettuccio. Su alcune credenze erano riposte delle erbe curative sigillate in ampolline di vetro e un grosso tavolo grezzo troneggiava al centro della stanza. Quando suor Laura entrò nella stanza erano presenti soltanto la suora responsabile del luogo e due uomini, sdraiati nei rispettivi giacigli. La giovane avanzò nell’ospitale timidamente, stringendosi nel mantello per proteggersi dall’umidità.

.-Sorella, posso esserti di aiuto? – domandò la responsabile, una suora di mezza età alta e ossuta, con due profondi occhi azzurri; la donna proteggeva la veste religiosa dai lavori domestici e dagli umori dei pazienti con un ampio grembiule bianco. La donna stava spazzando per terra con una vecchia scopa, sebbene il locale sembrasse perfettamente pulito.

.-Sì, grazie, suor Eleonora, vorrei porti alcune domande –suor Laura si avvicinò, stringendo gli occhi per vedere meglio nella penombra.

.-Dimmi pure… – la suora era educata, ma il tono era sbrigativo, tipico di chi aveva molte faccende da sbrigare. Accumulava in un angolo dell’ospitale la polvere con gesti metodici, il fruscio della scopa era meccanico e ripetitivo.

.-Quante persone abbiamo ospitato ieri e oggi al convento?

.-Solo quei due signori. – suor Eleonora li indicò con la mano, poi si spostò di alcuni metri per afferrare una paletta.

.- Chi sono?

.- Quello sulla sinistra è un contadino che si sta recando in città per vendere le eccedenze al mercato. Il secondo è un pellegrino che sta percorrendo la via Francigena. – suor Eleonora appoggiò la paletta a terra; probabilmente soffriva di mal di schiena perché compì il gesto con una certa fatica.

Il pellegrino era sveglio e, sdraiato sul suo giaciglio, stava riordinando i propri miseri averi, conservati in un fagotto. Era un giovanotto possente e di bell’aspetto, con una lunga barba e i capelli in ordine. Alzo lo sguardo nella loro direzione e chinò il capo in segno di saluto, ma non si intromise nella conversazione. Suor Laura allungò il collo nella sua direzione e ridusse gli occhi a due fessure per osservarlo meglio. – Qual è la sua professione?

.-E’ uno studente di medicina- rispose scocciata suor Eleonora, stiracchiandosi la schiena e lisciandosi il grembiule.

.-Per caso ieri notte è uscito dall’ospitale?-

La suora sussultò e il suo tono aumentò di volume. – Sorella, sai benissimo che ai nostri ospiti non è consentito aggirarsi per il monastero: non è bene che le suore frequentino degli uomini.- fece una pausa, piuttosto adirata nella sguardo -Cosa sono tutte queste domande? Vai a lavorare alla tua pittura o riferirò alla madre superiora che stai oziando.

Suo Laura arrossì e chinò il capo obbediente. – Chiedo perdono, sorella, hai perfettamente ragione. Farò ritorno alle mie occupazioni. – Svelta uscì dal locale, mentre suor Eleonora riprendeva a spazzare, scuotendo la testa con disappunto.

Immagine tratta da sant-antonino.it

L’orto presentava pochi fiori, solo qualche rosa sopravvissuta all’autunno, ma un esperto di botanica avrebbe saputo apprezzare la varietà delle piante coltivate dalla suora erborista: abbondavano le erbe aromatiche e medicinali, erano appena state seminate le verdure invernali e, protette da un recinto chiuso a chiave, crescevano le erbe velenose, quelle cui era proibito avvicinarsi. Le piante del chiostro erano ben potate ed in perfetto ordine, pertanto era piacevole passeggiare tra le aiuole sotto il sole autunnale.

Suor Lucrezia, una giovane minuta della stessa età di suor Laura, dalle sopracciglia rosso fuoco come i capelli nascosti dal velo. La giovane aveva la veste religiosa un po’ sporca di terriccio e le unghie nere, ma sembrava fiera delle tracce che il suo lavoro le aveva lasciato sul corpo.

.-Salute a te, suor Lucrezia – la salutò allegramente suor Laura – Hai due minuti per scambiare due chiacchiere mentre ammiro i colori del tuo orto? Anche se è autunno, è sempre affascinante aggirarsi tra le aiuole.

L’erborista annuì con un gran sorriso. – Sai che apprezzo sempre la tua compagnia, amica mia. Posso regalarti una rosa? – domandò inclinando la testa di lato.

.-Oh, grazie, che pensiero gentile! – esclamò suor Laura avvicinandosi – hai notato qualcosa di strano ieri?  

Suor Lucrezia inarcò un sopracciglio con aria interrogativa, poi scosse la testa mentre afferrava un piccolo paio di forbici sporche di terra con movimenti rapidi e nervosi. – Qualcosa di strano? Per esempio? Qui non succede mai niente!

.- Non saprei… qualcuno ha tentato di rubare le tue rose? –

Suor Lucrezia scoppiò a ridere, poi scosse di nuovo la testa mentre si avvicinava a un cespuglio di rose. – Tutte le suore vogliono le mie rose, sono i fiori più belli del mio orto! Rappresentano la vanitas e la bellezza delle donne. Personalmente però preferisco le violette, sono più umili e pertanto più vicine a nostro Signore. Anzi, sai cosa ti dico? Ti regalo anche qualche violetta! Le ultime della stagione…

.- Insomma, non hai notato nessuno? Proprio nessuno? – chiese ansiosa e sconsolata la pittrice, trattenendo a stento l’apprensione.

Improvvisamente suor Lucrezia alzò un dito e sorrise – Sì, in effetti… ora che mi ci fai pensare… Ieri, mentre ero nel capanno degli attrezzi, ho sentito alcuni passi provenire dall’orto e il rumore di una pianta recisa. Quando sono tornata all’esterno l’intruso era già sparito, ma le forbici non si trovavano più vicino alle verze: ora erano nei pressi delle mie rose. – si chinò su un cespuglio di rose e recise un fiore, poi strappò da terra un paio di violette selvatiche. Le porse all’amica. – Ecco, prendile pure. Potrai ritrarle in uno dei tuoi capolavori.

Suor Laura le afferrò, schioccando un bacino nella direzione di suor Lucrezia. -Grazie, amica mia. Mi sei stata di grande aiuto. Ricambierò il favore e, naturalmente, realizzerò una bellissima natura morta di rose e violette.  – poi si allontanò a passo svelto: aveva intenzione di mettere i fiori di fianco alla rosa trovata quella mattina, nel suo bicchiere d’acqua, per evitare che appassiscano.

La cella di suor Laura si affacciava sul chiostro principale, insieme ad una miriade di celle identiche. Le pareti esterne erano state affrescate da lei alcuni inverni prima, riscuotendo uno straordinario successo presso le sorelle e la madre superiora. Avevano ritenuto sorprendente che una donna avesse realizzato un simile capolavoro, eguagliando la maestria dei migliori artisti uomini. Suor Laura aveva dipinto delle splendide Madonne col bambino e la vita di alcune sante, in particolare Sant’Agata. Era invece assente Maria Maddalena: aveva riservato il capolavoro più bello alla sua cella.

Suor Laura aveva svoltato l’angolo ed era giunta a una ventina di metri dalla sua cella quando vide suor Berengaria, che fece un balzo indietro, arrossì e lanciò un’esclamazione di spavento. Suor Laura scoppiò a ridere, coprendosi la bocca con la mano.

.-Sciocca, da quando ti faccio paura? – domandò l’artista a suor Berengaria.

.-Ma finiscila, semplicemente non ti avevo vista. – rise l’aiutante bibliotecaria, celando malamente un broncio.

.-Cosa ci fai da queste parti? La tua cella si affaccia sul chiostro minore, non si trova qui… E non dovresti essere nello scriptorium? – il tono di suor Laura era serio come quello di un inquisitore.

Suor Berengaria fece spallucce. -Ma stai tranquilla… sto solo prendendo una boccata d’aria! – rispose senza guardarla negli occhi. – Cos’hai scoperto?

Suor Laura raccontò la visita all’ospitale e la conversazione che aveva avuto con suor Lucrezia, poi invitò l’amica ad accompagnarla nella sua cella per mettere i fiori nell’acqua. Quando suor Berengaria le porse timidamente il braccio, suor Laura provò una strana sensazione nello stomaco, sotto la veste religiosa e il grosso crocifisso che portava al collo, e si sentì leggera. Afferrò il braccio dell’amica e insieme si diressero alla sua cella.

.-Potrebbe essere lo studente di medicina! – sussurrò suor Laura.

.- Ti piace lo studente di medicina? – domandò suor Berengaria mordendosi il labbro inferiore e contraendo la mascella.

.-Boh… cioè… l’ho guardato solo per un’istante. – rispose suor Laura mentre abbassava la pesante maniglia della cella. -Sicuramente sarà stato un bel giovane, ma non l’ho visto molto bene.

.-Sì, va bene, ma gli universitari avvenenti sono guardati a vista in un convento, proprio perché potrebbero essere una fonte di distrazione per noi suore. Come avrebbe fatto a rubare la rosa e intrufolarsi nella tua stanza senza essere visto? –

Ormai la porta era spalancata e le due stavano entrando. – E’ l’unico maschio capace di leggere e scrivere attualmente presente nel convento. Deve essere stato lui per forza. Però non sono convinta che mi piaccia. Era troppo buio in quello stupido ospitale. Avrei bisogno di incontrarlo di nuov… ehi, sorella, guarda cosa c’è sul tavolo da lavoro!

Sul tavolo, di fianco all’evangeliario quasi terminato, una pergamena giaceva arrotolata, di fianco ad un secondo bocciolo di rosa. Suor Laura corse al tavolo come una bambina, mentre suor Berengaria ghignava soddisfatta; la pittrice annusò il fiore a pieni polmoni, poi lo ripose nel bicchiere d’acqua insieme ai doni ricevuti dall’erborista. Srotolò la pergamena con mano tremante e ne lesse il contenuto con un filo di voce, inciampando in più punti poiché sapeva a stento leggere e scrivere il proprio nome. Era una canzone dalla prosodia impeccabile, segno che il poeta era uno scrittore esperto, e la pergamena era sempre di seconda mano, infatti sul retro compariva la pianta di un palazzo, tracciata con inchiostro sbiadito.

Suor Berengaria sorrise. – Il misterioso poeta cortese ha colpito ancora! – aveva uno strano stampato sul volto, sembrava soddisfatta. Suor Laura annuii e non disse nulla, ma si nascose il viso con le mani, mentre l’amica la abbracciava. Restarono vicine per alcuni istanti, senza dire nulla, assaporando quel contatto fisico rubato con ribelle trepidazione, trattenendo il respiro e ad occhi chiusi.

.-Sorella, c’è un solo luogo in cui non ho ancora guardato: la biblioteca. – l’artista era seria in viso mentre parlava all’amica.

.-Oh, ma cosa vuoi trovare in biblioteca? Sono tutte studiose! – rispose con una risata forzata Berengaria.

Suor Laura si allontanò dall’amica. – In biblioteca sono conservati i codici di poesia provenzale, della scuola siciliana e dello stilnovo. Se qualcuno in questo convento sa scrivere poesie d’amor cortese, ha sicuramente letto i libri della nostra biblioteca.

Suor Berengaria si incupì e il tono divenne leggermente minaccioso. – In qualità di aiutante bibliotecaria, ti proibisco di andare a disturbare dei sapienti al lavoro, soprattutto per una sciocchezza come un ammiratore segreto che non potrai mai ricambiare. Non ostacolare il lavoro delle tue consorelle per queste stupide faccende.

La pittrice si morse il labbro inferiore. – Perché mi parli in questo modo? Pensavo che ci volessimo bene…

L’aiutante bibliotecaria si addolcì. – Ti chiedo solo di non andare in biblioteca. – fece una pausa, durante la quale sospirò – Lo faresti per me?

Suor Laura non rispose ma si rabbuiò ed uscì dalla propria cella, lasciando l’amica da sola. Scoprire il nome dell’autore della poesia era diventata una questione di principio, perciò non poteva tirarsi indietro proprio ora che aveva un sospettato e degli indizi. Dentro di sé sentiva che in biblioteca avrebbe scoperto la verità.

Immagine tratta da amazon.it

Lo scriptorium era la stanza più luminosa del convento grazie a delle ampie vetrate che consentivano al sole di illuminare il lavoro delle suore. Alle studiose più illustri erano riservate le postazioni più luminose, le novizie invece sedevano presso i tavoli più lontani dalle vetrate. Sul fondo della stanza, di fronte alla porta che consentiva di accedere allo scriptorium, si trovava l’ingresso della biblioteca, un possente portone finemente intagliato. Solo la suora bibliotecaria e Berengaria potevano varcare quella soglia, tutte le studiose presenti in quella stanza dovevano accontentarsi di chiedere loro i libri che desideravano consultare e molto spesso tali tomi venivano loro negati.

La bibliotecaria andò incontro a suor Laura con passo deciso. Era una donna autoritaria, con un elegantissimo mantello di seta sopra la veste da suora. Trasportava sottobraccio alcuni antichi volumi, che non dovevano essere molto pesanti poiché i suoi movimenti erano leggeri. Un tempo doveva essere stata una bella donna, ma i segni del tempo avevano iniziato a solcare il suo volto, inoltre si intravedevano i primi capelli bianchi sulle seriche ciocche bionde che facevano capolino dal velo.  

.-Posso fare qualcosa per te, cara?- domandò la bibliotecaria con tono serio e inarcando il sopracciglio. -E’ raro vedere una pittrice in una biblioteca…

Suor Laura esitò: la sua presenza nello scriptorium era ingiustificata, come avrebbe potuto indagare? Rispose farfugliando e torcendosi le mani, con lo sguardo chino e le guance arrossate: – Io…. Mi chiedevo… posso consultare dei libri di poesia provenzale… scuola siciliana… stilnovo?

La bibliotecaria scoppiò a ridere di gusto, inclinando la testa all’indietro. -Tesoro, tu non sai leggere il provenzale! Inoltre fai fatica a comprendere il tuo volgare scritto, figurarsi il siciliano o il toscano! Infine non posso assolutamente darti il permesso perchè i codici di amor cortese sono severamente proibiti alle suore: non è bene che una donna di fede perda la testa dietro a simili sciocchezze. Soprattutto una ragazza giovane come te!

La pittrice indietreggiò e si morse il labbro inferiore, ma poi si fece coraggio e prese ancora la parola. – Chi ha consultato quei libri ultimamente? – domandò con noncuranza.

La bibliotecaria spostò il peso dei libri che portava con sé sul braccio sinistro e si grattò il mento pensierosa. -Mmmh… fammi pensare… la tua amica, suor Berengaria.

Suor Laura spalancò la bocca in un’espressione incredula e portò le mani al viso. La bibliotecaria si allarmò: – Va tutto bene, cara?-

L’artista si ricompose e si lisciò la veste. -Sì, grazie. – Prese tempo per pensare prima di continuare – A proposito di suor Berengaria, l’aiutante bibliotecaria ha lasciato qui la Bibbia e mi ha chiesto di riportargliela. Mi puoi indicare il suo piano di lavoro?

La bibliotecaria annuì con un sorriso. – Ma certo. Sarò però costretta ad accompagnarti, perché la tua amica sta ricopiando dei libri proibiti, dei tomi che tu non puoi assolutamente sfogliare. Il suo tavolo è laggiú! – e indicò un ordinatissimo tavolo posto proprio di fianco ad una vetrata, con una splendida vista della foresta e del villaggio a valle.

Suor Laura finse di cercare qualcosa sul tavolo. Suor Berengaria stava ricopiando un codice di Solino, ma su altri tomi la pittrice lesse i nomi di Cavalcanti e Dante. I testi dei poeti se ne stavano in un angolo del tavolo, ordinatamente impilati uno sull’altro, in attesa di essere sfogliati. A stento suor Laura si trattenne dall’afferrarli, un passo falso e la bibliotecaria le avrebbe impedito di concludere le sue indagini. Sotto il codice di Solino si trovavano alcuni fogli, che non avevano l’aspetto di essere nuovi. Suor Laura li prese con mano tremante e li lesse: erano fogli di brutta su cui erano scarabocchiate alcune poesie d’amore, pieni di correzioni e cancellature; la mano era la stessa che aveva trascritto in bella copia le poesie che suor Laura portava ancora nella tasca della veste. Sul retro di uno dei fogli di pergamena, la suora riconobbe un frammento della pianta del palazzo che era disegnata su uno dei fogli che aveva ricevuto in dono dal poeta misterioso.

.- Ehm… cara… la Bibbia! – il tono della bibliotecaria era piuttosto seccato.

Suor Laura sobbalzò, appoggiò malamente i fogli sul tavolo senza curarsi di rimetterli in ordine e indietreggiò. – Probabilmente suor Berengaria si sarà sbagliata, qui non c’è nulla. –

.-Eccoti! Sapevo che ti avrei trovata qui! – suor Berengaria stava ansimando alle spalle dell’amica e della bibliotecaria, sembrava piuttosto agitata. – Seguimi, dobbiamo parlare…

Le labbra di suor Laura diventarono più sottili di una lama. Era livida. – Certo che dobbiamo parlare, andiamo nella mia cella.

Le due suore salutarono la bibliotecaria e si allontanarono con passo svelto e gli occhi bassi. La studiosa era sconsolata, la pittrice invece era furente.

.-Hai rubato le rose dell’erborista, e ti sei intrufolata due volte nella mia stanza! Ecco cosa facevi nei pressi della mia cella quando stavo facendo ritorno per mettere a bagno i fiori: avevi appena violato la mia stanza!– Non appena le due suore si ritrovarono al sicuro nella cella affrescata, la rabbia di suor Laura esplose. La pittrice strinse i pugni, contraendo la mascella e urlando, incurante delle sorelle che si recavano alla preghiera del vespro. -Ti sei divertita a prendermi in giro?

.-Non ti ho presa in giro.- spiegò calma e pacata suor Berengaria.

.-Stai scherzando, spero? – Suor Laura aveva le lacrime agli occhi – Tu mi ami? Come Dante ama Beatrice? E dovrei ricambiarti?

L’aiutante bibliotecaria sospirò e scosse la testa. – No, noi poeti cortesi non veniamo mai ricambiati perché celiamo l’identità della nostra amata. Ma tu in un certo senso mi ami: sei la mia migliore amica e questo mi basta.

La pittrice scoppiò a piangere e si coprì il viso con le mani. -Oh, amica mia, non ti rendi conto di quanto è stato pericoloso? Se ci avessero scoperte sarebbe stata la fine per noi.

Suor Berengaria scosse la testa con un sorriso amaro. – Non sembravi poi così preoccupata quando pensavi che le mie poesie fossero state scritte da un uomo. Non puoi negare che i miei regali ti hanno fatto bene: ti hanno regalato una ventata di allegria in questo grigio convento.

.- Sì, lo ammetto, mi hanno resa felice, ma è triste ammettere di essere stata felice per una menzogna.

.-Ho capito, non le scriverò più- sospirò la studiosa, poi aggiunse con voce strozzata, chinando il capo. – Per favore, lasciami sola.

Suor Laura trattenne il fiato per alcuni istanti, poi la abbracciò. – Non voglio lasciarti sola.

.-Come?- suor Berengaria alzò lo sguardo verso di lei incredula.

.-Se mi ami, ti ordino di scrivere quelle poesie fino alla fine dei tuoi giorni e di non lasciarmi mai. Sappi che per realizzare la Maddalena affrescata in questa cella mi sono ispirata a te.

Fu un attimo e le due ragazze si ritrovarono abbracciate, mentre le loro labbra si univano in un bacio. Suor Laura poté accarezzare quella bella belle, liscia come un petalo di rosa, leggera e delicata come il più pregiato dei drappi orientali. La pelle di suor Berengaria le ricordava la sua ed era così diversa da quella del garzone che aveva baciato tempo prima. Le sue labbra erano sottili e profumavano di fresco, probabilmente la sua amata aveva mangiato dei melograni prima di incontrarla. Durante il bacio, il velo di suor Berengaria si scostò e un ricciolo sfiorò la guancia di suor Laura; erano capelli morbidi e soffici come una piuma, che fecero rabbrividire la pittrice.

La storia non può concludersi con un lieto fine poiché le due suore dovettero nascondere il loro amore sino alla fine dei loro giorni ma, se la bibliotecaria vi riterrà degni di consultare le poesie di amor cortese della biblioteca del convento, potrete leggere le opere che un cavaliere misterioso dedicò a Madonna Chiara.

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