Messalina negli “Annales” di Tacito.

Messalina negli “Annales” di Tacito.

Ho affrontato la lettura dei paragrafi degli Annales di Publio Cornelio Tacito relativi allo scandalo di Messalina assaporando il piacere per il pettegolezzo, trattando la somma opera di un illustre autore latino come se fosse Novella 2000. E’ doveroso tuttavia riconoscere il valore di Tacito come storico, in quanto gli Annales trattano argomenti molto seri e meritano rispetto.

TACITO, UNA BREVE BIOGRAFIA

Indizi ricavabili dall’opera stessa di Tacito, dalle conoscenze che abbiamo delle sue parentele e da alcuni dati archeologici lasciano supporre che lo storico sia nato nella Gallia Narbonense. Siccome il padre era un procurator Augusti della Gallia Belgica, l’autore apparteneva al rango equestre, ma siccome iniziò il cursus honorum come senatore anziché come cavaliere, la sua famiglia doveva essere tra le più insigni della provincia. Da una lettera che scrisse a Plinio il Giovane, sappiamo che Tacito era di poco più anziano del suo destinatario, pertanto la sua nascita può essere collocata tra il 55 e il 57 d.C.

Tacito sposò una figlia di Giulio Agricola, un ricco esponente della Gallia Narbonense. Siccome i nobili di provincia tendevano a sposarsi tra loro, si tratta di un’ulteriore prova che Tacito proveniva da tale regione. Dopo la pretura era prevista una carica in provincia, infatti Tacito era assente da Roma nell’agosto del 93 d.C., quando Agricola morì nel modo che lo storico volle far sembrare a torto oscuro e delittuoso. Terminato tale periodo trascorso in provincia, Tacito tornò nella capitale proprio quando si scatenò la tirannide di Domiziano e si svolsero numerosi processi politici. Più tardi lo storico fu tentato di affermare che ci fosse un nesso tra la morte di suo suocero Agricola e tale oscuro periodo politico.

Tacito fu nominato consul suffectus e come tale intervenne al consilium principis in cui Nerva decise, pressato dall’insurrezione dei Pretoriani, di adottare Traiano. E’ possibile che lo storico sia stato nominato governatore di una provincia in qualità di legatus Augustii pro praetore; la vita in provincia era più tranquilla rispetto a quella nella capitale soprattutto per quanto riguarda la vita mondana, pertanto era più adatta all’attività letteraria.

Lo storico morì intorno al 120 d.C., dopo aver completato gli Annales.

LA STESURA DEGLI ANNALES

Annales è un nome generico, che significa semplicemente “libri di storia” e si ricollega alla tradizione annalistica romana, vale a dire alla narrazione della storia di Roma anno per anno. In realtà, Tacito si distaccherà in più punti da questo proposito, sia per seguire in maniera dettagliata eventi bellici e congiure di palazzo, sia per concentrarsi su alcune figure di spicco, come quelle degli imperatori.

Molto probabilmente il titolo scelto da Tacito fu Libri ab excessu Divi Augusti (Libri a partire dalla morte del Divo Augusto); l’autore riuscì a completare l’opera prima di morire, ma non riuscì a dedicarsi al labor limae dei libri XIII-XVI. I libri I-XII erano già stati pubblicati a gruppi successivi, man mano che l’autore li completava.

L’opera racconta la storia del principato di Roma dal 14 d.C., anno in cui morì Augusto, fino alla conclusione del regno di Nerone, avvenuta nel 68 d.C., in modo tale da ricollegarsi alle vicende raccontate nelle Historiae.

Negli Annales Tacito ritrae una Roma fosca e cupa, in cui molti studiosi hanno letto il naturale pessimismo dell’autore, la nostalgia per la Repubblica e la triste consapevolezza di non poter ripristinare gli anni d’oro dell’Impero, nemmeno uscendo dalla crisi in cui si trovava la città all’epoca in cui è stata scritta l’opera. Gli Annales non sono un mero resoconto dei fatti, infatti si propongono come una testimonianza della corruzione del principato e della fine del potere del senato.

Tacito narra la decadenza istituzionale, etica e morale, in particolare raccontando le gesta di tre imperatori tiranni: Tiberio, cupo e paranoico, Claudo, uno sciocco inetto (sebbene altre fonti ci testimonino che fosse un uomo di grande cultura), Nerone, sadico e perverso. L’opposizione al principato in favore dei senatori non preclude a Tacito l’obiettività nella narrazione dei fatti e l’onestà intellettuale nei confronti degli altri attori delle vicende: giudica per esempio negativamente la pratica del suicidio filosofico, come nel caso di Seneca, poiché tale pratica non migliorerebbe le sorti della collettività; approva invece il gesto ironico e anticonvenzionale di Petronio che, togliendosi la vita in allegria, denuncia le atrocità commesse da Nerone. Il senato inoltre viene profondamente criticato in quanto ambiguo: ora affronta il princeps con una sterile opposizione, ora diventa un suo adulatore servile.

La narrazione di Tacito è tragica e drammatica, analizza l’introspezione psicologica dei personaggi per indagare ciò che li spinge ad agire. Lo stile è volutamente arcaico e caratterizzato dalla brevitas sintattica e concettuale, molto differente dalla prosa ciceroniana. Abbondano le figure retoriche che privilegiano la sintesi e l’espressività: antitesi, inversioni, asindeti, ellissi, iperbati ed espressioni colte derivate da Virgilio e Lucano; esse innalzano il registro verso uno stile colto ed elitario, talvolta persino oscuro e allusivo.

IL RIASSUNTO DELLA VITA DI CLAUDIO

Con il libro XI, in cui viene raccontata la vicenda di Messalina, la narrazione si sposta alla seconda metà del governo di Claudio, che viene descritto come un regnante privo di tutte quelle caratteristiche che dovrebbe avere un leader. Claudio condanna a morte la scandalosa moglie Messalina per aver sposato Silio, poi convola a nozze con la figlia di Germanico, Agrippina, di cui ben presto diventerà succube. Agrippina è madre di primo letto di Nerone, per l’educazione del quale verrà richiamato dall’esilio il filosofo Seneca. Claudio morirà avvelenato da Agrippina, che vuole anticipare l’incoronazione del figlio.

UN CONFRONTO TRA TACITO E GIOVENALE

Leggi qui la mia analisi dei passi relativi a Messalina di Giovenale.

La differenza più evidente tra i due autori è che Giovenale scrive in esametri mentre Tacito ha scelto la prosa; ciò rende estremamente differenti i due stili, ma entrambi sono di facile traduzione e piacevoli da leggere.

Giovenale si sofferma sul personaggio di Messalina, enfatizzando gli aspetti più sessuali e scandalosi per convincere il lettore della depravazione della donna. Siccome non si tratta di uno storico, Giovenale ha uno stile piacevolmente narrativo ma non offre coordinate spazio-temporali e non sono presenti attori della vicenda che non siano la protagonista, Messalina.

Tacito omette i dettagli sessuali dandoli per scontati; probabilmente tutti a Roma conoscevano le nefandezze di Messalina. Della donna si dice semplicemente che aveva un amante e ai giorni nostri il suo comportamento non pare nemmeno così scandaloso: perché una donna non dovrebbe essere libera di amare chi preferisce? Tacito è uno storico e non ha a cuore solo il personaggio di Messalina, in quanto vuole riportare le sorti di tutti gli altri protagonisti, in particolare dell’imperatore Claudio, che viene ritratto come incapace di prendere in mano la situazione, degli accusatori e degli accusati, di cui si riporta il nome completo. Della protagonista viene inoltre realizzato un ritratto caratteriale, infatti Messalina viene descritta come emotiva ma combattiva.

Busto di Tacito da Studia Rapido.

LE VERSIONI SU MESSALINA

Per questioni di tempo non sono riuscita a tradurre tutte le versioni relative a Messalina, ma ho selezionato i passaggi cruciali della narrazione.

(Tacitus, Annales, XI, 12)

Verum inclinatio populi supererat ex memoria Germanici, cuius illa reliqua suboles virilis; et matri Agrippinae miseratio augebatur ob saevitiam Messalinae, quae semper infesta et tunc commotior quo minus strueret crimina et accusatores novo et furori proximo amore distinebatur. nam in C. Silium, iuventutis Romanae pulcherrimum, ita exarserat ut Iuniam Silanam, nobilem feminam, matrimonio eius exturbaret vacuoque adultero poteretur. neque Silius flagitii aut periculi nescius erat: sed certo si abnueret exitio et non nulla fallendi spe, simul magnis praemiis, operire futura et praesentibus frui pro solacio habebat. illa non furtim sed multo comitatu ventitare domum, egressibus adhaerescere, largiri opes honores; postremo, velut translata iam fortuna, servi liberti paratus principis apud adulterum visebantur. 

In verità l’inclinazione del popolo era data dalla memoria di Germanico, di cui quella rimasta era la discendenza maschile; e la pietà verso la madre Agrippina cresceva a causa della durezza di Messalina, che sempre ostile e allora più irritata da coloro che meno preparavano crimini e gli accusatori accusatori era distratta da un nuovo e prossimo folle amore. Infatti si era così innamorata di Gaio Silio, bellissimo della gioventù romana, così che Giulia Silana, una nobile donna, aveva ripudiato dal suo matrimonio e libero si godeva l’amante. E Silio non era ignaro né dello scandalo né del rischio, ma certo se si fosse rifiutato (sarebbe) morto e non nessuna speranza di fallire, simultaneamente con molti vantaggi, aveva come consolazione il nascondere le cose future e dilettarsi delle cose presenti. Quella non furtivamente ma con molto seguito frequentava la casa, alle usciva stava appiccicata, offriva ricchezze e onori; infine, come se fosse già trasferita la fortuna, si vedevano i servi, i liberti e gli allestimenti della corte presso l’adultero.

(Tacitus, Annales, XI, 26)

Iam Messalina facilitate adulteriorum in fastidium versa ad incognitas libidines profluebat, cum abrumpi dissimulationem etiam Silius, sive fatali vaecordia an imminentium periculorum remedium ipsa pericula ratus, urgebat: quippe non eo ventum ut senectam principis opperirentur. Insontibus innoxia consilia, flagitiis manifestis subsidium ab audacia petendum. Adesse conscios paria metuentis. Se caelibem, orbum, nuptiis et adoptando Britannico paratum. Mansuram eandem Messalinae potentiam, addita securitate, si praevenirent Claudium, ut insidiis incautum, ita irae properum. Segniter eae voces acceptae, non amore in maritum, sed ne Silius summa adeptus sperneret adulteram scelusque inter ancipitia probatum veris mox pretiis aestimaret. Nomen tamen matrimonii concupivit ob magnitudinem infamiae cuius apud prodigos novissima voluptas est. Nec ultra expectato quam dum sacrificii gratia Claudius Ostiam proficisceretur, cuncta nuptiarum sollemnia celebrat.

Messalina, già annoiata dalla facilità degli adulteri, passava a piaceri sconosciuti, mentre anche Silio premeva per troncare la finzione, o per fatale follia o vedendo in quello stesso rischio il rimedio dei pericoli incombenti: poiché non erano giunti a quel (punto) per cui il principe morisse di vecchiaia. Agli innocenti (bastano) consigli innocenti, per i crimini manifesti si deve chiedere aiuto all’audacia. C’erano i complici ugualmente timorosi. Egli era celibe, senza figli, pronto alle nozze e ad essere adottato da Britannico. A Messalina sarebbe rimasta la stessa potenza, aggiunta sicurezza, se prevenivano Claudio, così incauto alle insidie, così veloce all’ira. Tali proposte erano ascoltate senza entusiasmo, non per amore verso il marito, ma nel timore che Silio, arrivato al potere, disprezzasse l’amante e il suo delitto, giustificato nel momento del pericolo, ma a cui in seguito avrebbe assegnato il suo giusto valore. La sedusse però l’idea del matrimonio, per l’enormità dello scandalo, che costituisce, per chi è sazio di ogni esperienza, l’ebbrezza suprema. Senza attendere altro che Claudio andasse a Ostia per compiere un sacrificio, celebra con ogni solennità le nozze.

(Tacito, Annales, XI, 29)

Ac primo Callistus, iam mihi circa necem G. Caesaris narratus, et Appianae cacdis molitor Narcissus fagrantissimaque eo in tempore gratia Pallas agitavere, num Messalinam secretis minis depellerent amore Silii, cuncta alia dissimulantes. dein metu ne ad perniciem ultro traherentur, desistunt, Pallas per ignaviam, Callistus prioris quoque regiae peritus et potentiam cautis quam acribus consiliis tutius haberi: perstitit Narcissus, solum id immutans ne quo sermone praesciam criminis et accusatoris faceret. ipse ad occasiones intentus, longa apud Ostiam Caesaris mora, duas paelices, quarum is corpori maxime insueverat, largitione ac promissis et uxore deiecta plus potentiae ostentando perpulit delationem subire.

E in un primo tempo Callisto, di cui ho già narrato circa la morte di Giulio Cesare, e Narcisso, l’organizzatore dell’assassinio di Appio, e Pallante, che in quel tempo si trovava nella profumatissima grazia, se fosse il caso di allontanare Messalina con segrete minacce dall’amore di Silio, dissimulando tutte quante le altre cose. Poi temendo di essere tratto alla rovina da sé, desistettero, Pallante per ignavia, Callisto per le esperienze fatte anche nella precedente corte e sapendo che è più sicuro il potere fondato sulla cautela che non sui gesti radicali: stando fermo Narcisso, solo variando il piano (ciò) quella di non dire una parola che potesse far capire in anticipo a Messalina l’accusa e l’accusatore. Intento egli stesso all’occasione, il lungo soggiorno di Cesare presso Ostia, due concubine, costui dei corpi delle quali siera abituato massimamente, con liberalità e promesse e uccisa la moglie ostentando più potere istigò a subire l’accusa.

(Tacito, Annales, XI, 30)

Exim Calpurnia (id paelici nomen), ubi datum secretum, genibus Caesaris provoluta nupsisse Messalinam Silio exclamat; simul Cleopatram, quae id opperiens adstabat, an comperisset interrogat, atque illa adnuente cieri Narcissum postulat. Is veniam in praeteritum petens quod ei Vettios, Plautios dissimulavisset, nec nunc adulteria obiecturum ait, ne domum servitia et ceteros fortunae paratus reposceret. Frueretur immo his set redderet uxorem rumperetque tabulas nuptialis. ‘an discidium’ inquit ‘ tuum nosti? Nam matrimonium Silii vidit populus et senatus et miles; ac ni propere agis, tenet urbem maritus.

Poi Calpurnia (questo il nome della cortigiana) non appena fu dato il segreto, prostratasi alle ginocchia di Cesare esclama che Messalina ha sposato Silio; allo stesso tempo Claopatra, che aspettando ciò era presente, chiese se ne fosse a conoscenza, e quella annuendo domanda di chiamare Narcisso. Costui venne chiedendo perdono poiché aveva celato a lui i Vezzi e i Plauzi, e ora non avrebbe denunciato l’adulterio, affinchè non avrebbe reclamato che restituisse la casa la servitù e le altre fortune ottenute. Poteva pure goderseli, purché restituisse la moglie e rompesse il contratto nuziale. “Non sai” disse “che si tratta del tuo divorzio? Infatti il popolo e il senato e i soldati videro il matrimonio di Silio; e se non ti affretti ad agire, il marito di lei ha Roma nelle sue mani.”

(Tacito, Annales, XI, 31)

Tum potissimumquemque amicorum vocat, primumque rei frumentariae praefectum Turranium, post Lusium Getam praetorianis impositum percontatur. Quis fatentibus certatim ceteri circumstrepunt, iret in castra, firmaret praetorias cohortis, securitati ante quam vindictae consuleret. Satis constat co pavore offusum Claudium ut identidem interrogaret an ipse imperii potens, an Silius privatus esset. At Messalina non alias solutior luxu, adulto autumno simulacrum vindemiae per domum celebrabat. Urgeri prela, fluere lacus; et feminae pellibus accinctae adsultabant ut sacrificantes vel insanientes Bacchae; ipsa crine fluxo thyrsum quatiens, iuxtaque Silius hedera vinctus, gerere cothurnos, iacere caput, strepente circum procaci choro. Ferunt Vettium Valentem lascivia in praealtam arborem conisum, interrogantibus quid aspiceret, respondisse tempestatem ab Ostia atrocem, sive coeperat ea species, seu forte lapsa vox in praesagium vertit.

[Per questioni di tempo non tradurrò questa versione, ma copierò il testo da Skuola.net]

Chiama allora a sé gli amici più autorevoli e interroga anzitutto il prefetto dell’annona Turranio e poi il comandante dei pretoriani Lusio Geta. Essi ammettono la verità e gli altri, attorno a lui, escono in una ridda di incitamenti: doveva andare alla caserma, assicurarsi la fedeltà delle truppe pretorie e pensare alla sicurezza prima che alla vendetta. Claudio – e il fatto è certo – era così sopraffatto dalla paura che continuava a chiedere se il potere era nelle sue mani e se Silio era un privato cittadino. Messalina intanto, più sfrenata che mai, celebrava – era autunno avanzato – dentro la sua casa, con uno spettacolo, la festa della vendemmia. Si premevano torchi, straripavano i tini del mosto tra danze di donne cinte di pelli, come baccanti intente al sacrificio o in preda al furore. Messalina agitava follemente, coi capelli disciolti, un tirso e, accanto, Silio, cinto d’edera e calzato di coturni, agitava il capo in mezzo agli strepiti di un coro procace. Raccontano che a Vezzio Valente, arrampicato, in quel clima lascivo, su un alto albero, abbiano chiesto che cosa vedesse, e lui, di risposta: “Una terribile tempesta da Ostia”, sia che realmente fosse in vista, sia che questa casuale battuta abbia assunto il valore di un presagio.

(Tacito, Annales, XI, 32)

Non rumor interea, sed undique nuntii incedunt, qui gnara Claudio cuncta et venire promptum ultioni adferrent. Igitur Messalina Lucullianos in hortos, Silius dissimulando metu ad munia fori digrediuntur. Ceteris passim dilabentibus adfuere centuriones, inditaque sunt vincla, ut quis reperiebatur in publico aut per latebras. Messalina tamen, quamquam res adversae consilium eximerent, ire obviam et aspici a marito, quod saepe subsidium habuerat, haud segniter intendit misitque ut Britannicus et Octavia in complexam patris pergerent. Et Vibidiam, virginum Vestalium vetustissimam, oravit pontificis maximi auris adire, clementiam expetere. Atque interim, tribus omnino comitantibus—id repente solltudinis erat—spatium urbis pedibus emensa, vehiculo, quo purgamenta hortorum eripiuntur, Ostiensem viam intrat nulla cuiusquam misericordia quia flagitiorum deformitas praevalebat,

Non voci nel frattempo, ma da ogni parte camminano messaggeri, che conosciuta ogni cosa da Claudio e riferivano che veniva risoluto alla vendetta. Allora si allontanano in direzioni diverse, Messalina ai giardini di Lucullo, Silio, dissimulando la paura, ai doveri del foro. Si avvicinano i centurioni fuggendo gli altri da tutte le parti, e applicarono le catene a coloro che trovano in un luogo pubblico o per i nascondigli. Messalina tuttavia, sebbene la situazione avversa togliesse il senno, andò incontro e si fece guardare dal marito, che spesso aveva avuto aiuto, non proprio lentamente (gli) andò incontro e inviò Britannico e Ottavia a dirigersi ad abbraccire il padre. E pregò Vibidia, una vergine Vestale anianissima, di chiedere udienza al pontefice massimo, per implorare clemenza. E intanto, con un seguito di tre persone in tutto – ciò all’improvviso era della solitudine – attraversato lo spazio della città a piedi, con un carro, con cui sono strappate le erbacce dei giardini, percorre la via Ostiense, nessuno provava pietà per lei perché prevaleva la vergogna dei suoi crimini.

(Tacito, Annales, XI, 33)

Trepidabatur nihilo minus a Caesare: quippe Getae praetorii praefecto haud satis fidebant, ad honesta seu prava iuxta levi. Ergo Narcissus, adsumptis quibus idem metus, non aliam spem incolumitatis Caesaris adfirmat quam si ius militum uno illo die in aliquem libertorum transferret, seque offert suscepturum. Ac ne, dum in urbem vehitur, ad paenitentiam a L. Vitellio et Largo Caecina mutaretur, in eodem gestamine sedem poscit adsumiturque.

[Per questioni di tempo non tradurrò questa versione, ma copierò il testo da Skuola.net]

Non meno forte l’agitazione in Cesare: scarsa era la fiducia ispirata dal prefetto del pretorio Geta, altrettanto disponibile al bene e al male. Narcisso allora, spalleggiato da quanti vivevano la sua stessa paura, afferma che l’unica speranza di incolumità rimasta al principe stava nel trasferire, per quel solo giorno, il comando dei pretoriani nelle mani di un liberto, e si offerse di assumerlo. Per evitare poi che, durante il percorso verso Roma, Lucio Vitellio e Largo Cecina facessero cambiare parere a Claudio, chiede un posto nella stessa vettura e lo ottiene.

(Tacito, Annales, XI, 34)

Crebra post haec fama fuit, inter diversas principis voces, cum modo incusaret flagitia uxoris, aliquando ad memoriam coniugii et infantiam liberorum revolveretur, non aliud prolocutum Vitellium quam ‘o facinus! o scelus!’ instabat quidem Narcissus aperire ambages et veri copiam facere: sed non ideo pervicit quin suspensa et quo ducerentur inclinatura responderet exemploque eius Largus Caecina uteretur. Et iam erat in aspectu Messalina clamitabatque audiret Octaviae et Britannici matrem, cum obstrepere accusator, Silium et nuptias referens; simul codicillos libidinum indices tradidit, quis visus Caesaris averteret. Nec multo post urbem ingredienti offerebantur communes liberi, nisi Narcissus amoveri eos iussisset. Vibidiam depellere nequivit quin multa cum invidia flagitaret ne indefensa coniunx exitio daretur. Igitur auditurum principem et fore diluendi criminis facultatem respondit: iret interim virgo et sacra capesseret.

[Per questioni di tempo non tradurrò questa versione, ma copierò il testo da Skuola.net]

Corse in seguito insistente la voce che, in mezzo ai contraddittori sfoghi del principe, il quale se la prendeva ora con l’infame condotta della moglie e ora tornava al pensiero del matrimonio e ai figli ancora bambini, Vitellio non abbia esclamato altro se non “Che vergogna! Che delitto!”. Narcisso insisteva perché chiarisse quelle parole enigmatiche e svelasse il suo vero pensiero, ma non riuscì a ottenere che risposte equivoche e interpretabili come si voleva, mentre Largo Cecina si comportava nello stesso modo. Già era apparsa Messalina e gridava che Claudio ascoltasse la madre di Ottavia e di Britannico, quando si alzò la voce dell’accusatore a denunziare Silio e le nozze, e intanto consegnò a Claudio uno scritto contenente prove delle dissolutezze della moglie per distogliere da lei gli occhi di Cesare. E poco dopo, al momento del suo ingresso in città, stavano per presentargli i figli comuni, ma Narcisso diede ordine di allontanarli. Non riuscì invece a respingere Vibidia e a impedirle di chiedere, in termini perentori, che non si condannasse a morte una moglie senza averle concesso di difendersi. Le rispose che il principe avrebbe ascoltato Messalina, consentendole una discolpa: invitava intanto la vestale a tornare ad attendere ai riti sacri.

(Tacito, Annales, XI, 35)

Mirum inter haec silentium Claudi, Vitellius ignaro propior: omnia liberto oboediebant. patefieri domum adulteri atque illuc deduci imperatorem iubet. ac primum in vestibulo effigiem patris Silii consulto senatus abolitam demonstrat, tum quidquid avitum Neronibus et Drusis in pretium probri cessisse. incensumque et ad minas erumpentem castris infert, parata contione militum; apud quos praemonente Narcisso pauca verba fecit: nam etsi iustum dolorem pudor impediebat. continuus dehinc cohortium clamor nomina reorum et poenas flagitantium; admotusque Silius tribunali non defensionem, non moras temptavit, precatus ut mors acceleraretur. eadem constantia et inlustres equites Romani [cupido maturae necis fuit.] et Titium Proculum, custodem a Silio Messalinae datum et indicium offerentem, Vettium Valentem confessum et Pompeium Vrbicum ac Saufeium Trogum ex consciis tradi ad supplicium iubet. Decrius quoque Calpurnianus vigilum praefectus, Sulpicius Rufus ludi procurator, Iuncus Vergilianus senator eadem poena adfecti.

Colpiva tra queste cose il silenzio di Claudio, e Vitellio, che sembrava quasi un estraneo: ogni cosa al liberto era sottomess. Ordinò di aprire la casa dell’adultero e di condurvi là l’imperatore. E come prima cosa nel vestibolo mostra l’effigie del padre di Silio abolita per il consulto del senato, allora qualunque avito dei Neroni e dei Drusi ceduto come prezzo dell’adulterio. E irritato e irrompendo dai merli entrò nell’accampamento, disposto il discorso pubblico dei militi; presso coloro che presagivano Narcisso disse poche parole: infatti sebbene il pudore impediva il giusto dolore. Seguivano poi il clamore delle corti (che chiedevano) i nomi dei colpevoli e di coloro che sollecitavano le pene; e portato Silio in tribunale non volle difendersi, non tentò di prendere tempo, pregò solo che la morte fosse accelerata, quella stessa costanza e illustri cavalieri romani fu il desiderio di una morte rapida e Tizio Proculo, custode dato da Silio a Messalina e che offriva rivelazioni, Vezzio Valente reo confesso e Pompeo Urbico e Saufeio Trogo ordina che fossero affidati al supplizio da colpevoli. Subirono la stessa pena anche Decrio Calpurniano, prefetto dei vigili notturni, Sulpicio Rufo, sovrintendente alla scuola dei gladiatori, il senatore Giunco Vergiliano.

(Tacito, Annales, XI, 36)

Solus Mnester cunctationem attulit, dilaniata veste clamitans aspiceret verberum notas, reminisceretur vocis, qua se obnoxium iussis Messalinae dedisset: aliis largitione aut spei magnitudine, sibi ex necessitate culpam; nec cuiquam ante pereundum fuisse si Silius rerum poteretur. commotum his et pronum ad misericordiam Caesarem perpulere liberti ne tot inlustribus viris interfectis histrioni consuleretur: sponte an coactus tam magna peccavisset, nihil referre. ne Trauli quidem Montani equitis Romani defensio recepta est. is modesta iuventa, sed corpore insigni, accitus ultro noctemque intra unam a Messalina proturbatus erat, paribus lasciviis ad cupidinem et fastidia. Suillio Caesonino et Plautio Laterano mors remittitur, huic ob patrui egregium meritum: Caesoninus vitiis protectus est, tamquam in illo foedissimo coetu passus muliebria.

Suscitò esitazione solo Mnestrone, dilaniata la veste gridando di guardare i segni delle frustate, ricordò le voci, di (dare se stesso servile) obbedire agli ordini di Messalina: altri per una largizione o per speranza di grandezza, per se la colpa di necessità; e (non alcuno) nessuno sarebbe morto prima se Silio avesse raggiunto il potere. Commosso a queste parole e pendente alla misericordia Cesare, i liberti lo spinsero a non riflettere su un istrione uccisi tanti uomini illustri; per costrizione o per volontà tanti grandi (peccati commise), non aveva importanza. Non venne inoltre accolta la difesa del cavaliere romano Traulo Montano. Questo giovane modesto, ma dal corpo insigne, invitato inoltre e per una notte era respinto da Messalina, egualmente capricciosa al desiderio e alle sazietà. A Suillio Cesonino e a Plauzio Laterano (fu risparmiata la vita), a costui per l’egregio merito dello zio; Cesonio è protetto dai vizi, tanto per dire in quella bruttissima aggregazione aveva avuto un comportamento da donna.

(Tacito, Annles, XI, 37)

Interim Messalina Lucullianis in hortis prolatare vitam, componere preces, non nulla spe et aliquando ira: tantum inter extrema superbiae gerebat. ac ni caedem eius Narcissus properavisset, verterat pernicies in accusatorem. nam Claudius domum regressus et tempestivis epulis delenitus, ubi vino incaluit, iri iubet nuntiarique miserae (hoc enim verbo usum ferunt) dicendam ad causam postera die adesset. quod ubi auditum et languescere ira, redire amor ac, si cunctarentur, propinqua nox et uxorii cubiculi memoria timebantur, prorumpit Narcissus denuntiatque centurionibus et tribuno, qui aderat, exequi caedem: ita imperatorem iubere. custos et exactor e libertis Euodus datur; isque raptim in hortos praegressus repperit fusam humi, adsidente matre Lepida, quae florenti filiae haud concors supremis eius necessitatibus ad miserationem evicta erat suadebatque ne percussorem opperiretur: transisse vitam neque aliud quam morti decus quaerendum. sed animo per libidines corrupto nihil honestum inerat; lacrimaeque et questus inriti ducebantur, cum impetu venientium pulsae fores adstititque tribunus per silentium, at libertus increpans multis et servilibus probris.

Intanto Messalina ai giardini di Lucullo (cercava di) prolungare la vita, di comporre una preghiera, non senza qualche speranza e qualche volta ira: tanta superbia esprimeva anche nei momenti prossimi alla fine. E se Narcisso non avesse accelerato la sua uccisione, la rovina si sarebbe rivolta sull’accusatore. Infatti rientrato Claudio a casa e lusingato da un banchetto anticipato, dove si accese per il vino, diede ordine di andare annunciare a quella misera (ha fatto uso proprio di questo termine) di presentarsi il giorno dopo per la sua discolpa. Udite queste parole, (pensando che) l’ira sbollisse e ritornasse l’amore e temendo, in caso di esitazione, la notte imminente e il ricordo del talamo, Narcisso non si trattiene e ordina ai centurioni e al tribuno, che era presente, di procedere all’uccisione: così ordinava l’imperatore. Evodio, un liberto, è (dato) nominato custode ed esecutore; e costui si recò subito nei giardini di Lucullo e trovò Messalina sdraiata a terra, con accanto la madre Lepida, che, in disaccordo con la figlia nel periodo della sua fortuna, si era lasciata vincere dalla pena, in quei terribili momenti, e la persuadeva a non aspettare il sicario: la sua vita era finita, non le restava che riscattare la dignità con la morte. Ma in un animo corrotto dalle dissolutezze non c’era spazio per la dignità. E si scioglieva in lacrime e in vani lamenti, quando, sotto la spinta dei soldati in arrivo, si spalancarono le porte, e il tribuno rimase fermo, in piedi, in silenzio; il liberto invece la investì con un torrente di insulti volgari.

(Tacito, Annles, XI, 38)

Tunc primum fortunam suam introspexit ferrumque accepit, quod frustra ingulo aut pectori per trepidationem admovens ictu tribuni transigitur. corpus matri concessum. nuntiatumque Claudio epulanti perisse Messalinam, non distincto sua an aliena manu. nec ille quaesivit, poposcitque poculum et solita convivio celebravit. ne secutis quidem diebus odii gaudii, irae tristitiae, ullius denique humani adfectus signa dedit, non cum laetantis accusatores aspiceret, non cum filios maerentis. iuvitque oblivionem eius senatus censendo nomen et effigies privatis ac publicis locis demovendas. decreta Narcisso quaestoria insignia, levissimum fastidii eius, cum super Pallantem et Callistum ageret, +honesta quidem, sed ex quis deterrima orerentur [tristitiis multis].

Allora per la prima volta esaminò a fondo il suo destino e prese un pugnale, che muovendo invano alla gola o al petto nell’agitazione fu trafitta con un colpo dal tribuno. Il corpo fu concesso alla madre. E fu annunciato a Claudio che banchettava che Messalina era morta, non distinguendo se per sua o se per una diversa mano. E non chiese quello, e chiese una tazza e celebrò il banchetto come al solito. E non certamente i giorni successivi diede segni di odio di gioia, di ira di tristezza, (non era) affetto da nessun sentimento umano, non era rivolto verso gli accusatori con allegria, non con dolore verso i figli. E giova alla sua dimenticanza il senato ritenendo opportuno rimuovere il nome e le effigi dei luoghi pubblici e privati. Si decretò a Narcisso le insegne del questore, compenso irrisorio rispetto alla sua arroganza, ora che si sentiva superiore a Pallante e a Callisto… azioni certo meritorie, ma quali mali tremendi ne sarebbero nati.

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