Racconto breve: “Kalós kaì agathós”.

Racconto breve: “Kalós kaì agathós”.

Canta, o dea, la triste storia di come il mio corpo si trasformò in uno spiffero, in un lamento che risuona tra le alte vette delle montagne a me care. Concedimi solo di accompagnare i tuoi versi con il mio canto ripetitivo, di rincorrere le tue parole con la mia nenia, per trarre sollievo dalla mia triste condizione.

Un tempo non ero ridotta ad un sospiro tra i pini montani ma ero la più piccola delle Oreadi, le ninfe delle montagne. Io e le mie sorelle facevamo lunghe passeggiate per le vette della Grecia e i nostri calzari risuonavano per i sentieri silenziosi, tra il canto del vento che si insinuava tra le rocce e lo scricchiolio dei ramoscelli che si infrangevano al passaggio degli animali. La scalata era sempre faticosa, ma raggiungere la vetta in compagnia delle mie sorelle e ammirare il panorama mi riempiva di benessere e mi sembrava di abbracciare l’eternità.

Un giorno, mentre ci arrampicavamo lungo uno stretto e ripido sentiero, sentimmo dei passi avvicinarsi. Rapide ci nascondemmo dietro alcune rocce, scendendo con agilità lungo il precipizio. Mi sporsi un poco dal masso dietro cui mi nascondevo per sbirciare chi fossero i due viaggiatori, così vidi l’uomo che fu la mia rovina. Era il ragazzo più bello che avessi mai visto: forte come un guerriero ed elegante come un principe. Aveva due grandi occhi neri e la bocca larga e carnosa come quella di un aedo; il fisico era scolpito dagli allenamenti nel Ginnasio della sua città, aveva persino gli addominali disegnati e le vene in rilievo sulle braccia. Tale creatura simile a un dio era inseguita da un ragazzo magrolino e lentigginoso, un rospetto dai capelli rossi, che lo implorava a gran voce:

.-Narciso, ti prego, concedimi di essere tuo amico. Io so che il tuo cuore è puro e che il tuo animo è gentile.

Appresi così che il mio amato si chiamava Narciso. Scrissi il suo nome a grandi lettere nel mio cuore, come su una stele funeraria in una necropoli: allora ero ignara di ciò che il Fato aveva in serbo per me e lo ripetevo a me stessa con gioia: Narciso… Narciso… Narciso…

.-Lasciami stare, non ho bisogno di amici.- La sua voce era melodiosa come il canto di Apollo, ma il tono era freddo e sprezzante, tagliente come una spada.

.-Tutti dicono che sei cattivo e vanitoso, ma io so che sono solo gelosi della tua bellezza- Il ragazzino faticava a restare al passo perché Narciso aveva le gambe più lunghe e resisteva alla faticosa camminata, tuttavia il piccoletto si arrampicava dietro di lui ostinato.

Immagine tratta da Studia Rapido.

.-Dimmi, Amina, non ti piacciono forse le fanciulle di Atene? Perché devi rincorrere solo e soltanto me?

Il giovane Amina sospirò e abbassò lo sguardo. -Sì, Narciso, io sono innamorato di te, tuttavia mi accontenterò di essere tuo amico pur di restare al tuo fianco. Ti prego, concedimi un regalo come prova del tuo affetto, affinchè io possa mostrarlo agli altri e dimostrare loro che tu sei buono.

Anche Narciso sospirò, ma di noia. Estrasse dalla cintura un vecchio pugnale arrugginito e lo gettò a terra, ai piedi di Amina. Il pugnale rimbalzò sulla pietra con un rumore sordo, poi Narciso parlò: -Prendi questo pugnale, se proprio insisti, non so che farmene.

Il pugnale aveva la lama smussata ed era arrugginito in più punti, inoltre il manico in legno era scheggiato. Amina lo raccolse con movimenti meccanici e contriti. -Perché mi umili? Se mi rifiuterai, userò questo pugnale per uccidermi.

Narciso rise sprezzante. -Non mi importa nulla della tua vita, fa’ ciò che credi.

Amina arrestò il passo, mentre Narciso proseguiva lungo il percorso ignorandolo. Il ragazzino osservò il pugnale per alcuni istanti, poi sospirò e, emettendo un solo flebile lamento, se lo conficcò nello stomaco: subito si accasciò a terra in una pozza di sangue. Io e le mie sorelle ci avvicinammo per soccorrerlo, ma ormai era troppo tardi per lui: spirò in solitudine, invocando il nome di Narciso.

.-Quel farabutto!- mormorò mia sorella Melissa a denti stretti, contraendo la mascella e stringendo i pugni.

.-Questo povero ragazzo era un pazzo: non si può perseguitare una persona inseguendola ovunque, nemmeno per amore- obiettai io stizzita. -E poi si è tolto la vita come un folle! Ma per favore, è evidente che Amina aveva dei problemi.

.-Ma non hai visto come lo ha trattato? – mi domandò Melissa spalancando gli occhi in un’espressione di incredulità.

.-Povero Narciso, così bello e incompreso…- sospirai io, senza distogliere lo sguardo dal cadavere di Amina. La vista del sangue era ipnotica per me, mi stordiva come i fumi che consentivano alle Sibille di avere le tanto celebri visioni.

.-Sorellina, smetti di difendere quel mostro o non ti faremo più giocare con noi. – si intromise mia sorella Agape.

.-Kalós kaì agathós: ciò che è bello è per forza anche buono! – ribattei io con le lacrime agli occhi.

.-Sparisci, sciocca, raggiungi quell’idiota del tuo amato! – risero le mie sorelle e mi allontanarono con uno spintone – Vattene, corri dietro al tuo Narciso.

Immagine tratta da Tanogabo

Scoppiai a piangere e proseguii lungo il sentiero alla ricerca di Narciso, ma ormai il ragazzo era troppo distante. Lo chiamai più volte, ma la mia voce risuonò nel silenzio della montagna, disperdendosi al vento. Il sole era in procinto di tramontare perciò era giunto il momento di fare ritorno, ma ero determinata a trovare il mio Narciso.

Improvvisamente lungo il sentiero comparve un uomo di mezza età dalla lunga barba bianca; indossava una tunica pregiata, che non sembrava provata dalla passeggiata in montagna. Lo sconosciuto aveva un fisico possente e muscoloso e una risata carismatica e contagiosa, la risata di un leader. Mi si avvicinò camminando veloce, non sembrava fare alcuna fatica, sebbene il sentiero in montagna fosse diventato ancora più ripido perché ormai eravamo in prossimità della vetta.

.-Bambina, ti sei persa? – mi chiese con tono affabile e gentile, ma non gli diedi retta e proseguii lungo il mio cammino, poiché sapevo bene che era sconveniente dare retta agli sconosciuti incontrati in zone isolate.

.-E’ tutto sotto controllo, signore, non preoccupatevi- Il mio tono era educato e rispettoso, ma distaccato.

.-Non raggiungerai il tuo Narciso, ormai è arrivato a destinazione. Ma io posso aiutarti a farlo innamorare di te.

Arrestai il passo e spalancai la bocca in un’espressione sorpresa. Chi era costui che sapeva del mio amore per Narciso? Arretrai di un passo e mi guardai intorno alla ricerca di un bastone con cui difendermi, ma non c’erano alberi, solo muschi e licheni. Non c’era nemmeno una via di fuga, potevo solo voltarmi e ridiscendere lungo il sentiero. -Chi siete? Mi avete spiata? Statemi lontano!

L’uomo scoppiò a ridere mentre io avevo iniziato a correre verso la valle. Ero sicura di averlo distanziato quando me lo ritrovai davanti, in una posizione che mi ostruiva il cammino, ma non ero sicura che mi avesse superato. Non era nemmeno sudato, come se non avesse corso. Aveva sempre quel sorriso ironico da gran capo, che mi irritava non poco.

.-Bambina, calmati. Sono Zeus, il padre degli dei.

Mi fermai sbalordita e mi inginocchiai sottomessa, con gli occhi rivolti a terra e le mani giunte. – Perdonatemi, padre, per aver avuto timore di voi. – Ero ancora un po’ timorosa e non mi fidavo di lui, ma sarebbe stata una scelta peggiore mancare di rispetto ad un Dio.

Zeus fece un gesto per dirmi di saltare i convenevoli. -Come stavo dicendo, bambina, io posso aiutarti a fare innamorare Narciso di te. Chiedo solo un favore in cambio…

La promessa di farmi avere l’amore di Narciso mi fece dimenticare ogni paura. Alzai lo sguardo con occhi imploranti e sussurrai timidamente: -Qualsiasi cosa, padre.

.-Molto bene, cara. E’ un affaruccio da nulla. Dovrai tenere compagnia a mia moglie Era e conversare con lei, impedendole di assillarmi con le sue paranoie. Lo faresti per me? – domandò, inclinando la testa di lato e inarcando un sopracciglio.

Annuì senza pensarci, con l’entusiasmo dei giovani e un ampio e sincero sorriso.

Immagine tratta da La Porzione.

.-Perfetto, piccola, allora ti presento subito a mia moglie.- Zeus schioccò le dita e le montagne intorno a noi scomparvero in dissolvenza, insieme alle rocce, ai muschi, alle nuvole e al vento.

Non ebbi tempo di riprendermi dallo stupore che mi ritrovai in un ampio gineceo, il più ricco che avessi mai visto: i pavimenti erano di marmo, le colonne erano sontuose come quelle di un tempio e le pareti erano decorate con affreschi le cui scene sembravano vive. Intorno a me c’erano bracieri di ferro battuto, telai con ricchi drappi in lavorazione e cibo a volontà, tra qui una strana sostanza profumata, probabilmente ambrosia. Al centro della stanza troneggiava un grosso altare di pietra, posto tra due bracieri. Presso un telaio era seduta una signora che un tempo doveva essere stata molto bella, ma ormai il suo viso era segnato dalle prime rughe e tra i suoi capelli biondi erano presenti numerose ciocche bianche. Indossava un peplo giallo ed era riccamente agghindata con gioielli preziosi.

.-Salute a te, mortale. Per quale motivo sei giunta al cospetto di Era, la madre degli dei? – domandò la donna con tono solenne, ma non minaccioso.

.-Sono qui per rendere omaggio a voi, mia signora, e intrattenervi con la mia compagnia – dissi timidamente e masticando le parole, poiché non sapevo bene come rivolgermi ad una grande e potente divinità femminile. Mi inchinai con rispetto, così come avevo fatto con Zeus.

.-Non ho tempo per queste cose, devo sorvegliare quel cane di mio marito! Ho l’impressione che mi abbia tradito di nuovo e il mio intuito femminile non sbaglia mai in questo genere di cose. – rispose lei stizzita.

Subito mi alzai e la trattenni con una mano -Suvvia, mia signora, non volete restare un po’ con me? Vi hanno raccontato che Eros si è innamorato di una certa Psiche?

Era sbuffò -Lasciami andare, ragazzina, non mancarmi di rispetto. E perché mai dovrebbero interessarmi le imprese amorose di mio nipote?

La lasciai andare obbediente, ma insistetti. – Afrodite è gelosa della bellezza di questa Psiche, presto ne vedremo delle belle…

Era si mordicchiò infastidita il labbro inferiore. – Ma guarda, abbiamo una pettegola! Cos’hai contro quella cara ragazza della mia figlioccia Afrodite? Suvvia, vattene, devo osservare ciò che sta facendo mio marito. – Era si avvicinò all’altare e, schioccando le dita, fece comparire un tenero coniglietto bianco. Dopo aver accarezzato la bestiola, la sgozzò sbrigativamente, poi squarciò il suo ventre ed iniziò ad estrarne le interiora una ad una.

Intuii che dovevo assolutamente fare assolutamente qualcosa per distrarla, in fretta. – Sapete che Orfeo è sceso negli Inferi per salvare la sua amata Euridice? Grazie alla sua musica è riuscito a superare ogni ostacolo e a giungere al cospetto di Ade, ottenendo il consenso per riportare la fanciulla nel regno dei vivi. Ma poi, all’ultimo… – mi zittii perché mi accorsi che Era mi stava ignorando.

La dea infatti stava sviscerando il coniglietto sobbalzando come se stesse udendo le ultime notizie strillate al mercato. Sull’altare erano sparsi l’intestino, lo stomaco, il cuore e i polmoni del coniglietto, ancora caldi e sporchi di sangue; la dea li stava ispezionando attentamente come una contadina che sceglie la frutta da vendere in agorà. La dea si era macchiata il peplo di sangue come un’omicida, ma non sembrava curarsi del proprio aspetto. – Cosa vedo… cosa vedo nelle viscere di questa bestiola! Hermes ha sgozzato Argo e ha liberato quella vacca di Io. Devo assolutamente intervenire…

.-Chi è Io?- domandai innocentemente. Allungai il collo verso le viscere del coniglietto, ma non vidi nulla di ciò che aveva nominato Era, a parte delle macabre interiora sanguinolente.

Era sospirò e mi rispose a denti stretti -Io è una mia sacerdotessa, di cui Zeus si è invaghito e con cui ha fornicato. -Pronunciò quest’ultima parola con particolare astio e disprezzo -Per proteggerla dalla mia vendetta, quel bastardo di mio marito l’ha trasformata in una giovenca. Ma sarebbe stato più appropriata una vacca. Ho inviato la giovenca in un pascolo lontano, custodito da Argo, una creatura dotata di occhi su tutto il corpo. Purtroppo Hermes ha addormentato tutti i cento occhi di Argo suonando una nenia con il flauto, poi ha liberato Io.

Mi morsi il labbro. Non ero riuscita a distrarre Era, avevo fallito. – Cosa farete adesso?

Era non mi rispose, ma fece apparire tra le sue mani un enorme tafano ronzante. – Vai, piccolo, e tormenta Io sino alla fine dei suoi giorni! – Sussurrò al tafano, poi l’animaletto si allontanò da lei ed uscì da una finestra, probabilmente diretto verso la malcapitata sacerdotessa. Era guardò l’insetto allontanarsi, poi si voltò verso di me; aveva uno sguardo furioso. – E adesso è il tuo turno, piccola pettegola.- Disse con un tono minaccioso.

.-Io? Cosa ho fatto? – domandai indietreggiando verso la porta del gineceo. Dovevo uscire da quella stanza al più presto.

.-So che ti ha mandato lui

La porta era aperta, forse sarei riuscita a raggiungerla in tempo. -Lui chi?-

La dea crebbe di almeno due metri, finchè la sua testa raggiunse il soffitto, poi tuonò con voce inumana: – Quel bastardo di mio marito!

Mi voltai e iniziai a correre verso la porta, urlando a pieni polmoni il mio terrore. Nella fuga ruppi uno splendido vaso a figure nere, raffigurante Achille e Aiace che giocano ai dadi, ma non ebbi il tempo per piangere la sorte della pittura vascolare. Era si infuriò e pronunciò una formula magica in eolico; la sua voce era talmente deformata dalla rabbia che sembrava provenire dal profondo degli Inferi. Improvvisamente le mie membra si immobilizzarono e mi ritrovai immobile, riuscivo a stento a respirare. Era mi aveva pietrificato. Raccolsi tutte le mie forze e provai a muovermi, ma ogni sforzo fu vano: il mio corpo era rigido e freddo come la pietra. Abbassai gli occhi verso le mie mani, avevo l’impressione che fossero diventate grigie.

.-Dove credi di andare, piccola pettegola, non sai che non si può sfuggire all’ira degli dei? – nel gineceo risuonò una risata malefica. – Da oggi non sarai più in grado di parlare, ma potrai solo ripetere l’ultima parola pronunciata dal tuo interlocutore. Vai, ora, piccola serpe, scappa!

Subito sentii di nuovo il sangue scorrere nelle mie vene, il mio corpo ritornò caldo e fui di nuovo in grado di correre. Spalancai la porta del gineceo e corsi fuori, poi mi avventai sulla porta d’ingresso della dimora degli dei: fortunatamente era aperta. Ignorando il lusso sfrenato di quella reggia, che in una situazione normale mi avrebbe lasciata a bocca aperta, corsi a rotta di collo lungo quello che si rivelò essere un sentiero di montagna. Mi guardai intorno e riconobbi la strada presso cui Amina era morto, a terra era rimasta persino la chiazza di sangue secco, mentre il corpo era probabilmente stato portato a valle dalle mie sorelle per ricevere una degna sepoltura. Tutto era rimasto identico, solo che adesso era mattino e gli usignoli cantavano tra gli arbusti. Mi sentivo leggera e felice, avevo voglia di cantare ma stranamente dalla mia bocca non usciva alcun suono ed era un gran peccato, perché ero sempre stata un’ottima cantante e un po’ di musica sarebbe stata l’ideale per festeggiare la fuga da Era.

Dimenticai ben presto il mio desiderio di cantare perché sul sentiero risuonarono dei passi: qualcuno stava scendendo dalla montagna. Poco dopo comparve Narciso, bello come sempre, e per un istante restai immobile a guardarlo, trattenendo il respiro. Rispetto al giorno prima era avvolto in un pesante mantello, che lasciava solo immaginare il suo possente petto e la corporatura più atletica di quella di un Discobolo. Decisi di non nascondermi, ma di provare a instaurare un contatto con lui: mi sedetti su un masso con le mie lunghe gambe accavallate sotto il semplice peplo di lino bianco e, quando Narciso mi passò a fianco, ammiccai nella sua direzione, sbattendo le mie lunghe ciglia da cerbiatta. Narciso mi ignorò e continuò a camminare, superandomi. Presa dal panico mi alzai in piedi e tentai di afferrarlo per un braccio. Il ragazzo arrestò il passo, si irrigidì e si voltò verso di me: aveva l’odio negli occhi.

.-Chi siete? Lasciatemi andare! – mi intimò bruscamente, con disprezzo e un tono sbrigativo.

Senza saperne la ragione, mi venne spontaneo mormorare: -… andare!- Mi irrigidii e feci un passo indietro, spaventata dalla mia reazione.

.-Ah, mi fate il verso? Ripetete quello che dico?- domandò lui indispettito

.-… dico? – portai una mano alla bocca con aria sorpresa, mentre una lacrima rigava la mia guancia. Non avevo idea del motivo per cui ripetessi le ultime parole pronunciate dal ragazzo.

.-Sciocca ragazza, lasciatemi stare!-

.-… stare!- ormai stavo piangendo senza contegno, non riuscivo a fare altro. Non sapevo se ero affranta più per la reazione di Narciso o per la mia improvvisa incapacità di comunicare.

.- Basta, mi avete innervosito. Sparite e non fatevi più vedere!

Senza riuscire a trattenermi dal ripetere la parola “vedere”, corsi lungo il pendio coprendomi il viso con le mani, mentre mi tornava in mente la maledizione di Era. Vagai per ore, mentre i rovi si impigliavano nel mio peplo e i miei capelli si arruffavano al vento, consumando i sandali sul suolo sassoso di montagna. Intorno a me la natura risplendeva in tutta la sua misteriosa e antica bellezza, ma i suoi segreti non esercitavano alcun fascino su di me, solo odio e risentimento, poiché non era giusto che intorno a me regnasse la gioia mentre il mio spirito era così nero. Senza nemmeno rendermene conto, giunsi alla radura dove vivevo con le mie sorelle che mi corsero incontro felici, senza più ricordare il motivo per cui mi avevano allontanato il giorno prima. Non avevo voglia di intrattenermi con i loro stupidi giochi, così le scansai lasciandole interdette e corsi lontano, vagando per le valli di montagna e le verdi foreste di conifere. Non saprei dire quanto durò la mia corsa, ma quando non ebbi più lacrime per piangere il mio corpo iniziò a dissolversi come una nuvola e di me rimase solo la voce, quella bella voce che un tempo intratteneva con il canto le mie sorelle, e che ora ripete le ultime parole pronunciate dai viandanti di montagna.

Avete capito chi sono? Il mio nome è Eco, vago per le montagne trasportata dal vento, confidando alle valli il mio dolore. La mia triste storia potrebbe concludersi qui, eppure le mie pene non erano terminate: Nemesi, la dea della vendetta con una benda sugli occhi e la bilancia in mano, ha deciso di vendicarmi, scatenando però la sua ira contro la persona sbagliata. Nulla poteva contro Zeus che mi ha chiesto di svolgere un compito così infame o contro l’ira tremenda di Era, ha deciso così di punire un innocente, il mio amato Narciso.

Narciso stava riposando sotto una quercia quando Nemesi gli si manifestò in tutta la sua temibile bellezza, solenne e maestosa come solo la vendetta sa essere. Non portava la benda sugli occhi e la clessidra, perciò il mio amato non ha potuto riconoscerla e presagire l’imminente pericolo. Non appena mi accorsi che Nemesi voleva punire Narciso, scesi dalla vetta più alta presso cui la mia voce volava e atterrai nella radura in cui Nemesi stava tessendo la trama della sua vendetta, ma non avevo idea di come intervenire.

.-Narciso, ti piacerebbe sapere quanto sei bello e poter ammirare la tua immagine?- chiese maligna Nemesi

.- Oh, lo vorrei tanto, ma mia madre ha distrutto tutti gli specchi che avevamo in casa. – sospirò Narciso. Non stava nemmeno guardando la dea perché era intento a rimirare la riga dei peli che dal pube raggiungeva l’ombelico. Approfittando della solitudine dei boschi, si era infatti tolto la tunica per ammirarsi meglio. Il giovane non sembrava intimidito dalla presenza di una sconosciuta che sembrava conoscere così bene il suo animo, né si vergognava di mostrarsi nudo in sua presenza; forse aveva capito che si trattava di una dea, eppure non mostrava alcun segno di sottomissione.

I due non potevano vedermi, ma io ero presente: se avessero chiuso gli occhi e ascoltato il vento, avrebbero udito il mio lamento: -… Immagine… casa… – Avrei rinunciato alla mia stessa esistenza pur di avvertire il mio amato del pericolo, ma ero condannata a cantare la mia stupida nenia per la vallata.

.- E perché tua madre ha distrutto ogni specchio?

Narciso fece spallucce. – Non lo so. Dice che un indovino ha predetto che sarei morto a causa della mia immagine. Per me è follia! –

.-E allora vieni con me, ti farò vedere il tuo riflesso.

.- Specchio… Follia… Riflesso… – caddero dal cielo alcune gocce di rugiada, erano le mie lacrime, piante dai miei occhi invisibili e impalpabili.

Narciso si alzò in piedi e si apprestò a seguire Nemesi, ma poi si fermò. -Dite, mia signora, quali strane parole farfuglia il vento oggi?

Nemesi contrasse la mascella in uno sguardo allarmato e deglutì, poi fece un gesto di sufficienza. – Oh, nulla, non ci badare. Seguimi, forza. – Gli disse invitante e, trascinandolo per una mano, lo guidò attraverso la foresta.

Dopo aver mormorato le ultime parole pronunciate dai due fui condannata al silenzio, poiché Narciso e Nemesi avevano smesso di parlare e non potevo ripetere nulla; si udiva solo il fruscio delle foglie autunnali sotto i loro calzari. Il mio Narciso si era rivestito ed era bellissimo: la tunica azzurra estrinsecava il nero dei suoi occhi e le sue rosee labbra carnose. Nemesi era invece splendida e austera, con un’ombra maligna negli occhi; il peplo nero le conferiva un aspetto cupo, ma affascinante. Ad un certo punto si udì in lontananza lo scroscio dell’acqua cristallina di un fiume, Narciso guardò incredulo ora il corso d’acqua ora la dea.

.- Forza, Narciso, avvicinati all’acqua! – ordinò la dea con un sorrisetto che avrebbe fatto tremare le montagne.

Narciso guardò la dea per alcuni istanti, poi si avvicinò lentamente al fiume. Quando si sporse dalla riva per ammirare l’acqua fresca e trasparente, dal riflesso del fiume gli rispose lo sguardo interrogativo di un ragazzo bellissimo, dagli occhi neri e profondi come gli abissi e un fisico scultoreo. Narciso spalancò la bocca in un’espressione incredula e il bel ragazzo fece altrettanto, poi il mio amato si sdraiò a terra e si sporse verso le gelide acque del fiume. Il giovane del fiume lo imitò.

.-Mio splendido giovane, è un piacere incontrarvi. Imitate tutto ciò che faccio io, eppure non mi rivolgete la parola. Vi prego, ditemi come vi chiamate, affinchè possa custodire gelosamente il vostro nome e il suono della vostra voce.- Nella voce di Narciso c’era ansia: aveva paura di non essere ricambiato.

Venni colta da una forte gelosia, ma subito mi sentii una sciocca: come era possibile invidiare un riflesso? Scoppiai a piangere così dal cielo cadde altra rugiada, mentre ripetevo freneticamente: -Voce… voce… voce… voce…-

Naturalmente il riflesso non rispondeva a Narciso, ma muoveva le labbra imitando le espressioni del giovane. Anche mio adorato così scoppiò a piangere. -Mi deridete, dunque? Mio dolce ragazzo, perché mi respingete e mi fate il verso?-

Narciso si sporse dalla riva, cercando di toccare l’uomo dei suoi sogni: tese la mano verso l’acqua con tutte le sue forze e il riflesso tese il braccio verso di lui, ma non si toccarono. Non oso immaginare ciò che provò il mio adorato in quel momento. Quando Narciso tentò di risollevarsi, non ci riuscì perché si era sbilanciato troppo verso il fondo del fiume. Implorò l’aiuto della dea, ma Nemesi era sparita verso altre vendette, implacabile come una tempesta e insensibile come la morte. Narciso iniziò allora a dimenarsi urlando e invocando l’amato, ma riuscì solo a perdere ulteriormente l’equilibrio e a precipitare nel fiume. Mentre la pioggia delle mie lacrime bagnava a dirotto la radura e il mio eco trasportava per la valle le sue urla, Narciso sparì inghiottito dalla corrente: il suo bel corpo divenne cibo per i pesci e di lui restò solo un bellissimo fiore ai bordi del fiume, che da quel giorno portò il suo nome.

3 risposte a “Racconto breve: “Kalós kaì agathós”.”

  1. Ma che racconto spassoso! Hai ripercorso i miti usando uno stile moderno e scanzonato 🙂 mi ha ricordato un poco anche Pollon, la puntata proprio su Narciso. Ma hai anche mantenuto toni seri, brava, eheh.
    Comunque il pericolo più grande per Eco è stato Zeus! Pensa se fosse stato a caccia di occhi da cerbiatto 😏

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