Messalina nelle “Satire” di Giovenale.


Sono stufa di tradurre solo le versioni che il prof ci assegna per compito, oggi ho voglia di leggere cose zozze! In preda a tale slancio di ribellione, vi parlerò di Valeria Messalina. Lo so, la fanciulla si chiama come me, ma vi prego di evitare di fare battute.

Ho iniziato il viaggio alla scoperta di Messalina traducendo i versi di Giovenale proposti da Wikipedia, ma al momento della pubblicazione di questo scritto sto già traducendo ciò che Tacito ci ha tramandato negli Annales.

Immagine tratta da Fiori del Male

Quid privata domus, quid fecerit Eppia, curas?
respice rivales divorum, Claudius audi
quae tulerit, dormire virum cum senserat uxor,
ausa Palatino tegetem praeferre cubili,
sumere nocturnos meretrix Augusta cucullos
linquebat comite ancilla non amplius una.
sed nigrum flavo crinem abscondente galero
intravit calidum veteri centone lupanar
et cellam vacuam atque suam; tunc nuda papillis
prostitit auratis titulum mentita Lyciscae
ostenditque tuum, generose Britannice, ventrem,
excepit blanda intrantis atque aera poposcit;
continueque iacens cunctorum absorbuit ictus.
mox lenone suas iam dimittente puellas
tristis abit, et quod potuit tamen ultima cellam
clausit, adhuc ardens rigidae tentigine volvae,
et lassata viris necdum satiata recessit,
obscurisque genis turpis fumoque lucernae
foeda lupanaris tulit ad pulvinar odorem.

Perché ti preoccupi di una casa privata, di che cosa faceva Eppia?
Voltati a guardare i rivali degli dei, ascolta che cosa Claudio
ha sopportato, quando la moglie si accorgeva che il marito dormiva,
osando preferire una stuoia al letto presso il Palatino,
(osando) indossare l’Augusta meretrice un cappuccio notturno,
lasciando dietro come compagna non più di un’ancella.
Ma nascondendo la chioma nera con una bionda parrucca
entra nel caldo lupanare dalle vecchie coperte
e in una cella libera e sua; allora nuda i capezzoli
dorati esibisce (o mette in vendita), mentendo (con l’) appellativo di Licisca
e mostra il tuo ventre, nobile Britannico,
accolse invitante coloro che entrano e chiese la cifra (il prezzo);
e continuamente giacendo assorbì i colpi di tutti.
più tardi congedando già il pappone le sue ragazze
triste esce, e tutto ciò che può tuttavia per ultima chiude
la cella, ancora ardente per l’eccitazione della sua vulva rigida,
e stancata dagli uomini ma non ancora sazia si allontana,
e con le guance scure e sporca per il fumo della lucerna
vergognosa porta l’odore del lupanare sul letto imperiale.

(Giovenale, Satire, VI, vv.114-132)

Decimo Giumio Giovenale (55-130 d.C.) visse all’epoca di Traiano e Adriano e nacque ad Aquino, nel Lazio meridionale; suo padre era un liberto. A Roma studiò grammatica e retorica e tentò di diventare avvocato, come si racconta nelle sue opere, ma non ebbe successo, così dovette accontentarsi di essere un cliente, come il suo amico Marziale. Ebbe legami anche con Strazio e Quintiliano.

Secondo alcune fonti venne esiliato in Egitto da Adriano all’età di 80 anni, con il pretesto di un incarico militare; si trattava in realtà di una punizione per aver scritto dei versi offensivi contro il bellissimo amante dell’imperatore, Antinoo. Fu probabilmente nella terra dei faraoni che Giovenale morì.

Giovenale fu autore di sedici satire moraleggianti, amare e pungenti, con cui vengono denunciati con violenza e sdegno i vizi più diffusi della società imperiale. L’opera offre una rappresentazione suggestiva della corruzione dell’epoca. Le sedici satire sono divise in cinque libri e sono composte in esametri. La satira di Giovenale voleva condannare la corruzione dell’animo umano, tuttavia l’autore non riteneva che la sua poesia avrebbe cambiato il popolo di Roma, poiché considerava l’immoralità insita nell’animo umano.

La satira che riguarda Messalina è la VI; si tratta della più famosa ed è anche la più lunga. Giovenale, intenzionato a persuadere l’amico Postumo a non sposarsi, presenta un catalogo di pessimi esempi di matrone romane. Il poeta afferma di non fare distinzioni di ceto e che nessuna donna si salva dalla perdizione, eppure gli esempi che presenta appartengono all’aristocrazia e alla ricca borghesia; questo poiché Giovenale associa la corruzione dell’animo alla ricchezza.

Morte di Messalina, immagine tratta da romanoimpero.com

La prima donna di cui parla Giovenale è Eppia, che fugge con un gladiatore, dimenticando di essere la moglie di un senatore e di avere una sorella e dei figli; segue Messalina, di cui abbiamo già tradotto alcune righe; alcune donne amano esibirsi nell’arte dei gladiatori, altre si abbandonano alla libidine durante i misteri in onore della Bona Dea. Alcune sono insopportabili poiché sfoggiano in ogni occasione la propria cultura, altre diventano avvocatesse e studiano le leggi per ottenere il divorzio dai mariti; nemmeno le donne letterate o le donne filosofe si salvano e di queste ultime Giovenale fa una caricatura, secondo la più antica tradizione misogina romana.

Nel I secolo d.C. Quintiliano affermava: “Satura quidem tota nostra est” (Institutio oratoria, X, 1, 93), poiché la satira è un genere di origine romana; il termine significa “miscuglio”: l’aggettivo latino satur, che significa “pieno” e “sazio”, condivide con l’avverbio satis (“abbastanza”) la radice implicante il concetto di varietà, mescolanza e abbondanza. Il termine deriva inoltre dall’espressione “satura lanx”, un piatto di primizie offerto agli dei nei cerimoniali e composto da vari tipi di frutta.

La satira latina è caratterizzata dallo spirito farsesco dei fescennini e le rappresentazioni di musica e danza della civiltà etrusca. La satira era infatti rappresentata da histriones (attori) e consisteva in una rappresentazione di teatro, danza e musica. Il termine Satura indicava originariamente delle celebrazioni offerte a Cerere, accompagnate da canti e scene giocose. Tito Livio racconta che, durante la pestilenza, furono organizzati dei ludi scenici in cui i giocolieri ballavano al ritmo di flauti e di versi; il genere sarebbe così diventato più affine alla poesia drammatica. Quando si parla di satira latina bisogna tenere presente che esiste sia la satira drammatica, destinata alla rappresentazione, sia quella letteraria, destinata ad un pubblico di lettori.

Nell’ultimo periodo della sua vita, Giovenale abbandonò l’indignazione per assumere uno stile più distaccato, caratterizzato dall’apatia e dall’indifferenza, forse abbracciando lo stoicismo, sicuramente riabbracciando quella satira da cui in gioventù si era allontanato. Le riflessioni divennero più generali, astratte e pacate, ma ad una lettura attenta emerge sempre l’antica rabbia. Il Giovenale degli ultimi tempi è chiamato democriteo.

FONTI:

Un pensiero su “Messalina nelle “Satire” di Giovenale.

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