Racconto breve: “Le brave persone”

Racconto breve: “Le brave persone”

Ho scritto questo racconto per esercitarmi nei dialoghi e credo di aver fatto un ottimo lavoro. Inoltre sono finalmente riuscita a scrivere di due personaggi che non mi assomigliano, perchè non sono un uomo e non sono una ladra. Buona lettura!

Il Peppo guidava nervosamente, ma non era un nervosismo negativo: provava una piacevole euforia, come quando da bambino era il suo turno di tirare un rigore. L’asfalto scorreva liscio sotto le ruote della sua utilitaria, una macchina grigia e ordinaria, un modello recente ma piuttosto usurato, per non dare troppo nell’occhio; la targa era rigorosamente sporca, in modo da garantire l’anonimato ai passeggeri.

Le villette ai lati delle strade erano incantevoli, sembravano uscite da una favola per bambini troppo ricchi: avevano le tegole a vista, la piscina, i cespugli fioriti anche in autunno e i prati tagliati con cura, privi di erbacce. Il Peppo ammirava le ville una per una, immaginando di essere il padrone di una di quelle abitazioni, di ritorno da una cena con l’amante. O con la moglie. Chi possiede una casa del genere avrà sicuramente una moglie bellissima e un’amante ancora più bella.

. – Ehi, Peppo, quando hai rubato per la prima volta? – Il Gigio aveva la voce roca e si torceva le mani, sembrava aver perso una taglia perché si era raggomitolato sul sedile passeggero come un pulcino.

. – Avevo nove anni, rubai un soldatino. – rispose il Peppo ghignando, con una certa sorpresa nella voce.

. – E perché lo hai rubato? –

. – La mamma non aveva i soldi per comprarmi un reggimento di soldatini come quello del mio amico. Erano soldatini di stagno, dipinti a mano con una tale precisione che gli ufficiali avevano i baffi, la fibbia alla cintura e le taschine della divisa. Ma non rubai un ufficiale, il mio amico ne aveva pochi e si sarebbe accorto subito della scomparsa di uno di loro. Rubai un fante, così il mio amico, che ne aveva tantissimi, non se ne accorse, mi invitò altre volte a casa sua e non persi l’amicizia. – lo disse con un certo orgoglio nella voce, col petto gonfio e la testa alta, ma anche con una certa nostalgia.

. – Hai conservato quel soldatino? – domandò il Gigio stringendosi nelle spalle e mordendosi il labbro inferiore a sangue.

Il Peppo rise e scosse la testa, poi disse, con una punta di ironia nella voce: – Che domande sono? Non gioco più con i soldatini. – Guardò il socio con la coda nell’occhio, senza distogliere lo sguardo dalla strada, e sembrò accorgersi che il Gigio aveva bisogno di tranquillizzarsi e parlare, così gli pose la stessa domanda. – E tu? Quando hai rubato per la prima volta?

. -Non avevo i soldi per comprarmi la merenda a scuola, mio padre spendeva sempre tutti gli spiccioli in alcool. – Fece una pausa per tirare un sospiro, poi riprese. – Paola portava sempre le brioches del bar con la marmellata all’albicocca, le mie preferite. Una mattina mi assentai dall’ora di ginnastica, tornai in classe e divorai quella brioche con gusto. Mai mangiato una brioche così buona, perché il cibo rubato ha sempre un sapore particolare. – Si ammutolì di nuovo, il Peppo aveva l’impressione che facesse fatica a pensare. – Manca ancora molto?

Il Peppo scosse di nuovo la testa – Ehi, amico, rilassati, siamo appena arrivati nel quartiere residenziale. La nostra villetta si trova vicino al campo da golf, sull’angolo di via Archimede e via Pitagora, nei pressi di un’ottima via di fuga. Forza, non essere nervoso, andrà tutto bene.

. – Ma certo… certo… – farfugliò il Gigio accendendosi una sigaretta, ma non centrò con la fiamma l’estremità dell’oggetto al primo colpo, poiché gli tremavano le mani. – Secondo te perché siamo diventati dei ladri?

Il Peppo contrasse la mascella e diventò rosso in viso, mentre le nocche si fecero bianche tanto era forte la stretta sul volante. – Ascoltami, Gigio, li vedi questi stronzi che dormono beati nelle loro villette? – Aveva alzato la voce, stava praticamente urlando. Si accertò di aver chiuso i finestrini per non essere udito all’esterno dell’abitacolo, poi continuò – Questi stronzi si sono sempre potuti comprare tutti i soldatini e le brioches che volevano. Hanno sempre avuto il meglio del meglio dalla vita e ciò che gli ruberemo non sarà altro che una piccola e infinitesimale perdita per loro, da cui si rifaranno con il prossimo stipendio. Noi non avremo mai una villa come queste, delle macchine come queste, delle vite come queste. Se la sorte non ci ha dato una vita così, allora noi ce la prendiamo e svaligiamo la casa di questi stronzi, chiaro? E adesso smettila di blaterare, mi fai paura.

Il Gigio bisbiglio un misero: – Sì, hai ragione, Peppo, scusa. Dobbiamo essere in forma per il nostro primo colpo.

. – Esatto, Gigio, questo è il nostro primo colpo e dobbiamo essere fieri dell’opportunità che il Pedro ci ha dato. – Sentenziò il Peppo, battendo il pugno sul volante e rischiando di suonare il clacson. Nonostante il gesto, sembrava ora più rilassato perché aveva abbassato la voce.

. – Non credi che il Pedro speculi un po’ troppo sul nostro colpo? Si prende il cinquanta per cento…

Il Peppo sospirò. – Il Pedro ci ha dato una casa, ci ha fatto incontrare, ha pianificato il colpo e ci ha dato gli arnesi per addormentare il cane e scassinare la porta d’ingresso. Senza il Pedro, noi non saremo nulla! – Stava urlando di nuovo. – E adesso spegniamo i fari, perché ci stiamo avvicinando. – Spense le luci della macchina e i due si ritrovarono avvolti nelle tenebre, fatta eccezione per qualche raro lampione ai lati della strada e per alcune luci accese all’interno delle villette.

. – Secondo te siamo delle brave persone? – continuò il Gigio, mentre il labbro inferiore tremava.   

Il Peppo sospirò. L’ultima cosa che avrebbe voluto fare quella notte era una seduta di psicanalisi, ma era evidente che il Gigio aveva bisogno di essere rassicurato. – Io sono una brava persona: non ho mai sottratto il pane ad un poveraccio come me e ho sempre rubato per necessità. Ho fatto qualche rissa in passato, ma non ho mai torto un capello ad una donna, ad un bambino o ad un anziano. Naturalmente, non ho mai ucciso nessuno.

. – Sì, anch’io.

. – E allora vedi che siamo delle brave persone? Rilassati, Gigio, siamo arrivati.

Il Peppo parcheggiò la macchina sul lato opposto della strada, in modo tale che gli alberi del giardino della villetta nascondessero il veicolo alla vista di coloro che si trovavano all’interno. L’uomo aprì la portiera e si stiracchiò, poi scese dalla macchina silenziosamente, mentre il Gigio imitava timidamente i suoi gesti. Il Peppo estrasse dalla tasca un’auricolare e la inserì nell’orecchio, poi accese una radiolina portatile. Nel suo padiglione auricolare iniziò a gracchiare la voce calda e dall’accento toscano del Pedro:

. – Peppo, siete pronti? – domandò il capo con il tono secco e sbrigativo di chi è abituato a comandare.

. – Sì, Pedro. – rispose il Peppo imitando il tono del Pedro, cercando di trasmettere sicurezza e controllo della situazione.

Il Peppo richiuse silenziosamente la portiera, senza sbatterla, poi attraverso la strada ma non giunse dall’altra parte, perché si era accorto che il Gigio era rimasto indietro.

. – Gigio, forza, vieni! – sussurrò, ma in modo perfettamente udibile dall’alto della strada. – Abbiamo un’ora prima che passi l’automobile di pattuglia della sicurezza.

Il Gigio se ne restava immobile di fianco all’automobile, rigido come un sofficino congelato e bianco come una canottiera della salute. Nel frattempo, il cane della villetta da svaligiare si era avvicinato al cancello e aveva iniziato a ringhiare con tutto il fiato che aveva in gola. Era un grosso levriero con gli occhi gialli inferociti, la bava alla bocca e i denti più aguzzi di un lupo nelle illustrazioni dei libri per bambini.

. -Peppo, cosa succede?- sussurrò la voce del Pedro nell’orecchio del Peppo, ma non ottenne risposta.

. -Dai, Gigio, dobbiamo drogare il cane prima che svegli i padroni!

Il Gigio chinò il capo per quello che sembrò un interminabile secondo, poi arretrò di un passo piegando le ginocchia in maniera meccanica, con gli occhi sbarrati fissi sul cane. – Non ce la faccio, Peppo, scusa.

Il Peppo sospirò e portò le mani alla fronte, poi ringhiò a bassa voce all’amico. – Vattene! –

. – Cosa? – domandò il Gigio spaesato.

. – Ho detto vattene! – Il Peppo alzò un poco la voce: poteva permettersi di gridare, dato che il latrato del cane nascondeva ogni loro rumore.

. -Cosa succede, Peppo, perché lo stai cacciando? – ringhiò il Pedro

. -Quello non ce la farà mai, capo, è terrorizzato. Posso farcela da solo- Affermò il Peppo, in modo da essere perfettamente udibile dal Gigio.

Il Gigio gli diede le spalle e iniziò a correre con quanto fiato aveva in corpo, sbattendo gli anfibi sull’asfalto rumorosamente. Quando il socio fu scomparso, il Peppo chiuse gli occhi e in una manciata di secondi si rese conto di essere solo: nessuno lo avrebbe aiutato a scavalcare, nessuno gli avrebbe sorretto la torcia mentre avrebbe scassinato la porta, nessuno lo avrebbe aiutato a portare in auto la refurtiva. Sarebbe stato un po’ più complicato senza un socio su cui contare, ma poteva ancora farcela.

.-Forza, Peppo, non perdiamo altro tempo, il cane potrebbe aver già svegliato tutti. Addormentalo. – ordinò il Pedro inghiottendo qualcosa. Probabilmente stava bevendo un po’ di rhum sul divano sgualcito del loro covo. Si udiva anche il rumore delle patatine masticate senza grazia.

.-Sì, capo- sussurrò il Peppo invidiando la tranquillità con cui il Pedro stava dando ordini dal quartier generale. Iniziava a fare freddo e stava tremando sotto il giubbotto, ma presto sarebbe stato all’interno dell’abitazione e si sarebbe riscaldato. Forse per l’eccitazione avrebbe persino sudato.

Terminò di attraversare la strada e si avvicinò al cancello, facendo infuriare il cane, che ormai abbaiava come una creatura dell’inferno, poi aprì la borsa che portava a tracolla ed estrasse un involucro di carta stagnola piuttosto pesante. Come sollevò l’oggetto sopra la testa del cane, la bestia si ammutolì. Scartò la stagnola con mano tremante, assaporando l’eccitazione del suo primo furto, e rivelò alle ombre della notte una grossa bistecca al sangue rossa e umida, che lanciò al cane oltre il cancello. La bestia afferrò al volo l’oggetto come un cane da riporto e la dilaniò con gusto, ansimando felice. Era troppo buio per vedere gli occhi del cane ma, se fosse stato giorno, il Peppo avrebbe visto le pupille dell’animale roteare all’indietro e la creatura addormentarsi come il più indifeso dei cuccioli.

Il Peppo sorrise e annuì, come per congratularsi con se stesso; il Pedro si accertò dell’esito positivo dell’operazione e si congratulò con il suo uomo. Il Peppo gettò la stagnola in un angolo, poi si apprestò a scavalcare il cancelletto. I ladri devono essere atletici e il Peppo si era preparato al colpo mettendosi a dieta e andando a correre tutti i giorni con il Gigio, ma aveva le gambe irrigidite per l’emozione e si arrampicò con fatica, inoltre il metallo cigolò sotto il suo peso, producendo un rumore che avrebbe potuto allarmare un ignaro abitante della zona. Il balzo con cui atterrò all’interno del giardino fu però leggiadro come quello di una una fata e ne fu piuttosto soddisfatto.

.- Ci sono problemi?- Grugnì il Pedro

.- No, capo, ho solo scavalcato, è tutto sotto controllo. – Sussurrò il Peppo

.-Stupido incapace, ti avevo detto di allenarti! Se ti sorprendono, ti toccherà scavalcare rapido come un’atleta!

Il Peppo non rispose e incassò il colpo; il capo non aveva mai avuto il cuore tenero, ma era un buon capo. Attraversò il giardino maledicendo il Gigio e lanciando occhiate preoccupate al cane addormentato. Se fossero stati in due, avrebbe avuto meno paura e si sarebbe sentito meno solo, invece doveva fare tutto con le sue forze, con la sola compagnia del suo respiro e del Pedro che blaterava ordini attraverso l’auricolare. Qual era il prossimo passo? Scassinare la porta d’ingresso. Il Pedro gli aveva fornito gli attrezzi migliori, che per fortuna aveva portato con sé nella borsa nera, senza affidarli al Gigio. Quell’idiota sarebbe stato capace di fuggire portando con sé gli attrezzi. Chissà dove si trovava adesso? Aveva chiamato un taxi o stava attraversando la città a piedi sino al covo?

Nel frattempo, il Pedro era arrivato alla porta d’ingresso della villetta. Era una bella abitazione con le pareti ricoperte di sassi e il tetto spiovente, il portone si trovava sotto un portico di legno con delle fioriere incantevoli. Le finestre avevano le sbarre e limandole si sarebbe prodotto troppo rumore, perciò il modo più semplice per entrare era passare dalla porta. Disinnescare l’allarme fu un gioco da ragazzi perché si era esercitato su un modello simile, che il Pedro aveva montato in salotto per l’occasione; inoltre il capo guidava ogni sua mossa e lo faceva sentire protetto. Il Peppo si era sempre divertito a tagliare i cavi e lavorare con il cacciavite inoltre, sebbene sarebbe stato più semplice se il Gigio avesse illuminato l’allarme con una torcia, se la cavò egregiamente. Fu poi il turno della porta, per la quale utilizzò uno strumento in metallo di cui non conosceva il nome. Il Pedro aveva sempre dato poca importanza ai nomi e il Peppo era dello stesso parere.

.-Avanti, Peppo, applica una piccola pressione. Devi essere delicato ma deciso. Immagina di fare una sega al Gigio- rise il Pedro, ma il Peppo non aveva voglia di fare battute e a stento trattenne uno sbuffo. mentre trafficava con gli arnesi aveva la fronte imperlata di sudore.

Quando il Peppo sentì il catenaccio girare nella porta, afferrò la maniglia: era fredda al tatto e umidiccia per l’aria autunnale ormai prossima all’inverno. La abbassò e spinse, aprendo la porta lentamente e silenziosamente.

L’atrio era buio, ma una luce era accesa in fondo all’elegante corridoio e un uomo di mezza età era in piedi nel suo raffinato pigiama di seta e nelle pantofole di stoffa coordinate. Aveva un fucile in mano. I due si guardarono per un interminabile istante, senza dire una parola, rigidi e immobili come due soldati.

.-Peppo, è tutto ok? Sei dentro? – gracchiava l’auricolare, ma il Pedro non ottenne alcuna risposta perché il Peppo si era voltato e aveva iniziato a correre.

Improvvisamente un colpo di pistola squarciò il silenzio della notte e il Peppo provò una fitta calda e bagnata alla schiena, poi cadde in avanti e si ritrovò faccia a terra, con la vista annebbiata e un dolore lancinante alla scapola. L’auricolare era caduto a terra, ma si udiva comunque la voce del Pedro abbaiare ordini con tono allarmato. Il padrone della villetta avanzò di alcuni passi sul suo pianerottolo, ricaricando la pistola.

.-Brutto bastardo, cosa volevi fare in casa mia?- urlò l’uomo nella notte, ansimando e digrignando la mascella, mentre gli tremavano le mani che stringevano la pistola.

Il Peppo non aveva la forza di rispondere e con un tono di voce flebile implorava: -Ambul… anza…-

Improvvisamente si udì un secondo sparo, ma lo sconosciuto non aveva sollevato la pistola e se ne restò immobile a pochi passi dal Peppo, con un’espressione sorpresa stampata sul volto, poi crollò a terra, senza un lamento. Da un cespuglio di ortensie comparve il Gigio, con una pistola in pugno e gli occhi sbarrati per il terrore. Il ladro corse verso il suo socio accasciato a terra e tentò di sollevare il corpo per aiutarlo a respirare, ma ormai era troppo tardi: il Peppo giaceva immobile nel suo sangue e aveva smesso di respirare.

Il Gigio afferrò l’auricolare e la inserì nel proprio orecchio, poi sussurrò, con la voce strozzata in gola: -Capo, hanno ucciso il Peppo, ma io l’ho vendicato.

.-Scappa, idiota!- urlò il Pedro tra le peggiori bestemmie.

Il Gigio non se lo fece ripetere: scavalcò il cancelletto agile come un gatto e scomparve nella notte, mentre la pozza di sangue ai piedi del Peppo si allargava sul ciottolato.   

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