Contro la morte del teatro e certe norme ingiustificate.


Poco prima della chiusura i teatri erano semideserti e grigi, ma nessuno poteva affermare che non fossero sicuri, perché lo stato aveva stabilito misure di sicurezza claustrofobiche ma efficienti. Qualora tali norme non fossero efficaci, riteniamo inutile chiudere i teatri, così come i bar, i cinema e le palestre, se i luoghi di lavoro e le chiese continuano ed essere focolai del virus.

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In queste ultime settimane i teatri erano ridotti ad ombre, ma resistevano stoicamente. La platea e la galleria erano desolate, perché gli spettatori erano dimezzati per mantenere il distanziamento sociale. Alcuni avrebbero potuto affermare ironici di non essere più infastiditi dallo spettatore troppo alto seduto davanti, oppure che si potevano appoggiare i gomiti su entrambi i braccioli o distendere le gambe davanti a sé. In una platea vuota invece il pubblico si sentiva meno coeso e le emozioni non erano più contagiose come un tempo. Anche sul palcoscenico gli effetti erano negativi: l’attore infatti percepiva meno intensamente le reazioni del pubblico, perciò si sentiva poco stimolato. Lo scroscio di applausi sul finale era inoltre attenuato, perché era assai minore il numero di mani che applaudivano, perciò si aveva l’impressione che meno persone avessero gradito la rappresentazione. La tappezzeria del teatro è sempre stata rossa e non è mai esistito colore più indicato, eppure la settimana scorsa il color porpora era troppo intenso, perché mancava il contrasto con il vestiario variopinto del pubblico. La platea era triste, eppure lo spettatore aveva la certezza che si trattava di un vuoto a prova di Covid e che la sua salute era tutelata. Era disposto ad accettare tutto questo per la sua sicurezza.

Per svuotare le sale i teatri hanno dovuto rinunciare a guadagni considerevoli ma, sebbene il problema economico fosse il più gravoso, non possiamo dimenticare che si era trattato di un colpo mortale per la cultura, poiché tutti coloro che temevano il contagio se ne restavano alla larga dalle sale: hanno comprato il biglietto soltanto i più appassionati, quelli che, senza assistere ad uno spettacolo al mese, non riescono proprio a godersi l’esistenza. Il teatro però non deve raggiungere solo i più fedeli, le platee devono essere riempite anche dagli spettatori occasionali, dalle scolaresche e dai curiosi, per diffondere la cultura. La situazione era tragica, eppure avevamo accettato anche questo per proteggerci dall’epidemia e avevamo l’impressione che le misure di sicurezza stessero funzionando.

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In questi ultimi giorni le norme hanno limitato persino gli attori sul palco, per esempio i guanti in lattice dei teatranti ostacolavano la catarsi, ricordando al pubblico i rischi che tutti avremmo voluto dimenticare e lasciare fuori dal teatro. Durante i saluti finali poi gli attori e i cantanti dovevano indossare la mascherina e mantenere un metro di distanza dal vicino, impedendo al pubblico di leggere la gratitudine e l’entusiasmo sui loro volti, di scoprire quale fossero i loro atteggiamenti spontanei che, per interpretare un personaggio, hanno dovuto celare dietro ad una maschera. Ci chiediamo quale fosse il senso di tali restrizioni per persone che, nel corso della rappresentazione di pochi istanti prima, si erano toccate e abbracciate sul palcoscenico, correndo il rischio di trasmettere il virus. Accettiamo anche questo senza porci domande, perché non siamo esperti di virologia ed epidemiologia e vogliamo rispettare chi, essendo competente nel settore, ha preso queste decisioni per il bene del pubblico. Noi spettatori siamo stati in grado di sopportare ogni privazione, lo abbiamo fatto con piacere, per amore dell’arte e dello spettacolo, anche se certe volte abbiamo ceduto abbassando la mascherina, nascondendoci nel buio della sala.

Infine non eravamo nemmeno liberi di uscire dal teatro mescolandoci tra noi allegramente, perché le maschere ci indirizzavano sbrigativamente verso le uscite più sicure, come se si trattasse di una prova antincendio. La necessità di rispettare le norme prendeva il sopravvento sulle emozioni appena provate nel corso della rappresentazione, rovinando quella piacevole sensazione di appagamento che ci allietava dopo ogni spettacolo. Abbiamo saputo accettare anche questo, lo abbiamo fatto per sostenere il teatro.

Il mondo del teatro era in ginocchio, ma sopravviveva e con esso restavano in vita l’arte e la cultura, facendoci sentire vivi in questo cupo autunno piovoso, in questo 2020 in cui siamo solo capaci di parlare di Covid. Gli italiani, stressati e angosciati a causa dell’epidemia, hanno bisogno di trovare un po’ di sollievo uscendo la sera in compagnia e frequentando non solo i teatri, ma anche bar, cinema e palestre. La scelta dello Stato di chiudere tali locali è ingiustificata, soprattutto considerando che le sale erano messe in sicurezza e nessuno avrebbe rischiato il contagio assistendo ad uno spettacolo, bevendo un drink, facendo sport, o assistendo ad una proiezione.

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Ma ammettiamo che tali provvedimenti non fossero efficaci: dopotutto siamo cittadini ordinari, non abbiamo le competenze per esprimere un giudizio sui decreti e possiamo solo fidarci dei nostri governanti. Hanno proibito il divertimento, ma le scuole elementari sono aperte, gli adulti si recano al lavoro ogni mattina e le compagnie di amici si possono radunare di pomeriggio. Il contagio può avvenire ovunque, in un locale pubblico finalizzato all’intrattenimento non si corrono più rischi che in un luogo di lavoro. Il Covid inoltre non è un animale notturno, ma attacca ad ogni ora del giorno e della notte. Con questo scritto non vogliamo affermare che la situazione non sia grave e che non sia necessario prendere provvedimenti, semplicemente le norme che sono state stabilite sono assurde e inutili: non ci siamo protetti dal Covid, abbiamo inflitto una ferita mortale al teatro, all’arte, alla leggerezza e alla libertà.

Non riteniamo invece che sia stata limitata la socializzazione delle persone: parenti e amici stanno continuando a radunarsi dopo il lavoro nelle abitazioni private, ignorando i divieti. Il contagio si è trasferito dalle strade alle mura domestiche, coinvolgendo gli anziani che trascorrono poco tempo fuori casa. Nessuno bussa alle porte dei privati cittadini per controllare il numero degli ospiti presenti, pertanto gli italiani possono divertirsi lontano da occhi indiscreti, dalle norme e dalle sanzioni.

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Ci chiediamo infine come mai le chiese non siano state chiuse: la storia insegna che la religione non ha mai fermato il contagio, perciò la casa del Signore è un luogo a rischio come ogni altro. Leggendo il nostro blog vi sarete accorti che non riteniamo la religione più importante della cultura pertanto, se è inevitabile sbarrare gli ingressi dei teatri, dobbiamo chiudere a chiave anche le porte degli edifici religiosi.

Sicuramente sopravviveremo alla pandemia così come abbiamo resistito alla pesta nera, al colera, al morbillo e alla febbre gialla, ma saremo solo dei cadaveri ambulanti se permetteremo alla cultura di soffocare in nome della salute. Il teatro è un rito collettivo a cui non possiamo rinunciare, è una tradizione millenaria che dobbiamo coltivare come un fiore: ha bisogno di acqua, sole e concime per sopravvivere e non possiamo permetterci di abbandonarlo.

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