Il mito di Atena e Aracne come lo racconto io.

Il mito di Atena e Aracne come lo racconto io.

Sto cercando disperatamente di non scrivere solo storie su personaggi che mi assomigliano, ho scelto allora di fare ciò che la mia prof delle medie proponeva nei temi in classe: interpretare liberamente un mito greco. Sono certa che la prof non si arrabbierà se seguirò le sue orme proponendo tracce simili ai miei studenti..

Atena aveva osservato furiosa ciò che Aracne stava combinando ad Ipepe, senza smettere di lucidare lo scudo: aveva strofinato così forte da rischiare di staccare qualche serpe dal capo senza vita della Gorgone, che col passare degli anni era sempre più decomposto, rinsecchito e terrificante. Ipepe era la città natale di Aracne, colei che un tempo era stata la sua pupilla. La dea era rimasta profondamente colpita dall’acuta intelligenza che brillava nello sguardo della bella neonata paffutella, così aveva deciso di donarle l’abilità nella tessitura. I primi anni la bambina era stata il suo orgoglio perché era la più abile tessitrice e ricamatrice non solo del gineceo in cui abitava, ma di tutta la città: le madri la additavano come esempio per le loro figlie e gli uomini ne seguivano la crescita con interesse, cercando di combinare un matrimonio vantaggioso per i propri pargoli. La piccola non solo aveva un cervello acuto, ma era anche molto carina e Atena si riconosceva nella sua mascella squadrata e nei boccoli neri. La dea di notte le sussurrava nell’orecchio i segreti per realizzare una tela perfetta e vegliava sui suoi sogni, accudendola con un amore che raramente i mortali attribuivano ad una dea guerriera saggia e razionale.

Purtroppo, una volta cresciuta, Aracne dimostrò di non essere all’altezza delle attenzioni della dea: quando gli aedi cantavano le gesta degli eroi omerici la fanciulla non solo si distraeva, ma disturbava chiacchierando ad alta voce con le compagne inoltre, quando si recava alle feste pubbliche con le ancelle, rallentava il passo in agorà non per ascoltare i discorsi dei filosofi e degli oratori, ma per osservare il fisico scolpito dei giovani aristoi che, oltre a dedicarsi al sapere, trascorrevano ore nei ginnasi ad allenarsi. La dea delle arti, della letteratura, della ragione e della filosofia non poteva tollerare un simile comportamento. Considerando il tempo che Aracne trascorreva a ornarsi con i monili più preziosi che il padre tintore aveva potuto comprarle, avrebbe meritato la protezione di Afrodite, non della dea della saggezza. Eppure Aracne non aveva cessato di essere straordinariamente intelligente e di avere un talento prodigioso nell’arte della tessitura: il padre vendeva con orgoglio in bottega le sue opere e tutti i cittadini e i forestieri di Ipepe accorrevano per ammirare i capolavori della fanciulla.

Atena era orgogliosa del successo di Aracne come tessitrice, era prevedibile considerando le notti che aveva trascorso sussurrandole i suoi segreti; quel giorno però la fanciulla aveva peccato di ybris sfidando la sua stessa protettrice. Aracne stava lucidando svogliatamente degli antichi crateri a figure geometriche ereditati dal nonno insieme alle compagne, spettegolando come suo solito di argomenti futili e indegni della gloriosa Atena che la proteggeva. Aracne aveva sempre l’ultima parola sulle amiche, discorreva con un carisma innato e seducente. La giovane si impegnava a fondo nelle faccende domestiche non tanto per senso del dovere, per amore della pulizia o per devozione dei confronti dei genitori, ma semplicemente perché voleva risultare la più brava del gruppo. Essere la prima era per lei una questione di primaria importanza in tutto ciò che faceva, tentava di celare le sue intenzioni dietro un sorriso umile e mite da brava donna di casa, ma nei suoi occhi ardeva l’orgoglio più tracotante.

Immagine tratta dal sito Sara Scrive.

. – Complimenti, sorella, sei la più brava tessitrice di tutta la città – esclamò Agape, una ragazzina di tredici anni che provava un’ammirazione sconfinata per Aracne, infatti la seguiva ovunque e cercava di imitarla nelle movenze e nell’abbigliamento.

. – Grazie, sorellina – rispose Aracne e schioccò un bacino in direzione della piccola – Sapete, mie care compagne, credo di essere stata benedetta dagli dei, perché il mio talento non può che provenire da loro. Ma forse me ne hanno dato troppo, perché penso di averli superati. –

La giovane Melissa spalancò la bocca e arretrò di un passo. Era coetanea di Aracne e ne aveva sempre invidiato il fascino – Cugina, rimangiati subito quello che hai detto e corri a donare al tempio di Atena la tua tela più bella. E’ pericoloso oltraggiare gli dei in questo modo.

Aracne scoppiò a ridere con tono sprezzante. – La mia non è ybris, ma una semplice constatazione. Non esiste tessitrice più brava di me in tutta la Grecia, le colonie e la Lidia, Olimpo compreso. Atena dovrebbe imparare da me, ora che io ho appreso da lei tutto ciò che potevo e l’ho superata.

.- Non direte sul serio, padrona! – Si spaventò una schiava dall’accento persiano.

. – Lo dico e lo ripeto. Anzi, sfido la dea a gareggiare contro di me per stabilire chi di noi due sia la migliore nella tessitura! – Disse Aracne solenne, sollevando verso il cielo lo strofinaccio con un’espressione di sfida.

I giovani si credono immortali e non temono particolarmente gli dei, perciò le fanciulle ripresero a chiacchierare di sciocchezze e a lucidare svogliatamente i crateri, scordandosi le parole di Aracne. Atena però era una dea capace di covare rancore, non avrebbe dimenticato.

Quella sera Atena indossò il suo peplo più bello, quello che la faceva assomigliare ad una Kore dello stile severo, pose l’elmo sul capo e brandì lo scudo con la testa della Gorgone rinsecchita e la lancia. Quando fu pronta, si trasformò in una candida civetta e volò verso la città della Lidia. Mentre attraversava una fredda e umida nuvola che le impediva di ammirare sia il cielo notturno sia la terra sotto di lei, fantasticava su come avrebbe potuto punire Aracne: sarebbe stato più divertente trafiggerla con la lancia o farle ammirare il volto incartapecorito della Gorgone per pietrificarla? Mentre rifletteva, digrignava i denti e nei suoi occhi brillava la vendetta più feroce.

Atena raggiunse la modesta oikos del tintore Idmone, presso cui Aracne abitava. Cercò la ragazza nella sua stanza, dove aveva trascorso tante notti sussurrando i suoi segreti alla bambina addormentata, ma il letto era vuoto. Una dea non ha difficoltà nel trovare una persona scomparsa, perciò rintracciò la fanciulla in pochi secondi nel magazzino. Nascosta dalle anfore grezze sigillate, Aracne giaceva nuda tra le braccia di un bracciante che il padre aveva comprato il mese prima. I corpi dei due giovani erano perfetti come un gruppo scultoreo di Fidia, i loro sospiri facevano assaporare ai due mortali le gioie dell’eternità e rendevano le loro effimere esistenze degne di essere vissute. Atena inizialmente si irrigidì e strabuzzò gli occhi: era una dea vergine e certe scene la mettevano sempre in imbarazzo, poi sentì qualcosa smuoversi nel profondo, sotto il peplo da Kore e sotto l’armatura da guerriera, e sul suo volto saggio comparve un tenero sorriso. Decise di dare alla giovane una seconda possibilità, però Aracne avrebbe dovuto comprendere che non poteva peccare di ybris: l’avrebbe perdonata se si fosse pentita e avesse offerto un sacrificio al tempio a lei consacrato.

La civetta atterrò davanti alla porta del magazzino e si trasformò in una vecchietta curva e decrepita, dalla pelle rinsecchita quasi quanto la Gorgone e avvolta in un vecchio mantello sgualcito, sbiadito e rattoppato. La mano nodosa della vecchia batté due volte contro l’asse che chiudeva l’uscio del locale e poco dopo comparve sulla soglia Aracne, avvolta sbrigativamente in un peplo stropicciato, con i boccoli neri spettinati e il volto ancora arrossato per la passione. Il bracciante, coprendosi con una tunica vecchia tanto quanto il mantello di Atena camuffata, sgattaiolò lontano. Aracne aveva le labbra serrate in un’espressione contrariata, la voce era roca e strascicata per le forti emozioni, ma il tono era gentile e cortese.

. – Come avete fatto ad entrare? Posso fare qualcosa per voi? Non ho monete con me, ma gli ospiti sono sacri nella nostra dimora. Corro subito a chiamare mio padre. – Disse ostentando il più falso dei sorrisi.

. – Non sono qui per l’ospitalità, Aracne, ma per indurti a rimediare ai tuoi errori. – Rispose dolcemente la vecchia.

. -Quali errori? Sono la più devota delle figlie di mio padre! E come conoscete il mio nome? – Rise, di nuovo con quella sua risata sprezzante.

. – Hai peccato di ybris, sfidando Atena in una gara di tessitura e affermando di essere più brava di lei. –

Aracne boccheggiò. – Quale delle mie compagne ha fatto la spia?

. – Gli dei lo sarebbero venuti a sapere comunque. Accontentati di essere la migliore tra i mortali e la dea ti perdonerà.

. -Chi sei, vecchia? Se la dea non accetta la mia sfida, significa che non ha il coraggio di competere con me –

Atena non rispose, ma brillando di luce propria e avvolta da un vento caldo riassunse le sue sembianze con una maestosa trasformazione. Era bellissima e temibile con il peplo, l’elmo, la lancia e lo scudo, autorevole ma femminile, dolce ma spaventosa. La sua bellezza in contrasto con le armi da uomo incuteva soggezione, eppure mai una dea era stata così affascinante. Una folata d’aria provocata dalla trasformazione ruppe un cratere decorato con figure geometriche, i cocci si sparsero sul pavimento ai piedi della dea.

. – Una vera entrata da deus ex machina, complimenti. Sono impressionata. Devo applaudire? E’ finita la commedia? – Aracne batté due volte le mani con quel suo sorrisetto che ormai la dea aveva imparato a riconoscere e che la faceva sempre infuriare. – Non preoccuparti per il vaso, quello stile pittorico ormai è antiquato. Non saprei dire perché abbiamo ancora in casa quei rottami.

Atena aveva i lampi negli occhi come suo padre Zeus e contraeva la mascella in una smorfia di odio. Le nocche erano bianche poiché stritolava la lancia e l’impugnatura dello scudo, sul collo alcune vene erano in rilievo. – Andiamo nella stanza della tessitura.- Ordinò con voce gelida e autoritaria -Questa competizione sarà la tua rovina –

. – Es korakas – Disse con voce melliflua Aracne.

Atena rise. – Sei tu la mortale delle due: tu potresti restare senza degna sepoltura, io non corro un simile rischio.

Aracne si morse il labbro e non rispose, poi guidò la dea attraverso la casa addormentata sino alla stanza della tessitura, nel gineceo. La fanciulla si sedette presso il telaio vicino alla finestra, il suo preferito, e iniziò a tessere alla luce di una lucerna senza dire una parola. Atena si indispettì perché era rimasto libero solo il telaio destinato alle ancelle e alle donne meno importanti della casa, ma non disse nulla e si dedicò all’arte a lei consacrata. Le due donne tessero tutta la notte in silenzio e a stento si udiva il loro respiro, avevano gli occhi ridotti a due fessure per meglio individuare i fili di lana nel buio della notte e le dita che si muovevano veloci ed esperte. Gli animali notturni fuori dalla finestra erano i silenti testimoni del loro lavoro, insieme al mormorio del vento e alla luce delle stelle. Atena era livida e la sua mente solitamente tanto razionale era accecata dall’odio e dalla sete di vendetta, perciò non riusciva a concentrarsi sulla tessitura. Le mani di Aracne sembravano invece guidate da qualche dio: i loro movimenti erano perfetti e il lavoro era impeccabile. Era incredibile che una ragazza tanto giovane potesse essere così attenta e padrona di se stessa, il volto era imperturbabile e assorto come quello di un adulto esperto nel dominare le emozioni.

Alle prime luci dell’alba le donne smisero di lavorare e si sgranchirono le dita stanche. La prima a mostrare il suo lavoro fu Atena: sventolò la tela sotto il naso di Aracne con l’eleganza di un acrobata cretese durante i giochi di tauromachia. La dea aveva celebrato se stessa, raffigurando le sue imprese e i suoi poteri. Aracne osservò l’opera per alcuni istanti, poi lentamente comparve sul suo volto un sorriso trionfante ed esibì esultando il suo capolavoro, la tela più bella che avesse mai realizzato. La giovane aveva raffigurato le avventure amorose degli dei, le loro bassezze, le colpe e gli inganni; le figure da lei realizzate erano infinitamente più pregiate di quelle di Atena, sembravano muoversi sul tessuto come creature dotate di vita propria.

Il volto di Atena si contrasse in una maschera di ira, la dea strappò dalle mani della giovane la sua opera e la incenerì con una fiammata che sembrava provenire direttamente dalla fucina di Efesto. Quando le ceneri caddero a terra, le calpestò con rabbia impolverandosi i calzari eleganti e lanciando un urlo furioso e terribile, che sembrava provenire dal profondo degli Inferi. Anche Aracne lanciò un urlo e, travolgendo il telaio, corse in giardino pallida in volto, con le belle guance solcate dalle lacrime e le gambe tremanti. Si avvicinò ad un pino marittimo e, con una corda trovata nei pressi della stalla, cercò di impiccarsi. Aveva compreso troppo tardi quanto potesse essere pericoloso sfidare gli dèi ed ora non le restava altro che congedarsi dal mondo. Non era molto abile nella costruzione di cappi, così Atena non dovette nemmeno correre per raggiungerla all’esterno prima che terminasse il nodo: camminò con lenti e solenni passi trionfali, facendo ondeggiare il peplo per conferire pathos ai suoi movimenti. Il sole proiettava sul volto morto della Gorgone ombre minacciose e l’elmo lucente rifletteva la luce del mattino.

La dea guardò ghignando la giovane trafficare con la corda con movimenti piuttosto maldestri. Non sarebbe mai stata in grado di impiccarsi da sola, inoltre la morte sarebbe stata una punizione troppo magnanima. Facile togliersi la vita e salpare sulla nave di Caronte, Aracne meritava di soffrire. Atena avrebbe potuto rivelare al padre della fanciulla la sua tresca con il bracciante, probabilmente il vecchio l’avrebbe cacciata di casa e Aracne sarebbe stata costretta a prostituirsi in qualche bordello del porto. No, mettendo in atto una simile punizione Atena si sarebbe abbassata al livello degli umani, facendo la pettegola come una pescivendola qualsiasi. Doveva escogitare una pena raffinata, che le conferisse prestigio e celebrasse tutta la sua forza e i suoi poteri. La sua vendetta sarebbe stata terribile.

La dea chiuse gli occhi e si concentrò richiamando a sé l’energia, poi tese le mani verso Aracne e le scagliò contro un raggio di energia azzurro. Il corpo della ragazza si irrigidì, poi iniziò a deformarsi tra urla di dolore agghiaccianti: i bei boccoli neri caddero a terra, il naso e le orecchie si dissolsero, le dita delle mani e dei piedi scomparvero, il busto e la testa si rimpicciolirono e spuntarono otto zampette pelose. Aracne era diventata un ragno, un insetto, un animaletto piccolo, orribile e peloso. La minuscola creatura si arrampicò lentamente sull’albero presso cui in forma umana si stava impiccando e iniziò a tessere la tela più bella che si sia mai vista, bianca e delicata, su cui la rugiada del mattino creava delle splendide perle di cristallo. La dea non sarebbe mai stata in grado di creare un simile capolavoro, ma questa volta non provó invidia poiché colui che l’aveva prodotta era un animale di sua creazione.

Atena si calmò, il suo volto ritornò sereno e disteso e il respirò si fece lento e rilassato. Osservò per alcuni istanti la tela di Aracne, senza dire nulla, e provò una fitta di malinconia. Quell’insetto un tempo era stato la sua bambina, la sua pupilla. Una maestra non dovrebbe essere fiera di essere superata dall’allieva? Con un nodo alla gola richiamo i suoi poteri per restituire ad Aracne la forma umana, ma abbassò le mani prima di compiere il gesto: una dea non poteva tornare sui suoi passi e ammettere di aver sbagliato perché aveva una reputazione da difendere, inoltre Aracne aveva peccato di ybris e non poteva restare impunita. Non c’era nemmeno il tempo per rimediare alla trasformazione poiché la oikos si stava risvegliando: un cane stava abbaiando nei pressi della recinzione e dalle finestre aperte si udivano i rumori delle ancelle al lavoro all’interno dell’abitazione. Atena sospirò, si trasformò in una civetta e si alzò in volo per fare ritorno all’Olimpo, con lo sguardo rivolto verso il mondo dei mortali alla ricerca di una nuova pupilla cui tramandare il suo sapere.

7 risposte a “Il mito di Atena e Aracne come lo racconto io.”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un’icona per effettuare l’accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: