La folla, storia di una molestia.

La folla, storia di una molestia.

Questo racconto è un po’ triste, ma credo sia necessario raccontare certe storie per il bene di tutte.

La folla è un torrente in piena, il più pericoloso dei terremoti. Anna e le sue amiche non riescono a mantenere la direzione desiderata mentre cercano di attraversare il parco e si tengono strette per non perdersi, camminando a braccetto. La fiumana però è composta da volti spensierati e sorridenti, così come sono lieti i fuochi artificiali, i petardi e i calici di plastica, colmi di spumante scadente, con cui le cinque sedicenni brindano ridendo, rovesciando qualche goccia ad ogni sorso. Le ragazze non riescono a comunicare per i rumori assordanti dei botti e hanno i brividi perché sotto i cappotti pesanti indossano vestitini succinti, da discoteca, quelli che il papà di Federica non vuole vedere addosso a sua figlia perché a suo parere è una ragazzina troppo giovane. Ma gli adolescenti se ne infischiano dei genitori, non sentono la fatica, né sono infastiditi dal freddo, amano invece più di ogni altra cosa il caos, la musica ed essere abbracciati da quella folla che impedisce di camminare.

Photo by Anna-Louise on Pexels.com

Anna si sente leggera e non pensa a nulla. L’alcool le provoca una specie di vertigine che le confonde le idee e le piega le labbra in un sorriso, facendole dimenticare le versioni di greco e i suoi compagni di classe che non la reputano alla loro altezza. Loro non sanno però che Anna ha un sacco di amici, solo frequenta ragazzi di un’altra scuola, un istituto professionale. Non saranno istruiti come gli alunni di un liceo classico, ma sono degli amici leali e non l’hanno mai fatta sentire inferiore. Non è sempre facile frequentare i ragazzi di una scuola meno impegnativa, in quanto loro hanno un sacco di tempo libero nel pomeriggio, Anna invece deve restare chiusa nella sua cameretta a studiare.

Una ragazza del gruppo decide di camminare saltellando. Nessuno sa chi abbia lanciato l’iniziativa perché le urla sono assordanti, però improvvisamente la catena umana delle ragazze inizia a dimenarsi a tempo di musica. Anna decide di assecondare le sue amiche e accenna qualche saltello sui tacchi alti, nonostante le facciano male i piedi. Ma le adolescenti sui tacchi non sentono male ai piedi: camminano leggiadre come gazzelle e incuranti della fatica. La folla non cessa di urtarle e loro ricambiano, in una singolare danza al ritmo dei botti, del concerto, delle luci e delle risate. Anna esulta sebbene, essendo l’ultima della catena umana, sia colei che riceve più spinte dagli sconosciuti.

Improvvisamente Anna urta un uomo vecchio, nero, con una bottiglia in mano e gli occhi stralunati. Anna ha rallentato il gruppo, ma le sue amiche non si rendono conto di ciò che è successo e la strattonano per invitarla a seguirle, così la ragazza dona all’uomo un sorriso e prosegue. Un sorriso educato, sbrigativo, di circostanza, come per dire “Ehi, signore, mi scusi se l’ho urtata”, poi i due vengono separati dalla folla e Anna ritorna alla festa.

La catena umana continua a proseguire attraverso il parco, alcune ragazze saltellano, altre corrono, Anna ha già dimenticato quel signore con gli occhi strani e si sta godendo la sua serata da brava sedicenne spensierata, quando si sente precipitare all’indietro. Non capisce se è inciampata in una buca – dopotutto è rischioso camminare con un calice in mano, sul ciottolato e con i tacchi alti – se qualcuno l’ha urtata per sbaglio o se l’hanno afferrata per farla cadere. Minuti interminabili, eterni, come quando aveva percorso l’ultimo tratto della corsa campestre alle medie arrivando dodicesima, solo che allora erano attimi felici, adesso prova invece una scarica di adrenalina paralizzante. Non è riuscita a comprendere la dinamica, ma adesso si ritrova imprigionata in un abbraccio, con la schiena piegata a metà all’indietro e le labbra di un vecchio uomo nero pressate contro di lei. Aveva sempre creduto che il suo primo bacio sarebbe stato dolce e romantico come un’esplosione di stelline e cuoricini, invece quella barba umidiccia da cinquantenne sudato e ubriaco le fa venire la nausea. L’uomo tira fuori la lingua, una membrana viscida e bagnata come un’anguilla, così Anna serra le labbra, le chiude più forte che può.

Photo by Caio on Pexels.com

La ragazza inizia a dimenarsi, a spintonare, a divincolarsi e a scuotere la testa per liberarsi, ma ha le braccia bloccate in una morsa di ferro. Forse l’uomo si è stancato di strattonarla, oppure è contrariato perché Anna non apre la bocca e non gli consente di infilare la lingua dentro di lei, così ad un certo punto la lascia cadere a terra: Anna è sbilanciata all’indietro, di conseguenza picchia forte la schiena contro la pietra. Alcuni ragazzi ubriachi per poco non la calpestano, le persone continuano a festeggiare intorno a lei, ignare di ciò che è appena accaduto. Dell’uomo nero nemmeno l’ombra: è stato inghiottito dalla corrente.

Anna si rialza e si guarda intorno, cercando le sue amiche. Intravede in lontananza la chioma chiara e liscia di Valentina. Per fortuna le bionde spiccano tra la folla come un lampo nella notte perché in Lombardia hanno quasi tutti i capelli scuri. Le sue amiche stanno procedendo lungo la via, come se non fosse accaduto nulla. Hanno avanzato di una decina di metri, perciò non deve essere trascorso molto tempo da quando è iniziata la molestia, per Anna però i secondi sembrano essersi dilatati come un elastico teso.

Raggiunte le sue amiche, esita. E’ perfettamente calma, gli occhi sono asciutti, non trema: ha sempre quella scarica di adrenalina incredibile, che non lascia segni sul viso, ma scorre silenziosa sotto la pelle avvelenando il sangue. Non ha l’aspetto di una persona che è stata appena molestata. Cerca di piangere come se fosse un dovere, ma non ci riesce. Si sente inadeguata, sbagliata, come se fosse colpa sua se la sua reazione è così calma.

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E’ di poche parole, non riesce a parlare perchè non sa cosa dire: – Un uomo mi ha baciata contro la mia volontà. – Lo dice urlando, per sovrastate il frastuono, contorcendo le mani.

Le ragazze si fermano, la osservano, spalancano le labbra dipinte di rosso in un’espressione di incredulità e paura. – Ma noi non ci siamo accorte di nulla. –

E’ stata Valentina a parlare, la sua amica, la sua socia, e solo ora Anna scoppia a piangere sentendosi abbandonata; un pianto nervoso, ansioso, strozzato in gola, di quelli che fanno paura. – Voglio andare a casa. Andiamocene da qui. –

Valentina la afferra e la trascina attraverso la fiumana, un torrente che ora è gelido e ostile, come quelli in cui affogano gli escursionisti inesperti in inverno, non importa se tutti brindano e sorridono, la corrente puzza di morte. Ora le ragazze spintonano tra la folla senza tanti complimenti e finalmente riescono a proseguire dritte lungo la via, anche a costo di calpestare con i tacchi alti i poveri piedi di qualcuno. Raggiungono una fermata dell’autobus vicino al teatro e avvertono i genitori di raggiungerle. Di fianco a loro, su una panchina, dorme un diciottenne che ha perso la lucidità assumendo chissà quali sostanze. Indossa capi firmati ma sembra un barbone.

Anna si stringe nel cappotto e inizia a riflettere. Per la prima volta si chiede se i Leghisti abbiano ragione. Lei aveva sempre trattato bene gli extracomunitari, aveva partecipato a tutte le iniziative in loro favore e appoggiato partiti di sinistra, però è un dato di fatto che il molestatore era nero. Si ricorda però di M., una ragazza equadoregna che alle elementari le aveva insegnato filastrocche in spagnolo, H., il migliore amico di suo fratello, le cui sorelle avevano dei capelli lunghi fino al sedere, che aveva sempre invidiato, P., il ragazzo cristiano maronita dell’altra classe e quella giovane brasiliana campionessa di calcio di cui non sapeva pronunciare il nome. No, non avrebbe appoggiato la Lega perché non tutti sono come quell’uomo, però è evidente che dove c’è povertà e disagio trionfa la criminalità. Poi accade sempre che, per colpa di un bastardo, tutta la categoria viene marchiata con l’accusa di essere molesta.

Avrebbe voluto denunciarlo, quel cane, avrebbe voluto che fosse sbattuto in galera. Purtroppo però non sapeva nulla di quell’uomo, si ricordava solo il colore della pelle, i suoi cinquant’anni portati male e la barba lunga e umida che puzzava di alcool. Non lo aveva visto con chiarezza in faccia perciò non poteva denunciare nessuno, inoltre in quel momento era fuggito chissà dove, ben protetto da quella folla lieta eppure così minacciosa.

. – Anna, per favore, non raccontiamolo ai genitori, altrimenti non ci permetteranno più di uscire. – chiede Federica e le altre tre sono d’accordo con lei: i genitori iperprotettivi e apprensivi non devono sapere nulla, pena la sospensione di ogni uscita serale per il solo crimine di essere state vittime e prede durante un Capodanno in riva al lago. Anna non vuole restare in silenzio perché le violenze a suo parere devono essere denunciate, ma il pensiero di perdere le amiche le provoca l’angoscia. E sia, avrebbe mantenuto il segreto, lo avrebbe inghiottito e dimenticato come aveva fatto con i nomi delle catene alpine italiane al termine della verifica di geografia.

I genitori arrivano dopo una mezzora e Anna racconta loro ridendo quanto erano stati divertenti i fuochi sul lago e il concerto. Il giorno dopo si sarebbe abbuffata durante il Pranzo di Capodanno e avrebbe svolto qualche versione assegnata come compito delle vacanze. Le giornate si sarebbero susseguite serenamente e quella notte di San Silvestro sarebbe stata archiviata. Ma si può davvero dimenticare quella barba umida e puzzolente?

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