Il “De bello gallico”, traduzione dell’incipit e introduzione all’opera.


Quando lo studente scopre che il compito in classe è su di lui tira un sospiro di sollievo, quando lo propongono come prova alla maturità i ragazzi esultano come se l’Italia avesse vinto i mondiali. Cesare è uno degli autori più popolari della letteratura classica ed è il più indicato per coloro che, come me, stanno rispolverando il latino dopo anni di ruggine o che stanno muovendo i primi passi nello studio di questa lingua che morta non è affatto.

Per offrire al lettore un assaggio del De bello gallico, tradurremo l’incipit dell’opera. Ciò che risalta è lo stile semplice, lineare, caratterizzato da una subordinazione non particolarmente contorta e da un lessico e delle costruzioni sintattiche elementari e ripetitive. Tali caratteristiche non sono tuttavia un difetto: lo stile nitido di Cesare è apprezzato in ogni epoca ed è considerato una sorta di marchio di fabbrica.

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Gaio Giulio Cesare, De Bello Gallico, Liber Primus, I

Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorumlingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua, institutis, legibusinter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garumna flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit. Horum omnium fortissimi sunt Belgae, propterea quod a cultu atque humanitate provinciae longissime absunt, minimeque ad eos mercatores saepecommeant atque ea quae ad effeminandos animos pertinentimportant, proximique sunt Germanis, qui trans Rhenum incolunt, quibuscum continenter bellum gerunt. Qua de causa Helvetii quoque reliquos Gallos virtutepraeceduntquod fere cotidianis proeliis cum Germanis contendunt, cum aut suis finibus eos prohibent aut ipsi in eorum finibus bellum gerunt. Eorum una pars, quam Gallos obtinere dictum est, initium capit a flumine Rhodano, contineturGarumna flumine, Oceano, finibus Belgarum, attingit etiam ab Sequanis et Helvetiis flumen Rhenum, vergit ad septentriones. Belgae ab extremis Galliae finibus oriuntur, pertinent ad inferiorem partem fluminis Rheni, spectant in septentrionem et orientem solem. Aquitania a Garumna flumine ad Pyrenaeos montes et eam partem Oceani quae est ad Hispaniam pertinet; spectat inter occasum solis et septentriones.

La Gallia è nel suo complesso divisa in tre parti, di cui una è abitata dai (lett. Attivo: abitano i) Belgi, un’altra dagli Acquitani, la terza da coloro che sono chiamati nella loro stessa lingua Celti, nella nostra Galli. Tutti questi si differenziano tra loro per la lingua, per le istituzioni e per le leggi. Il fiume Garonna divide i Galli dagli Acquitani, il Marna e la Senna dai Belgi. Tra tutti questi sono fortissimi i Belgi, per il fatto che distano moltissimo dalla cultura e dall’educazione della provincia, e i mercanti capitano assai di rado da loro e importano quelle cose che tendono a svigorire gli animi, e sono prossimi ai Germani, che abitano al di là del Reno, ai quali muovono (portano) guerra continuamente. E per questa ragione anche gli Elvezi precedono in virtù i restanti Galli, perchè combattono con i Germani con battaglie quasi quotidiane, quando o li tengono lontani dai loro confini o loro stessi combattono la guerra nei loro confini. [Una parte di loro, che si dice abitano i Galli, incomincia dal fiume Rodano, è racchiusa dal fiume Garonna, dall’Oceano, dai confini dei Belgi, tocca anche il fiume Reno dai Sequani e gli Elvezi, volge a settentrione. I Belgi derivano dagli estremi confini della Gallia, si estendono alla parte inferiore del fiume Reno, guardano a settentrione e ad oriente. L’Aquitania si estende dal fiume Garonna ai monti Pirenei e a quella parte dell’Oceano che è presso la Spagna; guarda tra occidente e settentrione.]

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Il De bello gallico, il cui titolo originale è C. Iulii Caesaris commentarii rerum gestarum, è stato composto tra il 58 e il 50 a.C., mentre Cesare (100-44 a.C.) stava conducendo la celebre campagna di conquista della Gallia di cui l’opera costituisce un resoconto dettagliato, una sorta di diario di guerra. I popoli della Gallia sono inoltre descritti da un punto di vista etnografico. Cesare parla di sé in terza persona, lo scopo dell’opera è giustificare la campagna in Gallia e le proprie ambizioni di fronte ad un senato sempre più preoccupato per il potere che stava acquisendo. La semplicità dello stile ha la funzione di attribuire al testo una parvenza di oggettività e di difendere le proprie decisioni politiche e militari.

Cesare è stato astuto nell’iniziare l’opera descrivendo la geografia dei luoghi ed esaltando le doti e il coraggio dei popoli che avrebbe sottomesso: in questo modo le sue imprese risulteranno agli occhi del lettore romano straordinarie. Il carattere autobiografico rende il De bello gallico poco affidabile da un punto di vista storico, tuttavia lo stile scelto da Cesare sembra suggerire che l’opera sia costituita da rapporti scritti per il senato. Cesare adotta l’oratio obliqua, vale a dire il discorso indiretto per ottenere uno stile più lineare e per discostarsi dall’ars oratoria.

Niccolò Tommaseo racconta che Alessandro Manzoni amava molto tra gli autori classici non solo Virgilio, ma anche Cesare, quest’ultimo in particolare «per la dignitosa urbaintà dello stile e per la sapienza storica».

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