Da Pechino a Parigi. Un rally transcontinentale del 1907.


La metà del mondo vista da un’automobile. Da Pechino a Parigi in sessanta giorni” riscosse uno straordinario successo quando uscì, più di cento anni fa, ed è stato nelle librerie di tutti gli italiani, ma oggi è stato dimenticato.

Siamo nel 1907, in un’epoca in cui le automobili sono oggetti rari, preziosi e mitologici, destinati ai membri più facoltosi della società. Nell’immaginario collettivo le automobili rappresentavano un prodigio della tecnologia e l’emblema del progresso, ma pochi italiani ne avevano vista una dal vivo.

Tutto ebbe inizio a Parigi, dove il quotidiano Le Matine, lanciò la proposta di organizzare un rally automobilistico transcontinentale, da Pechino alla capitale francese. Accettarono di partecipare tre equipaggi francesi e uno tedesco, gli italiani si iscrissero con un solo veicolo, un’Itala. A bordo dell’Itala avrebbero viaggiato il proprietario dell’automobile e pilota, il principe Scipione Borghese, di antica e illustre famiglia romana, il meccanico Guizzardi, responsabile della manutenzione del veicolo, e il giornalista Barzini, con il compito di narrare la strabiliante avventura. Venne organizzata una logistica di tipo militare, calcolando le soste meticolosamente; il principe Scipione Borghese, un collezionista di automobili, spese un’esorbitante quantità di denaro. Barzini si impegnò a pubblicare la vicenda a puntate per il Corriere e per un giornale di Londra.

Scipione scelse un veicolo adatto alla sfida, di marca Itala, un mezzo di qualità ma anche un omaggio alla nazione e all’Unità d’Italia. L’Itala verrà in seguito comprata dalla Fiat, ma all’epoca le sue automobili erano molto apprezzate. Gli altri quattro equipaggi scelsero auto leggerissime, per privilegiare i tratti su prato anziché su strade e per la facilità di sostituire i pezzi di ricambio; tali veicoli però avevano il difetto di essere poco potenti. Un equipaggio scelse un triciclo, condannandosi alla sconfitta. L’Itala invece era pesante, poco robusta, 45 cavalli, era la prima automobile con tutte e quattro le ruote dello stesso diametro, perciò consentiva di trasportare una sola ruota di scorta come ricambio per tutte e quattro quelle in funzione. La Pirelli fornì le gomme all’Itala con atteggiamento comunicativo aggiornato, infatti sui copertoni dell’automobile compariva il logo dell’azienda. L’impresa è stata sponsorizzata dal Touring Club, che inizialmente si occupava di ciclismo, poi di automobilismo e infine si dedicò al turismo in generale.

Il viaggio fu avventuroso e non privo di difficoltà: l’Itala ebbe anche un brutto incidente e il meccanico Guizzardi dovette dare prova di tutta la sua abilità; lungo diversi tratti l’automobile dovette procedere a passo d’uomo o persino essere spinta a mano. I tre eroi italiani attraversarono la Siberia e, durante le soste, dormivano sotto l’Itala, sulla nuda terra. Il racconto inizia con un ritmo lento quando è ambientato nel tratto iniziale del rally, in un territorio contadino lontano dalla civiltà; avvicinandosi al traguardo e alla moderna società occidentale il ritmo accelera. In Oriente i contadini ignoravano l’Itala perché non sapevano cosa fosse un’automobile, quando il veicolo era in sosta lo scambiavano per spazzatura, durante la corsa invece appariva qualcosa di spettacolare ma privo di senso. Raggiungendo l’Occidente l’automobile si emancipò da tale condizione e veniva accolta da un bagno di folla, pertanto l’opera presenta la vicenda come una storia di realizzazione personale dell’automobile personificata. L’Itala raggiunse il traguardo con uno spettacolare sorpasso e con venti giorni d’anticipo, nonostante a Mosca i protagonisti avessero allungato il percorso per partecipare ad un ballo. Barzini non si lasciò acclamare dalla folla ma si allontanó confondendosi tra il pubblico, sottraendosi al trionfo del positivismo e all’apoteosi popolare. Con la vittoria l’Itala divenne una macchina di moda, ne possedette un modello persino la Regina Margherita, che venne soprannominato dalla nobildonna “la mia palombella”.

Il reportage di Barzini venne trasformato in un libro che uscì nel 1908 e che ebbe uno straordinario successo. Il reportage uscì contemporaneamente in undici lingue diverse, un evento mai accaduto prima in Italia. L’opera era anche corredata da 126 fotografie, firmate da Barzini e protette per la prima volta da copyright; l’indice era costituito da una mappa su cui erano segnate le tappe del viaggio. Il reportage non è un capolavoro letterario al pari di Verga o Manzoni, ma quando un libro riscuote un simile successo viene studiato nelle università; in questo caso non sarà sotto esame la scarsa qualità letteraria dell’opera, ma l’interesse che ha suscitato. Ma cosa provocò l’ingente quantità di copie vendute?

Il primo ingrediente del successo è la scelta non di un protagonista superomistico, ma di tre eroi rappresentativi: Scipione, un principe emblema dell’aristocrazia, il giornalista borghese Barzini e il meccanico proletario Guizzardi. I tre rappresentano la società dell’epoca e hanno un forte valore simbolico. La suddivisione in classi emerge implicitamente: il primo a servirsi durante i pasti è sempre Scipione e l’ultimo è Guizzardi, per esempio. I tre tuttavia collaborano in modo efficiente, ciascuno con le proprie competenze specifiche al servizio della vittoria, promuovendo la cooperazione sociale all’insegna della divisione del lavoro in un’epoca in cui stanno esplodendo i rapporti sociali.  

La vera protagonista è l’Itala, in un periodo storico in cui D’Annunzio era appassionato di automobili e pochi anni dopo, nel 1909, il Manifesto del Futurismo di Marinetti si sarebbe ape con l’apoteosi dell’automobile. All’Itala e alle sue componenti meccaniche sono dedicate molte pagine, con descrizioni scientifiche e termini tecnici-meccanici, che prestano particolare attenzione alle prestazioni. L’Itala viene descritta con metafore, belliche come un oggetto estraneo e minaccioso, ma anche come qualcosa da utilizzare a seconda delle necessità, infatti sul cofano si mangia e ci si riposa, mentre sotto l’Itala ci si ripara di notte. La macchina è un esotico animale feroce come una tigre o un elefante, ma anche un animale domestico come un cane o un cavallo. Automobile era all’epoca un sostantivo sia maschile sia femminile; l’Itala è un maschio per le doti atletiche e per il coraggio, ma è anche una femmina perché presenta alcuni tratti che gli stereotipi dell’epoca associavano alle donne, infatti è capricciosa, vanitosa, esibizionista, impudica e superba. L’itala è un’ambigua creatura androgina e tutti ne restano affascinati.

Il titolo dell’opera evoca il romanzo d’avventura popolare, infatti richiama “Il giro del mondo in ottanta giorni” di Verne. Ciò che rende maggiormente affascinante l’opera è il fatto che non si tratta di un romanzo di fantasia, ma di una storia realmente accaduta. Sono evidenti tutte le caratteristiche del reportage: la dimensione dei paragrafi era determinata dallo spazio dedicato all’articolo sulla pagina del giornale; l’evento veniva narrato durante il suo svolgimento, prima di conoscere il finale; gli articoli venivano spediti alla redazione attraverso il telegrafo, in condizioni assai scomode; l’oggetto della narrazione non è stato scelto dal giornalista ma dal giornale che pubblica i suoi articoli; si è costretti a scrivere a puntate, in poco tempo. La scrittura è moderna, semplice, chiara, veloce, ritmata, con strutture paratattiche non ipotattiche (coordinate anziché subordinate) e registro medio; in altre parole, lo stile è giornalistico. Al termine del viaggio, Barzini raccoglierà gli articoli e enfatizzerà tali caratteristiche, senza alcun tentativo nobilitante o retorico, per poi pubblicare l’opera prima in italiano e poi in inglese.

Questa è la storia di due continenti, di un’avventura, di un’epoca, un racconto da salvare dalla damnatio memoriae che è ancora in grado di lasciare il segno negli appassionati di automobilismo.

FONTI:

Appunti di “Cultura letteraria e generi della modernità”, del prof. Clerici, Università degli Studi di Milano.

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