“Cattedrale” di Raymond Craver, un racconto sui pregiudizi.


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Cattedrale di Raymond Craver, tratto dall’omonima raccolta, è un racconto che analizza le dinamiche dei pregiudizi: l’autore si immedesima infatti nel narratore, un uomo che assume un atteggiamento di chiusura nei confronti di un non vedente. Al termine del racconto i pregiudizi non verranno superati completamente, altrimenti il narratore non avrebbe potuto raccontare l’episodio con le espressioni che troviamo nel testo, ma il protagonista vivrà un’esperienza straordinaria.

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Il protagonista è un uomo sposato che ospita in casa propria un caro amico della moglie, un non vedente. La donna è raggiante per l’arrivo dell’uomo e lo accoglie estasiata, il marito invece nasconde dietro una composta educazione un atteggiamento ostile, imbarazzato e accecato dai luoghi comuni. Non si tratta del razzismo brutale degli ignoranti, ma della sofisticata discriminazione dell’uomo colto che non accetta il diverso nel proprio ambiente, un razzismo che si cela dietro sorrisi apparentemente cordiali, ma che emerge dall’accurata analisi delle parole. Dopo cena, la moglie si addormenta e il narratore resta solo in compagnia dell’ospite; insieme guardano un documentario sul Medioevo e le cattedrali. Il protagonista domanda al cieco se ha presente l’aspetto delle chiese antiche e il suo ospite gli chiede di descriverne una, poi insieme disegnano una cattedrale ad occhi chiusi. Il narratore resta piacevolmente colpito dall’esperienza e cambia atteggiamento nei confronti dell’amico.

Una delle più ricorrenti forme di discriminazione è l’identificazione del diversamente abile con la sua menomazione: il narratore è infatti solito riferirsi all’ospite come al “cieco” anziché chiamarlo con il suo nome proprio, Robert, che compare per la prima volta solo nella terza pagina del racconto e prevale nei discorsi diretti anziché nelle confidenziali confessioni del narratore. Il pregiudizio è evidente sin dalla prima frase del racconto: “C’era questo cieco […]”.

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Il narratore ammette di provare disagio nei confronti di Robert e conosce anche la causa di tale sensazione: “Non è che fossi entusiasta di questa visita. Era un tizio che non conoscevo affatto. E il fatto che fosse cieco mi dava un po’ di fastidio. L’idea che avevo della cecità me l’ero fatta al cinema.” Il protagonista ha in mente uno stereotipo ben preciso sui ciechi, un’immagine che deriva dai film che ha visto al cinema. I ciechi, secondo lui, portano occhiali scuri e bastone, sono accompagnati da un cane guida e non fumano perché non possono vedere il fumo. Gli stereotipi vengono abbattuti uno ad uno, lasciando il narratore spaesato e incredulo: Robert non ha né bastone, né occhiali scuri, né cane guida e fuma tabacco e marjuana. Robert ha inoltre la barba e, chissà per quale ragione, al protagonista sembra “eccessivo” che un cieco non si radi.  

Al termine della realizzazione del disegno ad occhi chiusi, qualcosa nel protagonista è cambiato, ma nemmeno lui saprebbe spiegare che cosa: l’unica certezza è che vuole restare al buio ancora per qualche secondo. Gli atteggiamenti cambiano lentamente nell’animo delle persone perciò difficilmente il protagonista si sarebbe potuto trasformare in un paladino dei non vedenti, tuttavia Robert è riuscito a commuoverlo ed è stato mosso il primo passo verso un’empatia condivisione di esperienze.  “Ma io ho continuato a tenere gli occhi chiusi. Volevo tenerli chiusi ancora un po’. Mi pareva una cosa che dovevo fare. “Allora?”, ha chiesto. “La stai guardando?” Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo come la sensazione di non stare dentro a niente. “È proprio fantastica”, ho detto.” Il narratore racconta la storia in un periodo successivo ai fatti e tuttavia continua ad utilizzare delle espressioni discriminatorie, pertanto non tutti i pregiudizi sono stati abbattuti.

E’ straordinario il fatto che il pregiudizio venga condannato dal testo, nonostante il racconto sia narrato da una persona che discrimina i ciechi anche dopo aver provato una piacevole esperienza in loro compagnia e sebbene non venga pronunciata una sola parola in difesa della disabilità: il punto di vista del narratore non combacia con quello del narratore, tuttavia il messaggio di Craver in favore dei non vedenti è evidente.

Il narratore racconta i fatti seguendo l’ordine dei suoi pensieri, di conseguenza sono numerosi i flash back, le precisazioni e le interruzioni per esprimere il proprio punto di vista. Abbondano le espressioni tipiche del parlato, che appartengono allo stile del personaggio: “Con il passare degli anni, ha registrato un sacco di cose e spediva nastri a tutta birra.” Leggendo si ha dunque l’impressione che il narratore si stia confidando con qualcuno con cui è in confidenza. Non vengono fornite indicazioni spazio-temporali precise, tuttavia sappiamo che la vicenda è ambientata in America, in un’epoca in cui i televisori in bianco e nero affiancavano quelli a colori.

Raymond Craver (Clatskanie, 1938 – Port Angeles, 1988) è considerato l’erede di Hemingway e per Murakami è stato un modello di scrittura, il romaniere giapponese infatti definisce i suoi  racconti “affilati e pesanti come un cuneo di ferro”.  Craver era di umili origini perciò ha alternato gli studi, numerosi corsi di scrittura non sempre terminati, a professioni modeste: il bibliotecario, il fattorino di una farmacia, il redattore, l’operaio in una segheria con suo padre. A diciannove anni era già padre di due figli e sposato con la diciassettenne Maryann Burk. Esordì come scrittore molto presto e inizialmente pubblicò i suoi racconti su riviste universitarie. Amava raccontare drammi comuni affrontati da punti di vista inediti: storie di coppie, di famiglie o amanti alle prese con problemi economici gravi o con l’alcolismo. Le sue storie sono per lo più ambientate in ambienti chiusi, come se fossero pensate per il teatro. “Un buon racconto vale quanto una dozzina di cattivi romanzi” era solito affermare, pertanto privilegiava le raccolte di racconti ai romanzi.

Nel 1976 la vita di Craver ebbe una svolta, infatti conobbe Gordon Lish, editor di Esquire, con cui instaurò un rapporto turbolento che si interruppe solo con la morte dell’autore. Lish pubblicava i racconti di Craver, ma solo dopo un violento e irrispettoso labor limae, con il quale spesso dimezzava la lunghezza dei testi. La conseguenza fu che Craver venne considerato, forse in errore, uno dei padri del minimalismo. Grazie al discutibile editing di Lish, lo scrittore ottenne però fama e denaro, riuscì a superare i problemi di alcolismo e divorziò dalla prima moglie per sposare la poetessa Tess Gallagher. Oggi fortunatamente possiamo leggere le opere prima e dopo l’editing.

Il racconto è una lettura leggera che vi ruberà pochi minuti, ma è un eccellente esempio di cosa significa saper scrivere racconti e una preziosa riflessione sulla disabilità.

FONTI

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