“Il sabato del villaggio” di Leopardi, il piacere dell’attesa


In questi giorni sopravvivo in una perenne attesa che ricomincino gli aperitivi, gli spettacoli a teatro, le gite e le lezioni in università, pertanto vorrei proporre l’analisi di una poesia che descrive la speranza nell’inizio di una festa. La situazione descritta nella poesia è tuttavia diversa dalla mia, perché il poeta presenta la speranza nel verificarsi di un evento lieto come il momento più felice nella vita di un uomo, mentre la mia attesa, che dura da più di un mese, inizia a diventare estenuante: dovrei trascorrere la mia giovinezza raccogliendo “mazzolin di rose e viole”, non rinchiusa in casa. La canzone di Leopardi che analizzeremo insieme oggi, composta nel 1829, non necessita di ulteriori presentazioni.

Il testo autografo della poesia

Il sabato del villaggio

La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell’erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch’ebbe compagni dell’età più bella.
Già tutta l’aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
Giù da’ colli e da’ tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l’altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s’affretta, e s’adopra
Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E’ come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

Un’illustrazione della poesia.

ANALISI METRICA
La poesia è una canzone libera, infatti la prosodia non segue alcuno schema e il numero delle strofe, dei versi, delle sillabe e delle rime è libero. Tale struttura si oppone alla canzone petrarchesca, modello dominante nella poesia italiana sino a Leopardi, che la supera. I versi sono prevalentemente settenari, spesso in serie, ed endecasillabi più gravi e sostenuti.

PARAFRASI

La fanciulla proviene dalla campagna, al tramonto, con i suoi fasci d’erba; e tiene in mano un mazzolino di rose e viole, con le quali, com’è consuetudine, ella si prepara a ornare il petto e i capelli domani, al giorno di festa. Una vecchierella siede con le vicine su una scala a filare, là nella direzione in cui il giorno tramonta; e racconta della sua gioventù, quando nel giorno di festa ella si ornava, e ancora sana e snella era solita danzare la sera tra coloro che ebbe come compagni nell’età più bella. Già tutta l’aria si imbrunisce, torna azzurro il sereno, e tornano le ombre giù dai colli e dai tetti, al biancheggiare della luna appena sorta. Ora la campana segnala che la festa sta per iniziare; ed a quel suono diresti che il cuore prova conforto. I bambini gridano sulla piazzola in gruppo, e saltano qua e là, fanno un lieto rumore; e intanto ritorna alla sua povera mensa, fischiando, lo zappatore, e tra sé pensa al giorno del suo riposo.

Poi quando tutt’intorno è spenta ogni altra luce, e tutto il resto tace, odi il martello picchiare, odi la sega del falegname, che resta sveglio nella chiusa bottega alla luce della lucerna, e si affretta, e si adopera di terminare il lavoro prima del chiarore dell’alba.

Questo dei sette [della settimana] è il giorno più gradito, pieno di speranza e di gioia, domani le ore porteranno tristezza e noia, ed al lavoro solto farà ritorno il pensiero di ciascuno.

Garzoncello scherzoso, questa tua età fiorita è come un giorno di piena allegria, un giorno chiaro, sereno, che viene prima della festa della tua vita. Godi, bambino mio; stato soave, questa è una stagione lieta. Altro non voglio dirti; ma che non ti dispiaccia che la tua festa tardi ancora ad arrivare.

LO STILE

La poesia vuole trasmettere leggerezza, slancio e semplicità nelle prime due strofe, le ultime due invece hanno un andamento più pacato e riflessivo; il lessico non è altisonante, ma elegiaco e umile. Troviamo due apostrofi: al v. 43 “garzoncello scherzoso” e al v. 48 “fanciullo mio”. Come in A Silvia, le metafore sono relative alla giovinezza: “età più bella” (v. 15), “età fiorita” (v. 44), “stagion lieta” (v. 49). Al termine della poesia si scopre invece che la “festa” (v. 47 e 50) è metafora della maturità. Una similitudine offre infine la chiave di lettura della poesia ai vv. 44-45: “cotesta età fiorita è come un giorno d’allegrezza pieno”. La metonimia, vale a dire la sostituzione di una parola con un’altra che appartiene ad un campo concettuale vicino e interdipendente, compare due volte: il termine “sereno” indica il cielo al v. 17, la “squilla” indica la campana al v. 20. Gli enjambements sono al vv. 4-5: “reca in mano / un mazzolin di rose e di viole”; vv. 33-34: “la sega / del legnaiuol”; vv. 40-41: “tristezza e noia / recheran l’ore”. Rispetto alle altre poesie di Leopardi, gli iperbati e le anastrofi sono meno frequenti. Gli iperbati, figure retoriche di tipo sintattico per cui gli elementi della frase, che normalmente sarebbero uniti un sintagma, sono invece separati, sono: vv. 6-7: “tornare ella si appresta / dimani, al dì di festa, il petto e il crine”; v. 41-42: “ed al travaglio usato / ciascuno in suo pensier farà ritorno”; vv. 50-51: “ma la tua festa / ch’anco tardi a venir non ti sia grave”. Le anastrofi, figure retoriche che consistono nell’inversione dell’ordine abituale degli elementi del periodo, sono: v. 11, “novellando vien”; v. 45, “d’allegrezza pieno”. E’ frequente nel testo l’apocope, vale a dire la caduta della vocale o della sillaba finale di una parola: “calar”, “vien”, “cor”, “martel”, “legnaiuol”, Ricorre in tutto il testo l’allitterazione della liquida /l/, spesso raddoppiata: “donzelletta, vecchierella, novellando, sulla, bella, ella, snella, colli”. Tale figura fonica produce una sensazione di leggerezza e allegria.

La poesia condivide la struttura con La quiete dopo la tempesta, in quanto è articolata in una parte lirico-descrittiva e in una parte gnomica.

Giacomo Leopardi

IL SIGNIFICATO DELLA POESIA

La prima e più lunga delle tre strofe lirico-descrittive iniziali rappresenta alcune delle attività che si svolgono il sabato sera in un paesino di campagna dell’Ottocento che assomiglia a Recanati: una ragazzina torna a casa dai campi pregustando la festa del giorno seguente, portando con sé un mazzolino con cui si ornerà furante i festeggiamenti, una vecchietta fila mentre racconta aneddoti sulla sua gioventù, dei bambini giocano in piazza facendo rumore, un contadino torna a casa dai campi, lieto di non dover lavorare il giorno seguente. La strofa successiva racconta la fatica di un falegname che si attarda in bottega: nell’Ottocento era vietato lavorare di domenica, pertanto il lavoro doveva essere terminato di sabato.

La terza strofa cambia radicalmente tema e diventa più riflessiva: Leopardi afferma la superiorità del sabato sulla domenica, in quanto il settimo giorno della settimana subentrano la tristezza, la noia e il pensiero rimugina sul lavoro che ricomincerà lunedì. E’ la supremazia dell’attesa sulla verifica, che richiama il tipico tema leopardiano del rapporto tra illusioni e realtà. Che il sabato sia migliore della domenica è un paradosso che prospetta allegoricamente il rapporto tra giovinezza e età adulta che viene presentato nella quarta e ultima strofa.

Nell’ultima strofa con un’anastrofe il poeta si rivolge ad un “garzoncello scherzoso”, per esortarlo a godere dei piaceri della sua età, concentrata nell’attesa e nella speranza, lasciando intendere che la vita non potrà eguagliare il piacere di quell’aspettativa. La composizione si conclude con un’implicita malinconia: le attese della gioventù saranno inevitabilmente deluse. Ma Leopardi è reticente nell’avvertire del pericolo il garzoncello e conclude la poesia con una vaga allusione.

IL PESSIMISMO COSMICO

La poesia è influenzata dal pessimismo cosmico leopardiano, la conclusiva evoluzione del pensiero del poeta. L’infelicità, secondo Leopardi, è provocata dalla natura che induce l’uomo a desiderare la felicità per poi negargliela. La natura è una perfida forza cieca legata a un eterno ciclo di creazione e distruzione. Ogni creatura è un’infima parte di questo ciclo, nel quale ricopre un ruolo del tutto irrilevante.

FONTI:

  • Lettertura storia immaginario. Manuale di italiano per il triennio. Vol. 4, Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese, Palumbo Editore.

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