L’incontro fortuito tra Gaspare Campari e Teofilo Barla, il cuoco dei Savoia


Alcuni mesi fa abbiamo raccontato la storia della famiglia Campari (potete leggere l’articolo qui); vorremmo approfondire l’argomento proponendo una lettera in cui Teofilo Barla, il primo cuoco di Casa Savoia, racconta alla madre il suo incontro con il quattordicenne Gaspare Campari, che si era trasferito a Torino per apprendere l’arte dei liquori e degli Elisir, l’antico nome dei cocktail.

“Il cuoco, Pere Paul”, Claude Monet

Si tratta di una lettera scritta da un uomo colto, nello stile tipico delle missive ottocentesche italiane, in un’epoca in cui l’inchiostro non era ancora stato sostituito dal cellulare. Lo scritto proviene da Lettere a mamma Margherita dalla Corte Sabauda di Teofilo Barla, dal 10 gennaio 1848 al 7 aprile 1851, a cura di Niccola Gabiani. Il libro ci è stato regalato da un lettore di Acqua e Limone che preferisce restare anonimo, appassionato del personaggio di Teofilo Barla.

La missiva si apre con un’esclamazione e un vocativo, un linguaggio enfatico che oggi è andato perduto; espressioni simili sono ricorrenti negli scritti del cuoco. Segue la risposta a una lettera che Teofilo Barla ha ricevuto dalla madre; tale missiva è per noi ignota, perché il curatore del libro ha riportato solo le lettere scritte dal cuoco reale, condannando le parole della madre alla damnatio memoriae. Si tratta di scambi di informazioni inerenti al quotidiano, su cui non ci soffermeremo. Nel paragrafo successivo degli aneddoti ci lasciano intuire alcuni aspetti della professione di Teofilo Barla: il cuoco si occupa anche di drink o elisir, lavora in un ambiente fortemente competitivo e brevetta ricette.  

La lettera racconta come tutti i grandi siano stati piccoli e ritrae un Gaspare Campari giovane, “sperduto”, che si aggira per Torino alla ricerca di una liquoreria in cui apprendere il mestiere lavorando come garzone. Tra tutti i passanti cui poteva chiedere informazioni, il giovanotto si imbatte proprio nel cuoco reale, una celebrità nel mondo della ristorazione e dell’arte culinaria torinese, che non lo respinge con superiorità ma accetta di aiutarlo. Non si tratta di un semplice incontro fortuito, per il giovane Campari è stato un miracolo. Secondo me l’incontro non è stato casuale ma il futuro imprenditore aveva pianificato tutto, ma queste sono solo supposizioni, perciò cercherò di attenermi ai fatti narrati dal mittente della missiva.

Palazzo Reale, Torino

Quattordicenne, squattrinato, spontaneo, trasferitosi all’estero per studiare dal Regno Lombardo Veneto, Gaspare Campari si mostra umile nei confronti del suo illustre interlocutore: accenna una riverenza e descrive con semplicità la propria condizione. Leggendo la missiva con la consapevolezza di ciò che l’adolescente diventerà, Campari sembra un self-made man di un romanzo popolare ottocentesco oppure un personaggio di Chi si aiuta Dio l’aiuta, perché il ragazzo raggiunge il successo grazie alla propria tenacia e all’umiltà, partendo dal basso. Gaspare Campari cerca di comprare la benevolenza del cuoco offrendogli uno spicciolo, un grande sacrificio per uno squattrinato adolescente ma una moneta di scarso valore per un cuoco reale. Teofilo Barla si commuove e rinuncia a dirigersi verso la propria meta per condurre il ragazzo presso la liquoreria di un suo amico e raccomandarlo come “valente garzone”.

Il ragazzo ringrazia “gettandosi ai piedi” del cuoco, in un gesto teatrale che gli uomini del Ventunesimo Secolo non compierebbero, o forse si tratta di una metafora. Il cuoco non gli concede solo la propria raccomandazione, ma gli regala anche la ricetta di un cocktail chiamato Bitter all’uso di Hollandia. Se avete letto il nostro primo articolo sull’argomento, saprete che questo era il primo nome del Bitter Campari. Il cuoco rivendica la paternità della bevanda che ha fatto la storia dell’industria italiana e rivela alla madre di sperare in un ringraziamento da parte del ragazzino che ha così generosamente aiutato. Ciò non significa che Campari si è appropriato di una ricetta altrui: nel corso del tempo potrebbe anche averla personalizzata, trasformandola in una bevanda dal sapore completamente diverso.

La famiglia Campari.

Prima riportare la lettera, merita di essere menzionato il fatto che tra gli ingredienti segreti dell’Elisir compaiono degli insetti pestati, la cui specie resterà per sempre un mistero. La parola ora a Teofilo Barla, che ci porta nella Torino del 1850.

LETTERA NUMERO 14
(8 DICEMBRE 1850)

Oh Madre mia tanto cara!

Sono lietissimo che tu abbia superato la brutta infreddagione di testa e di petto che ti rese inferma e che i miei consigli ti furono di molta utilità: anche io allorquando sono colto da tale malanno mi curo con senapismi e nel contempo invoco Santa Godeleva per l’affezione che prende la gola e San Bernardino da Siena per quella ai polmoni e sono del pari felice per siansi accomodate le divergenze con Gino Masoero a proposito dei surmolotti e a tal proposito ringrazio il Riverendissimo Parroco Antonio Maria Tellini che si è preso a cuore la quistione.

E ora vengo a narrarti di quel che ti accennai nella precedente missiva: tempo addietro ti dissi dell’infausto incontro che ebbi due lustri or sono col guattero Firmino Pezziol, di come quel furfante mi derubò della mia ricetta dell’Elixir d’Ovo di Gallina e anche di come il Capo di Cucina Domenico Gromont, il suo ajuto Giovanni Vialardi, io e il mio ajuto, l’infame Firmino, decidemmo congiuntamente di appellare “Ov” il mio Elixir e di come un simile nome a questo venne fatto oggetto di Imperiale Brevetto di Commercio dall’astuto Gianbattista Pezziol che era il padre di Firmino e bottegajo liquorista in Padova.

Ebbene, quasi a ricompensa della cocentissima delusione che provai allora, avvenne che due anni appresso mentre io andava a zonzo vidi un giovinetto che si aggirava con aria sperduta sotto i porticati di Via Po e egli mi si appropinquò e mi chiese con aria supplice s’io conoscea ove avesse bottega un qualche liquorista appo il quale egli volea prestare la sua opera di garzone. Incuriosito, gli dissi che io era un Maitre Patissier et Confiseur Royal e nel contempo Confetturiere, Alchimista e Cuciniere, che ero in amicizia con un elvetico che avea una liquoreria e confetteria e gli dimandai il suo nome e donde provenia.

Il Camparino, storico locale milanese della famiglia Campari.

Egli mi guatò con riconoscienza, accennò una riverenza, mi disse chiamarsi Gaspare Campari, che avea quattordici anni compiti, che naccue nel paese di Cassolnovo che trovasi nel Regno del Lombardo Veneto e che da colà erasi dipartito a piedi con pochi denari e molta speme per recarsi costì inquantochè avea saputo che in Torino eranvi dei valentissimi liquoristi e che egli bramava apprendere quest’arte.

Memore dell’infame Firmino stentai un poco a porgergli ajuto, ma il suo sguardo schietto, il corpo suo che fremea dal disio di essere accontentato, il fatto che chiamavasi come colui che avea portato in dono al Bambinello Gesu quanto avea di piu prezioso, l’infantile gesto di voler indurmi a ajutarlo porgendomi una moneta di poco conto che io non accettai ma che per lui era certamente di valore, mi indussero a tornare sui miei passi per condurlo alla liquoreria e confetteria dell’amico Giacomo Bass, col quale ero uso da lunga pezza discettare di elixir, che è locata accanto al numero 23 sotto il porticato della piazza detta del Castello e a raccomandarglielo quale valente garzone di buon comando e che io mi sarei fatto mallevadore della sua persona.

Un manifesto del Campari.

Al che il giovinetto si gittò ai miei piedi e cingendomi le gambe disse che mi sarebbe stato grato per tutta la vita, che sarebbe certamente divenuto ricco e famoso liquorista, che qualsivoglia suo guadagno futuro lo avrebbe diviso meco e io gli carezzai il ricciuto capo e nel contempo un assai commosso Giacomo Bass affermò che un impegno così generoso e oneroso meritava di essere agevolato e che forse sarebbe stata cosa buona e giusta che io, essendo valentissimo nell’arte di approntare degli elixir, avessi donato al garzoncello di una delle mie numerose ricette che tanto piaceano a Corte.

Io assentii di buon grado e dissi che a breve lo avrei istruito su come preparare al meglio una bevanda da assumersi pria del convivio e avente la funzione di essere aperitiva per gli stomachi e prepararli all’assunzione dei cibi e soggiunsi che a essa io avea donato un nome fascinoso, ovverosia Bitter all’uso di Hollandia.

Tale elixir, di cui sono massimamente ghiotto al pari di molti altri che ne fanno uso diuturno, era stato da me approntato con ingredienti segreti che posso solo dire essere fiori, foglie, semi, radici, bacche, frutti, erbe aromatiche, officinali e amaricanti, poco alcole, poco siroppo di zuccaro, aqua purissima e una polvere di colore rosso vividissimo ottenuta pestellando insetti esotici rinsecchiti nomantisi cocciniglie: tutti questi prodotti, tranne quelli liquidi furono omaggiati alla Casa Reale e alle sue Cucine dal Diplomatico Bernardino Michelemaria Drovetti.

Oh Madre carissima!

Questa buona azione sarà sicuramente ricompensata da Gaspare Campari e nell’attesa che venga quel giorno termino la mia missiva, attendo tue nuove, invoco la tua benedizione, ricopro il volto tuo di baci e saluto con filiale riverenza il Parroco Antonio Maria Tellini che sempre rimembro nelle mie preci.

Ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno della domenica 8 dicembre dell’anno del Signore 1850.

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