“La maschera della morte rossa” di Edgar Allan Poe: l’epidemia in un racconto horror.


Le epidemie sono un terrore antico e uno dei più grandi geni della letteratura americana, Edgar Allan Poe, ha reso una pestilenza la protagonista di uno dei suoi racconti: La maschera della morte rossa o La Pantomima della Morte Rossa (The Masque of the Red Death, inizialmente pubblicato come The Mask of the Red Death), pubblicato nel maggio del 1842 nel Graham’s Magazine, un giornale diretto da Edgar Allan Poe stesso.

Il racconto è molto breve ma è un capolavoro. La Morte Rossa è una pestilenza che sta devastando il regno del principe Prospero, che tuttavia si disinteressa al suo popolo per ritirarsi in un castello con i suoi amici più cari. Mentre fuori dal palazzo regna il caos, i nobili all’interno si dedicano ad ogni sorta di frivolezza e sfrenato divertimento. Le gaie attività dei cortigiani sono interrotte allo scoccare di ogni ora dal raggelante suono di una pendola.
Una sera Prospero organizza una festa in maschera, ma si presenta un partecipante travestito da Morte Rossa, che terrorizza i presenti. Prospero tenta di attaccarlo, ma cade a terra e muore; gli invitati riescono a togliere la maschera all’indesiderato ospite, ma scoprono che sotto il travestimento non c’è nulla: la morte rossa è entrata nel castello. Subito i nobili iniziano a sentirsi male; quando sono tutti morti, nel castello regna l’immobilità totale e la Morte Rossa regna incontrastata.

Il racconto è disponibile online sia in italiano sia in inglese, su YouTube è stato inoltre caricato un audiolibro letto da Edoardo Camponeschi, la cui recitazione fredda e spettrale è accompagnata da una musica di sottofondo molto pertinente con l’atmosfera del testo, in quanto trasmette angoscia e inquietudine.

I toni sono simili a quelli di una fiaba, sebbene si tratti di una fiaba dell’orrore, poiché non vengono fornite coordinate spazio-temporali della contea in cui si svolge l’azione e la vicenda è ambientata presso la corte di un sovrano. La presenza di un re dotato di potere assoluto sulla popolazione suggerisce che la vicenda sia ambientata nel Medioevo. La voce narrante, esterna al racconto e onnisciente, ad un certo punto si rivolge direttamente al narratario: “Ma in primo luogo consentitemi di parlare delle stanze in cui doveva celebrarsi […]”.

Un’illustrazione del racconto dei primi del Novecento

La struttura degli ambienti in cui si svolge la festa in maschera anticipa il tragico finale. La vicenda è infatti ambientata in sette stanze, ciascuna caratterizzata da un colore: azzurro, porpora, verde, arancione, bianco, viola e nero. L’ultima stanza viene lasciata vuota dai cortigiani per l’atmosfera estremamente sinistra che la caratterizza: le pareti sono nere, le vetrate rosse emettono bagliori sinistri (si noti che il rosso è il colore del sangue, la cui perdita attraverso i pori è uno dei sintomi della pestilenza in corso) e in tale luogo si trova una pendola raccapricciante. L’orologio è il simbolo del tempo che scorre e che conduce alla morte, si tratta dunque di un memento mori. “E appunto in questa sala, appoggiato contro il muro occidentale, si levava un gigantesco orologio a pendolo, d’ebano. Il pendolo oscillava con un clangore greve, monotono, opaco; e quando la lancetta dei minuti aveva terminato il percorso del quadrante, dai polmoni di bronzo usciva un suono chiaro e forte e fondo ed assai melodioso, ma di musicalità così singolare, di così alta enfasi che, allo scadere dell’ora, i musici dell’orchestra erano costretti a far pausa per un istante, per ascoltare quel suono; e così i danzatori erano costretti a interrompere le loro evoluzioni; e nella gaia compagnia si notava un breve sconcerto; e mentre ancora risuonavano i rintocchi del pendolo, si notava che i più sfrenati impallidivano, e i più anziani e pacati si passavano una mano sulla fronte come immersi in una confusa fantasia o meditazione.”

I colori delle stanze non rappresentano solo i gusti estetici di Prospero che ha personalmente arredato il castello, essi sono infatti un’allegoria del ciclo della vita: l’azzurro rappresenta la nascita, il porpora l’infanzia, il verde la giovinezza, l’arancione la maturità, il bianco e il viola la vecchiaia, il nero la morte. La Morte Rossa non inizia il suo percorso attraverso il castello dalla stanza nera, ma da quella azzurra, in quanto la morte è presente in tutte le fasi della vita di un essere umano. E’ assente il giallo, colore positivo per eccellenza. “La sala all’estremità orientale, ad esempio, era tappezzata in azzurro e le finestre erano di un azzurro vivido. La seconda aveva ornamenti e tappezzerie porpora e di porpora erano i vetri. La terza era verde, e così le finestre. La quarta era ammobiliata e illuminata di arancione, la quinta di bianco, la sesta di viola. La settima sala era tutta rivestita, sul soffitto e lungo i muri, di tappezzerie di nero velluto, che ricadevano in pesanti pieghe su di un tappeto della medesima stoffa e colore. Ma in quella sola stanza il colore dei vetri non ripeteva quello delle decorazioni. Qui i vetri erano rossi – un cupo rosso sangue.”

La struttura del castello sacrifica un’ambientazione razionale in favore di un’atmosfera onirica: i cortigiani sembrano vivere in un sogno ed è come se fossero loro stessi i fantasmi di un incubo, in quanto nessuno di loro ha un volto o dei tratti definiti. Le vetrate delle alte finestre e i bracieri evocano un’architettura gotica, perfetta per un racconto horror: “Ma nei corridoi che s’accompagnavano alle sale, di fronte a ciascuna finestra, un pesante tripode9 reggeva un braciere ardente che proiettava i suoi raggi attraverso il vetro colorato, e intensamente illuminava la stanza. E così si generava una moltitudine di immagini fantastiche e sfarzose.

Il castello di Prospero è un locus amoenus in cui regna la spensieratezza, una felicità che è riservata alle persone di estrazione sociale elevata. La morte tuttavia non fa distinzioni e colpisce tutti gli uomini senza distinzioni: la ricchezza non può nulla contro un’epidemia. La Morte Rossa inoltre vendica il popolo nei confronti di un sovrano che ha abbandonato i suoi sudditi alla morte per ritirarsi in una roccaforte privata.

La peste viene rappresentata come un morbo di cui non se ne conosce la cura, ma l’epidemia è assai più grave di quelle che hanno sconvolto la storia dell’uomo, in quanto nessun contagiato guarisce e nessuno riesce a sottrarsi al contagio: la roccaforte in cui si è rinchiusa la corte di prospero non è altro che una gigantesca tomba collettiva, sarebbe stata solo questione di tempo prima che il morbo oltrepassasse le porte serrate.

L’imminente pericolo della morte induce ad un comportamento sfrenato e alla ricerca di piaceri immediati: lo racconta Tucidide, lo raffigura Bruegel inserendo ne Il trionfo della morte due innamorati disinteressati al massacro. I cortigiani di Poe vogliono dimenticare il pericolo imminente, per questo consacrano la loro esistenza all’edonismo.

In questo racconto troviamo tutte le caratteristiche delle opere di Poe: il tema della morte, un’ambientazione gotica, la predilezione per racconti brevi. L’opera è uno dei più celebri scritti dell’autore e ha ispirato numerosi film e graphic novel.

La peste dunque non è solo un evento storico da narrare ai posteri, ma è anche un tema da affrontare in fantasiosi racconti, soprattutto horror. Un capolavoro che ruba poco tempo, ma la cui profonda simbologia, l’ambientazione gotica e l’originalità della trama resteranno impressi nella memoria del lettore.

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FONTI:

 

2 pensieri su ““La maschera della morte rossa” di Edgar Allan Poe: l’epidemia in un racconto horror.

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