La peste nell’Iliade: una punizione divina.


La peste è stata il motore che ha innestato l’azione in uno dei più grandi poemi epici della storia: l’Iliade, che noi leggeremo nella traduzione di Giovanni Cerri. Questo articolo non vuole essere un commento al primo canto dell’Iliade, ma un’analisi del modo in cui la peste viene presentata nel poema epico.

Una pittura vascolare a figure nere raffigurante una scena di guerra.

L’epidemia viene menzionata subito dopo il proemio, il quale anticipa all’ascoltatore (inizialmente i poemi omerici venivano cantati oralmente) che l’oggetto della narrazione è l’ira di Achille: “Canta, o dea, l’ira di Achille figlio di Peleo”. Ma perché Achille è infuriato? “dal primo istante in cui una lite divise/ l’Atride, signore di popoli, ed Achille divino”. L’ira di Achille è stata scatenata da una lite tra l’eroe e Agamennone. L’Atride, un patronimico che significa “figlio di Atreo”, è Agamennone, capo supremo degli Achei e re di Sparta.

A questo punto il proemio si conclude ed inizia la nostra storia: “Ma chi fu, tra gli dei, colui che li spinse a contesa?/ Fu il figlio di Leto e di Zeus: adiratosi contro il re,/ scatenò sull’esercito un morbo maligno, e la gente moriva, / perché il figlio di Atreo non aveva fatto onore a Crise,/ suo sacerdote; venne costui alle rapide navi degli Achei/ per riscattare la figlia, portando un compenso ricchissimo,/ aveva in mano le bende di Apollo saettatore, […] ”. La causa del conflitto è Apollo, ma prima che il dio entri in scena dobbiamo fare un passo indietro, quando Crise, il sommo sacerdote di tale divinità, si recò al cospetto di Agamennone per chiedergli la restituzione di sua figlia Criseide, portando con sé un ricco riscatto e le bende sacre al dio. Tali bende erano stole di lana che servivano da paramenti sacri nei culti di diverse divinità greche: potevano essere indossate dal sacerdote che celebrava il rito o dalla statua del dio, oppure avvolgevano i ramoscelli impugnati dai partecipanti alla cerimonia. Crise le ha portate con sé per presentarsi agli Achei in qualità di sacerdote di Apollo.

È doveroso chiarire come mai Criseide era stata fatta prigioniera dagli Achei. Le donne facevano parte del bottino di guerra che i soldati si spartivano dopo una vittoria ed erano costrette a vivere come schiave presso i loro padroni, svolgendo attività femminili come la tessitura e diventando le schiave sessuali degli uomini di casa. Tali attività verranno descritte con chiarezza dalle parole di Agamennone.

Il sacerdote si rivolge ad Agamennone con parole rispettose, “Allora, fra gli Achei, tutti acclamarono:/ rispettare il sacerdote, accettare il riscatto splendido;/ ma non era d’accordo Agamennone Atride,/ che lo scacciava malamente, faceva una dura ingiunzione: / «Vecchio, che io non ti colga presso le navi ricurve/ né ora ad indugiarvi né poi a tornarvi di nuovo:/ non ti sarebbe d’aiuto lo scettro né la benda del dio!/ Lei, io non la libero: dovrà prima invecchiare/ nella mia casa, ad Argo, lontano dalla patria,/ intenta al telaio e pronta al mio letto./ Ma vattene, non m’irritare, fa’ di tornartene sano»./ Disse così, il vecchio ebbe paura ed obbedì al comando: […]”. Purtroppo Agamennone si rifiutó di liberare la fanciulla e il vecchio, impaurito, poté solo abbandonare l’accampamento acheo.

Il povero padre si avviò in riva al mare, che un suggestivo epiteto descrive come sonoro, poi, appartatosi, pregó Apollo: ricordó al dio di avergli eretto un tempio e di aver sacrificato per lui molti animali, poi chiese vendetta. Apollo esaudí il suo desideri, infatti scense dal cielo terribile e maestoso: “[…] lo ascoltò Febo Apollo/ e scese giù dalle cime d’Olimpo, adirato nel cuore,/ portando l’arco sulla spalla e la faretra tutta chiusa;/ tintinnarono le frecce sulle spalle di lui adirato,/ mentre si muoveva; scendeva simile alla notte./ Poi si fermò  distanza dalle navi e vibrò un dardo:/ sinistro fu il sibilo dell’arco d’argento./ All’inizio colpiva i muli ed i cani veloci;/ ma poi, su loro stessi scagliando il dardo appuntito,/ li bersagliava; senza posa, fitti, bruciavano i roghi dei morti./ Da ben nove giorni sul campo cadevano i dardi del dio, […]”

La peste fu provocata dal dio Apollo come punizione per i torti commessi dagli uomini, dunque le sciagure secondo gli antichi erano opera degli dei. In particolare, il dio era adirato con il capo degli Achei perché Agamennone aveva peccato di ybris (tracotanza), sfidando gli dei nell’atto di non accogliere la richiesta di un loro sacerdote. Si tratta di una mentalità molto differente dalla nostra, infatti la causa del Coronavirus non è stata identificata nell’ira divina ed è scomparso nel Terzo Millennio il concetto di tracotanza nei confronti degli dei.

L’immagine con cui viene descritta la causa della pestilenza è molto poetica: il dio scende dall’Olimpo furente, con i dardi pestilenziali e il suo arco d’argento, attraverso i quali diffonde la peste nell’accampamento. Gli aedi non descrivono i sintomi della peste o il decorso della malattia, sappiamo solamente che prima si ammalarono gli animali, più precisamente i muli e i cani, successivamente gli uomini. Non è dunque importante per gli antichi raccontare la peste da un punto di vista scientifico: la religione prevale sulla scienza, inoltre l’epidemia è semplicemente un pretesto per avviare la narrazione.

Segue il litigio tra Achille e Agamennone e la crudele decisione del capo Acheo: Criseide sarà restituira al padre ma, per compensare la perdita, Achille cederà Briseide, sua schiava ottenuta come bottino di guerra, al re di Micene. Ma questa è un’altra storia, che forse un giorno vi racconteremo.

L’Iliade non è la sola opera greca che inizia con una pestilenza: l’Edipo Re di Sofocle, si apre affrontando un’epidemia, in particolare nei vv. 25-30 e 168-187. La tragedia inizia con i tebani che chiedono aiuto a re Edipo per arrestare il morbo che sta decimando la popolazione. E’ incerta la datazione del dramma: secondo alcuni debuttò nel 413 a.C., secondo altri nel 425 a.C. e sarebbe stato ispirato dall’epidemia che aveva afflitto la città alcuni anni prima. Anche in Edipo Re la peste è una punizione divina: in questo caso il peccato che l’avrebbe provocata sarebbe stato l’assassinio impunito del re Laio.

Oggi la percezione che abbiamo delle epidemie è molto scientifica, tuttavia è anche affascinante immaginarle come un dio infuriato che scaglia dardi pestilenziali. Vi sfido: provate ad immaginare un’allegorica causa del Coronavirus, un’immagine degna di comparire in un poema epico, e scrivetela qua sotto.

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FONTI:

  • Omero, Iliade, Volume I, I grandi classici latini e greci, Fabbri Editori.

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