“Il trionfo della morte” di Palermo, un Memento Mori di un autore sconosciuto


La Sicilia è una terra ricca di tesori anche per quanto riguarda i Memento Mori: Il trionfo della Morte di Palermo è un affresco di grandi dimensioni (6,00 m X 6,40 m) considerato tra i maggiori capolavori della storia. Purtroppo sappiamo molto poco dei dati anagrafici di tale opera, infatti ignoriamo l’identità dell’autore e la data di realizzazione, che dovrebbe essere compresa tra il 1440 e il 1450, ma probabilmente si tratta del 1446. Sono ignoti anche il nome del committente e l’interpretazione originaria dell’opera. L’affresco è un gioiello dell’arte tardo-gotica che ha ispirato Guernica di Picasso; il titolo Il trionfo della morte è una scelta dei critici, in quanto non conosciamo il nome originario.

L’opera è il prodotto della Sicilia del Quattrocento, di una Palermo dominata dai catalani e guidati da re Alfonso V d’Aragona detto il Magnanimo, un monarca istruito e illuminato, che rese l’isola, scalo per Barcellona, teatro di intensi scambi artistici e culturali tra paesi e città. Il XV secolo era però anche l’epoca delle epidemie di Peste cicliche, che falciavano la popolazione lasciando un’impronta indelebile nell’arte e nella letteratura dell’epoca.



L’affresco venne realizzato presso il cortile di Palazzo Sclafani, realizzato nel 1330 per il committente Conte Matteo Sclafani, in prossimità del Palazzo dei Normanni. Alla morte del Conte, nel 1400 il palazzo venne confiscato e assegnato ad una nobile famiglia spagnola che, quando fece ritorno nella penisola Iberica, abbandonò il palazzo in uno stato di progressivo degrado. Trent’anni dopo, l’edificio divenne la sede dell’Ospedale Grande e Nuovo, primo ospedale pubblico della città di Palermo. L’Ospedale era diretto dai membri delle comunità di S. Bartolomeo e S. Giovanni; presto l’edificio venne ampliato e fu realizzata una ruota per i bambini esposti.

Per alleviare le sofferenze dei malati ed elevarli spiritualmente, si decise di realizzare nel cortile una serie di opere d’arte: sculture, dipinti ed affreschi. Venne così realizzato un ciclo sul il destino che attende l’uomo al termine della sua esistenza: la Morte, il Giudizio, l’Inferno e il Paradiso.

Il grande affresco rimase nel cortile dell’Ospedale per cinque secoli preservandosi in perfette condizioni sino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando fu messo a repentaglio dai bombardamenti su Palermo del 1943: la copertura a volta crollò esponendolo agli agenti atmosferici così l’intonaco iniziò a sgretolarsi. La soluzione fu drastica: l’opera fu sezionata, in quanto le dimensioni dell’affresco erano troppo grandi per asportarlo in un unico blocco, e trasportata in un luogo protetto.

Da allora l’opera subì diversi trasferimenti. Prima venne esposta nella Sala delle Lapidi di Palazzo Pretorio per volere del sindaco di allora, il Conte Lucio Tasca d’Almerita. Nel 1954 venne poi ospitata dalla Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis, dove iniziarono i lavori di riqualifica e il riordinamento espositivo, con il ricercato allestimento dell’architetto veneziano Carlo Scarpa. L’affresco non era integro: una parte era stata inviata all’Istituto Centrale del Restauro a Roma dove, sotto la supervisione di Cesare Brandi, vennero colmate le numerose ed estese lacune, presenti soprattutto nelle zone vicine ai tagli. Tra gli anni Settanta e Ottanta, presso Palazzo Abatellis, venne ripristinato l’aspetto dell’affresco prima del restauro, riconsegnandogli un aspetto lacunoso, ma rispettoso dei segni del tempo e fedele. Oggi l’affresco si trova in una sezione della Galleria Regionale della Sicilia che originariamente era una cappella e lo stato di conservazione è molto buono; centinaia di visitatori gli rendono omaggio ogni giorno.

L’opera è un Memento Mori (Ricordati che devi morire): è dunque un inno alla precarietà della vita e all’inesorabilità della Morte che colpisce arbitrariamente; lo scopo sarebbe invogliare l’osservatore a prepararsi per la vita ultraterrena. La scena si svolge in un giardino rigoglioso e la Morte è intenta in una spietata battuta di caccia in cui le prede sono esseri umani. Essa è raffigurata in una posa plastica al centro dello spazio pittorico come uno scheletro con falce e faretra, in sella ad un cavallo scheletrico che colpisce gli uomini con frecce mortali senza discriminazioni per età, sesso o ceto sociale. Il destriero è molto simile il cavallo di Guernica di Picasso. La Morte non uccide tutti i presenti, infatti alcuni vengono risparmiati: allo stesso modo, nel Vangelo di Luca preannuncia che, alla fine dei tempi, alcuni verranno presi ma altri no. Un altro testo che probabilmente ha ispirato l’affresco è l’Apocalisse di Giovanni: “E vidi subito apparire un cavallo bianco, e colui che vi stava sopra aveva un arco (…). E subito vidi apparire un cavallo verdastro, e colui che vi stava sopra aveva nome Morte e l’Inferno lo seguiva (…). Nel testo tuttavia non sono presenti riferimenti religiosi e la morte è assolutamente laica.

L’opera è divisa in due, una suddivisione che è stata rispettata quando l’affresco è stato smembrato in quattro parti: da un lato la società umana è liea, colta e raffinata, nell’altra metà le genti appartengono ad un drammatico universo di morte dal sapore quasi metafisico. In basso sono rappresentate le vittime, di estrazione sociale elevata: re, imperatori, papi, vescovi, frati, un sultano e un uomo che legge l’allora famoso giureconsulto Bartolo da Sassoferrato. E’ singolare che in una committenza ecclesiale i più colpiti siano proprio i potenti e i religiosi. Sono presenti anche alcune donne: alcune assistono una compagna mortalmente colpita al collo, altre si stringono le mani in una posa che ricorda Le tre grazie. A destra troviamo invece giovani aristocratici e artisti, disinteressati al tragico avvento della morte e intenti a vivere appieno i piaceri della vita. Le loro espressioni liete sono in contrasto con quelle angosciate di chi teme la morte. In alto è stata rappresentata una fontana, la cui acqua è simbolo di purificazione e rinascita, mentre sulla sinistra si trovano gli umili, i poveri, i malati e gli scarti della società, per i quali la morte rappresenterebbe un sollievo nei confronti dei mali dell’esistenza e che tuttavia vengono risparmiati: chi avrebbe una ragione per morire sopravvive per uno scherzo del destino. Secondo un’altra interpretazione, gli ultimi vengono risparmiati dalla Morte oppure la Grande Consolatrice sorge proprio dalla loro cerchia.

Dal gruppo degli umili emergono due giovani dall’aria arguta, che escono dalla scena per rivolgersi agli osservatori: sono l’autore e il suo assistente, che impugnano pennello e colori. Dell’autore non conosciamo il nome, ma si è conservato il volto; all’epoca non era ancora in uso firmare i dipinti, ma gli artisti erano soliti realizzare un piccolo autoritratto all’interno delle proprie opere. Gli studiosi hanno tentato senza successo di dare un nome all’artista sconosciuto. Conosciamo diversi artisti attivi nello stesso periodo e con uno stile simile a quello de Il trionfo della morte, ma possiamo solo formulare ipotesi: il francese Guillaume Spicre, lo spagnolo Peris Gonzalo, l’inglese Maestro di Barthélemy o un giovanissimo Antonello da Messina; dato che il governo al potere era iberico, potrebbe trattarsi di un catalano. Secondo una leggenda, si tratterebbe invece di uno straniero guarito dall’Ospedale che avrebbe realizzato il dipinto in segno di ringraziamento per le cure ricevute. E’ probabile che si trattasse di un forestiero poiché Palermo attirava molti stranieri all’epoca; sicuramente l’autore aveva viaggiato molto, perché nell’opera sono evidenti omaggi alla cultura catalana e francese, ma anche a quella del Nord Italia e napoletana.

Il trionfo della morte di Palermo è l’ultima opera pittorica riguardante le epidemie di cui parleremo. Mi domando se gli artisti del 2020, chiusi in quarantena come noi, stanno realizzando in questi giorni di angoscia delle opere d’arte altrettanto preziose dedicate al Coronavirus e attraverso quale forma artistica l’uomo sentirà la necessità di rappresentare questo periodo storico, ma la nostra priorità per ora non è dedicarci alla bellezza come i giovani aristocratici del dipinto, ignorando il pericolo: dobbiamo superare l’emergenza.

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