#iorestoacasa – Racconto: Comprovate esigenze lavorative


Ho scritto questo racconto ispirandomi ad un episodio realmente accaduto che ho letto su un quotidiano. Spero di strapparvi un sorriso e al tempo stesso di indurvi a riflettere sui comportamenti scorretti degli Italiani per quanto riguarda l’emergenza Coronavirus.

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Don Beppe sistemò la veste nera sotto il sedere e ingranò la retro della piccola apecar, poi fece manovra nel cortile della canonica. Lo sferragliare del veicolo risuonò nel silenzio dello stradone poiché da ore non si vedevano auto nei paraggi a causa del Coronavirus; anche la canonica era desolata senza la perpetua, che in quel periodo dell’anno era solita prendersi cura delle aiuole seminando fiori colorati. La poverella ora era segregata in casa e tra le sue dita ossute scorrevano le perline del rosario, come se la preghiera potesse salvarla dal morbo. Il religioso parcheggiò l’apecar in mezzo al cortile, il mezzo impolverato e arrugginito non era il solo elemento di disordine: l’erba alta doveva essere regolata e le biciclette giacevano accantonate in un angolo, ma il giardiniere era in quarantena così nessuno poteva badare al giardino.

Don Beppe ritornò nella rimessa, afferrò due ampi lenzuoli azzurri che avrebbe dovuto utilizzare per lo spettacolo dell’Oratorio Feriale e, con un po’ di ingegno, iniziò a decorare l’apecar ricoprendola con i teli color del cielo. Probabilmente quell’anno, a causa del Coronavirus, non si sarebbe tenuto lo spettacolino degli animatori per inaugurare il Grest, perciò il religioso non provava alcun rimorso nel riciclare i lenzuoli. Decorare l’apecar non era complicato: aveva collaborato alla costruzione del carro allegorico di Carnevale dell’oratorio pochi mesi prima e, pur non avendo grandi doti manuali, era riuscito ad imparare qualche trucchetto. Dopo un’ora di lavoro, ammirò il risultato. L’apecar sembrava una grossa torta nuziale, una meringata azzurra cucinata per il Battesimo di qualche maschietto.

Prima di trasportare la statua della Madonna sull’apecar, storse il naso: non era un lavoro da prete, chi aveva preso i voti non poteva trasportare una statua sacra come se fosse un sacco di patate, ne andava dell’immagine del religioso stesso. Meglio affidare il compito ingrato ad un facchino e lavarsene le mani, ma gli uomini di fatica erano in quarantena, così doveva sbrigarsela da solo. Cinse brutalmente il bacino della Madonna e, digrignando i denti e producendo degli spasimi poco consoni alla sua vocazione, trasportò il pesante blocco di gesso dipinto sino all’apecar. Proprio mentre stava appoggiando la statua sul retro del mezzo, si avvicinò al cancello un individuo con il volto coperto da una mascherina chirurgica che ne celava l’identità. Don Beppe si irrigidì e cercò di nascondersi dietro la statua: non era intimorito dal virus, semplicemente nessuno doveva riconoscerlo nell’atto di trasportare una Madonna con una simile irriverenza. Lo sconosciuto oltrepassò la canonica dopo pochi secondi, dedicando al religioso la stessa attenzione che avrebbe riservato ad un lampione, così don Beppe tirò un respiro di sollievo e finalmente appoggiò il blocco di gesso sull’apecar. Si lisciò la veste nera con tocchi rapidi delle mani grassocce, si aggiustò il collarino bianco, accese il motore e partì.

Sulla via non si incontravano automobili, fatta eccezione per le utilitarie dei pochi autorizzati: le casalinghe dirette ai negozi di alimentari per sfamare i propri pargoli rinchiusi in casa e i malati bisognosi di medici o farmacie. Difficilmente quelle automobili stavano conducendo al lavoro i proprietari, poiché erano le tre del pomeriggio e coloro che non potevano lavorare da casa avevano già raggiunto il luogo di lavoro. I lati delle strade invece brulicavano di passanti: alcuni da soli, altri in coppia o con i cani al guinzaglio, dediti alla bicicletta, al jogging, al footing e ad altre attività sportive il cui nome termina con il suffisso inglese -ing. Improvvisamente gli italiani provavano un autentico e impetuoso slancio per le attività all’aria aperta e, incuranti del pericolo del contagio, vagavano per la città come anime in pena, ma rigorosamente muniti di autocertificazione per rivendicare il proprio diritto ad uscire di casa.

Ma Don Beppe non aveva abbandonato la canonica per osservare i suoi fedeli e compiere un’analisi sociologica sugli italiani: estrasse il megafono e iniziò a recitare il Rosario. Era difficile parlare in un microfono e guidare contemporaneamente: era un prete, non una guida turistica. Si sforzò di assumere il tono dei sermoni e delle litanie, quello che conferisce ai preti un’aura di sacralità. Don Beppe era bravo, maledettamente bravo, si era allenato per ore davanti allo specchio quando era seminarista, l’espressione assorta e leggermente da pesce lesso compariva in automatico come recitava la prima parola di una preghiera ed era estremamente realistica. Non potevi prendere i voti se non eri portato per la recitazione, ma Don Beppe era un fuoriclasse.

Gli sportivi si radunarono intorno all’apecar. Molti non erano credenti, volevano solo ammirare la grossa meringata azzurra con la Madonna sul retro, che sembrava la statuina in cima ad una torta preparata per festeggiare la Comunione di una bambina. Se prima i pedoni cambiavano strada terrorizzati quando incrociavano un passante sul marciapiede, ora si accalcavano intorno al sacro veicolo come zanzare attirate da una lampadina, toccandosi e alitandosi addosso come se il virus non avesse ancora oltrepassato i confini italiani. Il prete provò un brivido vedendo la folla di fedeli accorsa in preghiera e la sua voce si lasciò trasportare dall’estasi del Rosario: scese dall’apecar e sollevò un braccio, come un pastore che guida le sue pecorelle smarrite, un condottiero, un leader, un cantante ad un concerto rock. La folla era in delirio.

Giunse una vettura dei carabinieri che si fermò proprio di fianco alla meringata, così la folla si disperse in gran fretta, quasi di corsa. Ora tutti mantenevano più che abbondantemente un metro di distanza rispetto al vicino, come previsto dal Decreto recentemente emanato dal Governo. Due carabinieri sovrappeso si diressero verso l’apecar, con una certa delicatezza nei modi e un sorriso imbarazzato: rimproverare un prete provocava loro un certo disagio, perché per un carabiniere non è mai piacevole quando lo Stato si scontra con la Chiesa.

.- Don Beppe, cosa mi combina? – Domandò il carabiniere con più gradi sule spalline e sul petto, quasi dispiaciuto e rammaricato  – Non sa che questo si chiama assembramento? E per quale motivo è uscito dalla canonica?

.- Ho le mie buoni ragioni… – rispose il religioso estraendo un documento da una cartelletta – Ho l’autocertificazione – esibì il foglio con un gesto deciso, e un gran sorriso – Comprovate esigenze lavorative!

2 risposte a “#iorestoacasa – Racconto: Comprovate esigenze lavorative”

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